riceviamo e pubblichiamo
Grano, vino, olio, ortofrutta e zootecnia: la crisi dei redditi agricoli, le contraddizioni del modello produttivo e l’equivoco che confonde la capacità di spendere risorse pubbliche con la capacità di generare valore.
La crisi dell’agricoltura non può essere raccontata soltanto attraverso le proteste degli agricoltori, il costo del gasolio, l’aumento dei fertilizzanti o la concorrenza delle importazioni. Questi sono elementi reali, ma non esauriscono il problema. Occorre interrogarsi su una questione più profonda: perché, nonostante decenni di politiche agricole, finanziamenti europei, programmi di sviluppo rurale e investimenti tecnologici, una parte significativa delle imprese agricole continua a dichiarare redditi insufficienti, difficoltà di mercato e prospettive incerte?
E soprattutto: perché il completamento della spesa del Programma di sviluppo rurale (PSR) viene talvolta presentato come una prova di efficienza del sistema, mentre le difficoltà economiche delle aziende agricole continuano a riproporsi?
La risposta richiede di distinguere tre dimensioni troppo spesso sovrapposte: la capacità amministrativa di utilizzare i fondi, la capacità imprenditoriale di produrre reddito e la capacità di un territorio di trattenere localmente il valore generato dall’agricoltura.
Sono tre risultati diversi. E non necessariamente procedono nella stessa direzione.
1. Le contraddizioni della crisi: cosa dicono i numeri?
La prima cautela è metodologica: non esiste una crisi identica per tutti i comparti, né tutte le aziende agricole si trovano nella medesima condizione economica. Esistono, tuttavia, squilibri strutturali che possono compromettere la redditività anche quando la produzione cresce.
I dati ISTAT relativi al 2025, pubblicati nel 2026, aiutano a comprendere questa distinzione. La produzione agricola italiana ha registrato una lieve crescita in termini reali, ma il valore aggiunto è rimasto sostanzialmente stabile, mentre l’occupazione è diminuita. I consumi intermedi hanno superato i 32 miliardi di euro, pari al 42,7% del valore della produzione.
Il punto centrale è proprio questo: produrre di più non significa necessariamente guadagnare di più.
2. Le cinque crisi dell’agricoltura
Il grano: produrre una materia prima senza governarne il prezzo
Il cerealicoltore è esposto alla volatilità dei mercati internazionali, al costo dei mezzi tecnici, alla siccità e alla disponibilità idrica. Il prezzo di vendita può non compensare adeguatamente il costo complessivo di produzione, soprattutto nelle aziende con rese basse.
Il problema strutturale è che molti produttori vendono una materia prima indifferenziata, mentre la trasformazione, la commercializzazione e una parte rilevante del valore economico si realizzano altrove. La qualità del grano duro italiano, da sola, non garantisce al produttore una remunerazione proporzionata.
Il vino: qualità elevata, mercato difficile
Il comparto vitivinicolo deve affrontare cambiamenti nei consumi, tensioni commerciali, costi di produzione e giacenze che possono comprimere i prezzi. Le difficoltà non colpiscono allo stesso modo vini sfusi, vini comuni, produzioni di qualità, cooperative e aziende dotate di marchi propri.
Un territorio può vantare vigneti eccellenti e una lunga tradizione enologica senza che tutti i viticoltori riescano a ottenere un reddito adeguato. La crisi emerge soprattutto quando la capacità produttiva non è accompagnata da una strategia commerciale e da un equilibrio fra offerta e domanda.
L’olio: l’eccellenza non protegge automaticamente il reddito
L’olivicoltura risente dell'alternanza produttiva, della disponibilità idrica, dei costi di raccolta e delle oscillazioni dei prezzi. Il settore comprende realtà molto diverse: oliveti tradizionali, impianti intensivi, piccoli produttori, frantoi e imprese integrate.
