martedì 25 agosto 2026

“Il gusto come identità, il vento come spirito, la terra come memoria”.

 Alessia  Fabbris 



Dall’Audizione Pubblica alla patrimonializzazione della Banca GeniusLoci De.Co. Mentre in tanti rincorrono gli inglesismi, il percorso della Rete Nazionale dei borghi DeCo percorso inedito,  ha il merito di mettere al centro l'anima di un luogo come valore assoluto


 

Ne parliamo con Nino Sutera, ideologo della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co.  


Dottor Sutera, partiamo da una provocazione. In un’epoca di crisi finanziarie e algoritmi bancari, voi avete creato la “Banca del GeniusLoci De.Co.”. Ma qui non si parla di euro. Che cosa si deposita nei vostri caveau?

«È proprio così. La nostra Banca non custodisce né oro né valuta corrente: la vera ricchezza dei borghi è un’altra. Il nostro capitale è costituito dal patrimonio materiale e immateriale: una ricetta a rischio di scomparsa, la tecnica di un artigiano, un seme antico che si salva dall’oblio, o una leggenda che i vecchi raccontano ancora in piazza. Il nostro “tasso di interesse” non è una percentuale monetaria, ma il grado di benessere collettivo e la persistenza di un racconto tramandato. Il Genius Loci è l’anima del luogo: se lo perdi, il borgo diventa un guscio vuoto. Luigi Veronelli, ideologo delle De.Co., definì il genius loci come l’intimo e imprescindibile legame fra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva.»

Nel testo parlate di uno “Spread” della Banca GeniusLoci. In che senso?

«Preferisco parlare di “differenziale di valore identitario”. Non è il differenziale di rischio tipico dei mercati, ma la distanza tra un territorio che “consuma” il proprio patrimonio e una comunità che lo “abita” e lo rigenera. Questo differenziale misura il valore aggiunto che nasce dalla capacità di un Comune di trasformare la propria eredità storica e culturale in un bene non replicabile. Mentre lo spread finanziario segnala paura dei mercati, il nostro differenziale segnala la resistenza alla standardizzazione. Più i requisiti sono alti, maggiore è la valutazione di prestigio del territorio.»

Nello Statuto parlate di un cambio di paradigma: dal “tipico” all’“identitario”. Qual è la differenza sostanziale?

«È la nostra battaglia culturale. Il “tipico” è spesso diventato un concetto inflazionato, a volte strumentalizzato da marchi industriali o da produzioni diffuse. L’“identitario”, invece, è ciò che appartiene soltanto a quel luogo: è il risultato di un microclima, di una storia, di una comunità specifica. Un prodotto tipico può essere eccellente ma “senza anima”. Un prodotto De.Co. (Denominazione Comunale) porta con sé il Genius Loci: non vendiamo solo cibo, offriamo un’esperienza multisensoriale in cui la tavola diventa spazio narrativo.»

La struttura della Banca è curiosa: il sindaco è il “presidente” e la Pro Loco la “direzione generale”. Quali sono i loro ruoli nella pratica?

«Il sindaco non dovrebbe essere un mero amministratore, ma il Custode dell’Identità Territoriale: il garante politico della sovranità del borgo. Il presidente della Pro Loco è il motore operativo della comunità: coordina la “tesoreria dei volontari” e organizza l’accoglienza. È il ponte tra istituzione e piazza. Insieme difendono il perimetro dei saperi locali dalle speculazioni commerciali.»

Chi sono i “soci” di questa Banca?

«Tutti coloro che hanno un talento da offrire: agricoltori, artigiani — i nostri “caveau viventi”. Ma ci sono anche soci non residenti: scrittori, giornalisti, cuochi e operatori culturali. Li definiamo “alchimisti” e “narratori”: coniano il linguaggio del Genius Loci, trasformando i depositi di memoria in valore percepibile all’esterno. È un patrimonio di competenze, non di capitali.»

Un punto centrale dello Statuto riguarda i giovani, definiti “sentinelle del futuro”. Come fate a evitare che i borghi diventino musei statici?

