Era inevitabile che , anche in agricoltura, i “beni” divenissero oggetto di scambio ovvero tra-s mutassero in “merci” , perdono il loro valore d’”uso” e assunsero il valore di “scambio”. Sarà il mercato la nuova divinità sul cui altare saranno immolate le tantissime vittime sacrificali! L’agricoltura per sua “natura” inizialmente sembra restia ad accettare il nuovo “ordine” : i prodotti alimentari “sfortunatamente” sono deperibili, contengono enzimi che le degradano, marciscono, non sono come la nostra plastica che sfida i secoli! E poi, oggi, il mercato è globalizzato ,le merci si muovono dove l’offerta straripa è corre verso la domanda è più sostenuta . Ecco, che la tecno-scienza accorrere in soccorso, risolvendo uno ad uno i problemi che madre natura , incurante ed ignara del profitto, come fastidiosi bastoni ci aveva messo tra le ruote!lunedì 16 marzo 2026
Agricoltura, Alimentazione, e.......
Era inevitabile che , anche in agricoltura, i “beni” divenissero oggetto di scambio ovvero tra-s mutassero in “merci” , perdono il loro valore d’”uso” e assunsero il valore di “scambio”. Sarà il mercato la nuova divinità sul cui altare saranno immolate le tantissime vittime sacrificali! L’agricoltura per sua “natura” inizialmente sembra restia ad accettare il nuovo “ordine” : i prodotti alimentari “sfortunatamente” sono deperibili, contengono enzimi che le degradano, marciscono, non sono come la nostra plastica che sfida i secoli! E poi, oggi, il mercato è globalizzato ,le merci si muovono dove l’offerta straripa è corre verso la domanda è più sostenuta . Ecco, che la tecno-scienza accorrere in soccorso, risolvendo uno ad uno i problemi che madre natura , incurante ed ignara del profitto, come fastidiosi bastoni ci aveva messo tra le ruote!lunedì 2 marzo 2026
Il vento del "Progresso"
Il vento del "Progresso"
"da un'iniziativa a un metodo,
storia di un'ideale vincente"
Il titolo del racconto deriva dall'ubicazione della cantina Progresso una terrazza naturale che si affaccia sul mar mediterraneo, dove il vento è un "compagno" inseparabile.
📑 INDICE
Prefazione
Introduzione – La Sicilia che cambia
PARTE I – IL TERRITORIO E LE SUE FERITE
- Menfi prima della svolta
- La povertà dignitosa e la subalternità economica
- Il capitale sociale nascosto
- Il terremoto del Belìce: trauma e rivelazione
PARTE II – I PROTAGONISTI
- Danilo Dolci: il seminatore di coscienza
- Pellegrino Gullì: il padre fondatore
- Filippo Sutera: il modernizzatore
- Peppino Bivona: il traghettatore verso il futuro
PARTE III – LA RIVOLUZIONE COOPERATIVA
- La nascita della Cantina Progresso
- La democrazia delle assemblee
- L’acqua del Lago Arancio: la rivoluzione silenziosa
- I tecnici agricoli: la scienza che incontra la tradizione
- La sinistra e la cooperazione: ideologia che diventa pratica
- Gli anni Settanta: modernizzazione e qualità
- Gli anni Ottanta: consolidamento e identità
PARTE IV – LA TRANSIZIONE
- Peppino Bivona e la scelta della fusione
- Settesoli: continuità e trasformazione
- Il lascito della Cantina Progresso
PARTE V – EPILOGO
- Il futuro che nasce dal basso
- Una comunità che ha imparato a scegliere
📖 PREFEZIONE
Questo libro racconta una storia che appartiene a un territorio, ma parla a tutti. È la storia di un popolo che, in un’epoca di povertà e incertezza, ha trovato il coraggio di unirsi per costruire il proprio futuro. È la storia di uomini e donne che hanno trasformato la fragilità in forza, la solitudine in comunità, la terra in dignità.
Non è un romanzo, ma ha la forza narrativa delle storie vere. Non è un saggio accademico, ma ha il rigore dell’analisi sociologica. È un romanzo‑saggio, un ponte tra emozione e comprensione.
📖 INTRODUZIONE – La Sicilia che cambia
Negli anni Cinquanta-Sessanta la Sicilia occidentale era un mosaico di contraddizioni: una terra fertile ma povera, ricca di storia ma priva di infrastrutture, abitata da comunità solidali ma isolate. Menfi era uno dei tanti paesi sospesi tra passato e futuro.
Eppure, proprio in questa periferia dimenticata, nacque una delle più significative esperienze di sviluppo dal basso dell’Italia rurale.
🟦 PARTE I – IL TERRITORIO E LE SUE FERITE
1. Menfi prima della svolta
Menfi era un paese agricolo, costruito attorno alla vite. Ogni famiglia possedeva un piccolo appezzamento, spesso ereditato in frammenti. La terra era tutto: lavoro, identità, destino.
Ma il destino non apparteneva ai contadini. Il prezzo dell’uva lo decidevano i mediatori. Il futuro lo decidevano altri.
2. La povertà dignitosa e la subalternità economica
La povertà non era miseria, ma precarietà. Una precarietà che impediva di progettare, di investire, di immaginare. Era una povertà “dignitosa”, ma pur sempre povertà.
3. Il capitale sociale nascosto
Menfi possedeva un capitale sociale prezioso: reti di parentela, solidarietà di vicinato, senso di appartenenza. Ma mancava un elemento: la capacità di trasformare la solidarietà in progetto.
4. Il terremoto del Belìce: trauma e rivelazione
Il 1968 fu un anno che spezzò tutto. Case crollate, famiglie sfollate, comunità disgregate. Ma fu anche l’anno in cui Menfi capì che la ricostruzione non poteva essere delegata.
