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sabato 11 ottobre 2025

Il cavaliere Giuseppe Volpe


Il cavaliere Giuseppe Volpe
(Peppi  Vurpi)





di Peppino Bivona   
Belice  di Mare  2018
  
Al circolo Universitario quel pomeriggio  le ore trascorrevano   lente e pigre, quando in lontananza sentimmo il rumore delle
saracinesche abbassarsi con  sincronica sequenza, l’ultima, quella più rimbombante, che destò i più intorpiditi, arrivò dalla
rivendita di tabacchi  di don Lillo  Tavormina, di fronte al nostro Circolo.  
 Ricordo che la buonanima di Filippo Alesi,a cui la curiosità non faceva difetto, si alzò, apri l’ampia  vetrata che dava sulla strada ed esclamò 
“Si portano a Peppi Vurpi|!”
 I più, noncuranti, non si distrassero più di tanto, continuarono la lettura del giornale, ma Filippo mi rivolse lo sguardo e dal segno della testa, compresi ch’era doveroso tributare un ultimo saluto a questo singolare personaggio che per più di mezzo secolo fu protagonista delle vicende menfitane .
Ci accodammo allo striminzito corteo funebre , poche persone , ancor meno la presenza di  parenti.
  
Di Peppi Vurpi eravamo attratti  da una singolare curiosità, in modo   particolare dopo aver letto la sua intervista rilasciata a Danilo Dolci in “ Spreco” .Una personalità  dall’aspetto modesto e dai modi semplici, ma che inevitabilmente lo troviamo al centro dei nodi cruciali della vita politica menfitana, tra vicende storiche complesse  e talvolta complicate ,che per anni hanno animato  accesi
dibattiti  dando luogo a giudizi contrastanti.
Per anni lo abbiamo visto seduto dietro il bancone della rivendita di tabacchi in via della Vittoria, con lo scialle sulle gambe, premurosamente accudito dalla moglie e dalla
cognata santamariganterese.
 “ Cavalè ,una nazionale ed una esportazione senza filtro”  e lui calmo e docile apriva la bustina ed introduceva le due sigarette per 20lire. Dietro il bancone sembrava piccolo ,piccolo, eppure  per questo paese  era stato un “Gigante”
La lunga strada che porta al cimitero conta un paio di kilometri , non molti  ma neanche pochi ,in verità sufficienti a meditare sulla vita del defunto, quasi a consentirne un singolare bilancio, certo disgiunto  dalla pietà che si deve  per chi lascia  questo mondo.
“Resta nella storia” dissi rivolgendomi a Filippo e rompendo il silenzio “Che un ammanco di grano di diversi quintali sottratti alla Cooperativa Colajanni, nel dopoguerra, possa essere imputabile ai  passeracei voraci che ,cip cip ,giorno e notte  trasportavano attraverso una finestrella ,nei loro nidi gran parte del grano stoccato in magazzino”
Filippo, rallentò un poco il passo, poi riprese” La verità è che voi comunisti non l’avete mai “digerito” un uomo che non fosse legato ad alcuna ideologia, fuori dagli apparati, che pensa con la sua testa: vi risulta alquanto scomodo. L’esproprio del feudo Fiore  resta il suo vero “capolavoro” .Ti sei mai chiesto perché solo a Menfi il movimento “Reduci e Combattenti” divenne vincente? Perché a Ribera come in altri paesi non avvennero alcun esproprio? Peppi Vurpi ebbe l’intelligenza di motivare l’esproprio del feudo Fiore non solo per distribuire le terre ai combattenti ( come era stato promesso da Diaz sul fronte del  Carso) ma legarla ad una giustificazione di natura sanitaria ,ovvero quei terreni incolti o scarsamente coltivati erano la vera e principale fonte di malaria”
Restammo un po’ indietro  in previsione che la discussione potesse accendersi.
Replicai:”L’esproprio del feudo Fiore è ancora tutto da scrivere. Resta comunque il fatto che Peppe Vurpi non ha mai creduto alla Riforma Agraria, neanche quando nel dopoguerra militò nelle file del partito Comunista. Anzi molte delle sue azioni furono indirizzate a contrastare i pur minimi tentativi di espropriazione di terreni incolti o scarsamente coltivati”. Filippo si fermò accese la sigaretta e replicò “ Se dobbiamo dire la verità, e si eccettua qualche dirigente regionale ,come Li Causi, il partito Comunista nazionale non aveva capito niente dei problemi della terra e dei contadini. In fondo restava prigioniero della visione marxista-leninista, dove la classe operaia era la sola designata a realizzare la rivoluzione”
Ora si vedevano i primi alberi lungo la strada del camposanto. Capii che Peppi Vurpi, per meglio “decifrare” la sua vita avevamo bisogno di molti altri Kilometri            

 Il corteo si arrestò al cancello del cimitero , tra i pochi che si avvicinarono alla bara  scorsi
l’ingengnere “Sasa” Li Petri.  Alzo il suo lungo braccio, come a chiedere attenzione e con voce commossa rotta dall’emozione esclamò :
“ Peppe questo paese  ti ha lasciato  solo   non ha  avuto il “coraggio”  di riconoscere i tuoi meriti,il tanto bene che hai fatto per loro.
Sono rimasti a casa  hanno avuto “paura” di tributarti  l’ultimo saluto!
 Ma io sono certo  che un giorno i loro figli e nipoti ti saranno grati per quanto  hai saputo fare per questa  comunità.”
Il geometra Rosario Li Petri non parlava molto ma quel pomeriggio  aveva una gran voglia di raccontare come erano andati i fatti !
Tra i tanti che erano rimasti a casa c’erano alcuni che non hanno mai condiviso il trasformismo di Peppi Vurpi ,  considerandolo privo di una coerenza ideale e politica.
Resta innegabile che Il nostro Peppe da vero contadino  aveva saputo interpretare quell’atavica “fame “ di terra , Quella terra che quei “dannati “ se la sentivano addosso come una seconda pelle.  Questa terra da lavorare , che esigeva
fatiche quasi disumane,  da mattina a sera , col cado e con la pioggia o col vento, tutti i santi giorni:  doveva
essere  Sua,aveva il sacrosanto diritto di averne il pieno e totale possesso!
 Il frutto del suo sudore non andava spartito con nessuno!
 Oggi  a distanza di molti anni  attraversiamo  distratti  queste nostre campagne menfitane, godiamo di un paesaggio agricolo unico ed inconfondibile, espressione di una ruralità ,un  tessuto  sociale,  di una struttura  economica   felicemente  e armoniosamente  combinati.
Ebbene, Si, questo piccolo miracolo  lo dobbiamo in buona parte  a questo piccolo modesto lungimirante contadino

martedì 27 agosto 2024

Storie e Personaggi del mio paese

 Peppino Bivona 

Premessa

Quasi sempre per una corretta e rigorosa ricostruzione dei fatti , siano essi storici o semplici avvenimenti, ci avvaliamo   del contributo di ricerche, documenti conservati negli  archivi o testimonianze legate all’evento. Insomma la natura delle fonti costituiscono una seria garanzia per un racconto  oggettivamente obbiettivo.

                 Ebbene in quello che vi accingerete a leggere in queste pagine, non troverete nulla di tutto questo, la “verità” non è desunta dal rigoroso  lavoro di  indagine o di ricerca ,ma  da racconti e ricostruzioni secondo una chiave di lettura  tutta personale, attingendo alle soli fonti  disponibili  nei ricordi  consegnateci dalla memoria. Semplici testimonianze  sorrette dalle emozioni vissute in quel tempo e nel contesto degli accadimenti. Protagonisti dei racconti  sono quasi tutti  personaggi “minori” marginali,  di quelli per intenderci che non hanno fatto “ la storia di Menfi”. Di queste “figure di spicco”  avranno modo di occuparsene studiosi seri ed impegnati.

