mercoledì 30 maggio 2018

Sciacca, Convegno dell'Ente di Sviluppo Agricolo

2018 Anno del cibo italiano:

 il ruolo dei Borghi GeniusLoci De.Co. 

 Convegno dell'Ente di Sviluppo Agricolo della Regione Sicilia all'Istituto Calogero Amato Vetrano di Sciacca











Nella circostanza è stata presentata dal vicesindaco di Montevago Giuseppe Arcuri e dallo chef Francesco Mauceri la 'cassatedda sfigliuliata' Il Comune di Montevago guidato dall'On Rita La Rocca Ruvolo, ha avviato il percorso Borghi GeniusLoci De.Co.





Con la cerimonia di consegna dei riconoscimenti di Custode dell'Identità Territoriale all'Istituto 'Amato Vetrano' e Leader&Leader all'imprenditore di Burgio Ciro Miceli si sono conclusi i lavori dell'incontro moderato da Lillo Sardo, consigliere di amministrazione dell'Esa, aperto dall'indirizzo di saluto del dirigente scolastico Caterina Mulè e del presidente nazionale della Fijet Italia Giacomo Glaviano.

Sono seguite le relazioni di Nino Sutera    ideologo del percorso     sui Borghi GeniusLoci,    di Giosuè Catania sull'identità come valore, i quali hanno stigmatizzato che si tratta di una occasione importante per valorizzare e mettere a sistema le tante e straordinarie eccellenze e fare un grande investimento per l'immagine del nostro Paese nel mondo.




Il percorso Borghi GeniusLoci De.Co. È un percorso culturale che mita a salvaguardare e valorizzare il 'locale', rispetto al fenomeno della globalizzazione, che tende ad omogenizzare prodotti e sapori. Il Genius Loci rappresenta l'essenza, l'identità di un territorio; ad appartengono le immagini, i colori, i sapori e i profumi dei paesaggi. Obiettivo del percorso recuperare l'identità di un luogo, attraverso anche la valorizzazione delle prodzioni di eccellenza e delle tradizioni storiche e culturali dello stesso, al fine di ottimizzare la competitività, Abbiamo un patrimonio unico al mondo che grazie all'Anno del Cibo potremo valorizzare ancora di più, una vera attrazione turistica capace di muovere un target di viaggiatori che la letteratura internazionale definisce 'foodies' viaggiatori sensibili al patrimonio culinario locale e non solo.










giovedì 17 maggio 2018

Accamora


“Tutto su mia madre” Almodovar o Mannina
Di Peppino Bivona
Dopo aver visto la rappresentazione teatrale di Paolo Mannina proposta dal Comune di Menfi e dalla locale Consulta delle Donne,al centro civico di Menfi, proporrei al bravo autore (e attore) sambucese di modificare il sottotitolo della sua pièce  ovvero “ Tutto sulla mia mamma “.
La distinzione non è di poco conto, anzi direi che questa fatica teatrale è l’ultimo canto alla “mamma” cosi come c’è stato declinato  negli anni passati in tutte le versione canore o sdolcinatamente poetiche .
Mi dispiace, ma la” madre” è un’altra cosa : è qualcosa di più complesso , articolato ,problematico. Le prime  crepe o meglio rotture, c’è li propone Pier Paolo Pasolini con “ La Ballata delle Madri “ o la più toccante “ Lettera a mia madre” con questi versi dà una sonora mazzata al mammismo italico, alla sua stucchevole apologia su cui si erano abbeverate la retorica risorgimentale e successivamente il fascismo.
Tuttavia dobbiamo aspettare l’ultimo decennio perché una rilettura in chiave psicoanalitica del comportamento genitoriale potesse finalmente farci comprendere la complessità del ruolo materno.
La madre e, pertanto la donna, è la sola che fa esperienza dell’alterità, ovvero dell’altro da se,  la sola che sa “amare”. Quando veniamo al mondo la madre è la nostra prima soccorritrice , la prima a rispondere al primo vagito, al nostro angosciante  grido quando siamo “buttati “ fuori dalle sicure e comode pareti del grembo materno. Per mesi attraverso la nostra pelle a contatto con quella della madre proviamo ad esplorare il mondo circostante e attraverso i suoi  occhi scrutiamo le misteriose cose che ci circondano. C’i fidiamo di lei, del suo sguardo rassicurante , della benevolenza, dell’accoglienza, della sua dolcezza.
E’ cosi che esploriamo il mondo nei nostri primi anni di vita ,attraverso gli occhi e il viso della madre,  ne percepiamo la serenità cosi come ahimè anche, la tensione, lo stress. Poi, piano piano ,costruiamo le nostre mappe cognitive e pari passo quelle emotive. La madre in questo frangente non deve mancare assolutamente, deve rispondere ai nostri mille “perché”, soddisfare le nostre molteplici curiosità in un clima di sicuro affetto. Non ci sono surrogati che valgano a sostituirla: ne va della nostra personalità, della nostra identità!. Se non  riusciamo a costruire, entro i primi cinque anni di vita, le nostre mappe emotive ,non li ricostruiamo più!!
Poi arriva inesorabilmente il tempo “ dell’abbandono”, del taglio simbolico del cordone ombelicale : abbiamo il diritto dovere di vivere  la nostra vita senza il fiato sul collo della madre o dei genitori, vogliamo prenderci la nostra autonoma esistenza.
Qui entra prepotentemente in gioco la mamma di Mannina: non riesce ad “abbandonare “ non li vuole “perdere” i suoi figli. Persiste caparbiamente nel suo ruolo protettivo-possessivo:   non si può resistere a questo smisurato amore filiale!
Noi non conosciamo bene le vicende familiari della famiglia Mannino ma possiamo supporre che dopo la morte del padre, la madre abbia straripato tutto il suo amore sui figli. I figli rappresentano la sua unica e sola ragione di vivere, un senso alla sua stessa esistenza . Persa la speranza di vivere la dimensione femminile . non le resta  che aggrapparsi ai figli con un sofferente- godimento- attaccamento, li fagocita, li tiene strette tra le sue amorevoli fauci, quasi a togliere loro la stessa aria per respirare: tutto farcito da affettuose ,calde premure.
Nelle pieghe dei dialoghi tra madre e figlio aleggia il fantasma “incestuoso”, manca la simbolica della castrazione, insomma manca il padre, ovvero la legge su cui poggia il limite e da cui prende avvio il desiderio. Ma  oggi ,ahimè, il padre è “evaporato” e i nostri figli “vogliono” ma non desiderano!
Meno coinvolgente, almeno per lo spettatore, sembrano i rapporti chiaro-scuri tra  madre e figlia restano sommersi, sottesi, il tentativo di esprimere, quest’ultima, la sua femminilità  si scontra con l’immenso e spesso devastante enigma della sessualità.
Oggi, accade  che le madri, consapevolmente ma più spesso inconsapevolmente, declinano la maternità attraverso molteplice irregolarità, in tempi di emancipazione femminile e nell’età della tecnica,  quotidianamente assistiamo sempre più a comportamenti maschili aberranti ,fuori dalle norme del vivere civile, non riusciamo a darci una ragionevole spiegazione! Il dilemma sembra custodito tutto e per intero nel grembo e nella psiche della madre -donna.

