mercoledì 1 aprile 2026

Case vuote in cambio di cura: nasce il progetto di ospitalità solidale

 A Nicosia prende forma un’iniziativa che punta a dare nuova vita alle abitazioni inutilizzate e, allo stesso tempo, a contrastare lo spopolamento dei borghi dell’entroterra siciliano. Si tratta del progetto promosso dall’associazione SicilyUp in collaborazione con il network TiME4, basato su un sistema di scambio reciproco: ospitalità in cambio di tempo e attività utili.



 

Come funziona lo scambio

Il meccanismo è semplice, ci spiega Maria Antonietta La Greca, presidente della associazione di promozione sociale SicilyUp. I proprietari di seconde case o abitazioni utilizzate solo per brevi periodi dell’anno possono metterle a disposizione di chi desidera soggiornare sul territorio.

In cambio, gli ospiti — tra cui viaggiatori, nomadi digitali, famiglie o pensionati attivi — offrono il proprio contributo in attività quotidiane come manutenzione degli spazi, cura di orti e giardini, accudimento di animali e custodia delle abitazioni. Non è previsto alcun compenso economico. Lo scambio si basa esclusivamente sul tempo, sulla fiducia e sulla collaborazione.

Un progetto contro lo spopolamento

L’iniziativa si inserisce in un contesto ben noto, ovvero quello dello spopolamento che interessa da anni molti comuni dell’entroterra siciliano. Anche realtà come Nicosia registrano una progressiva diminuzione della popolazione residente, con un conseguente aumento di immobili inutilizzati e una riduzione della vitalità sociale ed economica.

Il progetto mira proprio a invertire questa tendenza, almeno in parte, riportando presenza e attività nei borghi attraverso forme temporanee ma significative di abitazione.

Il ruolo delle associazioni

SicilyUp è attiva da tempo nella promozione di iniziative legate allo sviluppo locale e alla creazione di reti di comunità. TiME4, invece, si fonda sul principio della “banca del tempo”, mettendo in relazione persone che possono offrire e ricevere supporto attraverso lo scambio di ore e competenze.  Dalla collaborazione tra le due realtà nasce un modello che unisce ospitalità e solidarietà, valorizzando risorse già presenti sul territorio.

Obiettivi e prospettive

L’obiettivo non è solo quello di offrire un’alternativa al turismo tradizionale, ma soprattutto di riattivare immobili inutilizzati, favorire nuove relazioni tra residenti e visitatori, rafforzare il tessuto sociale locale e promuovere forme sostenibili di abitare.

Se il progetto troverà continuità e adesione, potrà rappresentare un modello replicabile anche in altri borghi della Sicilia e del resto d’Italia.

Come partecipare

Per aderire all’iniziativa o ottenere maggiori informazioni è possibile consultare la piattaforma online di TiME4.

Una rivoluzione gentile (ma concreta)

In un mondo dominato da scambi economici e logiche di profitto, questo progetto propone qualcosa di diverso: una economia della fiducia. Non è utopia. È un modello praticabile, replicabile, già in movimento. Una rivoluzione silenziosa che non costruisce nuovi edifici, ma riapre quelli esistenti. Che non inventa nuove risorse, ma valorizza quelle dimenticate. Che non porta turismo, ma presenza.

E se fosse solo l’inizio?

Quello che oggi nasce nei borghi siciliani potrebbe diventare un modello per molte altre aree interne italiane — e non solo. Perché il vero valore di questo progetto non è nelle case, né nel tempo scambiato. È nella possibilità di ricucire legami tra persone e luoghi. E forse, proprio da qui, può ripartire un nuovo modo di abitare il mondo.

venerdì 27 marzo 2026

L’olio della zia “Ciccina”

 


Peppino Bivona

Belìce di Mare primavera 2022

 

Un tempo quando non c’erano ne telefoni fissi e meno che mai cellulari, era quasi d’obbligo scambiarsi le visite tra parenti e amici,secondo un calendario  dettato dal buon senso e comunque tale da mantenere saldi i legami con il “parentato”


 

Capitava cosi che nel calendario , quella domenica pomeriggio,era destinata a far visita allo “zu Bastiano e alla di lui moglie zia Francesca ovvero la “za Ciccina”.Quando la stessa idea coinvolgeva altri parenti la casa della zia si riempiva e spesso necessitava occupare la stanza accanto per ospitarli tutti. Curiosamente le donne finivano per posizionarsi a parte dagli uomini  e un po' come i turchi si mostrava una chiara e distinta separazione di genere. Ricordo che la visita non aveva termine se non qualcuno facesse esplicita richiesta alla zia “Ciccina” perche  raccontasse come fece a superare l’annata in quel lontano1934 con mezzo cafiso di olio ovvero poco meno di 6 litri con una famiglia di 6 figli e i genitori. Ora l’uditorio si fece silenzioso e …serio.Lo zio  Bastiano  non perse tempo , la storia aveva un prologo, spettava al vecchio contadino descrivere il contesto ovvero come quell’anno si era presentata l’annata per l’olivo. A detta dello zio Bastiano  non si ricordava a memoria umana  un raccolto cosi scarso. L’inverno precedente non piovve quasi niente, le poche piogge arrivarono a ridosso di San Antonino ovvero intorno all 13 giugno. Dio c’è ne scanzi  e liberi!