«Consideriamo i giovani il nostro “fondo di garanzia sociale”. La Banca sostiene il passaggio generazionale: quando un “vecchio saggio” insegna un’arte a un ragazzo sta facendo un investimento ad alto rendimento sociale. Per questo abbiamo istituito il premio “Radici & Ali” nel contesto del Premio TERR@. Vogliamo che i giovani siano eredi attivi: devono avere radici nella storia e strumenti per tradurre quei saperi nei linguaggi e nelle tecnologie contemporanee. Il borgo non è un museo, è una riserva di energia.»

C’è un articolo che recita: “Il Genius Loci non si vende, si abita”. È un monito contro il turismo di massa?

«Sì. È la nostra “Clausola di Autenticità”. Rifiutiamo ogni operazione che riduca l’identità a folklore commerciale per turisti distratti. Il nostro obiettivo è il “viaggiatore della verità”, chi cerca la storia autentica e la dignità del lavoro. Chi viene nei Borghi GeniusLoci De.Co. deve percepire l’anima del luogo, non comprare souvenir prodotti industrialmente lontano dal territorio.»

Ogni anno pubblicherete un rendiconto: cosa conterrà?

«Non troverete bilanci da banca in senso tradizionale, ma una “mappa del GeniusLoci rigenerato”. Misureremo quanta identità è stata salvata, quanti giovani sono rimasti a lavorare nel territorio, quanto è migliorato il benessere relazionale della comunità. Questo è il dividendo che la nostra Banca distribuisce ogni giorno.»

Come si accede alla Banca? Esiste un codice segreto?

«Dimenticate carte di plastica e applicazioni tecnologiche: il nostro codice d’accesso è analogico. Si compone di tre fattori di autenticazione: lo sguardo reciproco, la stretta di mano e l’abbraccio. È un linguaggio poco “bancario”, ma estremamente sicuro: guardarsi negli occhi è la nostra biometria (se manca sincerità, l’operazione fallisce), la stretta di mano è il patto contadino — vale più di mille firme burocratiche perché mette in gioco l’onore — e l’abbraccio è il sigillo finale: la coesione di una comunità che decide di proteggere un bene collettivo.»


 

Qual è l’obiettivo politico e culturale di questo percorso?

«Puntiamo sul valore istituzionale della fascia tricolore: la De.Co. è un atto politico nelle prerogative del sindaco per valorizzare il patrimonio materiale e immateriale del territorio. È una governance che unisce istituzione e partecipazione, politica e cittadinanza attiva, con il coinvolgimento di cuochi, giornalisti, scrittori, custodi e ambasciatori. È un progetto di comunità più che un’operazione amministrativa.»

In che modo la Banca trasforma ricordi in opportunità concrete?

«Una fotografia ingiallita diventa una storia; una voce registrata diventa un podcast; un ricordo diventa un percorso che attraversa vigne, strade, piazze e case. La memoria diventa materia viva da condividere: un ponte tra chi c’era e chi verrà. È resistenza contro l’omologazione e un invito a guardare il territorio con occhi nuovi.»

 

Perchè è così contrario agli inglesismi, in fondo rappresentano la moda del momento?

Il confronto tra inglesismi e genius loci non è solo linguistico: è culturale, politico e identitario. Parliamo di due visioni opposte  i primi generalisti figli della globalizzazione, i secondi custodi dell’anima pura di un territorio.

Gli inglesismi sono parole o espressioni inglesi, diffusi nel mercato globale,  adottate in altre lingue blockchain, packaging marketing, food, governance,  Food & Digital Marketing , ect). Non sono neutri: portano con sé un modello culturale con caratteristiche  della standardizzazione ,astrazione, egemonia culturale, della velocità e consumo  Esempio:
Dire “food experience in a rural location” è molto diverso da “pane di San Giuseppe del borgo di Villarosa”: il primo vende un format, il secondo racconta una storia.

Non c’è un modello migliore e uno peggiore, i sostenitori degli inglesismi, fanno  bene che continuano a esserlo, i sostenitori del genius loci, non hanno nessuna intenzione di farsi contaminare da approcci non radicati nei territori. Quanto alla moda del momento, veda, tra un pò,  sarà sostituita da una moda più recente, di quella del momento, entrambi però non hanno nulla in comune con usi e costumi consolidati da millenni nei territori rurali.

 

Un’ultima domanda: qual è la forza simbolica della Banca nella Rete Nazionale dei Borghi?