Forse sulla parola amore  abbiamo attribuito contenuti  eccessivamente impegnativi, di tutto e di più , abbiamo inflazionato il suo significato fino  a svuotarlo dell’originaria espressione. Per non fala lunga e non annoiarvi suggeriamo alla mamma di Mannina  di riflettere su una definizione di Lacan : “ Amore è dare ciò che non si ha”, perché dare ciò che si ha è un semplice gesto di carità cristiana.  

martedì 1 maggio 2018

Un piano per l'agricoltura dell'isola


Potrebbe sembrare fuori luogo, ma in Europa ormai si discute sulla programmazione post 2020, considerato che la programmazione del periodo 2014/2020 ha esaurito le strategie, gli obiettivi e in alcuni casi le risorse.

Vero è non in tutta Europa, alcune regioni  per esempio hanno ancora molto da lavorare, per riuscire, no a spendere le risorse pubbliche, ma a dare risposte concrete al mondo rurale
L'iniziativa voluta dall'On Valentina Palmeri ha anche  il pregio  di inaugurare una nuova stagione per l'agricoltura,  coerente con le necessità del contesto rurale  della Sicilia. 



I lavori, aperti dall’Assessore all’agricoltura Edy Bandiera, prevedono gli interventi  dell’europarlamentare Ignazio Corrao e le due deputate regionali Valentina Palmeri   e Angela Foti e dell’agronomo Guido Bissanti.

Fare rinascere l’agricoltura siciliana seguendo un modello capace di coniugare promozione e salvaguardia delle produzioni tipiche e autoctone, produttività, biodiversità e gestione etica della terra. Qualcuno potrebbe definirlo il progetto velleitario di qualche sognatore. Per il Movimento 5 Stelle siciliano è, invece, la visione strategica per trovare una via d’uscita alla crisi di gran parte dei comparti agricoli siciliani. Su questa proposta i 5 Stelle vogliono confrontarsi con gli attori principali dell’agricoltura siciliana il prossimo 7 maggio (inizio ore 9) durante un incontro dal titolo “Un piano rurale siciliano per far rinascere la nostra agricoltura” che si terrà nella sala Piersanti Mattarella di Palazzo dei Normanni.
Il dibattito su quale modello possa essere vincente per un economia agricola, ancora importante per la Sicilia, ma in pericoloso declino (basta pensare alla crisi che ha investito i comparti dell’orticoltura in serra e della cerealicoltura) è quanto mai attuale. Ora che, dopo le promesse e gli impegni dell’attuale Governo regionale, si dovrebbe porre rimedio ad una programmazione dei fondi strutturali che ha escluso e penalizzato un’ampia platea di aziende e in particolare quelle di minori dimensioni che rappresentano la classe di ampiezza più diffusa nella regione.
La proposta su cui   riflettere è basata sulla consapevolezza che il modello della moderna agricoltura è caratterizzato da una forte impronta ecologica: cioè consuma molta energia, produce molti gas serra, riduce il grande patrimonio della biodiversità e spesso incide negativamente sulla salute (le merci che arrivano da lontano perdono le qualità organolettiche e nutrizionali e in alcuni casi si caricano di microrganismi nocivi). E, infine, ma non in ordine di importanza, impoverisce le famiglie che basano il loro reddito sull’agricoltura.
E allora? Il modello di produzione agricola in Sicilia va reindirizzato verso tecniche ecosostenibili capaci di salvaguardare la biodiversità. E siccome a maggiori distanze percorse corrisponde una maggiore impronta ecologica (a cominciare dalla maggiore produzione di CO2), l’agricoltura isolana va caratterizzata da una parte promuovendo le produzioni tipiche e autoctone (che tra l’altro richiedono minor controllo chimico) e dall’altra supportando le aziende a conduzione familiare con adeguata ampiezza aziendale.

