giovedì 8 novembre 2018

Dal vino all'acqua...............

Poco meno di un anno addietro Vito Varvaro è stato estromesso dal cda di cantine Settesoli, oggi viene scelto per la sua competenza ed esperienza nell'ambito di ATF

La nuova strategia per il futuro dell’Acqua di Fiuggi sta scritta tra le righe delle nomine fatte lunedì dal sindaco Alioska Baccarini, nella veste di legale rappresentante del Comune di Fiuggi quale azionista di maggioranza della Acqua e Terme di Fiuggi Spa e Golf, la municipalizzata che riunisce le fonti, l’imbottigliamento, il centro benessere, gli impianti sportivi cittadini di livello nazionale.

Il primo passo strategico: basta con gli amministratori unici. Così era stato negli ultimi anni. Una scelta che aveva reso snello il ponte di comando della società, permettendogli di uscire dal limbo nel quale era finita. Ora si passa ad un Consiglio d’Amministrazione. Nel quale non ci sono esponenti politici cittadini. Il respiro del nuovo CdA è da azienda che vuole tornare ad esercitare un ruolo sui mercati nazionali.

Il secondo passo strategico sta proprio nei curriculum dei Consiglieri d’Amministrazione chiamati a Fiuggi. Non sono stati selezionati per designazione politica. Ma per scelta. Basata sulla competenza e sull’esperienza.


Il passo che fa intuire l’intera strategia è la ricostruzione della coppia Mirco Gabbin– Vito Varvaro. Hanno lavorato insieme per anni, costruendo il ‘miracolo’ Settesoli: la cantina siciliana con 2mila soci e 4mila ettari di vigneti. Da sempre cantina sociale, il duo Gabbin – Varvaro aveva iniziato un percorso che aveva portato Settesoli ad entrare nel segmento dei vini di alta qualità. Dando molto fastidio a chi in quel settore altamente redditizio ha già una posizione consolidata. Un anno fa, quando a Varvaro è stato dato il benservito, si è parlato di complotti.

Mirco Gabbin ora è l’amministratore delegato di Acqua e terme, individuato nei giorni scorsi: è il braccio organizzativo ed operativo dell’azienda   Vito Varvaro è l’uomo dei mercati nazionali: ha fatto parte del consiglio di amministrazione della “Vitale Barberis Canonico”, è stato consulente della “Investcorp Brands Capital”, della “Cielo Venezia 1270 Spa”. Da undici anni è tesoriere di “Save The Children”. Siede nel consiglio di amministrazione della “Piaggio Group” ed è consulente della “Fisconaro srl”. In precedenza è stato nei CdA di “Tod’s Spa”, poi della “Marcolin” e “Bulgari SpA”.


https://www.alessioporcu.it/articoli/acqua-di-fiuggi-nuovo-cda-ciionsiglio-damministrazione-chi-sono/



sabato 3 novembre 2018

Sindrome del tuttologo




La Sindrome che colpisce le persone dominate dall’ego e incapaci di evolversi

Le persone che soffrono della sindrome del “tuttologo” hanno un problema serio: in questo persistente tentativo di mostrarsi superiori, dimostrano solo di soffrire di una grave insicurezza in se stessi.

La conoscenza può portarci molto lontano nella vita, ma il modo in cui affrontiamo la conoscenza, è ciò che mostra chi siamo veramente.
Alcune persone sono umili nella loro saggezza e invece di causare imbarazzo a coloro che sono meno istruiti, agiscono con altruismo, aiutandoli ad espandere le loro conoscenze.

Viceversa, ci sono persone con la sindrome del “so-tutto-io”, estremamente arroganti.
Si considerano superiori a chiunque si trovi intorno a loro, trattando gli altri come esseri inferiori.
Questo sorta di sindrome, che miete sempre più vittime, è stata di recente oggetto di studio da parte di un team di psicologi.
Gli psicologi dell’Università del Michigan si sono dedicati ad analizzare il comportamento dei “tuttologi”
Per comprendere se abbiano davvero più conoscenze degli altri e se questo comportamento di superiorità possa essere uno strumento che li aiuti a trovare nuovi modi per potenziare il loro processo di apprendimento e di conseguenza sviluppare il loro intelletto.