La differenza economica dipende anche dalla capacità di trasformare, conservare, confezionare e vendere direttamente. Quando il produttore cede olive o olio sfuso senza riuscire a valorizzarne origine e qualità, una parte del valore potenziale viene lasciata agli altri anelli della filiera.
L’ortofrutta: deperibilità e debolezza contrattuale
Frutta e ortaggi devono essere raccolti, selezionati, refrigerati, trasportati e venduti in tempi stretti. Un eccesso di offerta, una contestazione qualitativa o un ritardo logistico possono ridurre rapidamente il valore commerciale del prodotto.
Qui il potere contrattuale è decisivo. Un produttore isolato, privo di strutture di conservazione e aggregazione, si trova spesso in una posizione diversa rispetto a chi controlla logistica, distribuzione e accesso al consumatore. Il calo dei prezzi degli ortaggi registrato nel 2025, a fronte di volumi pressoché stabili, è un esempio concreto della distanza possibile fra produzione e remunerazione.
La zootecnia: investimenti elevati e costi permanenti
Gli allevamenti sostengono spese continue per mangimi, energia, lavoro, assistenza veterinaria, gestione dei reflui e benessere animale. Non possono sospendere facilmente l’attività quando i prezzi peggiorano: gli animali devono essere alimentati e curati ogni giorno.
La redditività dipende dal rapporto fra costi e prezzo riconosciuto per latte e carne, dalla dimensione aziendale, dall'efficienza produttiva e dalla posizione nella filiera. I dati ISTAT mostrano che nel 2025 il valore della produzione zootecnica ha superato i 25 miliardi di euro, con una crescita del 9,9%. Ma un aumento del valore aggregato non dimostra, da solo, che tutti gli allevatori abbiano aumentato i propri margini.
Il quadro è quindi articolato: settori che crescono in valore possono convivere con imprese in difficoltà, mentre una buona annata produttiva può tradursi in prezzi meno favorevoli. La Commissione europea, nelle prospettive estive del 2026, continua a segnalare la pressione dei costi degli input sui margini dei produttori e l'incertezza legata a clima, energia, fertilizzanti e tensioni commerciali.
3. Il grande equivoco: spendere tutte le risorse del PSR significa essere efficienti?
Questa è probabilmente la questione più importante dal punto di vista delle politiche pubbliche.
In Sicilia, il 15 giugno 2026 la Regione ha comunicato di essere quarta in Italia per capacità di spesa nell'ambito della PAC 2023-2027, sulla base dei dati AGEA al 31 maggio. Nello stesso comunicato ha indicato oltre 450 milioni di euro spesi, pari al 31,86% delle risorse disponibili, quantificate in oltre 1,4 miliardi di euro.
È un risultato amministrativo da valutare sulla base delle regole e degli obiettivi finanziari del programma. Ma da solo non permette di concludere che l'agricoltura siciliana sia diventata più redditizia, competitiva o resiliente.
La distinzione è fondamentale.
Efficienza amministrativa
Le risorse vengono impegnate, rendicontate e pagate nel rispetto delle regole e delle scadenze previste?
Efficienza degli investimenti
I finanziamenti hanno generato impianti funzionanti, innovazione, risparmio idrico, migliori processi produttivi e maggiore produttività?
Risultato economico e territoriale
Sono cresciuti il reddito agricolo, il valore aggiunto trattenuto dalle imprese, l'occupazione stabile, il ricambio generazionale e la capacità dei territori di competere?
I tre livelli non sono intercambiabili. Il primo misura la capacità di attuare il programma; il secondo valuta la qualità degli investimenti; il terzo verifica se le risorse hanno prodotto risultati economici e sociali durevoli.
Quando la spesa diventa il risultato, anziché lo strumento
Immaginiamo due aziende.
La prima riceve un contributo per acquistare un trattore più moderno. Aumenta la propria capacità operativa, ma continua a vendere il prodotto allo stesso intermediario, senza maggiore potere contrattuale né nuovi sbocchi commerciali.