domenica 15 aprile 2018

Il cavaliere Giuseppe Volpe


Il cavaliere Giuseppe Volpe
(Peppi  Vurpi)





di Peppino Bivona
  
Al circolo Universitario quel pomeriggio  le ore trascorrevano   lente e pigre, quando in lontananza sentimmo il rumore delle
saracinesche abbassarsi con  sincronica sequenza, l’ultima, quella più rimbombante, che destò i più intorpiditi, arrivò dalla
rivendita di tabacchi  di don Lillo  Tavormina, di fronte al nostro Circolo  .  
 Ricordo che la buonanima di Filippo Alesi,  a cui la curiosità non faceva difetto, si alzò , apri l’ampia  vetrata che dava sulla strada ed esclamò 
“Si portano a Peppi Vurpi|!”
 I più, noncuranti, non si distrassero più di tanto, continuarono la lettura del giornale, ma Filippo mi rivolse lo sguardo e dal segno della testa, compresi ch’era doveroso tributare un ultimo saluto a questo singolare personaggio che per più di mezzo secolo fu protagonista delle vicende menfitane .
Ci accodammo allo striminzito corteo funebre , poche persone , ancor meno la presenza di  parenti.
  
Di Peppi Vurpi eravamo attratti  da una singolare curiosità, in modo   particolare dopo aver letto la sua intervista rilasciata a Danilo Dolci in “ Spreco” .Una personalità  dall’aspetto modesto  e dai
modi semplici, ma che inevitabilmente lo troviamo al centro dei nodi cruciali della vita politica
menfitana, tra vicende storiche complesse  e talvolta complicate ,che per anni hanno animato  accesi
dibattiti  dando luogo a giudizi contrastanti.
Per anni lo abbiamo visto seduto dietro il bancone della rivendita di tabacchi in via
della Vittoria, con lo scialle sulle gambe, premurosamente accudito dalla moglie e dalla
cognata santamariganterese.
 “ Cavalè ,una nazionale ed una esportazione senza filtro”  e lui calmo e docile apriva la bustina ed
introduceva le due sigarette per 20lire. Dietro il bancone sembrava piccolo ,piccolo, eppure  per questo paese  era stato un “Gigante”
La lunga strada che porta al cimitero conta un paio di kilometri , non molti  ma neanche pochi ,in verità sufficienti a meditare sulla vita del defunto, quasi a consentirne un singolare bilancio, certo disgiunto  dalla pietà che si deve  per chi lascia  questo mondo.
“Resta nella storia” dissi rivolgendomi a Filippo e rompendo il silenzio “Che un ammanco di grano di diversi quintali sottratti alla Cooperativa Colajanni, nel dopoguerra, possa essere imputabile ai  passeracei voraci che ,cip cip ,giorno e notte  trasportavano attraverso una finestrella ,nei loro nidi gran parte del grano stoccato in magazzino”
Filippo, rallentò un poco il passo, poi riprese” La verità è che voi comunisti non l’avete mai “digerito” un uomo che non fosse legato ad alcuna ideologia, fuori dagli apparati, che pensa con la sua testa: vi risulta alquanto scomodo. L’esproprio del feudo Fiore  resta il suo vero “capolavoro” .Ti sei mai chiesto perché solo a Menfi il movimento “Reduci e Combattenti” divenne vincente? Perché a Ribera come in altri paesi non avvennero alcun esproprio? Peppi Vurpi ebbe l’intelligenza di motivare l’esproprio del feudo Fiore non solo per distribuire le terre ai combattenti ( come era stato promesso da Diaz sul fronte del  Carso) ma legarla ad una giustificazione di natura sanitaria ,ovvero quei terreni incolti o scarsamente coltivati erano la vera e principale fonte di malaria”
Restammo un po’ indietro  in previsione che la discussione potesse accendersi.
Replicai:”L’esproprio del feudo Fiore è ancora tutto da scrivere. Resta comunque il fatto che Peppe Vurpi non ha mai creduto alla Riforma Agraria, neanche quando nel dopoguerra militò nelle file del partito Comunista. Anzi molte delle sue azioni furono indirizzate a contrastare i pur minimi tentativi di espropriazione di terreni incolti o scarsamente coltivati”. Filippo si fermò accese la sigaretta e replicò “ Se dobbiamo dire la verità, e si eccettua qualche dirigente regionale ,come Li Causi, il partito Comunista nazionale non aveva capito niente dei problemi della terra e dei contadini. In fondo restava prigioniero della visione marxista-leninista, dove la classe operaia era la sola designata a realizzare la rivoluzione”
Ora si vedevano i primi alberi lungo la strada del camposanto. Capii che Peppi Vurpi  ,per meglio “decifrare” la sua vita avevamo bisogno di molti altri Kilometri            