Nella loro analisi, i ricercatori hanno scoperto che questa arroganza non deriva sempre dalla reale conoscenza.
Quando ad alcuni è stato chiesto qualcosa di cui non avevano sufficiente conoscenza, hanno comunque affermato di saperne più di altri.
Per avvalorare la loro sapienza, hanno supportato le informazioni esposte con una serie di argomenti che hanno dimostrato solo la loro conoscenza limitata dei fatti.
Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.
(Daniel J. Boorstin)

Durante il sondaggio, i partecipanti hanno compilato questionari per testare la loro conoscenza in ambito politico.
Gli psicologi hanno inserito nei questionari alcuni termini inesistenti.
I tuttologi hanno individuato i termini falsi, ma hanno continuato ad insistere sul fatto che li conoscessero davvero.
Le persone con un livello di istruzione più basso invece, oltre a dimostrare una conoscenza più solida, hanno dimostrato di possedere anche una buona dose di umiltà restando fedeli alla verità sui termini.
Nello step successivo è stato chiesto ai partecipanti di leggere due articoli.
L’argomento scelto per il primo articolo, incontrava lo stesso punto di vista dei lettori, mentre quello selezionato per il secondo, si basava su un punto di vista opposto a quello dei partecipanti.

Teoricamente le persone intelligenti, quando si trovano di fronte qualcosa che differisce dalla loro visione, analizzano tutte le informazioni, riflettono e stabiliscono un pensiero critico al riguardo.
Gli psicologi invece, durante il loro studio, hanno osservato che i partecipanti avevano prestato attenzione a tutto ciò che confermava le loro convinzioni ed avevano ignorato ciò che li sfidava o li contraddiceva.
Queste persone che credono di sapere tutto, per la maggior parte, si isolano solo in ciò che già sanno, in ciò che considerano l’unica verità e si chiudono alle altre visioni della vita e alle opportunità che si presentano con esse.

UNA PERSONA MATURA RICONOSCE I PROPRI ERRORI ED È PRONTA A CAMBIARE IDEA

Proprio come i tuttologi a volte tendiamo a chiudere gli occhi su ciò che non si adatta alle nostre opinioni e lo facciamo perché desideriamo convalidare i nostri pensieri, amiamo supporre di aver ragione, soprattutto quando si tratta di vecchie convinzioni che ci portiamo dietro da lungo tempo.
Invece non bisogna dimenticare che se vogliamo essere nel giusto, dobbiamo essere aperti a nuove visioni, ad altri punti di vista, riconoscere i nostri errori e sfruttare tutte le opportunità di apprendimento e crescita che offrono.
I saputelli hanno un problema serio, in questo persistente tentativo di mostrarsi superiori, mostrano solo di soffrire di insicurezza e scarsa fiducia in se stessi.

Abbiamo bisogno di sviluppare una maturità sana che ci permetta di riconoscere i nostri errori e cambiare le nostre convinzioni senza preoccuparci di apparire migliori di quelli che ci circondano.
Cambiare idee ed atteggiamenti non è semplice, soprattutto quando sono molto radicati. È una grande sfida, ma non impossibile da vincere.
L’umiltà di pensiero e il desiderio di imparare e di migliorare, sono sinonimi di crescita e di spessore.

giovedì 1 novembre 2018

Solo un spiacevole ....sproloquio!!



Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.
(Daniel J. Boorstin)





               In questa festa di turno, a giudicare dal resoconto fattomi da Nicola, circa la serata letteraria svoltasi domenica scorsa, presso la B., un tale gioacchino... il quale forte del suo rigore storico non risparmia a Gaetano Basile una puntuale quanto pungente precisazione: il nostro comune non poteva ospitare alcun ebreo cacciato dalla Spagna nella seconda metà del quattrocento per la semplice ragione che Menfi …non era stata ancora fondata! 















Restiamo sorpresi allorquando il nostro Gaetano nella sua disamina circa la venuta degli ebrei in Sicilia ed in particolar modo in provincia di Agrigento si lasci scappare …Menfi. 

Ora bisogna essere dei pedanti pizzicagnoli, per svalutare una bellissima analisi storica-antropologica regalataci dal Basile!