 Nella memoria collettiva dei contadini questo santo, pur cosi miracoloso, aveva un suo “tallone di Achille” : Se piove per la tredicina di San ‘Antonino…ne pani ne ogghui, ne vinu! La coltura della vite pur non avendola rilevanza di oggi, fu decimata dalla peronospora; il grano necessitò di parecchie  ribaltamenti mentre era nell’aia ma qualcosa si

ùrecuperò; ma il drammatica pioggia  compromise la quasi totalità della produzione di olive, tutte le avversità si abbatterono in quello stesso anno!Lo zio Bastiano fece una lunga pausa, riprese poco dopo per dire che tutto l’olio che aveva portato a casa era …mezzo cafiso di olio e …non tanto buono!

Ora la parola , come in un duetto, passava alla za Ciccina a cui era affidato l’arduo compito di far bastare il poco olio per l’intera annata!Raccontò dei tanti escamotage per risparmiare, come il versare l’olio nella minestra dalla parte opposta alla luce del lume o falsare i conteggi dei cucchiai di olio, o sostenendo a tavola con i figli e il marito…che aveva versato olio più del dovuto!

Sta di fatto che l’anno trascorse senza che i suoi ragazzi lamentassero la carenza di olio, nessuna contestazione , ne appunti alla qualità dei piatti preparati dalla” za Ciccina”

I presenti, non avevano parole, restarono attoniti , “ Ma questo” disse lu zu Liddu”” è un miracolo,somiglia tantissimo a quello di Gesù quando sfamò la moltitudine dei suoi seguaci con pochi pani e pochi pesci”!

Ebbene qualcosa li accomuna. Nel racconto dei Vangeli il miracolo consiste come è noto nella moltiplicazione di quel poco che c’è, di quello che resta a disposizione degli apostoli  di fronte a migliaia di seguaci rimasti senza cibo( cinque pani e due pesci).La cosa che subito salta alla mente è la nostra attenzione su quello che “manca” e che non sarebbe sufficiente a soddisfare la moltitudine che si attende di essere sfamata. Invece invertiamo la nostra attenzione  verso  quello che abbiamo a disposizione, su quello che rimane, sul resto. Si tratta di un “resto” che non genera afflizione  perché diviene motore di una straordinaria trasformazione.

La nostra cultura occidentale  ha sempre visto la mancanza  come penuria,deficit,scarsità,minorazione,negatività, non ha mai considerato la mancanza  come una forza ,una spinta, una trascendenza! In fondo la potenza del nostro desiderio , nasce perché desideriamo ciò che ci manca!.

Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci appare una eccedenza senza misura che scompagina il normale rapporto stabilito dal regime necessario delle proporzioni. Cinque pani e due pesci non possono sfamare una moltitudine di cinquemila persone riunita  in un luogo quasi desertico, privo di contatti e di soccorsi. E’dunque la fede nel desiderio il miracolo che rende possibile il prodigio e non il prodigio che rende possibile il miracolo. Ciascuno di noi sa per esperienza che quando si attiva la fede nel desiderio,l’impossibile può divenire possibile la vita si espande  e si erotizza, acquista potenza. Al contrario ,senza desiderio essa si rattrappisce ,perde il suo slancio, si contrae e declina. E’ la trascendenza del desiderio  la forza che apre la vita rendendola davvero viva. E’ questa forza che una volta attivata genera una incentivazione ulteriore della propria forza. Lo dice bene Spinoza quando sostiene che la spinta del desiderio tende a conservarsi solo espandendosi!

lunedì 16 marzo 2026

Agricoltura, Alimentazione, e.......