«La Banca del GeniusLoci è un cuore pulsante, un nodo che unisce comunità diverse. Ogni borgo porta un frammento di identità; insieme formiamo un mosaico che racconta l’Italia dei luoghi veri, delle tradizioni vive e delle memorie che non vogliono essere dimenticate. È un atto di comunità: un presente che rispetta le radici e costruisce futuro.»


 


Ecco le DECO farlocche

             NinoSutera

Coordinatore Rete Nazionale 

dei Borghi GeniusLoci DeCo


 

"Diffidate di chi "rubando" "la cassetta degli attrezzi" dei marchi di tutela,(disciplinare,regolamento e commissione)  li applica alla De.Co giusto per alimentare confusione, più volte sanzionati dall'EU e dal MIPAF L'esempio più calzante per rendere bene l'idea è come colui il quale si reca dall'ortopedico è questi lo visita con gli strumenti del ginecologo
" Così pure diffidate che fa finta di non sapere che le DeCo sono nate per opera di Luigi Veronelli e non è un prodotto tecnocrate elaborato da qualche   "sapientone". 
Sono queste alcune  delle discriminanti per comprendere la bontà e la buona fede del percorso DeCo.

 


La differenza la fà la conoscenza, non l'arte "del taglia e incolla" dei neofiti della materia. Contro costoro, chi conosce la storia delle DeCo è obbligato a non girarsi dall'altra parte. E' una battaglia contro il qualunquismo e l'approssimazione, oltre a rende merito a chi ha immaginato una vision e una mission totalmente opposta.  
 

In un tempo in cui la comunicazione corre veloce, non mancano i “disseminatori di approssimazione”: figure che, più o meno consapevolmente, alimentano confusione su temi complessi come quello delle De.Co. Più che inutili, potremmo definirli “diversamente utili”, se non altro perché vengono puntualmente smentiti da atti ufficiali e da chi conosce la sostanziale differenza tra tutela e promozione, tra prodotto tipico, tradizionale e identitario.

L’approssimazione, intesa come improvvisazione, rappresenta oggi un modello operativo superato, relegato semmai ai neofiti. Per questo è necessario diffidare di chi continua a utilizzare impropriamente la “cassetta degli attrezzi” dei marchi di tutela – disciplinari, regolamenti e commissioni – strumenti più volte oggetto di rilievi da parte dell’Unione Europea e del MIPAAF, quando applicati fuori dal loro corretto ambito.

  

È proprio su questo punto che si genera l’equivoco più frequente: assimilare la De.Co. a marchi di qualità come DOP o IGP. Una lettura errata, più volte chiarita già a partire dal 2004 dal Ministero delle Politiche Agricole, che ha evidenziato come solo i sistemi comunitari possano certificare il legame tra prodotto e origine geografica attraverso disciplinari formali.

 

 In giro, ci sono tanti modelli di DECO  alcuni che sconfinano nei marchi di tutela, altri che vorrebbero occupare lo spazio dei PAT, altri ancora puramente inventate, tutti insieme  si sono meritate l'appellativo di "farlocche" 

 

 

 Contro le DeCo così dette "farlocche" già  da tempo 

si sono 

espressi l'UE  il MIPAF  

 Già nel lontano 2004, ma anche in seguito il MIPAF ha abbondantemente esternato la sua posizione in merito, di conseguenza molti comuni hanno adottato provvedimenti conseguenziali. Incomprensibile è il fatto che   ancora qualcuno li ignora

Altre amministrazioni, poche, puntano sulle così dette "deco farlocche", certi che nel comune nessuno sa cosa sono le DECO, nessuno conosce la storia, gli obiettivi, la mission e vision a tal punto di omettendo di citare perfino chi le ha ideate. 

mercoledì 19 agosto 2026

DALLA GANZEGA AL BUON RENDERE

 Caterina Carla Setti

“Noi siamo il ponte tra il tempo che fu e il tempo che sarà. Custodiamo il fuoco, non le ceneri.”      nsutera

Verso una prassi nazionale per la tutela dell'dentità nelle comunità rurali.

Entra in fase pienamente operativa il riconoscimento formale per due pilastri della
cultura contadina locale: la celebre “ganzega” — la consuetudine di celebrare la fine dei
lavori con un momento conviviale — e il lavoro solidale tra agricoltori.