A Menfi gli ebrei ci sono stati ed io sono onorato di esserne amico degli attuali pronipoti: Giuseppe e Manfredi. Trattasi della famiglia Barbera che a metà dell’ottocento con il capostipite Renzo lasciarono Menfi per trasferirsi a Palermo dove continuarono ( e continuano) a commercializzare olio!


Ma non lasciamoci distrarre da queste meschine precisazioni, lasciamoli all’attenzione di gioacchino .... ! 


Invece abbandoniamoci alle seducenti argomentazioni, quasi delle disquisizioni dotti e sottili di Gaetano Basile circa il senso ed il valore della “festa” dei morti .Il nostro attento studioso e ricercatore del ricco patrimonio culturale non risparmia feroci giudizi circa la malusanza che da qualche decennio imperversa nella nostra isola ovvero l’introduzione di mode e superstizioni importate dall’America .Ma come? Si chiede indignato Gaetano, Noi che abbiamo elaborato “il lutto” per i morti, la nostra millenaria civiltà che fin dai greci aveva esorcizzare la morte, fino a definire gli umani “mortali” ci siamo ridotti a….. spaventapasseri!

Gaetano si accalora per tanta negligenza, non sa darsi spiegazione per la prevalenza di cosi troppa stupidità che ormai ha colonizzato le nostre menti e insipidito gli animi 

Domani è il giorno dei defunti ,proverò a ritualizzare la “festa” dei morti ricucendo lo strappo con il mio nipotino Andrea

PeppinoBivona 


Caro Peppino,

ti ringrazio. Circa la presenza “nel territorio saccense” (allora si parlava di territori più che di paesi) di comunità ebraiche è frutto degli studi del Prof. Imbornone. Fu lui a farmi scoprire “le case degli ebrei” a cui feci cenno. Non posso chiamarlo a testimone perché è venuto a mancare da diversi anni, ma restano i suoi studi preziosissimi.

Con un caro abbraccio

GaetanoBasile 


Caro Peppino, che dire. Io ho partecipato al Al Talk Show di sabato mirabilmente condotto dalla Dott.ssa Antonella Giovinco, dove hanno preso parte il Sindaco della Città Marilena Mauceri, l'Assessore Saverio Ardizzone, Gaetano Basile, Nicola Cacioppo, Claudia Nuccio, Nino Alesi,  
  una vera serata culturale molto apprezzata da una   platea attenta e qualificata 
 Domenica non ero presente.
   Che è successo?
Forse si è trattato di un semplice scivolone, un  sproloquio,insomma niente di personale. 
Del resto non merita nessun cenno  degno di cronaca, se pur il post è stato letto da 1389 utenti alla data odierna. Una cosa è certa, Gaetano Basile relatore di lungo corso  è stato invitato dall'Amministrazione Comunale, quindi ospite.     
Sono certo, o quando meno auspico, che  il soggetto in questione  saprà porre rimedio, nei modi e nelle forme più consone.

NinoSutera



P.S. ogni riferimento a fatti e cose è puramente casuale


domenica 28 ottobre 2018

Quaderno di Neoruralità




Pubblico delle grandi occasioni a Menfi alla presentazione del Quaderno di Neoruralità
"Diario dell'Ulivo Saraceno"
di Peppino Bivona, edito della Libera Università Rurale dei Saperi&dei Sapori.

Al Talk Show mirabilmente condotto dalla Dott.ssa Antonella Giovinco, hanno preso parte il Sindaco della Città Marilena Mauceri, l'Assessore Saverio Ardizzone, Gaetano Basile, Nicola Cacioppo, Claudia Nuccio, Nino Alesi, Nino Sutera.
 Peppino Bivona e Gaetano Basile, hanno dato luogo a una vera serata culturale molto apprezzata da una   platea attenta e qualificata e da tutta l'Amministrazione Comunale presente. 
La regia, perfetta, è stata curata dall'Assessore Nadia Curreri, La visita alla mostra di Gregorio Viviani e la degustazione dei prodotti del territorio, ha concluso la serata.



Dal Vino all’olio, da Inycon a Frantoi in Festa
Continuano le iniziative organizzate dal Comune di Menfi, ma anche quelle della Libera Università rurale, che non è nuova a iniziative inedite di animazione e di approfondimento colturale e cuturale.
Tante attività sia all’interno del territorio che fuori, anche ben lontano dai confini regionali.