Giuseppe Bivona
Belice di Mare 
estate 2023


                                                        Potevamo“nell’era della tecnica” dipendere da quattro cafoni- gratta- terra, per alimentarci?.Possibile che per assumere la dose quotidiana di vitamina C dovevamo sbucciare l’arancia o rifornirci di Mg dalla comunissima, volgare insalata verde o di fibra dai chicchi di cerali integrali? No ! Non abbiamo tempo da perdere : il tempo è denaro!Oltretutto risultava “sconveniente” sbucciare una arancia o pulire una carota! Meglio sarebbe assumere le comode ,pratiche, funzionali pillole vitaminiche , i confetti all’omega-3 o le fiale per il ferro! Fu così che un nutrito esercito di “intelligenze” , al soldo di consolidati interessi nutri- farmaceutici si misero a lavoro. Analizzando e sezionando gli alimenti “scoprivano” i tocoferoli, gli antociani , gli omega-3 e le tante fitomolecole che la natura aveva sapientemente “nascosto” nel variegato mondo dei vegetali. . Ora ,bisognava snidarli, astrarli dal loro contesto, “copiarne” la formula chimica e riprodurla in laboratorio , confezionarli, distribuirli, pubblicizzarli e… consumarli a più non posso!
Era inevitabile che , anche in agricoltura, i “beni” divenissero oggetto di scambio ovvero tra-s mutassero in “merci” , perdono il loro valore d’”uso” e assunsero il valore di “scambio”. Sarà il mercato la nuova divinità sul cui altare saranno immolate le tantissime vittime sacrificali! L’agricoltura per sua “natura” inizialmente sembra restia ad accettare il nuovo “ordine” : i prodotti alimentari “sfortunatamente” sono deperibili, contengono enzimi che le degradano, marciscono, non sono come la nostra plastica che sfida i secoli! E poi, oggi, il mercato è globalizzato ,le merci si muovono dove l’offerta straripa è corre verso la domanda è più sostenuta . Ecco, che la tecno-scienza accorrere in soccorso, risolvendo uno ad uno i problemi che madre natura , incurante ed ignara del profitto, come fastidiosi bastoni ci aveva messo tra le ruote!
Cosi rendemmo le farine bianche ,bianchissime ,quasi il candore di Biancaneve ,le privammo dell’inutile germi nello e di altre compagnie fastidiose. Ora lo potevamo accatastare e stoccare per anni nei magazzini, pronto all’occorrenza a mutare in una delle tante fantasie da forno del “Mulino Bianco
Più impegnato fu il processo per rendere candido e cristallino lo zucchero dal succo della barbabietola , ma alla fine quel che conta,è la sua comodità ,versatilità, praticità in cucina.
Il più grande riscatto dalla “terra” e dai suoi vincoli naturali, lo compirono le produzioni zootecniche , latte ,carne,uova ,formaggi. I nostri animali domestici divennero macchine di trasformazione, gli alimenti ,unità foraggere e l’economicità una assioma. Dal pascolo naturale e dal fieno gli animali passarono nelle stalle alimentati principalmente con mais e soia con sfarinati e mangimi concentrati e bilanciati ,adatti per ogni fase della loro vita attiva. Un fiume di latte inonda la nostra vita, montagne di formaggi ci sovrastano , la carne intasa i banconi del supermercato mentre il valore commerciale di questi prodotti è sempre più svilito ,i costi di produzione non coprono le spese vive.
Non si salvarono neppure gli oli , le teste “d’uovo” per stabilizzare la frazione debole degli oli ovvero gli acidi grassi insaturi, pensarono bene di “fissarli” , con la idrogenazione li solidificarono, ricavandone la margherita, un alimento che per decenni devastò la nostra salute , in particolare dei bambini.
I succhi , cosi detti di frutta non hanno niente che spartire con la sana viva solare frutta coltivata , eppure il lavaggio del cervello costante ed ossessionante della pubblicità svuota gli scaffali dei supermercati e lascia a imputridire le arance all’albero.
Ora siamo a chiederci : possibile che il vasto fronte dell’agricoltura ,dai sindacati al mondo della ricerca, dai tecnici alla politica ,abbiano potuto subire cosi impunemente queste mal vessazione, senza accennare ad un che minima reazione? Che senso ha avuto per anni mobilitare gli agricoltori e radunarli sotto i palazzi della politica, quando i veri nemici si nascondevano altrove?
E’ ora che gli agricoltori e i loro rappresentanti la smettano di chiedere più soldi alla politica ,la smettano di questuare e prendano coscienza e consapevolezza del ruolo strategico che le produzioni agro-alimentari assolvono nella la nostra alimentazione e per la salute dei consumatori.
Tuttavia, abbiamo bisogno di fare chiarezza, in primis , all’interno del variegato mondo agricolo tra gli stessi produttori così da delimitare uno spartiacque preciso e invalicabile.
Cominciamo col definire i prodotti. Il latte ,le carni o i formaggi provenienti dagli allevamenti della filiera “erba” , della catena corta,a kilometro zero, hanno una “valenza” piena e totale perché soddisfano le esigenze organolettiche, etico- ambientale e salutistico (per la presenza del “CLA” ). Tutto il resto, prodotto e distribuito dal sistema agroindustriale è “spazzatura”: nuoce gravemente alla salute!
Fuori dalla frutta fresca e dagli ortaggi non ci sono “surrogati” commestibili , la salute si mantiene e si difende con la “naturalezza” dei frutti delle verdure e degli ortaggi. Ogni altro prodotto di base,manipolato, sterilizzato, stabilizzato, non ha alcun effetto salutistico ,ma anzi rischia di minare la nostra salute.
Infine arriviamo agli “integratori” alimentari , la gallina dalle uova d’oro ,monopolizzati da precisi interessi para-farmaceutiche . Qui l’inganno diventa beffa : gozzi consumatori vengono turlupinati
quotidianamente ,anziché ricorrere alla frutta e verdura , la sola che mantiene ,vitamine,sali ecc nella forma organica, la sola assimilabile, questi cialtroni ci hanno scambiato per “vegetali” ai quali è possibile assumere calcio, ferro magnesio ecc nella forma inorganica!
I nemici degli agricoltori sono pure nemici della salute dei consumatori ,minano il benessere dei cittadini , usano armi suadenti adatti per ogni fascia di consumatori ,ci allettano con le promozioni o con prezzi stracciati. Aggiungono “esaltatori di sapidità” come se fossimo il cane di Palov Ma chi controlla la qualità “intrinseca” dei prodotti ? Che effetti hanno sul nostro apparato digerente- assimilativo,? E sul fegato? E sul pancreas?
Il futuro prossimo vedrà nascere una nuova alleanza : agricoltura e salute. Siamo tutti mobilitati a cimentarci su questo terreno!!