Il terremoto fu una ferita, ma anche una rivelazione: se non ci aiutiamo da soli, nessuno lo farà per noi.
🟩 PARTE II – I PROTAGONISTI
5. Danilo Dolci: il seminatore di coscienza
Dolci non portò soluzioni, ma domande. Le sue assemblee erano spazi di ascolto, non di propaganda. Diceva:
“Ciascuno cresce solo se sognato.”
A Menfi, questa frase divenne un seme.
6. Pellegrino Gullì: il padre fondatore
Fu Gullì a pronunciare la frase che cambiò tutto:
“Dobbiamo unirci. Una cantina nostra.”
Non era un politico, non era un intellettuale. Era un uomo di terra che aveva capito che la terra, da sola, non bastava.
7. Filippo Sutera: il modernizzatore
Sutera portò la modernità: Portò l’idea che il vino non è solo un prodotto, ma un’identità.
8. Peppino Bivona: il traghettatore verso il futuro
Negli anni Ottanta e Novanta, Bivona guidò la cooperativa nella fase più delicata: la transizione verso Settesoli. Capì che l’unità, per essere efficace, deve crescere di scala.
🟥 PARTE III – LA RIVOLUZIONE COOPERATIVA
9. La nascita della Cantina Progresso
La cooperativa nacque tra dubbi, discussioni, speranze. Ogni socio portava con sé una parte di paura e una parte di coraggio.
10. La democrazia delle assemblee
Le assemblee erano il cuore pulsante della cooperativa: luoghi di conflitto, di confronto, di crescita.
11. L’acqua del Lago Arancio: la rivoluzione silenziosa
L’acqua cambiò tutto. Dove c’è acqua, c’è futuro. E dove c’è futuro, c’è coraggio.
12. I tecnici agricoli: la scienza che incontra la tradizione
I tecnici agricoli furono mediatori tra due mondi: la tradizione contadina e la modernità scientifica.
13. La sinistra e la cooperazione: ideologia che diventa pratica
La cooperazione era un laboratorio politico: autogestione, solidarietà, emancipazione.
14. Gli anni Settanta: modernizzazione e qualità
La Cantina Progresso divenne un’impresa moderna. Il vino migliorò, il mercato si aprì, la comunità cambiò.
15. Gli anni Ottanta: consolidamento e identità
La cooperativa consolidò i risultati e costruì un’identità forte.
🟧 PARTE IV – LA TRANSIZIONE
16. Peppino Bivona e la scelta della fusione
La fusione con Settesoli fu una scelta difficile, ma necessaria. Non fu una resa: fu un’evoluzione.
17. Settesoli: continuità e trasformazione
La cooperativa non morì: si trasformò. E portò con sé i valori originari.
18. Il lascito della Cantina Progresso
Il lascito non è solo economico: è culturale, sociale, identitario.
🟦 PARTE V – EPILOGO
19. Il futuro che nasce dal basso
La storia di Menfi dimostra che lo sviluppo non si riceve: si costruisce.
20. Una comunità che ha imparato a scegliere
Il futuro appartiene a chi ha il coraggio di unirsi.
giovedì 19 febbraio 2026
La rete dei Borghi GeniusLoci DeCo, da un'iniziativa a un metodo
Un percorso in continuo aggiornamento
Il format nato nel 2010 ha operato, in almeno 350 eventi divulgativi, 600 articoli, la partecipazione a diverse Reti. Il percorso è stato inserito tra gli esempi virtuosi del -FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER LA TERRA E IL PAESAGGIO- "Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori" selezionato e presentato al Poster Session del Forum P.A. di Roma, VALORE PAESE economia delle soluzioni organizzata da ItaliaCamp a Reggio Emilia, Atlante nazionale politiche locali del cibo, Premio nazionale Filippo Basile dell’AIF, XXVI Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Formatori di Palermo e a EXPO 2015 di Milano, solo per citarne alcuni.
Origini e quadro culturale
L’idea delle Denominazioni Comunali (De.Co.) nasce per opera di Luigi Veronelli, che ha proposto la De.Co. come strumento per riconoscere e tutelare i prodotti della terra. Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo mentre nasce per distinguersi per non estinguersi, a causa di chi nel corso degli anni soprattutto dopo il 2004, ha introdotto e interpretato lo strumento della De.Co in forma palesamente conflittuale, più volte sanzionato dal MIPAF e dall’UE. e dal buon senso. Il percorso della Rete Nazionale, assume anche una funzione didattica, recuperare i percorsi con le diverse varianti DE.C.O DE.C.O’ ma soprattutto che ne nella delibera ne altrove, non citano mai chi le ha ideate, attraverso l’adozione di strumenti correttivi.
Evoluzione normativa e contesto istituzionale
Negli ultimi almeno quindici anni il contesto nazionale e regionale ha favorito la diffusione e la legittimazione di pratiche di tutela identitaria: il riconoscimento UNESCO della Dieta Mediterranea (2010) ha rafforzato l’attenzione verso le culture alimentari locali; normative regionali come per esempio, la legge “Born in Sicily” e la Legge 194/2015 sulla biodiversità agricola hanno creato cornici normative coerenti con la filosofia De.Co. al netto delle interpretazioni stravaganti. Questi elementi hanno contribuito alla nascita e al consolidamento di una Rete nazionale che mette in relazione Comuni, associazioni e operatori per promuovere le specificità locali. Nel corso degli anni il paradigma del Genius Loci è stato assunto come riferimento metodologico: il luogo è inteso come insieme di elementi ambientali, produttivi, storici e sociali che rendono ogni borgo unico.