Ha ideato tanti format di successo,
Dal villaggio di Idee,     ai Borghi GeniusLoci De.Co.,
passando per terr@ - acronimo di Territorio,EnogastronomiaRisorseRurali e @mbientali,

e coordina il comitato promotore del Parlamento Rurale Europeo per l’Italia.



Questa sera la presentazione del primo quaderno di Neoruralità - Diario dell’Ulivo Saraceno - di Peppino Bivona con la prefazione di Gaetano Basile, l’introduzione di Nicola Cacioppo, e la postfazione di Nino Sutera mentre il Progetto grafico è di Stefania Bonura Graphics Web & Books


















martedì 23 ottobre 2018

Diario dell'ulivo saraceno

Tutto pronto a Menfi,  per i tre giorni dedicati all'olio novello, tanti eventi in programma.


Sabato 27 Ottobreore 18.00 la presentazione  della pubblicazione - Diario dell’Ulivo Saraceno- di Peppino Bivona con la prefazione di Gaetano Basile, l’introduzione di Nicola Cacioppo, e la postfazione di Nino Sutera




La Libera Università rurale non è nuova a  iniziative inedite di animazione e di approfondimento.
 Tante attività sia all’interno del territorio,  che fuori, anche fuori i confini regionali.
Ha ideato tanti format di successo tra i quali,  Dal villaggio di Idee, ai Borghi GeniusLoci De.Co., passando per terr@ Territorio,EnogastronomiaRisorseRurali e @mbientali.



















Interverranno:
Marilena Mauceri, Sindaco
Giuseppe Bivona, Presid. Libera Università Rurale
Gaetano Basile, scrittore autore di tantissime pubblicazioni di storia dell’enogastronomia,  e Primo “Ambasciatore dell’Identità Territoriale” ha firmato anche la prefazione del  libro di Peppino Bivona
 Saverio Ardizzone Assessore all’Agricoltura al Comune di Menfi
Nicola Cacioppo, decano dell’Assistenza Tecnica in agricoltura e coofondatore della Libera Università rurale
Nino Sutera, Funzionario Responsabile dell'Azienda Sperimentale Campo Carboj,  Coordinatore dell'Osservatorio di Neoruralità  e ideologo della Libera Università Rurale.


Gaetano Basile, dalla   prefazione al libro, che è anche un invito a leggerlo.
Peppino Bivona con l’ulivo ha un rapporto antico. Meglio ancora è antico il suo rapporto con la terra tanto da averne fatto il suo lavoro, la sua professione. Nessuno come lui conosce i mille segreti degli ulivi, delle drupe, dell’olio e di come giudicarlo. Ed
a lui ricorro sempre quando mille dubbi mi assalgono su questa pianta misteriosa, strana, bizzarra. Biennale, ma tanto antica e sacra da accreditarne l’invenzione ad una divinità, Atena la saggia.








venerdì 12 ottobre 2018

La baronia del Belice “territorii nullius”?


La baronia del Belice “territorii  nullius”?
di Peppino Bivona



                     Enzo Lotà nel suo bel libro “Uomini senza cappotto”  dedica alcune pagine molto significative circa l’assegnazione dei confini comunali tra Menfi e Castelvetrano . Segnala una prima ricognizione voluta da don Diego Pignatelli Cortez Aragona  nel lontano 1732 e poi  quella di qualche mese antecedente (1811)  la fine della feudalità in Sicilia (1812) .  Negli anni successivi due sindaci di Menfi ,l’avvocato Nino Ognibene e Rosario Giaccone  prospettano il problema di una nuova circoscrizione territoriale che superi i confini dell’ex contea feudale . Scrive Lotà “ Il sindaco Giaccone per rispondere  ad alcuni quesiti  richiesti dal governo, affida  all’agrimensore Don Francesco Viola la redazione di una mappa del territorio di Menfi  e del territorio della baronia del Belice.
Ebbene se visualizziamo le mappe redatte  dal marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena nel 1837- 1853 per conto del governo Borbonico ( Catasto Borbonico) non sembrano aver sortito alcun effetto positivo circa le rivendicazioni avanzate dal comune di Menfi, malgrado le precise e puntuali orgomentazioni esposte dall’agrimensore Francesco Viola.