lunedì 2 marzo 2026

Il vento del "Progresso"

                                         Il vento del "Progresso"

"da un'iniziativa a un metodo,

 storia di un'ideale vincente" 



  


   Il titolo del racconto deriva dall'ubicazione della cantina Progresso  una terrazza naturale che si affaccia sul mar  mediterraneo, dove il vento è un "compagno" inseparabile.  

📑 INDICE

Prefazione

Introduzione – La Sicilia che cambia

PARTE I – IL TERRITORIO E LE SUE FERITE

  1. Menfi prima della svolta
  2. La povertà dignitosa e la subalternità economica
  3. Il capitale sociale nascosto
  4. Il terremoto del Belìce: trauma e rivelazione

PARTE II – I PROTAGONISTI

  1. Danilo Dolci: il seminatore di coscienza
  2. Pellegrino Gullì: il padre fondatore
  3. Filippo Sutera: il modernizzatore
  4. Peppino Bivona: il traghettatore verso il futuro

PARTE III – LA RIVOLUZIONE COOPERATIVA

  1. La nascita della Cantina Progresso
  2. La democrazia delle assemblee
  3. L’acqua del Lago Arancio: la rivoluzione silenziosa
  4. I tecnici agricoli: la scienza che incontra la tradizione
  5. La sinistra e la cooperazione: ideologia che diventa pratica
  6. Gli anni Settanta: modernizzazione e qualità
  7. Gli anni Ottanta: consolidamento e identità

PARTE IV – LA TRANSIZIONE

  1. Peppino Bivona e la scelta della fusione
  2. Settesoli: continuità e trasformazione
  3. Il lascito della Cantina Progresso

PARTE V – EPILOGO

  1. Il futuro che nasce dal basso
  2. Una comunità che ha imparato a scegliere

📖 PREFEZIONE

Questo libro racconta una storia che appartiene a un territorio, ma parla a tutti. È la storia di un popolo che, in un’epoca di povertà e incertezza, ha trovato il coraggio di unirsi per costruire il proprio futuro. È la storia di uomini e donne che hanno trasformato la fragilità in forza, la solitudine in comunità, la terra in dignità.

Non è un romanzo, ma ha la forza narrativa delle storie vere. Non è un saggio accademico, ma ha il rigore dell’analisi sociologica. È un romanzo‑saggio, un ponte tra emozione e comprensione.

📖 INTRODUZIONE – La Sicilia che cambia

Negli anni Cinquanta-Sessanta la Sicilia occidentale era un mosaico di contraddizioni: una terra fertile ma povera, ricca di storia ma priva di infrastrutture, abitata da comunità solidali ma isolate. Menfi era uno dei tanti paesi sospesi tra passato e futuro.

Eppure, proprio in questa periferia dimenticata, nacque una delle più significative esperienze di sviluppo dal basso dell’Italia rurale.

🟦 PARTE I – IL TERRITORIO E LE SUE FERITE

1. Menfi prima della svolta

Menfi era un paese agricolo, costruito attorno alla vite. Ogni famiglia possedeva un piccolo appezzamento, spesso ereditato in frammenti. La terra era tutto: lavoro, identità, destino.

Ma il destino non apparteneva ai contadini. Il prezzo dell’uva lo decidevano i mediatori. Il futuro lo decidevano altri.

2. La povertà dignitosa e la subalternità economica

La povertà non era miseria, ma precarietà. Una precarietà che impediva di progettare, di investire, di immaginare. Era una povertà “dignitosa”, ma pur sempre povertà.

3. Il capitale sociale nascosto

Menfi possedeva un capitale sociale prezioso: reti di parentela, solidarietà di vicinato, senso di appartenenza. Ma mancava un elemento: la capacità di trasformare la solidarietà in progetto.

4. Il terremoto del Belìce: trauma e rivelazione

Il 1968 fu un anno che spezzò tutto. Case crollate, famiglie sfollate, comunità disgregate. Ma fu anche l’anno in cui Menfi capì che la ricostruzione non poteva essere delegata.

Il terremoto fu una ferita, ma anche una rivelazione: se non ci aiutiamo da soli, nessuno lo farà per noi.

🟩 PARTE II – I PROTAGONISTI

5. Danilo Dolci: il seminatore di coscienza

Dolci non portò soluzioni, ma domande. Le sue assemblee erano spazi di ascolto, non di propaganda. Diceva:

“Ciascuno cresce solo se sognato.”