Intervista a Nino Sutera, ideologo e coordinatore della

 Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo



Nino Sutera, l'esperienza della Ganzega riconosciuta dalla Camera di Commercio di Trento sembra andare oltre la dimensione locale. Perché ritiene che possa diventare una proposta nazionale?

Perché dietro la parola Ganzega non c'è semplicemente un'usanza agricola trentina. C'è un principio molto più ampio: quello del buon rendere, della reciprocità, dell'aiuto tra persone che condividono un territorio e che, nei momenti di bisogno o di maggiore intensità del lavoro, decidono di sostenersi senza trasformare necessariamente quel gesto in una prestazione economica.

La Camera di Commercio di Trento ha avuto il merito di compiere un'operazione importante: non ha inventato una nuova pratica, ma ha riconosciuto e documentato una consuetudine storicamente radicata. È proprio questo, a mio avviso, il punto di partenza di una riflessione nazionale.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: come si chiama la Ganzega? La domanda vera è: quante forme di aiuto reciproco, con nomi differenti, esistono nelle campagne italiane?

In Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche, nel Mezzogiorno e in Sicilia esistono pratiche analoghe, che rischiano di scomparire, perchè quasi in disuso. Cambiano i nomi, i rituali, i contesti, ma il principio resta molto simile: oggi do una mano a te, domani tu la darai a me. È il buon rendere che diventa infrastruttura sociale della comunità.



Quindi la Ganzega non sarebbe soltanto una tradizione agricola, ma una forma di capitale sociale?

Esattamente. E questa è la ragione per cui considero l'esperienza trentina particolarmente interessante.

Una comunità rurale non si regge soltanto sulle infrastrutture materiali. Si regge anche sulla fiducia, sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla capacità delle persone di mobilitarsi insieme.

Quando familiari, amici e vicini aiutano durante la vendemmia, la raccolta o un momento di particolare necessità, non stanno semplicemente mettendo a disposizione qualche ora di lavoro. Stanno rinnovando un patto comunitario.

E ancora più significativo è il cosiddetto aiuto di soccorso, cioè quella forma di solidarietà che si manifesta quando un agricoltore si ammala, subisce un infortunio o attraversa una situazione di emergenza.

In quel momento la comunità dice, concretamente: non sei solo.

Credo che questa frase racchiuda tutta la forza culturale della Ganzega.


A livello nazionale, come si potrebbe trasformare questa esperienza in una prassi condivisa?

Io partirei da un principio molto semplice: non creare una nuova norma nazionale che imponga una tradizione, ma costruire un metodo nazionale per riconoscere le tradizioni già esistenti.

Il modello trentino dimostra che un'istituzione può ascoltare il territorio, raccogliere testimonianze, fotografie, documenti, memorie orali, verificare la storicità di una pratica e inserirla, quando ne ricorrono i presupposti, nella Raccolta degli usi.

Questa metodologia potrebbe essere diffusa su scala nazionale attraverso una collaborazione tra Unioncamere, Camere di Commercio, istituzioni agricole, ANCI, Regioni, organizzazioni professionali, mondo accademico e rappresentanze delle comunità rurali.

L'obiettivo non sarebbe creare "la Ganzega italiana", perché sarebbe un errore uniformare ciò che per sua natura è diverso.

L'obiettivo sarebbe riconoscere le tante Ganzeghe d'Italia.


Lei insiste molto sulla parola “buon rendere”. Perché?

Perché buon rendere contiene una filosofia.

La Ganzega appartiene a una cultura della reciprocità nella quale l'aiuto non viene misurato immediatamente in denaro. Il valore sta nel rapporto che si crea.

Il termine può cambiare da borgo a borgo. Può chiamarsi Ganzega, regalia, aiuto, soccorso, scambio di manodopera o assumere denominazioni dialettali che conosciamo soltanto localmente.

Ma la sostanza è la stessa.

Il patrimonio non è soltanto ciò che produciamo, ma anche il modo in cui una comunità ha imparato a produrre, a vivere e ad aiutarsi.

Ecco perché il buon rendere può diventare una categoria culturale utile per leggere molte delle nostre campagne.


Dove si colloca, in questa prospettiva, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo?

Si colloca esattamente nel punto d'incontro tra identità e comunità.