 Il corteo si arrestò al cancello del cimitero , tra i pochi che si avvicinarono alla bara  scorsi
l’ingengnere “Sasa” Li Petri.  Alzo il suo lungo braccio, come a chiedere attenzione e con voce
commossa rotta dall’emozione esclamò :
“ Peppe questo paese  ti ha lasciato  solo   non ha  avuto il “coraggio”  di riconoscere i tuoi meriti ,
il tanto bene che hai fatto per loro.
Sono rimasti a casa  hanno avuto “paura” di tributarti  l’ultimo saluto!
 Ma io sono certo  che un giorno i loro figli e nipoti ti saranno grati per quanto  hai saputo fare
 per questa  comunità.”
Il geometra Rosario Li Petri non parlava molto ma quel pomeriggio  aveva una gran voglia di
raccontare come erano andati i fatti !
Tra i tanti che erano rimasti a casa c’erano alcuni che non hanno mai condiviso il trasformismo di Peppi Vurpi ,  considerandolo privo di una coerenza ideale e politica
.
Resta innegabile che Il nostro Peppe da vero contadino  aveva saputo interpretare quell’atavica “fame “ di terra , Quella terra 
che quei “dannati “ se la sentivano addosso come una seconda pelle.  Questa terra da lavorare , che esigeva
fatiche quasi disumane,  da mattina a sera , col cado e con la pioggia o col vento, tutti i santi giorni:  doveva
essere  Sua,aveva il sacrosanto diritto di averne il pieno e totale possesso!
 Il frutto del suo sudore non andava spartito con nessuno!
 Oggi  a distanza di molti anni  attraversiamo  distratti  queste nostre campagne menfitane , godiamo
di un paesaggio agricolo unico ed inconfondibile, espressione di una ruralità ,un  tessuto  sociale,  di una 
struttura  economica   felicemente  e armoniosamente  combinati.
Ebbene , Si, questo piccolo miracolo  lo dobbiamo in buona parte  a questo piccolo modesto lungimirante contadino

martedì 20 marzo 2018

San Giuseppe, Santo protettore della dieta mediterranea


Giuseppe santo protettore della Dieta Mediterranea. E’ questa l’idea che Mario Liberto, scrittore e giornalista siciliano, presidente regionale di ARGA Sicilia e vicedirettore di Sicilia Agricoltura, ha proposto a Chiusa Sclafani nel corso dell’incontro dei poeti Lilibetani con la comunità di Chiusa Sclafani nel corso della festa di S. Giuseppe.