A Menfi, questa frase divenne un seme.

6. Pellegrino Gullì: il padre fondatore

Fu Gullì a pronunciare la frase che cambiò tutto:

“Dobbiamo unirci. Una cantina nostra.”

Non era un politico, non era un intellettuale. Era un uomo di terra che aveva capito che la terra, da sola, non bastava.

7. Filippo Sutera: il modernizzatore

Sutera portò la modernità:  Portò l’idea che il vino non è solo un prodotto, ma un’identità.

8. Peppino Bivona: il traghettatore verso il futuro

Negli anni Ottanta e Novanta, Bivona guidò la cooperativa nella fase più delicata: la transizione verso Settesoli. Capì che l’unità, per essere efficace, deve crescere di scala.

🟥 PARTE III – LA RIVOLUZIONE COOPERATIVA

9. La nascita della Cantina Progresso

La cooperativa nacque tra dubbi, discussioni, speranze. Ogni socio portava con sé una parte di paura e una parte di coraggio.

10. La democrazia delle assemblee

Le assemblee erano il cuore pulsante della cooperativa: luoghi di conflitto, di confronto, di crescita.

11. L’acqua del Lago Arancio: la rivoluzione silenziosa

L’acqua cambiò tutto. Dove c’è acqua, c’è futuro. E dove c’è futuro, c’è coraggio.

12. I tecnici agricoli: la scienza che incontra la tradizione

I tecnici agricoli furono mediatori tra due mondi: la tradizione contadina e la modernità scientifica.

13. La sinistra e la cooperazione: ideologia che diventa pratica

La cooperazione era un laboratorio politico: autogestione, solidarietà, emancipazione.

14. Gli anni Settanta: modernizzazione e qualità

La Cantina Progresso divenne un’impresa moderna. Il vino migliorò, il mercato si aprì, la comunità cambiò.

15. Gli anni Ottanta: consolidamento e identità

La cooperativa consolidò i risultati e costruì un’identità forte.

🟧 PARTE IV – LA TRANSIZIONE

16. Peppino Bivona e la scelta della fusione

La fusione con Settesoli fu una scelta difficile, ma necessaria. Non fu una resa: fu un’evoluzione.

17. Settesoli: continuità e trasformazione

La cooperativa non morì: si trasformò. E portò con sé i valori originari.

18. Il lascito della Cantina Progresso

Il lascito non è solo economico: è culturale, sociale, identitario.

🟦 PARTE V – EPILOGO

19. Il futuro che nasce dal basso

La storia di Menfi dimostra che lo sviluppo non si riceve: si costruisce.

20. Una comunità che ha imparato a scegliere

Il futuro appartiene a chi ha il coraggio di unirsi.




giovedì 19 febbraio 2026

La rete dei Borghi GeniusLoci DeCo, da un'iniziativa a un metodo

 

2010-2026
Il percorso Borghi Genius Loci DeCo nasce come progetto di valorizzazione territoriale che unisce tutela delle identità locali, promozione delle produzioni identitarie e sviluppo sostenibile e per tutti Il percorso Borghi Genius Loci DeCo nasce dall’intuizione di Luigi Veronelli negli anni ’80  sulle De.Co,  adeguato  rispetto ai fatti e incidenti di percorso,  fino a configurarsi come una rete nazionale di borghi impegnati nella salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale, prodotti, ricette, saperi, eventi a tradizioni identitarie.


Un percorso in continuo aggiornamento

  Il format nato nel 2010 ha operato, in almeno 350 eventi divulgativi, 600 articoli, la partecipazione a diverse Reti. Il percorso è stato inserito tra gli esempi virtuosi del -FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER LA TERRA E IL PAESAGGIO- "Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori"  selezionato e  presentato al Poster Session del Forum P.A. di Roma, VALORE PAESE economia delle soluzioni organizzata da ItaliaCamp a Reggio Emilia, Atlante nazionale politiche locali del cibo,  Premio nazionale Filippo Basile dell’AIF,  XXVI Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Formatori di Palermo e a EXPO 2015 di Milano,  solo per citarne alcuni.

 

Origini e quadro culturale
L’idea delle Denominazioni Comunali (De.Co.) nasce per opera  di Luigi Veronelli, che ha proposto la De.Co. come strumento  per riconoscere e tutelare i prodotti della terra. Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo mentre nasce per distinguersi per non estinguersi, a causa di chi nel corso degli anni soprattutto dopo il 2004,  ha introdotto e interpretato lo strumento della De.Co in forma palesamente conflittuale,  più volte sanzionato dal MIPAF e dall’UE. e dal buon senso. Il percorso della Rete Nazionale, assume anche una funzione didattica, recuperare i percorsi con le diverse varianti DE.C.O DE.C.O’ ma soprattutto che ne nella delibera ne altrove, non citano mai chi le ha ideate, attraverso l’adozione di strumenti correttivi.