La mission dei Borghi GeniusLoci DeCo parte dalla consapevolezza che un territorio non può essere raccontato soltanto attraverso il prodotto finale.

Dietro un formaggio, un vino, un pane, un dolce, una coltura o una lavorazione tradizionale esiste una comunità.

Esistono conoscenze.

Esistono persone.

Esistono rituali.

Esistono relazioni.

Esiste una memoria collettiva.

Il Genius Loci, quindi, non è soltanto il paesaggio. È lo spirito del luogo che vive nelle relazioni tra le persone e nelle pratiche attraverso cui quelle persone hanno costruito la propria identità.

La Ganzega è un perfetto esempio di tutto questo.


Possiamo dunque considerare la Ganzega un bene del Genius Loci?

Assolutamente sì.

La considero una forma di patrimonio immateriale comunitario.

Ed è proprio qui che la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo può offrire un contributo originale: allargare il concetto di valorizzazione territoriale.

Siamo abituati a parlare di prodotti tipici, prodotti tradizionali e prodotti identitari. Ma spesso dimentichiamo che quei prodotti nascono da un ecosistema umano.

Se vogliamo proteggere davvero l'identità di un territorio, dobbiamo proteggere anche le pratiche che hanno reso possibile quell'identità.

Per questo dobbiamo passare dalla valorizzazione del prodotto alla valorizzazione della comunità che lo produce.

È un cambiamento culturale importante.


Questo significa che anche le DeCo potrebbero assumere una dimensione più ampia?

Sì, ma con una precisazione.

La DeCo, correttamente intesa, non deve diventare un'etichetta commerciale e neppure uno strumento improprio di certificazione.

È, prima di tutto, un atto politico-amministrativo attraverso il quale una comunità riconosce un elemento della propria identità.

Quindi la riflessione può ampliarsi: non solo il prodotto (rigorosamente autoctono)  ma anche il sapere, la pratica, il rito, la consuetudine, la tecnica, la festa, la forma di solidarietà che caratterizzano un territorio.

In questa prospettiva la Banca del GeniusLoci DeCo potrebbe svolgere un ruolo importante.

  Un' archivio vivo della comunità: raccogliere storie, testimonianze, fotografie, documenti, denominazioni locali, conoscenze e pratiche che rischiano di scomparire.

La Ganzega, o qualunque sia il nome che assume in un determinato borgo, potrebbe essere documentata come parte del patrimonio identitario della comunità.


Ma come si evita che un riconoscimento di questo tipo venga interpretato come una scorciatoia per aggirare la normativa sul lavoro?

Questo è un punto decisivo.

Il riconoscimento di una consuetudine non può e non deve significare una deroga generalizzata alla legislazione sul lavoro, alla sicurezza o agli obblighi assicurativi.

Bisogna distinguere nettamente l'aiuto spontaneo, gratuito, occasionale e storicamente radicato dal rapporto di lavoro continuativo.

Questa distinzione deve essere il cuore della proposta nazionale.

Non si tratta di dire: "in agricoltura tutto è permesso".

Si tratta di dire: esiste una realtà sociale storica che deve essere riconosciuta nella sua specificità, senza confonderla con il lavoro subordinato o con forme di lavoro irregolare.

È proprio la chiarezza del perimetro a rendere credibile la proposta.


In questo senso, che cosa può insegnare l'esperienza del Trentino?

Ci insegna soprattutto il metodo.

Prima di riconoscere una consuetudine, bisogna dimostrarne la storicità.

Occorre raccogliere testimonianze.

Occorre confrontare documenti.

Occorre ascoltare associazioni, organizzazioni professionali, amministrazioni e comunità.

Occorre ricostruire la pratica nel tempo.

Il fatto che il percorso trentino abbia richiesto un lavoro articolato di ricerca e documentazione è un elemento importante. Significa che l'identità non si certifica con un'autodichiarazione: si ricostruisce attraverso le fonti e la memoria del territorio.

Questo è esattamente lo stesso approccio che la Rete Borghi GeniusLoci DeCo propone quando parla di storicità, tracciabilità e trasparenza.



Quale potrebbe essere, concretamente, il primo passo nazionale?

Io partirei dalla costruzione di una Carta nazionale delle consuetudini agricole e della reciprocità rurale.