Il consiglio comunale di Menfi dopo l’Unità d’Italia ripropone la questione, ma con lo stesso insuccesso .
Se la mia memoria non mi tradisce la buonanima del cav. Francesco Bilello sosteneva che la “difesa” degli attuali confini comunali sia stata caparbiamente voluta dai Pignatelli, i quali avevano fatto coincidere i confini territoriali con la delimitazione dei loro feudi. Di fatto Belice è l’ultimo lembo di feudo della famiglia Pignatelli
Ora , a distanza di un secolo e mezzo proviamo a dare una diversa chiave di lettura  del problema,che non sia la semplice e banale rivendicazione dal sapore “patriottico” irredentistico

Se le fondamenta della democrazia si reggono sulla divisione dei poteri, l’esercizio di una democrazia rappresentativa si concretizza nella dialettica elettore-eletto ovvero nel rispetto delle regole del gioco democratico: i cittadini periodicamente eleggono i loro rappresentanti politici per la gestione della “cosa pubblica” . Il momento elettorale costituisce il nodo cruciale delle verifiche tra le attese dei cittadini e la risposta dei rappresentanti. Le elezioni politiche offrono ai cittadini la possibilità di analizzare, verificare, giudicare l’operato degli eletti avendone il potere di confermargli o rimuoverne la fiducia. Ebbene questa normale dialettica democratica non trova applicazione nella piccola comunità proprietari dei terreni in contrada Belice di mare, Casuzze ,Casenuove e Serralunga.

 Come sostenevamo pocanzi, per ragioni complesse e talvolta complicate queste contrade provenienti dagli ex feudi Pignatelli –Aragona ricadono sotto la giurisdizione di Castelvetrano, mentre i proprietari, coltivatori da secoli a diverso titolo, risiedono nel vicino comune di Menfi. La qualcosa ha da sempre destato un malessere nei proprietari delle contrade su menzionate, ed invero in tutta la comunità menfitana tante che già dal 1828 l’amministrazione comunale di Menfi ha cercato di rivendicarne i diritti ponendo il fiume Belice come il naturale confine che separa la provincia di Trapani da quella di Agrigento e conseguentemente il comune di Menfi da Castelvetrano.

L’anomalia è tutta “Qui “ ovvero centrata sulla impossibilità di attuare una normale prassi democratica . I detentori dei beni fondiari e abitativi delle contrade di  Belice e altr. pagano al comune di Castelvetrano  le giuste tasse  per ricevere adeguati servizi (ritiro della spazzatura, gestione delle strade ecc.) oltre alla gestione del territorio. Accade ora che in assenza di un adempimento di questi servizi ,la comunità non è sufficientemente tutelata perché non  adeguatamente rappresentata , le resta solo la eventualità di protestare, spesso senza alcun esito positivo. Ma c’è di più , il territorio “terra di nessuno” diviene oggetto  di “incursioni”  speculative senza alcuna voce che si alzi circa l’ opposizione della gestione politica amministrativa. Insomma il territorio privo di una sua rappresentazione nei banchi del comune e oggetto di abbandono . gli amministratori gestiscono il territorio alla stregua di una “discarica”, sono svincolati dal giudizio degli elettori che in questo caso esercitano il diritto di voto a Menfi. I territori sono dei “luoghi” contrariamente ai “non luoghi” dove le comunità esercitano le proprie attività determinandone il vissuto, sono la sedimentazione delle vicende storiche collettive e personali che ne definiscono  lo scenario umano, economico ,paesaggistico ecc.
Questa piccola comunità , oggi ,vuole riappropriarsi della sua identità , vuole decidere  modi e tempi nel farsi rappresentare, e  cosi divenire” soggetti”    nella gestione del territorio e non “oggetti”  di eventuali occasionali , benevoli concessioni!                

martedì 21 agosto 2018

Dove abbiamo sbagliato ?

  
  Peppino Bivona 

"Il pomodoro “seccagno” resta l’emblema della sobrietà, del risparmio, dell’orgoglio, della sovranità alimentare contadina. Una filosofia di coltivazione in armonia con la natura."