Evoluzione normativa e contesto istituzionale
Negli ultimi almeno quindici anni il contesto nazionale e regionale ha favorito la diffusione e la legittimazione di pratiche di tutela identitaria: il riconoscimento UNESCO della Dieta Mediterranea (2010) ha rafforzato l’attenzione verso le culture alimentari locali; normative regionali come per esempio, la legge “Born in Sicily” e la Legge 194/2015 sulla biodiversità agricola hanno creato cornici normative coerenti con la filosofia De.Co. al netto delle interpretazioni stravaganti. Questi elementi hanno contribuito alla nascita e al consolidamento di una Rete nazionale che mette in relazione Comuni, associazioni e operatori per promuovere le specificità locali. Nel corso degli anni il paradigma del Genius Loci è stato assunto come riferimento metodologico: il luogo è inteso come insieme di elementi ambientali, produttivi, storici e sociali che rendono ogni borgo unico.

Fondazione e obiettivi della Rete
La Rete Nazionale Borghi Genius Loci DeCo, nata sul finire del 2020 è stata costituita con l’obiettivo di valorizzare i Comuni che hanno adottato o intendono adottare la De.Co., promuovendo un modello culturale fondato su territorio, tradizioni, tipicità, tracciabilità e trasparenza, promuovendo un modello culturale basato su territorio – tradizioni – tipicità, (unicità) – tracciabilità – trasparenza; recuperando e promuovendo l’ identità e unicità locali. Essa si configura come progetto pluriennale di valorizzazione dei territori rurali e come percorso culturale che interpreta il Genius Loci come equilibrio tra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva.

  




Vision e mission
La vision della Rete è custodire e valorizzare l’identità territoriale come patrimonio culturale vivo, promuovendo modelli di sviluppo sostenibile basati su autenticità, biodiversità e partecipazione comunitaria, condivisione e inclusione. La mission si articola in quattro direttrici: (1) tutela dell’identità locale attraverso l’adozione delle De.Co.; (2) valorizzazione culturale e produttiva di saperi, produzioni e mestieri; (3) promozione di uno sviluppo sostenibile e inclusivo che integri tutela ambientale, filiere corte ed economia circolare; (4) costruzione di reti e partenariati intercomunali per rafforzare la capacità dei borghi di raccontarsi e promuoversi.

Metodologia operativa
Il percorso adotta un approccio integrato e multidisciplinare che combina analisi storico‑culturale, mappatura delle produzioni e dei saperi, coinvolgimento attivo delle comunità,  senza sfociare in campi appartenenti ad altre tipologie. Le attività operative rivolte ai Comuni comprendono assistenza tecnico‑amministrativa, e l’avvio di un processo culturale per il raggiungimento di obiettivi, misurabili, condivisi e diffusi.    La governance della Rete funziona come piattaforma di coordinamento per lo scambio di buone pratiche, la partecipazione a bandi e programmi di finanziamento, la progettazione integrata e il monitoraggio degli impatti.

Ambiti di intervento e principali iniziative
Le linee di attività della Rete si concentrano su cinque ambiti principali:

  • Valorizzazione delle produzioni identitarie: promozione di prodotti agroalimentari tradizionali, ricette storiche, dolci tipici, artigianato e mestieri locali, con azioni di certificazione simbolica e comunicazione territoriale.
  • Supporto amministrativo ai Comuni: consulenza per l’adozione delle De.Co., predisposizione di un percorso condiviso, formazione per amministratori e operatori.
  • Attività culturali e divulgative: pubblicazioni, convegni, seminari, percorsi formativi ed educativi rivolti a scuole, operatori turistici e comunità locali per diffondere conoscenza sulla biodiversità e sulle pratiche tradizionali.
  • Partecipazione a eventi e reti: presenza in manifestazioni nazionali e internazionali dedicate a cibo, ruralità e sostenibilità, e collaborazione con reti territoriali per amplificare la visibilità dei borghi.
  • Progetti di governance territoriale: promozione delle filiere corte e dei mercati locali, iniziative per la riduzione degli sprechi alimentari, interventi per la valorizzazione del paesaggio rurale e strategie per contrastare lo spopolamento.

Risultati attesi e impatti
L’implementazione sistematica del percorso mira a generare impatti misurabili in termini di coesione sociale, attrattività turistica, resilienza economica e tutela ambientale. Tra gli esiti attesi: rafforzamento dell’identità locale, incremento delle opportunità per le filiere corte, maggiore partecipazione civica, aumento della visibilità dei borghi sui mercati turistici e alimentari, e consolidamento di pratiche sostenibili nella gestione delle risorse.

Raccomandazioni operative
In questo percorso non sono ammessi DISCIPLINARI, REGOLAMENTI E COMMISSIONI, sia perché fanno parte di altri percorsi a tutela, sia perché il percorso culturale ha la sua vision e la sua mission, il suo  carattere.