L’intuizione scaturisce dall’analogia del “cibo della provvidenza” degli altari e delle tavolate dedicate al Patriarca S. Giuseppe, rigorosamente poveri costituiti da legumi, cereali, ortaggi, verdure spontanee, tutti afferenti, agli alimenti della Dieta Mediterranea.
Un legame che ha un fondamento religioso, storico e culturale. Le pietanze sangiuseppine rispecchiano quelle connotazioni scientifiche e peculiari di quella dieta che fu propugnata per la prima volta dal grande nutrizionista americano Ancel Keys, a seguito dei risultati di quel poderoso studio che fu il Severi Countries Study, un’indagine durata dieci anni dalla quale emerse che, tra le nazioni considerate, l’Italia e la Spagna presentavano la più bassa incidenza di morti per infarto del miocardio. Uno studio che confermò, tra l’altro, che tale protezione non era dovuta a un fattore genetico, ma alimentare.
I piatti devozionali di S. Giuseppe sono uguali a quelli della Dieta Mediterranea. Infatti, sono totalmente banditi dalle tavolate e dagli altari carne, uova, latticini e formaggi. Un tabù alimentare che trova riscontro anche perché S. Giuseppe si festeggia sempre in periodo quaresimale, durante il quale, tradizionalmente, ci si astiene o si limitano queste pietanze con assenza di contenuto di proteine animali che, tra l’altro, interferiscono nel metabolismo dei grassi innalzando il livello del colesterolo.
Le popolazioni dei paesi del Sud, per la festa del Santo, nella tradizione popolare ritenuto protettore degli orfani, delle ragazze nubili, dei poveri, della santa Provvidenza e avvocato delle cose impossibili, preparano dei piatti poveri, quelli che scientificamente sono chiamati fitoalimurgici, cioè le piante spontanee commestibili.
Un campionario alimentare davvero singolare ognuno con una propria specificità gastronomica e medica che la natura, provvidenzialmente, nel periodo dell’equinozio primaverile, copiosamente elargisce per purificare l’organismo dai grassi alimentari che si sono accumulati durante l’inverno.
Oltre alle verdure spontanee e gli ortaggi di stagione, la festa di S. Giuseppe, apre le porte alla primavera e quindi nuove produzioni soprattutto legumi e cereali; pertanto, quelli dell’anno precedente sono interamente consumati, spesso da soli a volte o in combinazioni di cereali, realizzando così, un’alimentazione proteica equilibrata.
I legumi, sia per la quota delle proteine (che si integrano con quelle dei cereali), sia per la presenza del ferro, e inoltre per la ricchezza di fibre, assumono una particolare importanza nell’ambito della Dieta Mediterranea. Le fibre, infatti, oltre a migliorare la funzionalità dell’intestino, riducono le forme di stitichezza, tanto abituali nella nostra civiltà contemporanea; riducono anche il rischio del tumore del colon e svolgono un’indiretta, ma efficace, azione protettiva nei confronti del diabete, dell’ipercolesterolemia e dell’ipertrigliceridemia.
Tra i piatti di S. Giuseppe non mancano: pasta e ceci, pasta e fagioli, pasta e lenticchie, ecc. Pietanze cucinate all’esterno dell’abitazione, in grossi pentoloni dal devoto “quarari sacri”, il quale, a Grazia ricevuta, offre gratuitamente un piatto di pasta e legumi a tutto il vicinato. Sebbene le proteine siano presenti in notevole quantità, la loro biodisponibilità è piuttosto bassa, inferiore a quella delle proteine che si trovano in  altri alimenti di  origine vegetale. Questa bassa digeribilità (60-80%), le  cui  cause non sono ancora del tutto chiare,  sembrereb- be legata principalmente a due fattori: la particolare struttura di alcu-e frazioni proteiche  resistenti  all’azione delle proteasi  e la  presenza di  fattori endogeni  (polifenoli, fitati, fibra, inibitori di  proteasi, lectine), detti fattori antinutrizionali, capaci di interferire attraverso diversi meccanismi con l’utilizzazione delle proteine”.  (Arcari Morini D., D’Eugenio A., Aufiero F.).  Difficoltà che viene superata  grazie ai  lunghi tempi di cottura cui  i legumi vengono abitualmente sottoposti. Infatti, una buona parte di questi composti risultano assenti al momento del consumo, e le proteine risultano denaturate, tutto ciò  determina una migliore digeribilità dei legumi e un  maggiore assorbimento.
La qualcosa, consiglia, di associare e integrare l’uso dei legumi con quello dei cereali (relativamente poveri di lisina), per ottenere una miscela il cui valore biologico è paragonabile a quello degli alimenti di origine animale: pasta e fagioli, pasta e ceci, riso e piselli ecc.
I legumi, allo stato secco, sono anche ricchi di glucidi complessi, amido e fibra solubile. Il loro contenuto di glucidi, mediamente, è di oltre il 50%; il principale è l’amido (con contenuto superiore al 40%), seguito da pentosani, destrine, galattani. Pertanto il loro valore calorico è elevato e li rende un’ottima fonte di energia. Su tutti la fanno da padroni ceci e fave abbrustolite “ciciri e favi caliati” da distribuire ad amici e parenti che vengono a far visita al Santo della Provvidenza.
La tradizione o se volete il Santo, pretende anche una variante gastronomica più gustosa: pasta (bucatino), finocchi e sarde cosparse di mollica abbrustolita e dolcificata con lo zucchero. Guai a sgarrare. Il santo potrebbe arrabbiarsi.