                Caro Nino, ho letto gli appunti che mi hai mandato in occasione della Sagra del pomodoro “seccagno” svoltasi a Montallegro, Borgo GeniusLoci De.Co.
            Ti potrà sembrare curioso ma mi sono ricordato che molti e molti anni fa il pomodoro, da noi, veniva coltivato inderogabilmente in asciutto. Le uniche aree irrigue erano localizzate nelle zone periferiche del paese, gli orti sub-urbani, in particolare nella zona di sud – est, captando le acque di falda superficiali che venivano tirate su dalle “senie” e riversate nelle “ gebbie”. Se vuoi, puoi leggerla come una versione peculiare delle oasi desertiche del vicino Nord –Africa. La scarsità di acqua aveva plasmato e modellato nei secoli il nostro paesaggio agricolo, le scelte colturali, l’economia, insomma il nostro stile di vita. Finché, un giorno, alla fine degli anni cinquanta avvenne, come per incanto, il “miracolo”, le nostre campagne divennero tutte “orti”! Le opere irrigue distribuirono l’acqua dell’invaso artificiale “Lago Arancio” in buona parte del nostro territorio. Una prima manifestazione di questa nuova era accadde a Bertolino, nel terreno della buonanima di tuo zio Filippo Sutera, il quale, su indicazione dell’allora “Centro Studi” di Danilo Dolci, decise di piantare qualche centinaia di piantine di pomodoro, credo, San Marzano. I risultati furono strepitosi, ai lati dei profondi “vattali” si stendevano le piante di pomodoro stracarichi di frutti splendenti in tutta la loro abbondanza. Da quel giorno il nostro rapporto con il pomodoro cambiò radicalmente. Dedicammo sempre meno fatica, ma di contro investimmo più energia. La coltura divenne sempre più “dipendente” dai nostri interventi di natura irrigua, nutritiva(concimazione) ed in particolar modo della difesa sanitaria. Il “nuovo” pomodoro aveva sempre più bisogno di aiuto ovvero di energia esterna, “sussidiaria” e stranamente quanto più ne fornivamo tanto più la coltura ne richiedeva! Avevamo innescato un feedback positivo, una retroazione sempre più energivora, di cui oggi non riusciamo a venirne fuori! Per comprendere la chiave di lettura di cosa sia successo al pomodoro, bisogna capire il ruolo svolto dal DNA, il quale non solo svolge la sua principale funzione nella trasmissione dei caratteri ereditari, ma è anche un supporto di memorizzazione plastico. Non è solo la mutazione genetica a causare il “cambiamento”, c’è anche l’adattamento, ovvero, possiamo nel nostro agroecosistema, addormentare o risvegliare i geni che si svelano attraverso il fenotipo come “espressione genica”. Oggi sappiamo che la pianta alla fine del suo ciclo produce dei semi dopo aver vissuto la sua interazione con l’ambiente circostante, assimilandone nel suo DNA alcuni aspetti del suo vissuto. Così accade che il nostro pomodoro “intensivamente” coltivato non ha alcun bisogno di “attivare” le sue capacità di approfondimento delle radici per la ricerca d’acqua o di sostanze nutritive, né tanto meno mobilitare i geni deputati alla difesa delle avversità sia biotiche che abiotiche. 
Insomma abbiamo intrapreso un percorso opposto a quello a cui da decenni avevano dato significato e senso i nostri nonni. Perciò il pomodoro “seccagno” resta l’emblema della sobrietà, del risparmio, dell’orgoglio, della sovranità alimentare contadina delle nostre aree interne. Una filosofia di coltivazione in armonia con la natura. Una cultura sempre attenta a scrutare i segreti delle piante e trasferirle nel campo coltivato.

sabato 4 agosto 2018

Riaffiorano le radici

Riaffiorano le radici
di Peppino Bivona

                                A quel tempo la spiaggia di Porto Palo finiva alla foce Mirabile, quasi a simboleggiare le nostre colonne d’Ercole: oltre c’era l’ambio arenile, smisurato, aperto, sconfinato, sovrastato dall’immensa collina di sabbia: il “serrone Cipollazzo”,ricoperto qua e là da vegetazione di piante in via d’abbandono; poi il  mare, limpidissimo, basso ,esteso, calmo , comodo per raccogliere patelle. Chi osava avventurarsi oltre la foce rischiava di perdersi nel vasto “oceano”, dove la ragione latitava e spesso soccombeva alle passioni giovanili. 