              Se dovessi utilizzare una metafora per raccontare il rapporto con questo mio  paese sceglierei di immaginarmelo come una “ placenta” dentro un ventre  che alimenta, nutre , ossigena ,difende la vita fetale. Il reticolo di strade apparivano ampi, lo spazio aveva una diversa dimensione. I pochi lampioni appena distinguibili, emanavano una luce fioca, rispettosi del buio della notte Poi gli odori: quelli di ragù la domenica mattina ben distinti da quelli di cavolo,broccolo o di tenerume degli altri giorni feriali .I rumori erano quelli dei nostri passi lungo i marciapiedi, o  quelli lenti e cadenzati sul selciato del mulo. Suoni armoniosi o dissonanti uscivano dalle botteghe di falegnameria, del calzolaio e del fabbro ferraio. Dalla bottega del sarto c’era silenzio o rotto dalle note emesse dalla radiolina Poche strade erano asfaltate, la maggioranza di esse l’inverno erano disseminate di pozzanghere.  La mia percezione “fetale” era di vivere in un paese povero, molto povero. Molta gente viveva in spazi angusti, di poche stanze pavimentate con mattoni di argilla color giallo e rosso, in qualche caso in terra battuta. La necessità imponeva di trovare lo spazio per sistemare anche il mulo o l’asino, magari separandolo con  un precario tendaggio e sotto il forno era ricavato uno spazio per il ricovero di poche galline: di giorno razzolavano nel cortile antistante. Un paese, dicevamo, povero, ma non misero,ne miserabile; è vero c’erano i mendicanti,quelli infermi o abbandonati costretti a chiedere l’elemosina stesi sulle scalinate della chiesa Madre. Non si moriva di fame, ma gran parte della popolazione era denutrita ,I visi giallognoli segnati dalla malaria. Cera ,è vero,  lo stretto essenziale,mancava il superfluo. Vivevamo in una economia chiusa,circolare di sussistenza essenzialmente e spiccatamente agricola ,dominata dalla coltura del grano ed altri cereali minori,poi la fava, il mandorlo,l’ulivo la vite e il sommacco. Una provvidenziale falda superficiale di acqua  circondava come un’isola il nostro paese. Qui  “nei firriati”presero piede e  si espansero gli orti urbani destinati alla produzione di ortaggi  in tutte le stagioni. Un paese “virtuoso” che non produceva spazzatura! Pullulavano, invece nelle diverse direzioni delle periferie  i letamai “privati”  alimentati dalle deiezioni solide del mulo o dell’sino in una composita lettiera che assorbiva quella umana; la concimaia comunale era piccola e insignificante. Periodicamente i contadini provvedevano a distribuirlo sotto l’ulivo o il mandorlo o alla base del letto nella semina delle fave. E vero, i sevizi igienici erano quasi inesistenti e per molti anni l’acqua corrente arrivava alle fontanelle rionali, qui  le massaie in coda aspettava il turno per riempire le “quartare”. 

                 Eppure questo paese viveva  una sua  particolare socialità:le  vicende  che animano i racconti popolari alimentano le chiacchiere in particolare nei Circoli. Si, i circoli queste libere associazioni, espressione delle categorie sociali,rigidamente divise in “caste” chiuse quasi impermeabili come ad esempio quelle notabilati .Questi circoli erano indipendenti dai partiti ma in parte l’ integravano come il Circolo A. Bilello del PCI. Qualche acuto osservatore li definì” covi di maldicenze”

Tuttavia  nel paese si aveva la percezione di respirare una’aria soffocante quasi ”pesante” carica di un odio diffuso che permeasse quasi tutti  gli strati sociali , un odio di classe che non risparmia vicendevolmente “li viddani”, in tutte le sue varianti e di converso la piccola e media borghesia fino ai “cavallacci.”Questo notabilato non    era stato  mai una casta unita,interessi economici  e lotta per il potere creavano profondi dissidi ,  sfociando in pericolose risse  qualche volta con armi da fuoco, come quella tra i Giglio e Imbornone.Le fazioni non si risparmiarono  denunce e colpi bassi ,fino a incriminare il sindaco dott. Bivona per aver portato l’acqua a Menfi.Lo stesso esproprio del”Feudo Fiore”  dei Varvaro ,pare che abbia a che fare con la stretta parentela dell’amministratore del feudo con il dott. Bivona.  Le faide continuarono attraverso percorsi sotterranei,magari mascherati da due distinti logge massoniche  .Ma la fine della guerra e la caduta del fascismo rianimarono le lotte popolari,  La violenza dello scontro raggiunse il suo apice  nel primo dopoguerra del secolo scorso, quando assieme alle lotte per la riforma agraria entrò in vigore il decreto Gullo. Qui si scatena la “tempesta perfetta” .Qui i comizi finiscono con sonore tiri di pietre , vere sassaiate.

            Il dopoguerra si apre con queste due rivoluzionari eventi nelle nostre campagne. Il decreto Gullo e l’occupazione delle terre. Il decreto del ministro comunista Gullo ha una dirompenza quasi eversiva, un  intervento legislativo di per se marginale nell’economia delle campagne. Ma quel riparto del 60% al mezzadro e il 40% al proprietario , scatena la più feroce aggressività insita nell’animo umano. come dire che ormai la parola aveva perso la sua validità nel dialogo o confronto di idee e cede alla violenza delle azioni . La verità che in questo paese dominava una forma contrattuale per certi versi atipica: la mezzadria ovvero la “metadaria”in tutte le sue varianti compresa la colonia e la colonia parziaria. La sua natura oscillava fra un particolare rapporto tra impresa e proprietà e un contratto di affitto il cui canone veniva pagato in derrate. Ora si comprende facilmente che in un contesto socio economico dove persiste una forte domanda(fame) di “terra” l’offerta ha buon gioco a divenire di per se “sostenuta”, spostando al rialzo i valori  fondiari ovvero la remunerazione del capitale terra.

                 Il mio compianto amico e collega Gasperino M. mi raccontò che rimase orfano del padre in tenera età, ma poté completare gli studi ,fino a laurearsi, grazie al sacrificio di sua madre e a poche tumulate di terra date a mezzadria in contrada Bonera. Non ho chiesto chi fossero i mezzadri, ma di certo questi oscuri lavoratori avevano contribuito  al conseguimento della sua laurea…..limitando la remunerazione  del loro lavoro. Questo contratto medievale, angario, iugulatorio, garantiva il 50% della produzione  lorda vendibile al proprietario e il restante 50% doveva spartirsi tra i capitali circolanti e il lavoro. Ma c’è di più, le operazioni di  aratura,semina, il trasporto  dei  covoni e la “pesatura”(trebbiatura col calpestio degli animali) venivano svolte  dagli animali, asini e muli di proprietà del mezzadro, a cui spettava l’onere del loro mantenimento. Per rimediare al foraggio per il mantenimento del mulo o dell’asino il contadino  doveva approvvigionarsi di paglia,fieno, erba e biada  che espressa in unità foraggere(U.F) necessitavano di una superficie pari ad un ettaro: tutta energia sottratta all’economia familiare del mezzadro.  Ora se il rancore,il risentimento,l’astiosità dei “viddani”era più che comprensibile per le palese ingiustizie subite, ci chiediamo ,da dove nasce l’odio della piccola e media borghesia verso i “viddani”?. Il sentimento di odio c’è lo spiega già Sant’Agostino, ma oggi confermato  da numerosi psicanalisti, nasce e  si alimenta delle nostre paure, dello stato di insicurezza o precarietà a cui potremmo incorrere nell’immediato futuro. Ebbene la piccola borghesia “bottegaia” e impiegatizia, che magari si era tolto il pane di bocca per acquistare un fazzoletto di terra, oppone le più strenue difese a qualsiasi tentativo di alterare i rapporti contrattuali. In particolare la mezzadria ,che più di tutte garantiva una buona “rendita” per consentire la scalata sociale. 

              La stessa “piccola” e “feroce” borghesia che popolava la scuola con insegnanti che come cani da guardia vigilavano  affinché i figli dei “viddani” non  compissero il salto di “orbita” direbbe il mio amico chimico Saverio. “Signora, non è portato per gli studi,non tolga braccia all’agricoltura, sarà di aiuto a suo marito”.Questa formula nelle diverse tonalità, veniva recitata da sedicenti insegnanti , alle povere madri compresa quella del mio amico Giacomino A. Anche questi  insegnanti avevano “paura” della possibile concorrenza che potessero arrecare  alle anime “candide” dei loro figli. 

          Eppure qualcuno riuscì a superare le “forche caudine”, cocciuti, testardi più del mulo, Dino Sbrigata e Peppino Raso, grazie al sacrificio delle loro famiglie si laurearono in Giurisprudenza. Per la sinistra menfitana  disporrei due avvocati , fu come toccare il cielo con un dito. Non appena laureato Peppino Raso,fu invitato dal direttivo del Partito Comunista  che decide di fargli un regalo: scelsero una borsa  professionale di pelle. In quell’occasione l’ingegnere Bilello accompagnò il regalo con un auspicio:” Che questa borsa non abbia  mai a contenere, atti o documenti avversi ai lavoratori”!