Una Carta non legislativa, almeno in una prima fase, ma metodologica e culturale.

Dovrebbe stabilire alcuni principi condivisi: storicità, territorialità, gratuità, occasionalità, interesse collettivo, documentabilità, distinzione dal lavoro continuativo e pieno rispetto delle norme di sicurezza.

Poi si potrebbe avviare un censimento nazionale.

Chiedere a ogni territorio: quali sono le vostre forme tradizionali di aiuto? Come si chiamano? Quando si praticano? Chi vi partecipa? Da quanto tempo esistono? Quali testimonianze abbiamo?

Potremmo scoprire un patrimonio straordinario.


Sarebbe una sorta di atlante nazionale?

Esattamente.

Un Atlante delle consuetudini rurali d'Italia.

E sarebbe un'opera molto più importante di quanto possa sembrare.

Perché oggi rischiamo di perdere non soltanto alcune varietà agricole o alcune ricette, ma anche i comportamenti sociali che hanno permesso a quelle culture rurali di sopravvivere.

L'ultima persona che conosce una parola dialettale o un'usanza può essere l'ultimo archivio vivente di un territorio.

Quando quella persona scompare, senza documentazione scompare anche una parte del Genius Loci.

Per questo la raccolta delle memorie deve diventare una politica pubblica di comunità.


Qual è, allora, la visione dei Borghi GeniusLoci DeCo su questo tema?

La nostra visione è molto semplice: trasformare l'identità territoriale da memoria del passato a valore collettivo del presente e del futuro.

Il territorio deve tornare a essere protagonista.

Non solo come luogo geografico, ma come comunità di senso.

Per questo insistiamo su una sequenza che considero fondamentale: Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità, Trasparenza.

A questa sequenza oggi aggiungerei una sesta parola: Reciprocità.

Perché senza reciprocità molte comunità rurali non avrebbero avuto la forza di attraversare i secoli.


Possiamo quindi dire che dalla Ganzega nasce una proposta che riguarda il futuro dei borghi?

Sì. E forse questo è l'aspetto più interessante.

La Ganzega non deve diventare un ricordo folkloristico.

Può diventare una chiave di lettura del futuro.

In una fase storica nella quale molte aree rurali devono confrontarsi con spopolamento, invecchiamento, difficoltà nel reperimento della manodopera e progressiva perdita dei saperi tradizionali, recuperare la cultura della reciprocità significa rafforzare la resilienza delle comunità.

Non possiamo chiedere ai giovani di restare nei borghi soltanto dicendo loro che lì ci sono monumenti e paesaggi bellissimi.

Dobbiamo restituire loro una comunità viva, capace di produrre, cooperare, accogliere e riconoscere il proprio patrimonio.


 

Dal Trentino può partire un messaggio per tutta l'Italia: non tutto ciò che non è scritto in un contratto è privo di valore sociale; esistono patrimoni comunitari che meritano di essere conosciuti, verificati, riconosciuti e trasmessi.

Le Ganzeghe d'Italia possono diventare così parte di un grande racconto nazionale.

Un racconto fatto di lavoro, memoria, solidarietà e identità.

Un racconto che, in fondo, dice una cosa antica e straordinariamente moderna:

oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. Questo è il buon rendere. Questo è il Genius Loci di una comunità viva.






sabato 15 agosto 2026

La De.Co. come atto politico e patrimonio identitario

Alessandra de Santis

Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo tra memoria, comunità e sviluppo territoriale

Introduzione

La discussione sulle Denominazioni Comunali non riguarda soltanto la valorizzazione di un prodotto locale. Tocca una questione molto più profonda: il diritto delle comunità a riconoscere, custodire e raccontare la propria identità.

È in questa prospettiva che si colloca, dal 2013, il percorso della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, promosso e sviluppato da Nino Sutera, che ne rivendica l'impostazione culturale e metodologica.

«La De.Co. — afferma Nino Sutera — non nasce per imitare una DOP o una IGP. Nasce per dare un nome, una storia e una dignità istituzionale a ciò che appartiene a una comunità. È soprattutto un atto politico nelle prerogative del Sindaco: attraverso la fascia tricolore, il Comune riconosce il valore del proprio patrimonio materiale e immateriale».