Comunque sia, la centralità della festa al padre putativo di Gesù è il pane. La “Grazia di Dio” che come dice Cirese, «…si presenta in forma ambivalente: buono da mangiare diventa anche buono a comunicare. Cioè capace di veicolare immagini o più esattamente significati che sono diversi dal semplice ed elementare significato di essere se stesso, e cioè pane da mangiare». Il pane è anche segno e rappresentazione. I pani votivi non sono, infatti, solo beni alimentari: erano, e continuano a essere, anche autentici capolavori d’arte plastica effimera, adesso degni di essere usati come soprammobili e un tempo come preziosi talismani, capaci di consentire alla povera gente di affrontare «in regime protetto», come soleva dire Ernesto De Martino, «la presenza del negativo nella storia». Durante le tempeste, quando la natura può mettere in pericolo la vita della comunità, si spezza un pezzo di pane benedetto e si butta in strada, recitando una colorita orazione a Santa Barbara, la miracolosa Patrona dei fulmini, cui si è ispirato, in un suo celebre romanzo, lo scrittore sudamericano Jorge Amado.
Quindi, piatti vegetariani a Km 0, le cui proteine sembrano ridurre e migliorare l’at­tività degli scambi del colesterolo stesso a livello dei recettori specifici cellulari.
Nel pranzo di S. Giuseppe entra obbligatoriamente l’olio di oliva, che oltre a presentare una migliore resistenza al deterioramento perossidativo, ciò non solo per la sua ricchezza in monoinsaturi, quanto anche per la presenza nell’extravergine di agenti antiossidanti, to­coferoli e polifenoli, al centro oggi dell’attenzione degli studiosi per la loro azione protettiva nei confron­ti delle malattie cronico-degenerative.
L’antipasto di S. Giuseppe prevede 3 spicchi di arancia e una sarda salata; quest’ultima è ricca di acidi grassi omega-3, che contribuisce, unitamente all’olio di oliva, alla protezione contro le malattie cardiovascolari.
I car­boidrati presenti nella Dieta Mediterranea (55 – 65% delle calorie totali, rappresenta­ti in prevalenza da car­boidrati complessi: pa­ne, pasta, legumi. Il pane e la pasta non vanno considerati soltanto come fonte di energia, ma anche come fonte di proteine di discreta qualità e di vitamine E, Bi e B2.
L’altare va adornato con frutta e verdu­re fresche, e quindi deve essere valutato il loro contenuto in fibre, sali mi­nerali e vitamine.
Naturalmente sotto gli occhi del Santo non manca mai la frutta secca. Purché non se ne abusi, è un vero alimento-medicina ed ha molte proprietà e benefici per la salute. Noci, nocciole, mandorle, pistacchi sonocostituiti da grassi (monoinsaturi e polinsaturi), ed anche proteine, fibra, vitamina E, vitamine B1 e B2, calcio, ferro, potassio, magnesio, acido folico e molti altri fitonutrienti.  E’ consigliabile consumare giornalmente una piccola quantità di frutta secca che contiene Omega 3 e Omega 6 capaci di mantenere cuore, vasi sanguigni e cervello in salute.
I dolci di san Giuseppe sono costituiti dalle sfince e dalla pignoccata. Due dolci che hanno a che fare con il miele e che occupano un posto secondario nella Dieta Mediterranea   
La pignoccata pare derivi dai “mylloi” o “mylli” (dolci con sesamo e miele usati nell’antichità per le feste di Demetra e Kore) pare che avessero forme di pube e anche fallica. Il nome lo trae dalla caratteristica forma di pigna, anche se, talvolta, assume la forma di un vero e proprio cono che, nella simbologia spiritua­le cristiana, indica il processo di elevazione dalla materia allo spirito, dalla terra a Dio.
La sfincia è il dolce più antico della storia dell’umanità. Camuffato con il nome di frittelle lo troviamo in centinaia di pagine della Bibbia, Corano e vari libri storici. Si tratta di paste, azme o più o mene lievitate. Dolce o salate, ma comunque, sfinci.
L’origine è berbera, visto che dolci simili sono conosciuti nel Nord dell’Africa e si chiamano anche lì, sfinci, dall’arabo “sfang” col quale viene indicata una frittella di pasta addolcita con il miele. Questo dolce, insieme al pane antropomorfo e alle tradizionali vampe erano ricorrenti nelle feste romane dedicate al Liber pater un particolare S. Giuseppe della vita precristiana.  
Il vino rosso, in dosi limitate, che non dispiace al Santo falegname, è sempre presente sugli altari e tavolate, a volte in quelle singolari caraffe riempiete misteriosamente con metà acqua e metà vino, accompagna i pasti con l’effetto favorevole di favorire la digestione a il livello metabolico, con una riduzione del colesterolo totale e un aumento del colesterolo-HDL (noto anche come “colesterolo buono”); va rilevato inoltre che nel vino sono contenuti dei potenti antiossidanti polifenolici, come il resveratrolo, la quercetina e la catechina.
Pippo Oddo sostiene che: «Farsi devoto di S, Giuseppe è come stipulare un’assicurazione contro le avversità della vita. Malattie, fame nera e terremoti, carcere, invasione di caval­lette. Per ogni disgrazia trova una soluzione, il paziente sposo della Vergine Maria». Nonostante la Dieta Mediterranea sia sotto la protezione dell’UNESCO, contro la globalizzazione ha anche bisogno di una protezione divina, e S. Giuseppe padre putativo di Gesù, per le motivazioni esposte può assolvere anche al ruolo di protettore spirituale