                  L’altro evento rivoluzionario che caratterizzò gli anni successivi alla fine della seconda guerra fu l’occupazione delle terre e la riforma agraria. Carlo Marx considerava i contadini alla stregua delle patate: ce ne sono  piccole,medie,grosse…ma tutte patate sono!Niente di più sbagliato! E’ pur vero che ,tranne rare eccezioni ,i contadini per il Comunismo erano stati più che una risorsa, un problema. Nella loro esperienza storica di “sopravvissuti”,hanno dovuto mettere in atto modelli per la sopravvivenza,alle carestie, all’ingiustizia, alla guerra…dovevano alla fine del magro raccolto soddisfare gli accordi contrattuali con il padrone, pagare le tasse…e quello che rimaneva destinarlo alla famiglia. Perciò il possesso della terra era la loro “terra promessa” , per essa erano disposti a fare qualsiasi sacrificio, togliersi il pane dalla bocca. La politica di “contadinizzazione” messa in atto  dal fascismo  aveva un solo obiettivo:ruralizzare la società . 

                   Lo slogan era:” Provate a dare un fazzoletto di terra ad un rivoltoso bracciante e…. lo trasformerete in fiero agricoltore”Ma  fino alla fine dell’ottocento il 90% della terra coltivata era posseduta dal 2% della popolazione, che attraverso fitti e subaffitti, arrivava a quella massa di disgraziati costretti  a subire ed a ubbidire. In verità, nei momenti di carestia non  mancarono le rivolte,ma la classe baronale, sapeva come uscirne. Il tentativo di abolire il sistema feudale si risolse  in una sonora beffa. I Barboni che speravano di elargire un po’ di terra ai contadini ,finirono  per togliere  quel poco che rimaneva per diritti di uso civico e non disporre di quelli del demanio. Il nostro storico risorgimento  e tutto costellato da eventi eroici, ma dopo l’unità d’Italia tutto si svolse all’ombra delle usurpazione di terre, in particolare della mano morta i beni della chiesa: il barone Inglese compra Santa Maria del Bosco di 2000 ettari per poco meno di duemila lire, pagabile in 19 anni!

                  Nei primi anni cinquanta, la lotta per la terra assume due direttive, la prima radicale che proponendo lo sproprio dei feudi e la loro distribuzione a quanti non ne avevano. La Federterra ha questo obbiettivo: molte grosse proprietà mancano di atti dimostranti il possesso e ancor più la proprietà. Sarà paradossale ,ma basta leggere il libro di Leonardo Sciascia”Il consiglio d’Egitto”o vedersi la traduzione teatrale con Turi Ferro e Tuccio  Musumeci dove cogliamo tutto l’odio dei baroni siciliani per Caracciolo il vicerè riformatore. Questa battaglia e portata avanti dai comunisti e socialisti.L’altro fronte era organizzato da piccoli e medi proprietari, i quali disponendo di qualche risparmio erano disposti ad acquistarli purchè non venissero sottoposti a sorteggio. Fu uno scontro durissimo che lasciò pochi, poveri cristi assegnatari, mentre la gran parte anticipando dei soldi completarono la proprietà con i lotti. 

                  Il fronte  era rappresentato da una parte Peppe Volpe che attraverso prestiti agevolati consentiva ai piccoli proprietari di acquistare pezzi di terreno dei feudi. Lo stesso Volpe nella sua intervista rilasciata a Danilo Dolci, sostiene che i grossi proprietari hanno una gran stima di Lui. Nel  sempre più concreto rischio di un esproprio delle proprietà i feudatari sono propensi ad una mediazione ovvero la vendita. L’altro fronte è raffigurato dalla sinistra Comunisti e Socialisti con posizioni molto radicali e comunque poco incline a scendere a compromessi .Molti di questi feudi, mancavano di titoli di proprietà, usurpati al Regno Borbonico e allo stato unitario.  

                    Menfi visse  all’interno della sua comunità rurale una profonda e lacerante spaccatura. I piccoli mezzadri,coloni e braccianti, se volevano accedere alla terra dovevano indebitarsi fino al collo mentre per i  contadini medi il rischio era minore e potevano scegliersi i terreni migliori. I piccoli fazzoletti di terra resistettero alla crisi degli anni sessanta grazie alla disponibilità irrigua  della diga Arancio e all’introduzione della coltura del carciofo ma molti emigrarono

               Poi come un evento traumatico il terremoto del 68, si”ruppero le acque”, questo paese da secoli, riservato, immobile , periferico sonnolente  viene espulso,viene lanciato violentemente  verso la “modernità”:Il terremoto scuote le mura delle case, ma anche le coscienze di tutta la sua popolazione. Costretti per qualche anno ad indicibili sacrifici,sono obbligati alla convivenza forzosa ricomposte  dentro capannoni e baraccopoli, una promiscuità sociale che poco a poco fa giustizia di vecchi pregiudizi,ricompone nuove convivenze ,con non pochi accenni di solidarietà. Malgrado l’evento sismico questo paese si apre,schiude le finestre sul mondo. cambia l’assetto urbano,le campagne piano piano si popolano e assumono sempre più nuovi scenari paesaggistici, sulla costa spuntano le seconde e terze case. Ora possono studiare tutti comprese le ragazze,in un crescento rossiniano assistiamo, grazie alle cantine sociali ad un benessere diffuso,la politica sociale elimina  gli ultimi sacchi di povertà. Le nuove generazioni oggi vivono in un contesto socio economico neanche lontanamente paragonabile a quello dei loro padri o dei loro nonni ,il clima politico è sereno e il confronto e civile, non ci sono più nemici di classe, ma avversari politici.

            Tuttavia in questo nostro paese esistono due “criticità”, la presenza invasiva e permeante il tessuto sociale della Massoneria ed il livello culturale della sua popolazione. Iniziamo da quest’ultimo aspetto. Siamo certi che  la nostra comunità esprime eccellenti qualità professionali, dal campo medico, all’ingegneria ad uomini di legge, ecc. ma la loro competenza-conoscenza si ferma dentro gli angusti confini  delle materie professionali. Così che temi come l’arte, il cinema ,il teatro o la letteratura in generale restano marginali  nel bagaglio culturale  della maggior parte dei nostri concittadini. 

            Alcuni anni fa il sindaco Lotà istituì l'Istituzione culturale Federico II  con lo scopo di promuovere la Cultura .Questo paese non ha un cinema, un teatro, né centri di lettura, l'Istituzione doveva sopperire a queste storiche carenze aprendo nuove finestre sul mondo su temi  che coinvolgono la nostra esistenza nella realtà  contemporanea. I Greci, il popolo più intelligente mai apparso sulla terra, aveva compreso che la vita per viverla  al meglio contro le avversità ,doveva essere “sorretta” ovvero dare ai suoi cittadini gli strumenti cognitivi per affrontare eventuale difficoltà. L’epoca ellenica si caratterizzò per una ricca produzione di tragedie che non trascurarono nel suo obbiettivo finale il risvolto didattico. Nella nostra epoca viviamo le emergenze ambientali come se fossimo spettatori, i temi della sicurezza con  patetica drammaticità, le possibili integrazioni con astio e fastidio .               Per non parlare dei temi della scuola, la stessa questione dei giovani,fino al tema più scottante del femminicidio: abbiamo poche idee e…confuse. E pur vero che la scarsa sensibilità della gente su questi argomenti ha il suo peccato originario nella scuola . 

            Ma a cosa   doveva servire l'Istituzione?. Quali obbiettivi si prefiggeva? Quale la sua “missione”.Sta di fatto, senza voler offendere  quanti operano nella Istituzione, essa divenne nel tempo, una “leggera” passerella per inconsapevoli  narcisisti   ,animati dal desiderio della comparsa o della scena a cui va rispettato e riconosciuto la buona volontà .L’Istituzione si limitò a tradurre la “cultura” nelle sua  versione classica  ovvero letteraria scolastica e tutto questo “volando” molto basso,bassissimo. Resta a noi risolvere il problema , ovvero se consideralo uno strumento comunicativo-informativo o se fargli assurgere una valenza dirompente:  “educativa” di vera crescita culturale

Che la gente sia ignorante o che se ne faccia un vanto, a noi non ci disturba più di tanto, diviene un problema se vengono coinvolti in scelte che possono condizionare la nostra vita.