Oggi gli spazi oltre la foce Mirabile sono densamente antropizzati, resi angusti dalla strettezza  di un malcelato  budello di terra , costipato  da un ammasso di case scriteriate  e goffe,  insomma, penose.  Ora tutto si è ridotto, divenuto a portata di mano: l’accesso comodo ma non facile. I cambiamenti in questo mezzo secolo non potevano risparmiare questo tratto di mare e la collina sovrastante, che per alcuni anni divenne oggetto di un acceso dibattito, culminato in vicende giudiziarie dai risvolti umani dolorosi. Ma alla fine, pur assediato ad est come ad ovest, dalla speculazione, viene riconosciuto e decretato come area d’interesse paesaggistico –ambientale. Eppure come se non bastasse, Il serrone Cipollazzo, subisce oggi più che mai, inesorabilmente gli attacchi violenti delle mareggiate, particolarmente dove non sono state allestite  protezioni, ovvero i pennelli. Questa immensa, stupenda duna di sabbia, forse unica nel bacino del mediterraneo, sembra un gigante dai piedi d’argilla!
Si, ogni anno di più sembra sgretolarsi, la furia del mare non ha pietà, l’assedia frontalmente e inesorabilmente avanzando ne mina le fondamenta! Ogni anni sembra restituirci strani reperti.
Quest’anno, per uno bizzarro sortilegio, i marosi ci hanno consegnato nuovi reperti, ovvero lunghe radici di vite immerse per diversi metri nella sabbia fino a raggiungere i profondi strati argillosi, forse di illite o di caolino. Uno spettacolo mozzafiato: pensate queste uniche e rare viti  europea,  franchi di piede ,ovvero non innestate, da quasi centocinquant’anni sono sopravvissute al caldo torrido della sabbia infuocata,  a pochi metri dal mare
.Ad una prima analisi dei seni peziolari  sembrano Catarrati, Inzolia e una vecchia verità di uva da tavola, forse Centorruote. Ora vi chiederete stupiti: ma cosa ci faceva questa coltivazione della vite in un contesto orografico cosi avverso o quantomeno singolare?
Per un momento accantoniamo l’emozione e lasciamo parlare la storia.




 Ebbene, dovete sapere che per millenni in Sicilia, come in tutto il bacino del Mediterraneo, la vite veniva coltivata con estrema semplicità, non avevamo alcun bisogno di praticare l’innesto né tanto meno difenderci da due pericolose malattie ovvero l’oidio e la peronospora. La vite produceva in abbondanza e viveva cento e passa anni. I nostri guai inizino con la “scoperta “dell’America, e in modo decisivo quando i mezzi di comunicazione divengono sempre più rapidi e veloci come accade con le navi a vapore. La seconda metà dell’ottocento segna l’avvio tragico del disastro della viticoltura europea : arriva dall’America la fillosser, uno strano afide che attacca e distrugge  le radici delle viti europee, franche di piede. Dalla Francia il flagello si espande in tutta Europa compresa la Sicilia , ……fino a Menfi. Qui, la vite  nell’economia agricola, aveva un posto di tutto rispetto, ne sono testimonianza i diversi “palmenti “ diffusi in contrada Bonera. Che fare?  Per anni i contadini videro  scemare sotto i loro occhi interi campi di vite coltivate. Finché  un giorno, qualche acuto osservatore, notò un fatto interessante, ovvero che le viti coltivate in terreni sciolti o molto sciolti, la forma radicicola della fillossera non manifestava la sua virulenza. Fu così che i contadini e i proprietari   decidono di spostarne la coltivazione della vite nei terreni sabbiosi.
Oltre alla collina del Cipollazzo, la vite si estese nelle aree delle dune di contrada Torrenuova ,attivando, per alcuni anni, un fiorente commercio. Le viti affondavano le radici per diversi metri, fino agli strati argillosi,  mentre la vegetazione veniva protetta da cannucce perfettamente ordinate. L’uva raccolta veniva trasportata in cesti di canne spaccate, a basto con i muli. Tutto durò alcuni decenni fino a quando non fu introdotta la tecnica dell’innesto, utilizzando le viti americane le cui radici resistevano all’attacco della fillossera. Adesso il mare trascina via, assieme alle radici, i nostri ricordi giovanili.      