Fondazione e obiettivi della Rete
La Rete Nazionale Borghi Genius Loci DeCo, nata sul finire del 2020 è stata costituita con l’obiettivo di valorizzare i Comuni che hanno adottato o intendono adottare la De.Co., promuovendo un modello culturale fondato su territorio, tradizioni, tipicità, tracciabilità e trasparenza, promuovendo un modello culturale basato su territorio – tradizioni – tipicità, (unicità) – tracciabilità – trasparenza; recuperando e promuovendo l’ identità e unicità locali. Essa si configura come progetto pluriennale di valorizzazione dei territori rurali e come percorso culturale che interpreta il Genius Loci come equilibrio tra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva.
Vision e mission
La vision della Rete è custodire e valorizzare l’identità territoriale come patrimonio culturale vivo, promuovendo modelli di sviluppo sostenibile basati su autenticità, biodiversità e partecipazione comunitaria, condivisione e inclusione. La mission si articola in quattro direttrici: (1) tutela dell’identità locale attraverso l’adozione delle De.Co.; (2) valorizzazione culturale e produttiva di saperi, produzioni e mestieri; (3) promozione di uno sviluppo sostenibile e inclusivo che integri tutela ambientale, filiere corte ed economia circolare; (4) costruzione di reti e partenariati intercomunali per rafforzare la capacità dei borghi di raccontarsi e promuoversi.
Metodologia operativa
Il percorso adotta un approccio integrato e multidisciplinare che combina analisi storico‑culturale, mappatura delle produzioni e dei saperi, coinvolgimento attivo delle comunità, senza sfociare in campi appartenenti ad altre tipologie. Le attività operative rivolte ai Comuni comprendono assistenza tecnico‑amministrativa, e l’avvio di un processo culturale per il raggiungimento di obiettivi, misurabili, condivisi e diffusi. La governance della Rete funziona come piattaforma di coordinamento per lo scambio di buone pratiche, la partecipazione a bandi e programmi di finanziamento, la progettazione integrata e il monitoraggio degli impatti.
Ambiti di intervento e principali iniziative
Le linee di attività della Rete si concentrano su cinque ambiti principali:
- Valorizzazione delle produzioni identitarie: promozione di prodotti agroalimentari tradizionali, ricette storiche, dolci tipici, artigianato e mestieri locali, con azioni di certificazione simbolica e comunicazione territoriale.
- Supporto amministrativo ai Comuni: consulenza per l’adozione delle De.Co., predisposizione di un percorso condiviso, formazione per amministratori e operatori.
- Attività culturali e divulgative: pubblicazioni, convegni, seminari, percorsi formativi ed educativi rivolti a scuole, operatori turistici e comunità locali per diffondere conoscenza sulla biodiversità e sulle pratiche tradizionali.
- Partecipazione a eventi e reti: presenza in manifestazioni nazionali e internazionali dedicate a cibo, ruralità e sostenibilità, e collaborazione con reti territoriali per amplificare la visibilità dei borghi.
- Progetti di governance territoriale: promozione delle filiere corte e dei mercati locali, iniziative per la riduzione degli sprechi alimentari, interventi per la valorizzazione del paesaggio rurale e strategie per contrastare lo spopolamento.
Risultati attesi e impatti
L’implementazione sistematica del percorso mira a generare impatti misurabili in termini di coesione sociale, attrattività turistica, resilienza economica e tutela ambientale. Tra gli esiti attesi: rafforzamento dell’identità locale, incremento delle opportunità per le filiere corte, maggiore partecipazione civica, aumento della visibilità dei borghi sui mercati turistici e alimentari, e consolidamento di pratiche sostenibili nella gestione delle risorse.
Raccomandazioni operative
In questo percorso non sono ammessi DISCIPLINARI, REGOLAMENTI E COMMISSIONI, sia perché fanno parte di altri percorsi a tutela, sia perché il percorso culturale ha la sua vision e la sua mission, il suo carattere.
Estratto dal documento “Il percorso Borghi Genius Loci DeCo”
martedì 17 febbraio 2026
Audizione pubblica Ravanusa Borgo GeniusLoci DeCo
BiancaDeSantis

Pubblico delle grandi occasioni all’Audizione pubblica con la
consegna del riconoscimento alla comunità ravanusana come “Custode
dell’Identità Territoriale”, la firma del Memorandum del Borgo GeniusLoci DeCo e
la consegna dei riconoscimenti celebrativi alle associazioni enogastronomiche
partecipanti, protagoniste attive della salvaguardia della memoria alimentare e
culturale del territorio La raviola e il totomè sono state inseriti
nell'atlante nazionale del cibo nella sezione dedicata alla Rete Nazionale dei
Borghi GeniusLoci DeCo https://reteborghideco.blogspot.com/2025/11/i-borghi-deco-nellatlante-del-cibo.html
Questa iniziativa è figlia dell’evento internazionale di Caltanissetta per il Record del mondo del cannolo Guinness World Record assieme a Lillo Defraia, Anna Martano, Marcello Proietto, Andrea Finocchiaro, Leonardo Massaro e tanti altri professionisti dell’enogastronomia
Per l'On
Giusi Savarino, che nella precedente legislatura ha ricordato di essere
stata tra i firmatari del ddl sul registro telematico delle DeCo,
sono contenta di partecipare nella mia città all'Audizione
pubblica Ravanusa Borgo Genius Loci De.Co. all’interno
delle manifestazioni del Carnevale Storico, che si
configura come un momento alto di democrazia partecipata, nel quale
istituzioni, associazioni, produttori, studiosi e cittadini hanno condiviso una
visione comune: custodire e valorizzare l’identità territoriale come bene
collettivo e leva di sviluppo.