La presenza della Massoneria nel nostro paese, a leggere il libro di Lotà e Riportella” Un secolo di Inquietitudine”,la ritroviamo, confusa con la Carboneria fin dai primi anni dell’ottocento impegnata  a contrastare il regime borbonico. Rimane poco chiaro il ruolo della Massoneria dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia. Ci viene il  sincero dubbio che il suo obbiettivo non era solo e solamente  l’unificazione del paese. Ma noi non vogliamo  entrare nel complesso e complicato mondo “esoterico”,lasciamo ai suoi adepti di manifestare al meglio i propri ideali.

                  In verità la presenza di due logge e il gran numero di fratelli iscritti qualche dubbio c’è lo pone Una piccola divagazione: Nel dopoguerra gli americani con il piano Marchal hanno  investito enorme quantità di denaro nel mezzogiorno, ma invitarono due università  americane una di economia e una di sociologia, di seguirne l’evoluzione. Ebbene  il tratto distintivo che colpì gli studiosi americani era un profondo  e diffuso “familismo” che permeava la società civile  a tutti i livelli a partire dal comune senso della vita quotidiana”addifenni lu to o rittu o tortu” fino ad una solidarietà tribale ben presente nelle faide  nostrane del nostro mezzogiorno. Questo nostro atteggiamento non meraviglia più di tanto Umberto Galiberti, il quale collegando la nostra cultura  ovvero della “Magna Grecia” a quella della Madrepatria, Il filosofo non ha dubbi :siamo eredi di Antigone, la protagonista della  tragedia di Sofocle .Ora ci chiediamo se queste forme securitarie, di autodifesa, di protezionismo siano il retaggio di una risposta  che aveva visto lo Stato nelle sole due forme più repulsive ovvero : il carabiniere( lo sbirro) e l’esattore delle tasse. Non per niente Sciascia acuto osservatore delle vicende nostrane.  segna la data di nascita della mafia facendola coincidere col periodo della dominazione spagnola, quando i processi o meglio la giustizia si esercitava a Madrid con una lentezza svernante Una società civile regolarmente istituitasi non può permettersi un vuoto nell’esercizio della giustizia. Non può esserci una “vacazio” il vuoto prima o dopo dovrà essere colmato. Tuttavia senza voler scomodare Spinoza può accadere che il “fine”  proposto inizialmente magari con nobili finalità, lungo il tempo “degeneri”segua percorsi  anomali e quello che il grande filosofo definì:” eterogenesi dei fini”. 

Ebbene, e se la partecipazione  a questa associazione nella sua versione familistica, garantisse significati vantaggi agli adepti?. Quale istituzione meglio della Massoneria  disporrebbe di un sistema “informatico”, attraverso l’anonimato dei suoi fratelli di controllare condizionare o ricattare i componenti di questa comunità?. 

In verità non sono stati rari i casi  di palesi ingiustizie, nelle assegnazioni o nei concorsi o quanto meno in un equilibrato giudizio di merito. Per chi vive in questo paese,sia ai giovani che ai loro genitori, si pone un dilemma”cornuto”:                Aderire e coglierne eventuali vantaggi o restarne fuori e lottare per far crescere questo paese lontano, il più possibile ,dal “familismo” dalle raccomandazioni, dai favoritismi in nome di uno Stato di diritto, di vera uguaglianza, di attendibile giustizia sociale. Se  posso aiutarvi nella scelta consentitemi di suggerirvi  la lettura di un libro di Primo Levi:” Salvati e Sommersi”

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lunedì 19 agosto 2024

"Non si può essere ricchi in mezzo ai poveri”

 

              La sede del partito socialista italiano a Menfi in quegli anni era vicino il Collegio , (ovvero l'abbatia) , separato da un piccolo cortile. Il locale era angusto, infossato e modestamente arredato . I socialisti a Menfi non erano molti , ma-per contro molto combattivi.

Pietro Nenni in quei giorni era in Sicilia  e si diffuse la voce che in mattinata sarebbe passato da Menfi per un breve saluto ai compagni. Il segretario della sezione ,il signor Titone era euforico, qualcuno gli fece notare che l'orario era infelice, la gente impegnata nei lavori dei campi,non si poteva organizzare una accoglienza  come meritava. Il signor Titone ( inteso dai compagni “badilluni”), era irremovibile: costi quel che costi, il glorioso compagno Nenni, doveva fare il comizio!

Fu cosi che due possenti giovanotti uscirono dall'angusta sede il palchetto di legno(vancareddu), su cui salirono Titone e Pietro Nenni .Gli uditori eravamo pochi, ma pieni di orgoglio per vivere questo storico privilegio. Il segretario Titone pronunciò poche frasi di presentazione,rotte da una indicibile emozione, poi passò la parola a Nenni.

Mentre ascoltavo gli occhi  si indirizzarono  verso l'illustrazione del tabellone steso sulla porta in alto all'entrata della sezione:Partito Socialista Italiano poi l'effige con lo sfondo i raggi del sole(dell'avvenire), un libro aperto e sopra la falce e il martello. Poi sotto con caratteri più piccoli “ sez. di Menfi Peppino Bivona”.

A quel tempo il signor Titone, originario di Csstelvetrano, abitava con la sua famiglia al primo piano della casa di mia zia Lillina, di fronte al cinema Pirandello,dove al piano terra era allocata la bottega di calzolaio di mio zio.Per giorni non si fece che parlare dell'evento, ovvero la visita di Nenni, protagonista incontrastato era sempre Lui: il signor Titone,tempestato  di domande,anche le più curiose su Pietro Nenni.

Fu cosi che in una breve pausa,chiesi al segretario della sezione chi fosse quel personaggio il cui nome figurava sotto lo stemma del partito socialista. Il Titone si fece serio  si abbassò per portarsi alla mia altezza e con voce ferma e seria mi disse:”Pippinè, quell'uomo fu il difensore dei contadini, ed era una persona intelligente,  di buona famiglia, aveva capito che non si può essere ricchi in mezzo ai poveri!”.

Passarono gli anni  e occasionalmente ne sentii parlane di Peppino Bivona al “circolo” della biblioteca comunale dove l'anziano Giovinco e il vecchio Rotolo, avevano ricordi più “freschi”. Lo soprannominavano “ scupidda”  ed erano quasi stupiti e intimoriti della sua  vita cosi spericolata,impegnata avventurosa. In questi brandelli di memoria don” Minicheddu” Bucalo aveva un rammarico: questa scelta di “campo”  e di vita non fu compresa dalla famiglia!

Nei primi anni settanta i fratelli Taviani lanciarono due film a distanza di due anni:”San Michele aveva un Gallo e poi Allosanfan. I temi trattati dai due registi avevano in comune la reazione morale e politica dei protagonisti di origine borghese di fronte alle prevaricazioni del potere,alle condizioni di miseria in cui erano condannati gran parte della popolazione rurale. Rivendendo quei film  mi sembrò di vivere le vicissitudine del nostro maestro Peppino Bivona. L'ambientazione era il nostro mezzogiorno,l'epoca la seconda metà dell'ottocento,stessa estrazione sociale , media borghesia benestante. Il dramma dei nostri protagonisti virtuali e reali, era quello di aver sacrificati la propria vita ad un ideale ,ma raccogliendone delusioni e amarezze .Ma cosa spinge un intellettuale tutto sommato benestante, ad abbracciare la causa sovversiva o rivoluzionaria? Quali supremi ideali possono anteporsi agli affetti della famiglia ,dell'amore per la mamma?

Eppure sacrificano tutto questo e altro per una  causa e, l'ideale!  Rinunciano ad una vita agiata, sicura, un avvenire certo, in cambio di privazioni  , sacrifici, disagi, e non per ultimo il carcere e la morte stessa.

Tentare di comprenderne le ragioni è impossibile per il semplice motivo  che qualsiasi tentativo di riflettere su questa “scelta di vita” cozzerebbe con la ….ragione

Non dimeno  per questi “eroi”abbiamo un debito di riconoscenza: sono questi “inciampi” che fanno evolvere la società,gli accidenti che rompono la normalità,la mediocrità della vita ordinaria e ordinata.Il mio amico Saverio che insegna Fisica lo giudicherebbe un “salto quantico”  come dire  che un elettrone cambia orbita.