Estratto dal documento   “Il percorso Borghi Genius Loci DeCo”  

martedì 17 febbraio 2026

Audizione pubblica Ravanusa Borgo GeniusLoci DeCo

 BiancaDeSantis




Pubblico delle grandi occasioni all’Audizione pubblica con la consegna del riconoscimento alla comunità ravanusana come “Custode dell’Identità Territoriale”, la firma del Memorandum del Borgo GeniusLoci DeCo  e la consegna dei riconoscimenti celebrativi alle associazioni enogastronomiche partecipanti, protagoniste attive della salvaguardia della memoria alimentare e culturale del territorio La raviola e il totomè sono state inseriti nell'atlante nazionale del cibo nella sezione dedicata alla Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo https://reteborghideco.blogspot.com/2025/11/i-borghi-deco-nellatlante-del-cibo.html 

Questa iniziativa è figlia dell’evento internazionale di Caltanissetta per il Record del mondo del cannolo Guinness World Record assieme a Lillo Defraia,  Anna Martano, Marcello Proietto, Andrea Finocchiaro, Leonardo Massaro  e tanti altri professionisti dell’enogastronomia

 

 Per l'On Giusi Savarino, che nella precedente legislatura ha ricordato di essere stata tra i firmatari del  ddl sul registro telematico delle DeCo,   sono contenta di partecipare nella mia città all'Audizione pubblica   Ravanusa Borgo Genius Loci De.Co. all’interno delle manifestazioni del  Carnevale Storico, che si configura  come un momento alto di democrazia partecipata, nel quale istituzioni, associazioni, produttori, studiosi e cittadini hanno condiviso una visione comune: custodire e valorizzare l’identità territoriale come bene collettivo e leva di sviluppo.

Il riconoscimento del Totomè e della Raviola di Ravanusa risponde a un chiaro interesse pubblico, ha affermato il Sindaco Salvatore Pitrola, tutela un patrimonio a rischio di banalizzazione, rafforza la memoria collettiva, sostiene lo sviluppo locale sostenibile e contribuisce alla costruzione di un’identità territoriale consapevole. Ravanusa si presenta così come un sistema simbolico coerente, in cui storia, mito, festa e gastronomia concorrono alla definizione del Genius Loci. Riconoscere il Totomè e la Raviola come De.Co. significa, in definitiva, custodire il fuoco della tradizione, non le sue ceneri, e proiettarlo verso il futuro, come  all’interno del modello dei Borghi Genius Loci DeCo



L’Audizione Pubblica  composta da una presentazione,  discussione, osservazioni, proclamazione e cerimoniale, hanno preso parte  dopo i saluti istituzionali del sindaco Salvatore Pitrola e dell’Assessore regionale al Territorio e Ambiente On Giusi Savarino, gli interventi, di Nino Sutera, coordinatore della Rete Nazionale Borghi Genius Loci De.Co.; Francesco Monterosso, docente del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo; Olindo Terrana, direttore del GAL Sicilia Centro Meridionale; Anna Martano, gastronoma, gastrosofa, giornalista e scrittrice,  le testimonianze straordinarie di Melina Savarino (“A Tiempu Bellu”) e di Girolamo La Marca, con un brano tratto dal romanzo di Pietro Carmina I totomè del Barone. Moderati da  giornalista Angelo Augusto.

 Inserita nel quadro della Rete Nazionale dei Borghi Genius Loci De.Co., ha rappresentato una tappa decisiva nel percorso di riconoscimento della comunità ravanusana quale presidio attivo di cultura materiale e immateriale. Non un marchio commerciale, ma uno strumento culturale e giuridico di tutela identitaria, fondato sul principio che il valore di un territorio nasce dall’intreccio tra storia, paesaggio, produzioni tipiche e memoria condivisa.

Le DeCo nate per opera di Luigi   Veronelli trasmettono ancora oggi un messaggio forte, se pur reinterpretato nei tempi in cui viviamo,  per un'infinità di motivi.



Il cibo non è soltanto nutrimento o produzione economica, ha affermato Nino Sutera, è racconto, memoria, appartenenza. Ogni preparazione tradizionale custodisce una relazione profonda tra uomo, ambiente, storia e comunità. In questa prospettiva, l’alimentazione diventa una vera e propria mappa culturale, capace di rendere visibili i processi sociali e simbolici che strutturano l’identità dei luoghi.

Per Rocco Carlisi Assessore alla cultura,  Ravanusa, nel cuore della provincia di Agrigento, presenta una storia millenaria che affonda le radici nella preistoria e si struttura attraverso successive stratificazioni culturali. L’area archeologica di Monte Saraceno documenta la presenza di insediamenti sicani ed ellenizzati tra l’VIII e il III secolo a.C., testimoniando una continuità antropica di lungo periodo. Il toponimo stesso riflette questa complessità: - possibile derivazione araba (Ravim, fortezza); - interpretazioni di matrice greca, legate al paesaggio e alla terra.

 Il racconto del miracolo del Fico, legato alla campagna normanna di Ruggero d’Altavilla, rappresenta il mito fondativo della comunità. L’acqua sgorgata miracolosamente da sotto un fico, secondo la tradizione, salvò l’esercito normanno e diede origine al culto della Madonna del Fico.



Questo mito non è folklore residuale, ma narrazione identitaria condivisa, che ancora oggi orienta il senso di appartenenza al luogo.