venerdì 27 luglio 2018

LA VERA, SERIA, RIVOLUZIONE DEI GRANI “ANTICHI”


LA VERA, SERIA, RIVOLUZIONE DEI GRANI “ANTICHI”
 Peppino Bivona



In una stupenda serata di mezzo luglio a Santa Margherita di Belice, in una incantevole piazza su cui si affaccia  il palazzo Filangeri –Cutò, di gattopardiana memoria, prende decisamente il via la “ RIVOLUZIONE” dei grani antichi.
 Sono trascorsi più di mezzo secolo da quando l’ordinaria follia prese il via nel centro nucleare della Casaccia,  bombardando con raggi gamma alcuni semi di grano  e da successivi rincroci nacque il capostipite Creso da cui provengono quasi tutti i grani attualmente coltivati. Queste nuove varietà, dai nomi più fantasiosi  pervasero le nostre campagne ,promisero rese favolose ,qualità di “glutine” dagli effetti miracolosi.
Come  si poteva negare il progresso , chi osava opporsi alla ricerca ed alla tecnica?
Quasi tutti i di contadini abbandonarono, senza tanti rimorsi, i vecchi grani: dalla Timilia, al Russello dal Perciasacchi al Bidi; ora  si potevano elargire massicce dosi di azoto senza il rischio che il grano allettasse, cosi le rese raddoppiarono e l’industria molitoria sembrava appagata circa la domanda di “qualità” .
Eppure un fantasma aleggiava: in un mondo globalizzato il prezzo del grano era sempre più svilito e gli agricoltori non avendo alcun controllo del “mercato” tentavano, quanto più fosse possibile, di incrementare le rese, ma all’aumento dell’offerta il prezzo crollava inesorabilmente. Ma c’è di più: il mondo scientifico medico mette sotto accusa i derivati alimentari preparati con i nuovi grani, rei secondo molti, di interferire sui processi assimilativi e metabolici del nostro organismo. Cosi ai poveri agricoltori non rimane che protestare o abbandonarne la coltivazione.
 In verità da qualche anno alcuni produttori di grano stanno tentando di percorrere una singolare stategia: abbandonare  la coltivazione di questi  grani convenzionali e ritornare alle vecchie varietà . Tra questi “pionieri” spicca la figura di Melchiorre Ferraro, il quale rifiuta di conferire il suo cervello “all’ammasso”, recupera una vecchia varietà Giustalisa  e inizia intelligentemente un processo  di riappropriazione della sovranità  cerealicola  del  territorio e nel riconoscimento dell’identità  come soggetto produttore. Oggi possiamo trovare le diverse tipologie di pasta di Ferraro nei grossi mercati della zona. sistemate diligentemente in eleganti scansie  di legno, lontano e distanti dalle “cataste” di confezioni  ammassate come conci di tufo, le cui ditte produttrice si sbranano tra di loro per qualche centesimo in meno. No, la pasta di Giustalisa non va confusa con le altre paste commerciali, si tratta di un caso di omonomia!
Il comune di Santa Margherita del Belice e la locale sezione della Pro Loco non si lasciano sfuggire questa occasione, coinvolgono Melchiorre Ferraro in una intelligente e ben organizzata serata  per gustare alcuni  prodotti culinari con le farine provenienti dai grani antichi  affidandone la preparazione a Michele Ciaccio insegnante presso la scuola Alberghiera di Castelvetrano. Il professore Ciaccio ormai da anni  in cucina ha preso dimestichezza con questi grani antichi, ne conosce i punti di forza ma anche quelli di debolezza, ma ormai sa come “addomesticarli”. I risultati a giudizio del vasto pubblico presente sono stati eccellenti: una valutazione unanime sulla bontà della materia prima, ma soprattutto  sulla bravura culinaria di Michele Ciaccio e dei suoi collaboratori.
Non a caso il Prof   Michele Ciaccio, Melchiorre Ferraro, e da questa sera la Pro Loco Gattopardo Belìce, la Libera Università Rurale, ha conferito il meritato riconoscimento di "Custode dell'Identità Terrioriale" del percorso Borgo GeniusLoci De.Co.