Qualche anno fa usci nelle sale cinematografiche un film” Commè bello lu murire uccise” interpretato da un magnifico Stefano Santaflores. Un film biografico su Carlo Pisacane   eroe risorgimentale  che narra l'eccidio consumatosi a Sapri. Qui c'è tutto: una buona dose di narcisismo, una sensibilità umana verso gli sfruttati , l'avversione per l'ingiustizia,l'anelito di libertà per la propria terra. Resta sotteso una strana “vocazione al martirio” una testimonianza forse ereditata dai primi cristiani, che offrivano le loro carni alle belve per  fortificare ed  estendere la loro fede in Cristo.  

Dopo più di due mill'enni ci chiediamo:c'è qualcosa o qualcono per cui valga la pena di sacrificare la propria vita?

Non c'è niente che valga più della nostra vita!

                        Peppino Bivona

 

giovedì 15 agosto 2024

L’asino della “gna Francisca”


Peppino Bivona


Restano ormai sfocati fotogrammi appiccicati debolmente alla memoria: le capre sfilano lungo la via Della Vittoria,composte, ordinate  come ammaestrate, si fermano, aspettano che il capraio finisca di mungere il latte, versarlo nel contenitore da un quarto o mezzo litro. La capra  dal mantello quasi tutto nero, ormai da anni si ferma da sola, sotto il portone della signora Antonietta, il latte  aveva un altro sapore, era più dolce!.

Quando il comune sistemò la via principale del paese il sindaco emanò una ordinanza che vietava l’attraversamento dalla via principale delle capre e la distribuzione del latte direttamente dagli animali. Gli animali di allevamento,continuava l’ordinanza, non possono essere ricoverati in paese neanche      in apprestamenti nelle periferie.

 Questa ordinanza sconvolse la vita e le abitudini lavorative dello”Zù Nino e della di lui moglie “gna Francisca”. I due anziani coniugi non avevano figli, possedevano una trentina di capre in un ricovero nella periferia sud del paese, accanto alla loro umile abitazione.

Per ovviare alla nuova emergenza “Zu Nino” prese in affitto un piccolo appezzamento di terreno con un precario rifugio per le capre,poco distante dal paese separato da un vallone. La nuova situazione arrecò non pochi disagi all’anziana coppia, la più adirata era la gna Francisca nel vedere il marito alzarsi prestissimo, mungere le capre ,portare il latte in paese a piedi e poi sempre in mattinata distribuirlo ai clienti.

“ Questa vita non può durare” diceva stizzita la gna Francisca  almeno avessimo un asino per il trasporto del latte!” Ma i due coniugi erano poveri, anzi poverissimi e quantunque sacrifici potessero fare non avrebbero mai raccolto la somma sufficiente per acquistare un asino.

Ma la gna Francisca non era donna da darsi per vinta,aveva una  sua indiscussa convinzione: solo alla morte non c’è rimedio!

Così  con la cautela e la discrezione che la contraddistinguevano allungava il latte con….l’acqua che poi il marito distribuiva!. Ci vollero un paio d’anni ma alla fine  raggranellarono un discreto gruzzoletto  sufficiente ad acquistare un asino. L’acquisto dell’asino alleviò non poco le fatiche all’anziano pastore e la stessa gna Francisca andava orgogliosa  dell’asino divenuto ora uno della “famiglia”.Tutto andava bene finché, una mattina di un piovoso novembre ,lu zu Nino dopo aver munto le capre ritornava con il latte a basto dell’asino . Era piovuto tutta la notte di una pioggia torrenziale  e attraversare il vallone non era cosa agevole, l’acqua si faceva sempre più impetuosa, non c’era alcun ponte ,ma solo dei grossi sassi disseminati tra le due sponde L’anziano pastore era consapevole del rischio,ma attendere o indugiare, avrebbe aumentato il livello dell’acqua. Così fattosi coraggio tenendo l’asino a distanza con le redini ,iniziò ad attraversare la pericolosa fiumara ,ma nello stesso istante che attraversava l’asino, una grossa onda di piena travolse  il povero asino strappando le redini dalle mani dello zu Nino.

La notizia si diffuse come un baleno in tutto il paese,sollevando la compassione da parte degli amici e vicini di casa i quali non persero tempo a far visita e portare una parola di consolazione alla gna Francisca.

La povera donna se ne stava seduta in un angolo buio della casa, con lo sguardo perso nel vuoto, a chi gli chiedeva come si sentiva,rispondeva con monotona cadenza senza alzare il viso e battendo le mani sulle ginocchia ripeteva:” Cu l’acqua vinni e cu l’acqua sinni iu”e replicava “ Cu l’acqua vinni e cu l’acqua sinni iu”(con l’acqua e venuto e con l’acqua se ne andato.

lunedì 6 maggio 2024

Il Miracolo

 Belice di  Mare, maggio 2024

                                       Peppino Bivona

 

Turiddu, il sacrestano della chiesa del Soccorso, pedalava a fatica, affannato,ansimante  lungo la ripida strada che saliva dritta verso la chiesa, scarsamente illuminata da radi lampioni gialli. La luna era quasi piena e sembrava toccare la cima del campanile.


Ormai erano trascorsi tanti anni da quando ragazzino affetto da polio, sua madre l’aveva affidato alla benevolenza di don Saverio il prete della parrocchia, assegnandone i compiti di sacrestano.

Turi, in verità anche se  non molto sveglio, svolgeva con dedizione i compiti assegnati e tutto sommato don Saverio non ebbe mai motivo di lamentarsene.

Tuttavia il nostro Turi da un po' di tempo sembrava mostrare segni di insofferenza verso i fedeli della parrocchia. Aveva un atteggiamento quasi scontroso,rispondeva a tono. Orbene dovete sapere che la prima nicchia appena si entra nella chiesa a destra, quasi opposta al fonte battesimale,era stata collocata la statua della bella e giovane Madonna Azzurra ,dal volto atteggiato ad un mesto sorriso e dagli occhi, ovviamente azzurri, da cui sgorgavano una dolcezza, una pietà che le parole umane non sarebbero mai riuscite a rendere appieno; persino il manto celeste, che scendeva in larghi panneggi le donava una grazia divina. Eppure a giudizio di Turi , la gente  non si curava della vergine,in verità neanche il parroco testimoniava particolare attenzione. Questa indifferenza generalizzata aveva acuito in Turi la sensazione  di una  palese “ingiustizia” quasi un sopruso da parte degli altri santi! Perché si chiedeva Turi ,la Madonna dell’0ro era oggetto di una venerazione,di grande devozione, esaltata quasi fanatica; come se solo Lei fosse in grado di aiutare le anime in pena, di consolare gli afflitti, di operare miracoli!Cosi come se non bastasse il 12 di settembre  di ogni anno per la festa della Madonna dell’Oro si riversavano in piazza migliaia di fedeli! Che cosa cercavano quelle folli di pellegrini? I più ci andavano a implorare un miracolo( che non succedeva mai o quasi mai).Forse attratti dal luccichio di tutto quell’oro che ammantava la Madonna!

 Invece 8 maggio la festa della Madonna Azzurra, i vecchi restavano a casa davanti la televisione o sedevano al bar a giocare a carte e i giovani a bere birra o in discoteca. La piazza restava vuota e muta.

Turiddu da troppe notti dormiva poco e male,ma in una di queste l’immagine della Madonna Azzurra gli era apparsa in sogno; aveva il volto rigato di lacrime e lo guardava dolcemente, muta come a volergli comunicare qualcosa. Il poveretto  di quello sguardo pietoso diede una sua personale chiave di lettura!