Il riconoscimento del
Totomè e della Raviola di Ravanusa risponde a un chiaro interesse pubblico, ha
affermato il Sindaco Salvatore Pitrola, tutela un patrimonio a
rischio di banalizzazione, rafforza la memoria collettiva, sostiene lo sviluppo
locale sostenibile e contribuisce alla costruzione di un’identità territoriale
consapevole. Ravanusa si presenta così come un sistema simbolico coerente, in
cui storia, mito, festa e gastronomia concorrono alla definizione del Genius
Loci. Riconoscere il Totomè e la Raviola come De.Co. significa, in definitiva,
custodire il fuoco della tradizione, non le sue ceneri, e proiettarlo verso il
futuro, come all’interno del modello dei Borghi Genius Loci DeCo
L’Audizione Pubblica composta da una
presentazione, discussione, osservazioni, proclamazione e
cerimoniale, hanno preso parte dopo i saluti istituzionali del
sindaco Salvatore Pitrola e dell’Assessore regionale al Territorio e
Ambiente On Giusi Savarino, gli interventi, di Nino Sutera, coordinatore
della Rete Nazionale Borghi Genius Loci De.Co.; Francesco Monterosso, docente
del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo; Olindo Terrana,
direttore del GAL Sicilia Centro Meridionale; Anna Martano, gastronoma,
gastrosofa, giornalista e scrittrice, le testimonianze straordinarie
di Melina Savarino (“A Tiempu Bellu”) e di Girolamo La Marca, con un brano
tratto dal romanzo di Pietro Carmina I totomè del Barone. Moderati
da giornalista Angelo Augusto.
Inserita nel
quadro della Rete Nazionale dei Borghi Genius Loci De.Co., ha
rappresentato una tappa decisiva nel percorso di riconoscimento della comunità
ravanusana quale presidio attivo di cultura materiale e immateriale. Non un
marchio commerciale, ma uno strumento culturale e giuridico di tutela
identitaria, fondato sul principio che il valore di un territorio nasce
dall’intreccio tra storia, paesaggio, produzioni tipiche e memoria condivisa.
Le DeCo nate per opera di Luigi Veronelli trasmettono ancora oggi un messaggio forte, se pur
reinterpretato nei tempi in cui viviamo, per un'infinità di motivi.
Il cibo non è soltanto
nutrimento o produzione economica, ha affermato Nino Sutera, è
racconto, memoria, appartenenza. Ogni preparazione tradizionale custodisce una
relazione profonda tra uomo, ambiente, storia e comunità. In questa
prospettiva, l’alimentazione diventa una vera e propria mappa culturale, capace
di rendere visibili i processi sociali e simbolici che strutturano l’identità
dei luoghi.
Per Rocco
Carlisi Assessore alla cultura, Ravanusa, nel cuore della
provincia di Agrigento, presenta una storia millenaria che affonda le radici
nella preistoria e si struttura attraverso successive stratificazioni
culturali. L’area archeologica di Monte Saraceno documenta la presenza di
insediamenti sicani ed ellenizzati tra l’VIII e il III secolo a.C.,
testimoniando una continuità antropica di lungo periodo. Il toponimo
stesso riflette questa complessità: - possibile derivazione araba (Ravim,
fortezza); - interpretazioni di matrice greca, legate al paesaggio e alla
terra.
Il racconto del
miracolo del Fico, legato alla campagna normanna di Ruggero d’Altavilla,
rappresenta il mito fondativo della comunità. L’acqua sgorgata miracolosamente
da sotto un fico, secondo la tradizione, salvò l’esercito normanno e diede
origine al culto della Madonna del Fico.
Questo mito non è
folklore residuale, ma narrazione identitaria condivisa, che ancora oggi
orienta il senso di appartenenza al luogo.
Nel corso dei lavori è
emersa con forza la consapevolezza che Ravanusa possiede un patrimonio
stratificato che va ben oltre il singolo prodotto agroalimentare. Dal paesaggio
agrario alle pratiche colturali, dalle tradizioni dolciarie alle ritualità
popolari, fino all’area archeologica di Monte Saraceno, ogni elemento concorre
a definire un “genius loci” riconoscibile, irripetibile, generativo, ha concluso
il Sindaco
L’audizione ha avuto
il merito di chiarire un punto fondamentale: la De.Co. (Denominazione Comunale)
non è una competizione con i sistemi DOP o IGP, ma uno strumento complementare,
capace di tutelare ciò che non rientra nei disciplinari europei ma costituisce
l’anima profonda della comunità. Non solo un atto amministrativo, ma un
percorso culturale, che diventa atto politico nel senso più nobile del termine:
governo responsabile dell’identità, ha concluso Nino Sutera
Gli interventi hanno sottolineato
come la sfida non sia solo quella della promozione, ma soprattutto della
trasmissione intergenerazionale. Un borgo è Genius Loci quando
sa riconoscere il proprio patrimonio e sceglie di consegnarlo integro, e
possibilmente rafforzato, alle generazioni future. In questa prospettiva, la
De.Co. si configura come patto comunitario: tra agricoltori e consumatori, tra
memoria e innovazione, tra economia e cultura.
È stato ribadito il
legame tra qualità territoriale e coesione sociale. Un prodotto identitario non
è solo merce: è narrazione, lavoro, dignità. Significa difendere il reddito
agricolo, sostenere le filiere corte, rafforzare l’economia locale. Significa,
soprattutto, opporsi all’omologazione che appiattisce paesaggi e sapori.
L’audizione pubblica
ha mostrato una comunità matura, capace di confrontarsi con rigore e visione.