giovedì 15 marzo 2018

La Comune della “Piccola Parigi”


La Comune della “Piccola Parigi”
di Peppino Bivona

A cinquant’ anni dal terremoto del 1968

Sono trascorsi cinquant’anni da quel tragico evento,  in quella fredda notte di gennaio del 68 il sisma scosse non solo le nostre strutture abitative ,ma fece vacillare  le nostre  menti ,ci lasciò per alcuni mesi storditi come pugili suonati, incapaci di renderci conto di ciò che era successo. In particolare  lo sguardo verso il futuro non era più percepito come una speranza pregno di “positività” ,  bensì un futuro senza avvenire, fessurato, lacerato da incertezze fino  a sfociare nell’inquietudine. Divenne d’uso corrente definire il tempo attraverso una demarcazione riferita ad  un “prima “ e  ad un “dopo” terremoto, una sorte di spartiacque netta e precisa, capace di separare un’epoca da un’altra   profondamente solcata da un forte distinguo quasi epocale .
Per chi ancora conserva la memoria, non sarà sfuggito che questa nostra comunità, prima del terremo aveva un suo “ assetto” sociale, economico ,culturale e urbanistico. L’evento traumatico del terremoto sconvolge tutto e tutti. Questa  collettività menfitana, essenzialmente rurale  e tipicamente contadina   viene azzerata e nel giro di qualche  decennio subisce una profonda mutazione: i contadini divengono agricoltori ,il paesaggio agricolo, da scenario in cui l’agricoltura si manifesta con poca o niente campagna,  si trasforma lentamente   verso una campagna  con sempre  meno connotati agricoli .Tutto sembra  proiettatasi verso una nuova e attraente realtà, ovvero verso la modernità , la crescita, lo sviluppo.
La storia fa ancora fatica a lasciarsi alle spalle i fatti di cronaca. Tutto è accaduto sotto i nostri occhi ,questa realtà,  piaccia o no ,è il risultato delle nostre scelte,  delle decisioni politiche, la responsabilità è tutta nostra. Noi abbiamo contribuito, attivamente o passivamente a “modellare” questo paese.
Tra le tante vicende curiose che segnarono la vita politica ed anche sociale nei mesi successivi al terremoto, va annoverata la nascita di un movimento spontaneo, popolare, di “base”, favorito da una situazione di estrema confusione oltre che da una latitanza della politica e/o di vuoto istituzionale, prende  così corpo il “ Comitato di Agitazione Popolare”.
A guidarlo fu l’avvocato Giuseppe Palminteri conosciuto in tutto il paese come”Pippineddu”.Un simpatico e originale personaggio: il suo aspetto sembrava fosse  uscito dalla  fantasia di un autore di  fumetti. Sempre sorridente, dalla battuta facile, prodigo di gentilezze e cortesie, col suo saluto ossequioso si inchinava fino a genuflettersi.
La sua figura snella e dinoccolata le consentiva un movimento perennemente ciondolante del corpo, in particolare le mani, mai ferme, roteavano in sintonia   con il fervore degli argomenti espressi.
Malgrado il suo curriculum di studi fosse decisamente meritevole, pare che non avesse mai esercitato la professione forense, ma scelse di vivere una vita avventurosa, segnata da innumerevoli viaggi in ogni parte del mondo. Questa sua scelta di vita provocò non pochi dissapori con i suoi genitori
Per parecchi mesi il “Comitato di Agitazione Popolare” monopolizzò e si rese protagonista della vita del paese, raccogliendo la simpatia e l’adesione di un vasto strato sociale di estrazione prevalentemente   popolare, cementato dall’antipolitica, dalle rivendicazioni più disparate e  bizzarre: dai rimborsi forfettari per i servizi di piatti e bicchieri rotti,  all’inserimento del nostro comune tra quelli seriamente danneggiati. Lo “zoccolo” duro”   del movimento era formato  da “ sanculotti”, un sottoproletariato rivoltoso , che i miei compagni più anziani della sezione del PCI definivano, tra il diminutivo e l’ affettuoso: “popolino”. L’avvio di questo movimento  di protesta  ebbe il battesimo ufficiale  allorquando un corrispondente del  Giornale di Sicilia   ebbe la sfrontatezza di  scrivere  che il paese di Menfi , tutto sommato, non aveva avuto grossi danni ed era rimasto ,tranne poche sparute case, in piede.
Fu così che“ Pippineddu” , alla testa di un gruppo di concittadini, “sequestrò”  tutti i numeri ancora non venduti del giornale, presso l’edicola  di don Lillo Tavormina  dandosi appuntamento la sera  stessa  in piazza Vittorio Emanuele. L’evento fu memorabile: “Pippineddu” dal palchetto di legno pronunciò una straordinaria requisitoria contro il Giornale di Sicilia.  Si sentiva, in quel momento,  un retore nell’areopago ateniese  di fronte ad un folto pubblico  che pendeva dalle sue parole:” “Questo  fogliaccio,  aduso  da sempre alle menzogne, definì l’eroico Garibaldi,  all’indomani dello sbarco a Marsala, un…bandito”. Così mentre  il tono della voce si alzava in un crescendo rossiniano ,qualcuno provvedeva ad accendere, nel centro della piazza ,un gran falò con le copie del Giornale di Sicilia, poi,  per perpetuarne il “ rogo” ,furono aggiunti vecchie copie di  altri giornali e riviste
A noi giovani  studenti, che orecchiavamo già i primi vagiti del 68, questo sofista ci affascinava non solo per la sua arte oratoria ,ma ci conquistava per il tentativo di proporre una nuova formula di democrazia diretta. Sognavamo la piazza e la via della Vittoria come trasposizione dell’Areopago dell’Agorà ateniese.
 Le occasioni assembleari in quei mesi non mancarono. Così accadde che padre arciprete accusato, tra i tanti “misfatti”, di essersi appropriato del gran lampadario sovrastante la navata centrale della chiesa Madre, fini sul banco degli imputati e processato nella pubblica piazza. Alla fatidica domanda rivolta agli astanti da parte di “Pippineddu” ,” Volete voi  esonerare dall’incarico l’attuale arciprete?” la risposta ovviamente   fu affermativa. Segui subito la proposta di un sostituto , di nomina esclusivamente menfitana, ovvero  bisognava scegliere  tra padre Sbrigata o padre Catanzaro.
Erano giorni  in cui si viveva uno strano  stato di eccitazione,  una  euforia quasi permanente . Il comitato aveva il suo quartier generale presso Il rifornimento di carburante Agip, gestito dal commendator Garufi, un omone simpatico, ironico e gaudente. Nelle serate estive il suo piccolo bar era animato da” Pippineddu” e i componenti del Comitato, dove si discuteva di tutto a ruota libera senza alcun ordine del giorno. Ma si finiva immancabilmente con i resoconti di “Pippineddu”, ovvero le avventure galanti vissute nelle diverse capitali europei.
Ci fu un momento in cui il Comitato sentì la necessità di darsi una, se pur elementare organizzazione e “Pippineddu” propose  un paio di modelli: la rappresentanza per “arti e mestieri” sulla scia dei Comuni  rinascimentali o quella più temporalmente vicina della Comune di Parigi. Un coro di voci, quasi tutti all’unisono, invocarono la seconda delle due , benché moltissimi  non sapessero niente della gloriosa esperienza parigina, erano attratti dall’attinenza alla “piccola Parigi “come suole definirsi Menfi
. Uno degli ultimi atti compiuti dal “Comitato di Agitazione Popolare” fu la preparazione della manifestazione popolare a Palermo presso la sede del governo regionale a cui parteciparono molti comuni terremotati. Menfi  aderì nella stragrande maggioranza . Fin dal primo mattino , la voce  rauca e cavernosa, sicuramente  inconfondibile, dello “ zu Matte Marruni”, invitava la popolazione allo sciopero “Totale e Generale”. La manifestazione nella capitale, si risolse con la carica dei celerini,  a parecchi menfitani  non furono risparmiate sonore manganellate. Ritornarono a Menfi come un esercito in disfatta. Eppure, a ben riflettere, qualcosa era valsa.
Qualche anno dopo di “Pippineddu”  cominciarono a perdersi le tracce,  pare che si sia sposato con una professoressa di Palermo, ma non durò molto. Per gli strani e imperscrutabili misteri della mente umana, mori….. togliendosi la vita.
Come individui, ma anche come comunità, tentiamo spesso di “rimuovere” gli accadimenti  che riteniamo poco gratificanti .Difficilmente però si possono cancellare.  Volente o nolente essi appartengono al nostro vissuto, sono il costrutto di questa nostra comunità.        