Avevamo lasciato Turiddu che pedalava la sua bicicletta e  finalmente raggiunge stremato il portone della Chiesa ,lascia fuori le bicicletta, non prima di sganciare dal manubrio la grossa e pesante  sporta di vimini .Il grosso portone cigolò due volte aprendosi e richiudendosi dietro di lui. Si diresse deciso verso la statua della vergine dove erano rimasti accesi due lumini rossi. Turiddu  si fermava in ascolto, tratteneva il respiro, inquieto, allarmato, con il cuore in tumulto. Appoggiò la borsa  sul gradino della lapide ai piedi della balaustra di marmo rosa,badando che il contenuto non si rovesciasse per terra, tolse i vasi con i fiori e versò il contenuto alla base della statua. Le cipolle ricoperte di una pellicola lucente si sparsero, quasi con ordine. Il sagrestano non perse tempo, si mise a tagliarle a più non posso,non importava se venivano fuori pezzi piccoli e pezzi grandi. Il prodigio ( l’effetto)  si verificò quasi subito: gli occhi della statua si arrossarono e li coprì un velo di lacrime .No, pensava turi, l’apparizione  di quella notte in sogno non l’aveva ingannato!Usava il coltellaccio calandolo sulle cipolle con fendenti rapidi e precisi dall’alto in basso. A Turiddu il cuore gli batteva sempre più forte, all’unisono con i movimenti delle braccia:finché udi distintamente un leggero sospiro, quasi un singhiozzo: levò gli occhi al cielo e sul volto della madonna ora scendeva una grossa lacrima,rotolò dolcemente lungo la guancia,  simile ad una perla:rimase un istante in bilico sull’orlo del mento, poi riprese a rotolare seguendone la curva interna sul collo, sul petto lungo una piega del mantello. Turiddu era riuscito nel suo intento,coprì con un grosso panno  scuro e si precipitò a suonare le campane a stormo e a spalancare le porte della chiesa al sole che si levava radioso. Da ogni parte la gente occorreva, prima i paesani ,poi quelli che venivano da lontano. Si assiepavano in chiesa pressati come sardine per vedere la statua miracolosa della Vergine Azzurra. Mentre fuori si allungava la fila interminabile di fedeli.

Ora  però le lacrime della Madonna “miracolosamente” divennero vere la poverina di fronte a quello spettacolo Pianse!

Pianse per quelli che si buttavano in ginocchio, chi bocconi .Gridavano ,Piangevano. Alcuni esaltati quasi venivano alle mani. Molti si sentivano male ,altri svenivano

La Madonna pianse lacrime amare  vedendo in lontananza un serpente di auto  e di pullman che si snodavano  dalla strada verso la sua Chiesa.

La madonna pianse per i tanti mercanti che industriavano: self-service,bazar,bancarelle traboccanti di souvenir, oggetti dell’artigianato,cartoline, piccole statuine della Madonna.

Pianse per quella distesa di cantieri edili gru che ruotavano nel cielo per costruire alberghi ed ospedali

Pianse per tutti quegli infelici che cercavano una speranza, gli oppressi la libertà, i ciechi la vista gli storpi e gli sciancati , di raddrizzarsi.

Ma cosa avevano capito questi poveretti? Cosa aveva capito nel sogno Tiriddu?

Ora ai piedi della statua ardevano una distesa di ceri,salivano verso il suo viso sottili fili di fumo nerastro acre, tanto da provocare nuove lacrime.

Maria pianse a lungo, nella solitudine della notte, immersa in un mistero  a Lei altrettanto oscuro!

martedì 19 marzo 2024

Still Life

 

Still Life

(natura morta)

Peppino Bivona      


Come tutti i martedì sera RAI cinque ci propone dei film di notevole interesse, premiate dalle più famose giurie di Festival Cinematografici , senza interruzione pubblicitaria, perciò opere da non perdere. Così lo scorso martedì era in programmazione il film” Still Life” di Umberto Pasolini, vincitore al concorso per il “Leone D’oro” a Venezia.

La stessa sera e alla stessa ora ,su una rete televisiva si giocava una partita con il Napoli. I miei amici del Circolo non ebbero dubbi: scelsero il godimento pulsionale offerto dalla partita di calcio anziché le delicate emozioni, i profondi sentimenti promessi dal film. Ai tanti che hanno perso questa occasione li invito , qualora venisse riprogrammato a vederlo!

Ma cosa aveva di particolare questo film?Perché la Giuria di Venezia ha assegnato questo alto riconoscimento?

Narra la storia di un comunissimo impiegato comunale della South London, negli anni ottanta,di nome John May il cui compito era la ricerca dei parenti, ove fosse possibile,delle persone morte in solitudine e provvedere al funerale e la tumulazione ,ovviamente a totale carico del comune. John è un uomo meticoloso, raccoglie sul defunto tutte le informazioni possibili da quante persone lo avessero conosciuto e poi il prete ne tracciava l’omelia . Ma John faceva ancora di più: sceglieva le musiche da suonare in chiesa in funzione del loro orientamento religioso. Poi accompagnava il feretro, spesso e quasi sempre solo , fino alla tumulazione dove i poveretti riposavano in una tomba messa a disposizione del comune. Era la “cura” dovuta ai morti, alla pietas, alla misericordia , al doveroso omaggio che i vivi dobbiamo ai morti, accompagnandoli all’altra riva. Diversamente da Foscolo, John è convinto che, “ all’ombra dei cipressi e dentro l’urna confortato di pianto” il sonno della morte possa essere meno duro! Ma la morte non è l’ultima parola sulla vita.

Un tempo da noi nei funerali era uso che i parenti o gli amici offrissero al defunto un “ cruna” ovvero una corona di fiori sorretta da due leggeri sostegni a forma di triangolo. Intorno vi era cinta un nastro nero su cui spiccavano i caratteri giallo-oro. Erano scritte le ultime parole che i vivi affidavano ai cari defunti. Il contrasto del colore della luce, il giallo oro della vita e la base nera del nastro ,il buio imperscrutabile della morte. Queste crune accompagnavano il carro funebre portati a spalla da “ciccinupistapipi” e dall’inseparabile “ pippinaladdazza” e qualche altro. Precedevano il feretro , questi poveri cristi quasi a simboleggiare il vuoto della ragione ,l’insensatezza della morte o l’implosione di tutti i sensi che illusoriamente ci siamo costruiti nella vita terrena!

Ma la ritualità funeraria aveva come obbiettivo la “Elaborazione del lutto” ovvero la possibilità per chi resta di sopportare,superare, metabolizzare, il lutto ,il trauma della morte , ritornare a ri vivere. Tutto prendeva il via in chiesa, dai paramenti, decisamente viola, dalla lingua ,naturalmente il latino,e poi i canti che la chiesa da secoli aveva selezionato: i canti gregoriani. Direte,ma non si capiva niente! Ebbe, che cosa c’era da capire? Che parole puoi trovare per descrivere o commentare una tragedia? Cosa vuoi comprendere sul mistero della vita e della morte?Rimaneva questa “atmosfera” di colori, voci , note che ci coinvolge,ci trascendeva verso una dimensione quasi irreale . Non prima di lasciare il posto alle parole dell’Ecclesiaste” Polvere siamo e polvere ritorneremo”.

Dopo la chiesa il corteo funebre si allungava verso via della Vittoria ,il lungo budello di strada che conduceva al cimitero:la metabolizzazione del lutto richiedeva “tempo” e “spazio”. Al passaggio i negozi abbassavano le serrande .Fino all’abbraccio ,la “stretta di mano” finale al cimitero. Per chi restava, rimaneva l’obbligo di “ segnalare” , mostrare il lutto, Il nero della camicia,poi la coppola nera, la fascia al braccio sinistro,infine il bottone sempre nero sul petto. La elaborazione del lutto aveva anche i suoi tempi: dieci anni per il padre,cinque per un fratello. Se moriva un figlio il lutto era per tutta la vita: era l’evento più innaturale che si possa concepire!. Se le donne restavano vedove le chiamavano “cattive” ovvero prigioniere :Lutto per tutta la vita!

Poi arrivò la modernità ,non c’era tempo da perdere,sono tempi”morti” , il tempo è denaro ,siamo pratici!Non si può fermare il traffico per lasciar passare un carro funebre! Le musiche vibranti ed emozionanti li abbiamo sostituite con quelle noiose cantilene senza fine recitate a più non posso e infine un sbrigativo applauso finale ci riporta tutti alle nostre faccende giornaliere. Fu così che una ordinanza del sindaco rese i funerali più sbrigativi, pratici, con indiscusso risparmio di tempo. Ai pochi che si opposero ci fu il mio amico Giovanni che preoccupato, più o meno mi disse:


Si inizia a non aver rispetto per le cose,si passa poi a non curarsi degli altri e…si finisce per non rispettare neanche di 9se stessi”


Ma ci siamo dimenticati del film. Volevo segnalarvi una scena che mi ha colpito.