Non un’operazione nostalgica, ma un progetto strategico. Ravanusa ha scelto di
collocarsi dentro una rete nazionale che valorizza i territori non come
periferie, ma come centri di civiltà produttiva.
Particolarmente
significativa è stata la riflessione sulla dimensione educativa del progetto:
scuole, associazioni culturali e realtà produttive saranno chiamate a
collaborare per trasformare la De.Co. in laboratorio permanente di cittadinanza
attiva. Perché l’identità non si dichiara una volta per tutte: si coltiva, si
pratica, si difende.
L’esito dell’audizione
non è stato solo tecnico-amministrativo, ma profondamente simbolico. È emersa
una visione condivisa: Ravanusa non vuole essere soltanto luogo geografico, ma
comunità narrante. Il percorso Genius Loci De.Co. diventa così strumento di
pianificazione culturale, economica e sociale, capace di connettere turismo
esperienziale, valorizzazione agroalimentare, tutela del paesaggio e promozione
delle tradizioni.
In un tempo segnato
dalla crisi delle economie locali e dall’erosione delle identità, l’audizione
pubblica di Ravanusa assume un valore paradigmatico. Dimostra che i territori
possono reagire non inseguendo modelli esterni, ma riscoprendo la propria
matrice originaria.
Il Carnevale di
Ravanusa è un evento profondamente radicato nella vita agricola del paese. La
raviola e il totomè nascono come dolci poveri, preparati con ingredienti
facilmente reperibili nelle case contadine: farina, acqua, latte, ricotta,
miele. Durante il Carnevale — periodo di abbondanza simbolica prima della
Quaresima — le famiglie ravanusane friggevano questi dolci per celebrare:la
fine dell’inverno,la fertilità dei campi,la condivisione comunitaria, la sospensione
delle regole, tipica del Carnevale.
La coppia
raviola–totomè rappresenta perfettamente la struttura sociale della Ravanusa
contadina:
La raviola era il
dolce delle famiglie che avevano accesso alla ricotta fresca. Il totomè era il
dolce universale, accessibile a tutti. Insieme, raccontano un Carnevale che
univa ricchi e poveri, adulti e bambini, in un’unica festa comunitaria.
È diffusa in tutta la
Sicilia, ma la versione di Ravanusa è considerata una delle più antiche e caratteristiche,
grazie alla tradizione delle maestranze locali e alla materia prima
rigorosamente autoctona e senza influenze della modernità.
Il totomè è una
frittella dolce, morbida, irregolare, ricoperta di miele caldo o zucchero a
velo.
È un dolce ancora più
povero della raviola, probabilmente più antico, perché non richiede latticini o
ripieni. Nasce come dolce “di casa”, preparato con ciò che c’era: farina,
acqua, latte, uova. Il miele — prodotto tipico delle campagne siciliane — aveva
un valore propiziatorio: richiamava la dolcezza e la prosperità.
Ravanusa ha scelto di
dichiarare a sé stessa e al Paese che il proprio patrimonio non è residuo del
passato, ma infrastruttura del futuro. Il percorso Borgo Genius Loci De.Co. non
è un punto di arrivo, ma l’inizio di una responsabilità condivisa: custodire
l’identità per generare sviluppo, trasformare la memoria in progetto, fare del
territorio una comunità consapevole e protagonista.
martedì 20 gennaio 2026
Genius Loci torna a San Giorgio Monferrato dopo dieci anni
Genius Loci torna a San Giorgio Monferrato dopo dieci anni
Domenica 25 gennaio, alle 15, con ritrovo nel piazzale della parrocchia: dalle bellezze artistico-architettoniche ai foraminiferi fossili, fino ai detti monferrini
Dopo i saluti di benvenuto da parte del sindaco Paolo Marchisio, il pomeriggio prenderà il via con un racconto a più voci, che vedrà protagonisti beni storici e artistici, personaggi e storie del luogo. Dalla Chiesa parrocchiale dedicata a San Giorgio ai misteriosi foraminiferi fossili, fino ai divertenti “detti” monferrini interpretati dal Collettivo Teatrale, la proposta si preannuncia intrigante e incalzante.
A relazionare sulla parrocchia di San Giorgio (prima tappa),voluta dai marchesi Gozzani, e sulle opere maggiormente significative in essa conservate saranno storico locale Paolo Feltrin e la guida Anna Maria Bruno, mentre all’interno dell’oratorio parrocchiale la docente del Dipartimento Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Torino e micropaleontologa Donata Violanti svelerà i segreti dei fossili presenti nelle rocce e nei “sassi bianchi”, su cui sorge l’abitato di San Giorgio Monferrato.
In chiusura, intrattenimento a cura degli attori del Collettivo Teatrale – CET con un estratto dallo spettacolo “L’ura dal ben”, dedicato ai termini e modi di dire specifici della terra monferrina (con traduzione in italiano); un vero e proprio tributo alla cultura locale, attraverso un divertente viaggio nel tempo.
Il pomeriggio terminerà con un goloso ristoro organizzato dalla Pro Loco durante il quale verranno serviti i biscotti De.Co. (Denominazione Comunale) della “Prima Comunione”, la cui storia verrà narrata sorseggiando un caldo tea.
“E’ con soddisfazione che facciamo ritorno a San Giorgio Monferrato dopo ben 10 anni, per un tour che promette nuove occasioni di visita e molte curiosità – commenta il Presidente Corrado Calvo –. Oltre alla sfera storico-culturale a artistico-architettonica, avremo l’opportunità di fruire di un approfondimento geologico del luogo grazie alla grande e apprezzata esperienza della micropaleontologa Violanti”.