La seconda investe in risorse immateriali, ma anche in trasformazione, aggregazione, logistica e vendita diretta. Riesce così a trattenere una quota maggiore del valore finale.
Entrambe possono aver utilizzato correttamente le risorse pubbliche. Ma il risultato economico è molto diverso.
L'esempio non dimostra che il finanziamento alle macchine sia sbagliato: la meccanizzazione può essere indispensabile, soprattutto per ridurre i costi e sopperire alla carenza di manodopera. Dimostra, piuttosto, che un investimento ammissibile e regolarmente rendicontato non coincide automaticamente con un investimento capace di risolvere i problemi strutturali dell'impresa.
Un PSR può spendere tutte le risorse e lasciare irrisolti nodi basilari
La domanda da porre alle amministrazioni non è soltanto «quanto abbiamo speso?», ma anche: «che cosa è cambiato, per chi e con quali risultati misurabili?».
4. La contraddizione delle trattrici da 70.000-100.000 euro
Arriviamo alla contraddizione : agricoltori che manifestano, bloccano le strade e denunciano l'insostenibilità economica, mentre alcuni partecipano alle proteste con trattrici dal valore di 70.000, 100.000 euro o anche superiore.
È un'immagine potente. Ma per interpretarla correttamente bisogna evitare sia l'assoluzione automatica sia il giudizio sommario.
Il valore di un macchinario non è una misura del reddito disponibile dell'agricoltore.
Un trattore può essere:
acquistato con un finanziamento pluriennale;
acquisito attraverso leasing o altre forme di credito;
comprato grazie a un contributo pubblico;
Un mezzo da 100.000 euro non equivale quindi a 100.000 euro di ricchezza liquida. È un bene strumentale, che può essere accompagnato da debiti, interessi, manutenzione, assicurazione e costi di esercizio.
Inoltre, le immagini delle proteste non costituiscono un campione rappresentativo dell'intera agricoltura: chi dispone di una grande trattrice può essere più visibile di un piccolo orticoltore, di un allevatore indebitato o di un conduttore di terreni marginali.
Eppure la domanda scomoda resta legittima
Se un sistema agricolo richiede investimenti sempre più elevati per mantenere la propria competitività, mentre i margini restano insufficienti, dobbiamo interrogarci sul modello economico che stiamo costruendo.
La contraddizione non è necessariamente fra un trattore costoso e un agricoltore in crisi. È fra l'aumento del capitale necessario per produrre e l'incapacità di garantire una remunerazione adeguata a quel capitale, al lavoro e al rischio imprenditoriale.
Il trattore moderno può essere il simbolo del progresso tecnico, ma anche della crescente dipendenza dell'azienda da finanziamenti, fornitori di mezzi tecnici e mercati che il singolo produttore non controlla.
La meccanizzazione può aumentare la produttività del lavoro senza aumentare nella stessa misura il reddito netto. Se i benefici della maggiore efficienza vengono assorbiti dalla riduzione dei prezzi di vendita, dai costi finanziari o dalla concorrenza, l'azienda può diventare tecnologicamente più avanzata senza diventare economicamente più solida.
Esiste anche un'altra possibilità: investimenti sovradimensionati rispetto alla superficie aziendale, alle ore effettive di utilizzo o alla capacità di rimborso. È un'ipotesi da verificare nei singoli casi, non una conclusione da estendere indistintamente agli agricoltori in protesta.
La domanda corretta, dunque, non è: «Come può essere in crisi chi possiede un trattore costoso?».
È piuttosto: «Quale reddito produce quell'investimento, quale indebitamento comporta e quale quota del valore generato rimane all'impresa?».
5. Che cosa nasconde davvero la crisi?
La crisi può nascondere, o più precisamente rendere meno visibili, almeno sei problemi strutturali.
1. La dipendenza dagli aiuti pubblici
I contributi possono sostenere il reddito, compensare svantaggi e favorire investimenti necessari. Diventano però un elemento di fragilità quando un'azienda riesce a sopravvivere soltanto grazie al loro rinnovo, senza consolidare una capacità autonoma di generare margini.