Nel suo lavoro quotidiano un giorno, John fu chiamato dal portiere di uno stabile dove da poco era morta una anziana donna. I due con discrezione visitano l’appartamento in cerca di indizi su qualche eventuale parente, anche se il portiere giura che la vecchia signora non aveva ricevuto nessuna visita. “Aspetta” disse John” Questa mi sembra una lettera indirizzata , credo alla figlia leggi: cara Dolly, ti voglio un bene dell’anima……”Il portiere restò perplesso,ma John ne trovò altre “ Cara mamma ti voglio….” Ma stranamente la lettera non era firmata, il portiere la prese tra le mani, si avvicinò alla luce della finestra e cosa vide…l’impronta della zampina della gatta che la signora chiamava Dolly.


mercoledì 21 febbraio 2024

L’asino della “gna Francisca”

 

Peppino Bivona

 

Restano ormai sfocati fotogrammi appiccicati debolmente alla memoria: le capre sfilano lungo la via Della Vittoria,composte, ordinate  come ammaestrate, si fermano, aspettano che il capraio finisca di mungere il latte, versarlo nel contenitore da un quarto o mezzo litro. La capra  dal mantello quasi tutto nero, ormai da anni si ferma da sola, sotto il portone della signora Antonietta, il latte  aveva un altro sapore, era più dolce!.

Quando il comune sistemò la via principale del paese il sindaco emanò una ordinanza che vietava l’attraversamento dalla via principale delle capre e la distribuzione del latte direttamente dagli animali. Gli animali di allevamento,continuava l’ordinanza, non possono essere ricoverati in paese neanche      in apprestamenti nelle periferie.

 Questa ordinanza sconvolse la vita e le abitudini lavorative dello”Zù Nino e della di lui moglie “gna Francisca”. I due anziani coniugi non avevano figli, possedevano una trentina di capre in un ricovero nella periferia sud del paese, accanto alla loro umile abitazione.

Per ovviare alla nuova emergenza “Zu Nino” prese in affitto un piccolo appezzamento di terreno con un precario rifugio per le capre,poco distante dal paese separato da un vallone. La nuova situazione arrecò non pochi disagi all’anziana coppia, la più adirata era la gna Francisca nel vedere il marito alzarsi prestissimo, mungere le capre ,portare il latte in paese a piedi e poi sempre in mattinata distribuirlo ai clienti.

“ Questa vita non può durare” diceva stizzita la gna Francisca  almeno avessimo un asino per il trasporto del latte!” Ma i due coniugi erano poveri, anzi poverissimi e quantunque sacrifici potessero fare non avrebbero mai raccolto la somma sufficiente per acquistare un asino.

Ma la gna Francisca non era donna da darsi per vinta,aveva una  sua indiscussa convinzione: solo alla morte non c’è rimedio!

Così  con la cautela e la discrezione che la contraddistinguevano allungava il latte con….l’acqua che poi il marito distribuiva!. Ci vollero un paio d’anni ma alla fine  raggranellarono un discreto gruzzoletto  sufficiente ad acquistare un asino. L’acquisto dell’asino alleviò non poco le fatiche all’anziano pastore e la stessa gna Francisca andava orgogliosa  dell’asino divenuto ora uno della “famiglia”.Tutto andava bene finché, una mattina di un piovoso novembre ,lu zu Nino dopo aver munto le capre ritornava con il latte a basto dell’asino . Era piovuto tutta la notte di una pioggia torrenziale  e attraversare il vallone non era cosa agevole, l’acqua si faceva sempre più impetuosa, non c’era alcun ponte ,ma solo dei grossi sassi disseminati tra le due sponde L’anziano pastore era consapevole del rischio,ma attendere o indugiare, avrebbe aumentato il livello dell’acqua. Così fattosi coraggio tenendo l’asino a distanza con le redini ,iniziò ad attraversare la pericolosa fiumara ,ma nello stesso istante che attraversava l’asino, una grossa onda di piena travolse  il povero asino strappando le redini dalle mani dello zu Nino.

La notizia si diffuse come un baleno in tutto il paese,sollevando la compassione da parte degli amici e vicini di casa i quali non persero tempo a far visita e portare una parola di consolazione alla gna Francisca.

La povera donna se ne stava seduta in un angolo buio della casa, con lo sguardo perso nel vuoto, a chi gli chiedeva come si sentiva,rispondeva con monotona cadenza senza alzare il viso e battendo le mani sulle ginocchia ripeteva:” Cu l’acqua vinni e cu l’acqua sinni iu”e replicava “ Cu l’acqua vinni e cu l’acqua sinni iu”(con l’acqua e venuto e con l’acqua se ne andato.

 

 

 

giovedì 8 febbraio 2024

Il filosofo della Magna – Grecia

 


 Peppino Bivona


Se qualcuno avesse dubbi sulla nostra provenienza greca, sarà sufficiente farsi una passeggiata in via Della Vittoria o in piazza V. Emanuele la domenica mattina o nel tardo pomeriggio.

L’” Agorà”è fittamente animata di persone di tutte le età e diversa estrazione sociale. Contestualmente in questa vasta rappresentanza paesana ,spiccano nuclei ,di due, tre ,quattro persone al massimo che procedono con singolare andatura. Intanto colpisce la loro lentezza,intervallata da breve soste, in relazione all’importanza dell’argomento trattato, come fossero virgole o punto e virgola in uno brano scritto. Il tono della voce, sempre basso per argomenti che richiedono riservatezza o l’onorabilità di qualche compaesana; diviene forte e deciso se si tratta di dare un giudizio ad un esponente politico avverso alla propria fazione. La gesticolazione delle mani è correlata armonicamente all’espressività del concetto da esprimere: si muovono in tutte le direzioni con una cadenza che ricorda un po il direttore d’orchestra. Ovviamente chi tiene il discorso in quel momento, ne decide l’andatura, le pause o eventuali accelerazioni.

Spiccava, come la personificazione più fedele al prototipo ellenico, un simpatico personaggio nostrano, rappresentativo della scuola di Mileto, ovvero “ Don Peppino Allaci, un presocratico, molto vicino al pensiero di Eraclito, lo “Scuro”.

Si, avete capito bene, il nostro don Peppino si esprimeva con iniziali aforismi, con uno stile ermetico ,quasi oracolare, di difficile interpretazione se non dopo un lungo e labirintico ragionamento . Tipica era la sua celebre frase: “O ogghiu o nozzulu” come a significare “ tertium non datur”.

Nella vita aveva esercitato il mestiere di muratore( da qui la sua raccomandazione: “ vi raccumannu, la martiddina sempre ammonnu!” un consiglio spassionato in omaggio al maschilismo più becero .

Abitava poco distante dalla via Della Vittoria e spesso veniva a sedersi al nostro circolo ,ascoltava intervenendo di tanto in tanto,con la solita formula:” Scusatemi ,voi che avete letto libri come “li scannaturi”: e giù esternazioni con profonde osservazioni e analisi politiche. Aveva la passione per la politica, militava nella Democrazia Cristiana , assegnandone un ruolo salvifico per la nostra patria.

Una mattina all’incrocio della “pillicola”un suo collega, giovane muratore, acquistava del pesce da Gennaro . Don Peppino presente, aveva seguito tutte le operazioni di compravendita del muratore e senza scomporsi

, rivolgendosi al giovane ,con un tono serio gli disse: “ Devi ringraziare a De Gasperi se puoi permetterti di mangiare pesce!” Il poveretto si vide preso dai turchi e rispose” lo debbo al mio onesto lavoro!”

Ma la frase di don Peppino ,che più di tutte ci colpiva, pronunciata a cadenza quasi regolare nella discussione con un suo avversario politico, suonava” Se, supposto che, l’acido fenico fosse olio d’oliva!”Questa frase mise a dura prova le intelligenze più fervide dei soci del Circolo Universitario e di Cultura”.L’oscuro” don Peppino con un sorriso beffardo l’asciava poco spazio di risposta all’avversario, ma comunque tale da concedersi una risata che faceva intravedere i pochi e radi denti rimasti davanti la bocca.