Il ritrovo è previsto per le ore 15 in piazza don Caprioglio (piazzetta antistante la chiesa parrocchiale),mentre i parcheggi saranno disponibili nella vicina piazza Miglietta oppure di fronte alla Scuola Primaria, lato Strada Montà, piuttosto che presso il cimitero situato a 800 metri dal punto di ritrovo
Il vento del Progresso
Il vento del "Progresso"
"da un'iniziativa a un metodo,
storia di un'ideale vincente"
Questo racconto non intendiamo stamparlo, per evitare di appesantire la libreria di casa, ma affidarlo alle pagine di questo blog, proprio come faceva con successo Peppino Bivona, e a lui intendiamo dedicarlo. Al momento non conosciamo neanche di quanti capitoli sarà composto, sappiamo però che merita di essere raccontato. Il titolo del racconto deriva dall'ubicazione della cantina, una terrazza naturale che si affaccia sul mare mediterraneo, dove il vento è un "compagno" inseparabile.
Perché raccontare questa storia oggi
Ci sono storie che sembrano piccole, ma che contengono
dentro di sé la forza di un’epopea. Storie che nascono in luoghi periferici,
lontani dai centri del potere, e che proprio per questo hanno qualcosa di
universale da insegnare. La storia della Cantina Progresso è una di queste, con tanti attori protagonisti del cambiamento.
È la storia di una comunità che ha imparato a unirsi quando
tutto sembrava spingerla verso la divisione. È la storia di uomini e donne che,
pur non avendo studiato economia, sociologia o politica, hanno saputo costruire
un modello di sviluppo più moderno di molte teorie accademiche. È la storia di
un territorio che ha trasformato la propria fragilità in forza, la propria
marginalità in identità, la propria povertà in dignità.
Questo lavoro non è un’operazione nostalgica. Non è un
monumento al passato, ne ha la pretesa di raccontare trent'anni di attività, fatta di successi e di insuccessi. È un atto di riconoscenza verso chi ha avuto il coraggio
di scegliere quando scegliere sembrava impossibile. È un invito a guardare al
futuro con la stessa determinazione, la stessa lucidità, la stessa fiducia che
animò i protagonisti di questa vicenda.
Perché la cooperazione non è un modello del passato. È un
modello del futuro. E la storia della Progresso lo dimostra con una chiarezza
che non ha bisogno di retorica.
Questo lavoro è dedicato a loro: a chi ha creduto, a chi ha costruito, a chi ha resistito, a chi ha immaginato. E a chi, oggi, continua a portare avanti quella eredità.
Una storia locale che parte da lontano
Ci sono storie che nascono in silenzio, lontano dai
riflettori, in luoghi che la geografia ufficiale considera periferici. Storie
che non fanno rumore, che non compaiono nei manuali di storia, che non vengono
celebrate nei grandi discorsi pubblici. Eppure, sono storie che cambiano la
vita delle persone più di qualsiasi legge, più di qualsiasi riforma, più di
qualsiasi intervento dall’alto.
La storia della Cantina Progresso è una di queste.
È la storia di un gruppo di contadini che, in un angolo di
Sicilia segnato dalla povertà, dalla fatica e dall’isolamento, ha deciso di
unirsi per cambiare il proprio destino. È la storia di una comunità che ha
imparato a discutere, a scegliere, a rischiare, a innovare. È la storia di un
territorio che ha trasformato la propria fragilità in forza, la propria
marginalità in identità, la propria tradizione in modernità.
Ma soprattutto, è la storia di un’idea semplice e
rivoluzionaria:
“Insieme possiamo fare ciò che da soli è impossibile.”
non era solo uno slogan ma un'idea, animata da un'ideale forte, più forte della fede.
Questa idea, che può sembrare ovvia, non lo era affatto
negli anni Sessanta. Non lo era in un contesto in cui ogni famiglia era un
mondo a sé, in cui la diffidenza era più forte della fiducia, in cui la
sopravvivenza quotidiana lasciava poco spazio alla visione del futuro.
Eppure, proprio in quel contesto, nacquero delle
esperienze cooperative più significative della Sicilia contemporanea, dove il tempo del cambiamento non li ha scalfiti.
Una storia fatta di persone, non di numeri
Questo lavoro non è un trattato economico. Non è un’analisi
tecnica. Non è un documento amministrativo.
È un racconto, a volte anche romanzato, ma terribilmente vero.
Un racconto fatto di:
- volti,
- mani,
- assemblee,
- discussioni,
- paure,
- intuizioni,
- errori,
- successi
È un racconto che mette al centro le persone, i soci, le famiglie, le donne, i giovani.
Senza di loro, la cooperativa non sarebbe esistita.
Una storia che parla al presente
Raccontare questa storia oggi non è un esercizio nostalgico.
È un atto necessario.
Viviamo in un tempo in cui:
- le
comunità si frammentano,
- la
solitudine cresce,
- la
fiducia diminuisce,
- il
futuro spaventa,
- l’individualismo
sembra l’unica strada.
La storia della Progresso dimostra che esiste un’altra via.
Una via fatta di:
- cooperazione,
- partecipazione,
- responsabilità,
- qualità,
- visione
collettiva.
È una storia che parla al presente e parla al futuro.
Una storia che appartiene a tutti
Anche se questa storia nasce a Menfi, non appartiene solo a
Menfi. Appartiene a chiunque creda che il cambiamento sia possibile. Appartiene
a chiunque sappia che la dignità non si regala, si conquista. Appartiene a
chiunque abbia capito che il futuro non si aspetta: si costruisce.
Questo lavoro è un invito.
Un invito a guardare la cooperazione non come un ricordo, ma
come un modello. Non come un’esperienza del passato, ma come una possibilità
del presente. Non come un’eccezione, ma come una strada.