Nel corso dei lavori è emersa con forza la consapevolezza che Ravanusa possiede un patrimonio stratificato che va ben oltre il singolo prodotto agroalimentare. Dal paesaggio agrario alle pratiche colturali, dalle tradizioni dolciarie alle ritualità popolari, fino all’area archeologica di Monte Saraceno, ogni elemento concorre a definire un “genius loci” riconoscibile, irripetibile, generativo, ha concluso il Sindaco

L’audizione ha avuto il merito di chiarire un punto fondamentale: la De.Co. (Denominazione Comunale) non è una competizione con i sistemi DOP o IGP, ma uno strumento complementare, capace di tutelare ciò che non rientra nei disciplinari europei ma costituisce l’anima profonda della comunità. Non solo un atto amministrativo, ma un percorso culturale, che diventa atto politico nel senso più nobile del termine: governo responsabile dell’identità, ha concluso Nino Sutera

Gli interventi hanno sottolineato come la sfida non sia solo quella della promozione, ma soprattutto della trasmissione intergenerazionale. Un borgo è Genius Loci quando sa riconoscere il proprio patrimonio e sceglie di consegnarlo integro, e possibilmente rafforzato, alle generazioni future. In questa prospettiva, la De.Co. si configura come patto comunitario: tra agricoltori e consumatori, tra memoria e innovazione, tra economia e cultura.

È stato ribadito il legame tra qualità territoriale e coesione sociale. Un prodotto identitario non è solo merce: è narrazione, lavoro, dignità. Significa difendere il reddito agricolo, sostenere le filiere corte, rafforzare l’economia locale. Significa, soprattutto, opporsi all’omologazione che appiattisce paesaggi e sapori.

L’audizione pubblica ha mostrato una comunità matura, capace di confrontarsi con rigore e visione. Non un’operazione nostalgica, ma un progetto strategico. Ravanusa ha scelto di collocarsi dentro una rete nazionale che valorizza i territori non come periferie, ma come centri di civiltà produttiva.

Particolarmente significativa è stata la riflessione sulla dimensione educativa del progetto: scuole, associazioni culturali e realtà produttive saranno chiamate a collaborare per trasformare la De.Co. in laboratorio permanente di cittadinanza attiva. Perché l’identità non si dichiara una volta per tutte: si coltiva, si pratica, si difende.

L’esito dell’audizione non è stato solo tecnico-amministrativo, ma profondamente simbolico. È emersa una visione condivisa: Ravanusa non vuole essere soltanto luogo geografico, ma comunità narrante. Il percorso Genius Loci De.Co. diventa così strumento di pianificazione culturale, economica e sociale, capace di connettere turismo esperienziale, valorizzazione agroalimentare, tutela del paesaggio e promozione delle tradizioni.



In un tempo segnato dalla crisi delle economie locali e dall’erosione delle identità, l’audizione pubblica di Ravanusa assume un valore paradigmatico. Dimostra che i territori possono reagire non inseguendo modelli esterni, ma riscoprendo la propria matrice originaria.

Il Carnevale di Ravanusa è un evento profondamente radicato nella vita agricola del paese. La raviola e il totomè nascono come dolci poveri, preparati con ingredienti facilmente reperibili nelle case contadine: farina, acqua, latte, ricotta, miele. Durante il Carnevale — periodo di abbondanza simbolica prima della Quaresima — le famiglie ravanusane friggevano questi dolci per celebrare:la fine dell’inverno,la fertilità dei campi,la condivisione comunitaria, la sospensione delle regole, tipica del Carnevale.

La coppia raviola–totomè rappresenta perfettamente la struttura sociale della Ravanusa contadina:

La raviola era il dolce delle famiglie che avevano accesso alla ricotta fresca. Il totomè era il dolce universale, accessibile a tutti. Insieme, raccontano un Carnevale che univa ricchi e poveri, adulti e bambini, in un’unica festa comunitaria.

È diffusa in tutta la Sicilia, ma la versione di Ravanusa è considerata una delle più antiche e caratteristiche, grazie alla tradizione delle maestranze locali e alla materia prima rigorosamente autoctona e senza influenze della modernità. 

Il totomè è una frittella dolce, morbida, irregolare, ricoperta di miele caldo o zucchero a velo.

È un dolce ancora più povero della raviola, probabilmente più antico, perché non richiede latticini o ripieni. Nasce come dolce “di casa”, preparato con ciò che c’era: farina, acqua, latte, uova. Il miele — prodotto tipico delle campagne siciliane — aveva un valore propiziatorio: richiamava la dolcezza e la prosperità. 

Ravanusa ha scelto di dichiarare a sé stessa e al Paese che il proprio patrimonio non è residuo del passato, ma infrastruttura del futuro. Il percorso Borgo Genius Loci De.Co. non è un punto di arrivo, ma l’inizio di una responsabilità condivisa: custodire l’identità per generare sviluppo, trasformare la memoria in progetto, fare del territorio una comunità consapevole e protagonista.