Non è una colpa del singolo agricoltore: può essere il risultato di prezzi insufficienti, strutture di mercato squilibrate e politiche che non affrontano tutte le cause della debolezza economica.
2. La distribuzione diseguale del valore lungo la filiera
Il prezzo pagato dal consumatore e quello incassato dall'agricoltore possono essere molto distanti. Ma la differenza non è automaticamente profitto dell'intermediario: comprende trasformazione, confezionamento, trasporto, conservazione, distribuzione, lavoro, perdite e margini dei diversi operatori.
Per capire dove si concentra il valore occorre analizzare la filiera, i costi effettivi e il potere contrattuale dei soggetti coinvolti.
Il problema politico ed economico emerge quando chi sostiene il rischio biologico, climatico e produttivo non dispone di strumenti sufficienti per negoziare una remunerazione adeguata.
3. La confusione fra crescita produttiva e sviluppo rurale
Aumentare la produzione, comprare macchine e modernizzare gli impianti può essere necessario. Ma lo sviluppo rurale è più ampio: comprende la tenuta delle comunità, l'accesso ai servizi, la conservazione del paesaggio, il ricambio generazionale, la biodiversità e la vitalità economica dei borghi.
Un territorio può aumentare la propria produzione agricola e contemporaneamente perdere giovani, aziende familiari, servizi e capacità di trasformazione locale.
4. La frammentazione del sistema agricolo
Un produttore isolato ha spesso minore potere contrattuale di una struttura collettiva ben organizzata. Cooperazione, organizzazioni di produttori, filiere territoriali, contratti trasparenti e infrastrutture condivise possono incidere sul reddito più di un singolo investimento aziendale, se progettati e gestiti correttamente.
Il problema non è soltanto quanto produce l'azienda, ma quanto riesce a trattenere del valore generato.
5. La distanza fra politica agricola e mercato
La politica agricola può finanziare l'offerta, ma non può garantire automaticamente la domanda, il prezzo o la vendita. Se gli incentivi sostengono investimenti senza una lettura adeguata dei mercati, dei fabbisogni territoriali e delle possibilità di commercializzazione, possono migliorare la capacità produttiva senza risolvere gli squilibri economici.
6. La debolezza della valutazione pubblica
Un'amministrazione può comunicare con precisione l'ammontare delle risorse impegnate e pagate. Dovrebbe però rendere altrettanto leggibili gli effetti: redditi aziendali, produttività, occupazione, sopravvivenza delle imprese, consumi idrici, investimenti privati attivati e valore aggiunto locale.
Senza queste informazioni, il successo finanziario rischia di essere scambiato per successo economico e sociale.
6. La questione siciliana: finanziare le aziende o costruire un'economia rurale?
Per una regione come la Sicilia, questa riflessione assume un'importanza particolare. La presenza di grano duro, vigneti, oliveti, agrumeti, ortofrutta e allevamenti costituisce un patrimonio produttivo, culturale e paesaggistico straordinario. Ma la disponibilità di risorse agricole non garantisce da sola che il valore rimanga nel territorio.
Il Piano Strategico della PAC 2023-2027 riunisce strumenti diversi per sostenere competitività, sostenibilità, qualità alimentare e sviluppo territoriale. La programmazione siciliana comprende misure per gli investimenti, i giovani agricoltori, le infrastrutture rurali, l'agroindustria, la cooperazione e la promozione della qualità.
La questione non è rinunciare agli aiuti o agli investimenti produttivi. È chiedersi se le diverse misure concorrano a una strategia comune.
Un'azienda agricola può ricevere un contributo per produrre meglio. Ma se non trova strutture locali per trasformare il prodotto, reti commerciali per venderlo, organizzazioni capaci di aggregare l'offerta e strumenti per comunicarne l'identità, il finanziamento può non esprimere tutto il proprio potenziale.