Ma,il Circolo Universitario e di Cultura ospitava una rilevante e nutrita presenza di avvocati e uomini di legge a cui non poté sfuggire un particolare: don Peppino tirava fuori questa litania solo e quando si scontrava con un avversario e in particolare ,comunista. Ora, dovete sapere, che in questo sodalizio il quotidiano più letto e sfogliato era (ed è) il Giornale di Sicilia ,un foglio, meticoloso e attento nel raccontare in particolare fatti di cronaca comprese quelle giudiziarie. Stante ché, tempo fa, nella cronaca di Agrigento viene riporta la notizia,che in un aula di tribunale, durante un processo, vede imputata una moglie che aveva avvelenato il marito , aggiungendo alla minestra acido fenico scambiandolo per olio d’oliva!

La poveretta accusata, continuava a ripetere cha aveva condito la minestra con olio d’oliva! Ne era convinta e sicura.! Ma il giudice inflessibile obiettava che l’acido fenico non è l’olio d’oliva! E’ l’olio d’oliva non poteva trasformarsi in acido fenico!

Il nostro don Peppino democristiano di “ferro” , quando in una discussione animata con un comunista, questi, voleva fargli comprendere che non erano più i rivoluzionari ,mangiapreti di una volta agli ordini di Mosca. I comunisti italiani dopo la svolta di Salerno avevano scelto la sfida della competizione elettorale, la via democratica, la scelta occidentale.

No!No! Rispondeva don Peppino “ L’acido fenico non potrà mai trasformarsi in olio d’oliva!!”

venerdì 19 gennaio 2024

L’ASINO “RISTUCCIARU” E LA REALTA’ “DEFORMATA”

  PeppinoBivona

 

Don Gaetano “lu uttaru” riparava botti ,ne curava la manutenzione prima della fermentazione e alla fine eseguiva a domicilio i travasi. Per il trasporto si serviva del suo inseparabile asino pantesco a cui affidava il traino di un singolare carretto : basso,stretto e lungo.

Il vecchio asino era sempre vissuto in paese e, a differenza dei suoi simili, impiegati nei lavori agricoli, non aveva mai, dico mai!,assaporato una boccata di erba fresca.

Era, quello che in gergo paesano veniva definito un “scecu ristucciaru”,ossia cresciuto con una alimentazione a base di sole stoppie di cereali.

Don Gaetano, egoisticamente se n’era fatto una ragione: non essendo aduso lo stomaco del suo asino, ormai da tanto tempo, a quell’età rischiava di provocare difficoltà digestive se non addirittura congestione.

Così lo guardava bene da ogni possibile od occasionale tentazione e per rompere la monotonia della paglia, di tanto in tanto allungava alla povera bestia una “manata” di fieno

Tuttavia da un po’ di tempo il vecchio “uttaru” assisteva ad un fatto inconsueto a cui non riusciva a dare una spiegazione logica.

Al sopraggiungere ogni anno della stagione primaverile, l’asino emetteva spesso e volentieri lunghi e rabbiosi ragli, tanto da innervosire tutto il vicinato!

Era forse il profumo dell’erba fresca, appena falciata. che i contadini la sera di ritorna dalla campagna trasportavano a basto dei muli? Oppure la bella stagione risvegliava un mai sopito istinto sessuale, ossia la voglia di femmina?

Don Gaetano il dilemma lo risolse casualmente un tardo pomeriggio ,ollorchè “lu zu Jacu “lasciò per un attimo incustodita la sua asina carica di due voluminosi fasci di sulla ,proprio vicino la bottega di Don Gaetano e a poca distanza dal nostro asino.

Saranno state certamente quelle infiorescenze rosso-granato che emergevano dalle verde foglie di sulla,fatto sta che la debolezza asinina ebbe il suo epilogo: poté più la fame di erba fresca che ogni possibile altra voglia repressa!

Si avventò con indescrivibile voracità, con la bocca spalancata su quei teneri germogli e…poco mancava che la povera asina finisse strattonata per terra!

C’e voluto un bel po’ perché don Gaetano, aiutato dallo“zu Jacu” riconducessero l’asino alla ragione.

Sta di fatto che da quel giorno la povera bestia non era più se stessa, alla connaturata tristezza si aggiunse la svogliatezza, rispondeva con ritardo al comando e talvolta non rispondeva affatto: un complesso quadro sintomatico che don Gaetano sentenziò:” lagnusia”.

Trascorsero alcuni giorni e non si notava alcun miglioramento anzi, sembrava addirittura che l’asino non avesse più voglia di campare, rifiutava il cibo!

Don Gaetano non era uomo da darsi facilmente per vinto e avendo, per un suo indiscutibile principio, poca stima degli uomini (figurarsi per gli animali!) pensò bene di assecondare l’asino nell’ insana voglia di erba fresca, ma…a modo suo!

Così la sera terminato che ebbe il lavoro di bottega. tirò fuori un paio di

vecchi” paraocchi”, in disuso, di quelli per intenderci che si applicavano agli animali adibiti al “giro” della “senia”

Con indiscussa maestria il vecchio artigiano incastonò a mo di occhiali due fondi di bottiglia del tipo verde intenso adattandoli per bene alla cavezza.

La mattina di buon ora sistemò senza alcuna difficoltà gli “occhiali" all’asino e senza perdere tempo gli lanciò una grossa “manata”di paglia,la stessa che il giorno prima aveva rifiutato.

Don Gaetano non credette ai suoi occhi! L’asino balzò con lo scatto di una molla e prese a divorare la paglia con la stessa avidità con cui giorni prima aveva addentato il fascio di sulla.

Ma c’era di più! La convessità dei fondi di bottiglia avevano “trasformato” anche i più sottili fili di paglia in gustosi , succulenti e teneri germogli .

Nel gustarsi lo spettacolo don Gaetano rideva soddisfatto e dondolando la testa pensava tra sé e se:”Ma guarda un po’ come basta così  poco per rendere felice una bestia.”

 

Ciò che il vecchio “uttaru” non poteva neanche lontanamente immaginare e che un giorno si poteva ripetere la scena …ma questa volta con le persone umane! Sostituendo i rozzi ed ingombranti “occhiali” di don Gaetano, con più sofisticati strumenti mediatici capaci di “alterare” e “deformare” la realtà con la stessa disinvoltura con  cui si avvalgono  i più consumati prestigiatori.

Il gioco è sempre lo stesso: offrire immagini della realtà sempre più scissa e disgiunta dalla sua originaria “matrice”.

Accade cosi che attraverso le tante “reclame” per i prodotti alimentari confezionati dall’industria passano immagini mediatiche quasi sempre associate alla visione di leggiadre e sinuose ragazze perfettamente in forma quasi che l’espressività fisica sia il naturale risultato del costante consumo  di brioche o merendine vari.

In un balordo “carosello” di immagini ,musiche e doppi sensi,con una efficacia quasi subliminale,i messaggi vengono naturalmente “interiorizzati” traducendosi in particolare negli adolescenti in comportamenti e abitudini alimentari errati.Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti:Più del 25% degli adolescenti sono obesi!

I tentativi di arginare una così perniciosa tendenza ha  coinvolto il ministero della Sanità e quello dell’Agricoltura per ovvie ragioni .Ma  non tutte le regioni hanno attivato unicità di comportamento preferendo alcune privilegiare il “fumo” anziché “l’arrosto”

Se volete un esempio abbastanza eloquente lo si può cogliere dall’esperienza avviata in questi anni a proposito di “sedicenti”programmi di educazione alimentare svolte nelle scuole ai quali il nostro Assessorato all’Agricoltura non ha risparmiato “uomini “ e “mezzi”

Questi programmi nascono da un ingenuo equivoco di fondo: si scambia per “educazione alimentare”lavoro complesso,articolato e interdisciplinare,dagli esiti non sempre scontati ,con un abituale ,,ordinario e comunicativo “informazione alimentare”.   

Così sarebbe interessante conoscere quanti alunni in una qualsiasi scuola elementare hanno ,a seguito dell’intervento “educativo”,abbandonato la cattiva abitudine di fare colazione con prodotti ricchi di grassi idrogenati e siano convertiti alla più salutare frutta di stagione.

Siamo convinti che,aldilà delle buone intenzioni,abbiamo speso tempo e risorse preziose in una colpevole ingenuità , quasi che bastasse qualche ora al mese per illustrare i vantaggi della frutta e verdura e quant’altro contribuisse al buon stato di salute ,sottovalutando  lo strapotere  mediatico delle multinazionali dell’agro-alimentare che confortati dal felice esperienza dell’asino di don Gaetano rendono “felici “milioni di consumatori!