Come è concepito?
Segue un filo
cronologico e tematico
- la
nascita della cooperazione,
- la
modernizzazione,
- la
qualità,
- la
democrazia interna,
- la
fusione,
- il
lascito,
- il
futuro.
Al momento non conosciamo neanche di quanti capitoli sarà composto, il racconto, sappiamo però che merita di essere raccontato
Perché ?
Perché dimostra che il cambiamento non è un miracolo. È un
processo.
Perché dimostra che la modernità non è un tradimento della
tradizione. È la sua evoluzione.
Perché dimostra che la cooperazione non è un’utopia. È una
pratica.
Perché dimostra che anche nei luoghi più piccoli possono
nascere le idee più grandi.
E perché, in un tempo in cui tutto sembra fragile, questa
storia ricorda una verità semplice:
quando una comunità si unisce, nulla è impossibile.
Quando si chiude un'epoca la tentazione è di pensare che la storia sia finita. Che tutto ciò che doveva accadere sia già accaduto. Che i protagonisti abbiano compiuto il loro percorso e che il lettore possa riporre il volume su uno scaffale, come si fa con un oggetto prezioso ma ormai concluso.
Eppure, la storia della Cantina Progresso non è una storia
che si lascia chiudere facilmente. Non è una storia che si lascia archiviare.
Non è una storia che appartiene solo al passato.
È una storia che continua a vivere.
Vive nei vigneti che ogni anno si risvegliano. Vive nelle
assemblee che ancora oggi discutono, decidono, scelgono. Vive nei giovani che
tornano alla terra con occhi nuovi. Vive nelle famiglie che hanno trovato nella
cooperazione non solo un reddito, ma una dignità. Vive nei vini che portano il
nome di Menfi nel mondo.
La Progresso non è un capitolo chiuso. È un capitolo che ha
cambiato forma.
Una storia che ha cambiato il modo di guardare la
comunità
La cooperazione ha insegnato a Menfi qualcosa che nessun
manuale avrebbe potuto insegnare: che una comunità non è un insieme di
individui, ma un organismo vivo. Che la forza non sta nella somma delle parti,
ma nella loro unione. Che il futuro non è un destino, ma una costruzione
collettiva.
Insomma Menfi è anche un caso studio, perchè per esempio la nascita delle cooperative vitivinicole, ha di fatto congelato le velleità imprenditoriali, che si sono "liberate" solo agli inizi degli anni 90. Menfi è un territorio dove la cooperazione vitivinicola ha avuto un ruolo totalizzante: ha salvato l’economia agricola negli anni difficili, ha garantito reddito e sbocchi commerciali, ma ha anche creato un ecosistema chiuso, in cui l’imprenditorialità individuale era di fatto assorbita o neutralizzata.
Una storia che parla al presente
Viviamo in un tempo fragile, in cui le comunità si sfaldano,
le relazioni si indeboliscono, la fiducia si erode. In cui l’individualismo
sembra l’unica strada possibile. In cui il futuro appare spesso come una
minaccia più che come una promessa.
La storia della Progresso offre un’altra prospettiva.
Ricorda che la cooperazione non è un’idea romantica, ne una prescrizione medica, ma una strategia concreta.
Ricorda che la solidarietà non è un lusso, ma una necessità. Ricorda che la
partecipazione non è un peso, ma una forza.
Ricorda che il futuro può essere costruito insieme.
Una storia che appartiene a chi verrà
Perché il futuro ha bisogno di memoria. Ha
bisogno di esempi. Ha bisogno di storie che mostrino che il cambiamento è
possibile.
La Progresso è una di queste storie.
Una storia che dice ai giovani:
- Non
abbiate paura di innovare.
- Non
abbiate paura di unirvi.
- Non
abbiate paura di scegliere.
- Non
abbiate paura di restare.
- Non
abbiate paura di tornare.
Il futuro non è altrove. Il futuro è qui, dove una comunità
ha già dimostrato di saperlo costruire.
Una storia che non finisce
Continua nelle mani di chi lo legge. Continua nelle scelte quotidiane. Continua
nella terra che ogni anno chiede cura. Continua nella cooperazione che ogni
anno chiede partecipazione. Continua nel territorio che ogni anno chiede
visione.
La Progresso non è un ricordo. È un’eredità. E un’eredità di tanti uomini e donne che hanno avuto un ruolo di attori protagonisti e vive finché qualcuno la porta avanti.
📑 INDICE
Prefazione
Introduzione – La Sicilia che cambia
PARTE I – IL TERRITORIO E LE SUE FERITE
- Menfi
prima della svolta
- La
povertà dignitosa e la subalternità economica
- Il
capitale sociale nascosto
- Il
terremoto del Belìce: trauma e rivelazione
PARTE II – I PROTAGONISTI
- Danilo
Dolci: il seminatore di coscienza
- Pellegrino
Gullì: il padre fondatore
- Filippo
Sutera: il modernizzatore
- Peppino
Bivona: il traghettatore verso il futuro
PARTE III – LA RIVOLUZIONE COOPERATIVA
- La
nascita della Cantina Progresso
- La
democrazia delle assemblee
- L’acqua
del Lago Arancio: la rivoluzione silenziosa
- I
tecnici agricoli: la scienza che incontra la tradizione
- La
sinistra e la cooperazione: ideologia che diventa pratica
- Gli
anni Settanta: modernizzazione e qualità
- Gli
anni Ottanta: consolidamento e identità
PARTE IV – LA TRANSIZIONE
- Peppino
Bivona e la scelta della fusione
- Settesoli:
continuità e trasformazione
- Il
lascito della Cantina Progresso
PARTE V – EPILOGO
- Il
futuro che nasce dal basso
- Una
comunità che ha imparato a scegliere
📖 PREFEZIONE
Questo libro racconta una storia che appartiene a un
territorio, ma parla a tutti. È la storia di un popolo che, in un’epoca di
povertà e incertezza, ha trovato il coraggio di unirsi per costruire il proprio
futuro. È la storia di uomini e donne che hanno trasformato la fragilità in
forza, la solitudine in comunità, la terra in dignità.