Occorre passare da una politica che considera prevalentemente l'azienda come destinataria di un aiuto a una politica che considera il territorio come un sistema economico da organizzare.
In questa prospettiva, le filiere locali, la trasformazione di prossimità, i mercati territoriali, la cooperazione e la valorizzazione delle produzioni identitarie possono essere complementari agli investimenti tradizionali. Non sostituiscono l'accesso ai mercati nazionali e internazionali, ma possono ridurre alcune dipendenze e ampliare le possibilità di remunerazione.
Il criterio decisivo non dovrebbe essere l'opposizione fra modernizzazione e tradizione. Dovrebbe essere la capacità di integrare innovazione, identità territoriale e redditività.
7. Come misurare se le politiche agricole funzionano davvero
Per superare la narrazione basata soltanto sulla spesa, servirebbe un quadro pubblico di valutazione articolato almeno su cinque indicatori.
Ambito | Indicatore da verificare |
|---|---|
Redditività | Evoluzione del reddito netto agricolo e del margine operativo, al netto dei costi e degli aiuti |
Investimenti | Aumento misurabile della produttività e riduzione dei costi per unità prodotta |
Mercato | Quota di prodotto trasformata e commercializzata dai produttori, anche in forma aggregata |
Tenuta territoriale | Sopravvivenza delle aziende, ricambio generazionale e occupazione stabile |
Risultati pubblici | Effetti degli aiuti per euro speso, distinti per misura, comparto e tipologia aziendale |
Questi indicatori dovrebbero essere confrontati con una situazione iniziale, con obiettivi espliciti e con i risultati osservati dopo un periodo adeguato. Andrebbero inoltre distinti gli effetti dei finanziamenti da quelli dovuti a clima, andamento dei mercati e altri fattori esterni.
Solo così si può comprendere quali strumenti funzionano, per quali aziende e in quali condizioni.
Conclusione — La crisi non si misura dal numero dei trattori, ma dal reddito che resta all'agricoltore
La presenza di trattrici costose nei cortei non smentisce automaticamente la crisi agricola. Allo stesso modo, l'esaurimento delle risorse di un programma pubblico non dimostra automaticamente che la politica agricola abbia raggiunto i suoi obiettivi.
Entrambe le immagini possono essere fuorvianti se vengono utilizzate al posto di un'analisi economica.
La trattrice rappresenta il capitale investito, non necessariamente la ricchezza disponibile. La spesa del PSR rappresenta risorse utilizzate, non necessariamente valore economico creato. Il volume della produzione rappresenta beni prodotti, non necessariamente reddito trattenuto.
La questione decisiva è la relazione fra questi elementi.
Un'agricoltura che investe sempre di più, produce alimenti indispensabili e riceve sostegni pubblici, ma non riesce a garantire a una parte dei suoi operatori un reddito adeguato, pone un problema che non può essere risolto soltanto aumentando i finanziamenti.
Occorre verificare il funzionamento dei mercati, la distribuzione del valore, la qualità degli investimenti, il potere contrattuale dei produttori e la coerenza delle politiche pubbliche.
E occorre riconoscere che gli agricoltori non sono tutti uguali: accanto a imprese solide e ben capitalizzate esistono aziende indebitate, piccole realtà familiari, produttori marginali e allevamenti sottoposti a costi permanenti. Una politica efficace deve saper distinguere queste condizioni, senza trasformare né la protesta né il possesso di un macchinario in prove automatiche di verità o di colpa.
La domanda che dovrebbe accompagnare ogni rendicontazione pubblica è semplice:
Dopo aver speso le risorse, dopo aver acquistato le macchine e dopo aver aumentato la capacità produttiva, l'agricoltore è oggi più autonomo economicamente, oppure continua a dipendere dagli aiuti e da decisioni di mercato che non è in grado di governare?
È da questa domanda che dovrebbe ripartire una seria politica agricola: non dalla sola capacità di spendere, ma dalla capacità di creare reddito, trattenere valore e garantire un futuro alle imprese e ai territori rurali.
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