domenica 4 marzo 2018

A Menfi il Gotha dell'assistenza tecnica in agricoltura

Dopo il Google Camp al Baglio San Vincenzo di Menfi dello scorso anno, Casa Planeta a Menfi ha ospitato il Gotha dell'assistenza tecnica in agricoltura. Un iniziativa inedita   ben organizzata e ben riuscita.

Con la consegna dei riconoscimenti ad alcuni dei decani dell'Assistenza Tecnica in agricoltura 
    L’occasione della   presentazione del libro del giornalista e scrittore Mario Liberto “Cento e più idee per valorizzare le aree rurali, finanziamenti, multifunzionalità e sistemi territoriali”. La kermesse è stata anche occasione per attribuire  i riconoscimenti ai “Decani dell’Assistenza Tecnica” della Regione Siciliana   Un riconoscimento rilasciato dalla prestigiosa European Rural Parliament. La manifestazione è stata aperta dal Sindaco di Menfi Vincenzo Lotà e successivamente sono intervenuti Giuseppe Bivona e Nino Sutera. L’evento è stato coordinato dal giornalista Michele Termine. I riconoscimenti sono stati consegnati  a: Renato Piazza, Claudia Nuccio, Giuseppe Venezia, Mario Liberto, Giuseppe Bivona, Ettore Costanzo Nicola Cacioppo, Giovanni  Di Raimondo,  e alle figlie di    Filippo Salvo ad  Impeturia Memoria  

    “Cento e più idee per valorizzare le aree rurali, finanziamenti, multifunzionalità e sistemi territoriali”  è un libro di Mario Liberto.        Un saggio utilissimo per agricoltori, professionisti, giovani in cerca di prima occupazione, titolari di aziende, associazioni culturali, operatori di turismo rurale, amministrazioni locali e per quanti operano nelle aree rurali italiane che, oltre a suggerire alcune soluzioni legati alla multifunzionalità aziendale e occupazionale, indica le fonti di finanziamento per la valorizzazione e la promozione delle aree rurali. Il libro è diviso in due parti; la parte generale evidenzia gli aspetti storici, culturali e ambientali e la scelta obbligata per gli operatori del mondo rurale della multifunzionalità. 
 Il Reg. (UE) n. 1306/2013 all’art. 12 stabilisce che gli Stati membri istituiscono un sistema di consulenza aziendale (“Farm Advisory System” - FAS). Tale previsione è stata recepita a livello nazionale dall’art. 1-ter del decreto-legge 24 giugno 2014 n. 91 convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014 n.116 che – di fatto – ha istituito in Italia il sistema di consulenza aziendale in agricoltura.  Il rispetto del principio di separatezza è un elemento di particolare rilievo in relazione all’attuazione del sistema di consulenza aziendale. I criteri che garantiscono tale principio sono riportati all’art. 3 del Decreto interministeriale 3 febbraio 2016 n. 1259 dove, in termini generali, è stabilito che l’organismo di consulenza non può svolgere alcuna funzione di controllo   in agricoltura e nel settore agroalimentare, ha concluso Nino Sutera