Non è un romanzo, ma ha la forza narrativa delle storie
vere. Non è un saggio accademico, ma ha il rigore dell’analisi sociologica. È
un romanzo‑saggio, un ponte tra emozione e comprensione.
📖 INTRODUZIONE – La
Sicilia che cambia
Negli anni Cinquanta-Sessanta la Sicilia occidentale era un
mosaico di contraddizioni: una terra fertile ma povera, ricca di storia ma
priva di infrastrutture, abitata da comunità solidali ma isolate. Menfi era uno
dei tanti paesi sospesi tra passato e futuro.
Eppure, proprio in questa periferia dimenticata, nacque una
delle più significative esperienze di sviluppo dal basso dell’Italia rurale.
🟦 PARTE I – IL TERRITORIO
E LE SUE FERITE
1. Menfi prima della svolta
Menfi era un paese agricolo, costruito attorno alla vite.
Ogni famiglia possedeva un piccolo appezzamento, spesso ereditato in frammenti.
La terra era tutto: lavoro, identità, destino.
Ma il destino non apparteneva ai contadini. Il prezzo
dell’uva lo decidevano i mediatori. Il futuro lo decidevano altri.
2. La povertà dignitosa e la subalternità economica
La povertà non era miseria, ma precarietà. Una precarietà
che impediva di progettare, di investire, di immaginare. Era una povertà
“dignitosa”, ma pur sempre povertà.
3. Il capitale sociale nascosto
Menfi possedeva un capitale sociale prezioso: reti di
parentela, solidarietà di vicinato, senso di appartenenza. Ma mancava un
elemento: la capacità di trasformare la solidarietà in progetto.
4. Il terremoto del Belìce: trauma e rivelazione
Il 1968 fu un anno che spezzò tutto. Case crollate, famiglie
sfollate, comunità disgregate. Ma fu anche l’anno in cui Menfi capì che la ricostruzione
non poteva essere delegata.
Il terremoto fu una ferita, ma anche una rivelazione: se
non ci aiutiamo da soli, nessuno lo farà per noi.
🟩 PARTE II – I
PROTAGONISTI
5. Danilo Dolci: il seminatore di coscienza
Dolci non portò soluzioni, ma domande. Le sue assemblee
erano spazi di ascolto, non di propaganda. Diceva:
“Ciascuno cresce solo se sognato.”
A Menfi, questa frase divenne un seme.
6. Pellegrino Gullì: il padre fondatore
Fu Gullì a pronunciare la frase che cambiò tutto:
“Dobbiamo unirci. Una cantina nostra.”
Non era un politico, non era un intellettuale. Era un uomo
di terra che aveva capito che la terra, da sola, non bastava.
7. Filippo Sutera: il modernizzatore
Sutera portò la modernità: acciaio inox, controllo delle
temperature, selezione delle uve. Portò l’idea che il vino non è solo un
prodotto, ma un’identità.
8. Peppino Bivona: il traghettatore verso il futuro
Negli anni Ottanta e Novanta, Bivona guidò la cooperativa
nella fase più delicata: la transizione verso Settesoli. Capì che l’unità, per
essere efficace, deve crescere di scala.
🟥 PARTE III – LA
RIVOLUZIONE COOPERATIVA
9. La nascita della Cantina Progresso
La cooperativa nacque tra dubbi, discussioni, speranze. Ogni
socio portava con sé una parte di paura e una parte di coraggio.
10. La democrazia delle assemblee
Le assemblee erano il cuore pulsante della cooperativa:
luoghi di conflitto, di confronto, di crescita.
11. L’acqua del Lago Arancio: la rivoluzione silenziosa
L’acqua cambiò tutto. Dove c’è acqua, c’è futuro. E dove c’è
futuro, c’è coraggio.
12. I tecnici agricoli: la scienza che incontra la
tradizione
I tecnici agricoli furono mediatori tra due mondi: la
tradizione contadina e la modernità scientifica.
13. La sinistra e la cooperazione: ideologia che diventa
pratica
La cooperazione era un laboratorio politico: autogestione,
solidarietà, emancipazione.
14. Gli anni Settanta: modernizzazione e qualità
La Cantina Progresso divenne un’impresa moderna. Il vino
migliorò, il mercato si aprì, la comunità cambiò.
15. Gli anni Ottanta: consolidamento e identità
La cooperativa consolidò i risultati e costruì un’identità
forte.
🟧 PARTE IV – LA
TRANSIZIONE
16. Peppino Bivona e la scelta della fusione
La fusione con Settesoli fu una scelta difficile, ma
necessaria. Non fu una resa: fu un’evoluzione.
17. Settesoli: continuità e trasformazione
La cooperativa non morì: si trasformò. E portò con sé i
valori originari.
18. Il lascito della Cantina Progresso
Il lascito non è solo economico: è culturale, sociale,
identitario.
🟦 PARTE V – EPILOGO
19. Il futuro che nasce dal basso
La storia di Menfi dimostra che lo sviluppo non si riceve:
si costruisce.
20. Una comunità che ha imparato a scegliere
Il futuro appartiene a chi ha il coraggio di unirsi.



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