È questo il punto di partenza del modello GeniusLoci: la fascia tricolore come simbolo di responsabilità istituzionale e la De.Co. come strumento di politica territoriale, capace di mettere in relazione agricoltura, gastronomia, artigianato, paesaggio, memoria, cultura e sviluppo locale.

Il patrimonio di un Comune, in questa prospettiva, non è costituito soltanto da monumenti, musei e beni paesaggistici. Esiste anche un patrimonio quotidiano, spesso invisibile, composto da ricette, sementi, coltivazioni, tecniche artigianali, mestieri, feste, riti, parole, gesti e saperi tramandati.

È quello che la Rete definisce giacimento ElaioEnoGastronomico, inteso come parte di un più ampio patrimonio identitario territoriale.






1. De.Co.: tra procedura amministrativa e visione culturale

Il dibattito sulle Denominazioni Comunali si è sviluppato intorno a interpretazioni differenti circa natura, finalità e modalità operative dello strumento.

Da una parte si è affermata una lettura maggiormente procedurale e regolamentare, orientata alla predisposizione di regolamenti comunali, disciplinari, commissioni e procedure di riconoscimento.

Dall'altra, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo ha costruito una prospettiva nella quale la De.Co. viene collocata all'interno di un processo più ampio di governance identitaria.

La differenza non consiste semplicemente nella scelta di uno strumento amministrativo piuttosto che di un altro. La differenza è soprattutto culturale: che cosa si vuole riconoscere attraverso una De.Co.?

Un prodotto?

Oppure una comunità attraverso il prodotto?

Per Nino Sutera la risposta è inequivocabile:

«Il prodotto è soltanto la parte visibile del Genius Loci. Dietro un pane, un formaggio, un vino, un dolce, una semente o un manufatto c'è una comunità. C'è un paesaggio. Ci sono generazioni di uomini e donne che hanno costruito quel sapere. Se riconosciamo soltanto il prodotto, perdiamo la parte più importante della storia.»

Da questa impostazione nasce la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo.



2. La De.Co. non è una mini-DOP

Uno degli equivoci più frequenti consiste nell'applicare alla De.Co. la medesima logica propria dei sistemi europei di protezione e certificazione delle indicazioni geografiche.

DOP, IGP e altri strumenti di tutela europea rispondono a specifiche discipline giuridiche e perseguono finalità proprie.

La De.Co., invece, deve essere letta nella sua specificità: uno strumento comunale di riconoscimento del legame storico, culturale e territoriale di una produzione con la comunità locale, senza trasformarla automaticamente in una certificazione di qualità equiparabile ai marchi europei.

La distinzione è fondamentale.

Una De.Co. non dovrebbe diventare una sorta di “mini-DOP comunale”, con un apparato burocratico sproporzionato rispetto alla natura dello strumento.

«Abbiamo sempre sostenuto — sottolinea Sutera — che non bisogna prendere la cassetta degli attrezzi dei marchi europei e trasferirla automaticamente dentro il Comune. Una De.Co. che per essere ottenuta richiede un apparato più complesso della realtà produttiva che vuole valorizzare rischia di perdere la propria ragione d'essere.»

La questione non è dunque quella di eliminare le regole, ma di proporzionarle alla finalità.

Regole sì, burocratizzazione no.

Rigore sì, omologazione no.

Trasparenza sì, trasformazione della De.Co. in un marchio commerciale no.



3. Tornare a Luigi Veronelli

Per comprendere la filosofia della Rete è necessario tornare alla figura di Luigi Veronelli, al quale viene storicamente ricondotta l'idea delle Denominazioni Comunali.

Veronelli immaginava il Comune come protagonista della valorizzazione del proprio patrimonio produttivo e culturale e attribuiva al Sindaco un ruolo centrale nel riconoscimento dell'origine territoriale.

La sua visione era profondamente lontana dall'idea di omologazione.

Il territorio doveva essere raccontato attraverso i suoi prodotti e i suoi produttori, restituendo valore alle piccole economie locali e alle comunità rurali.

Da qui deriva una delle intuizioni fondamentali del percorso GeniusLoci: il prodotto non è separabile dal luogo che lo ha generato.

Nino Sutera sintetizza così questa impostazione:

«Veronelli ci ha insegnato che dietro un prodotto esiste sempre un luogo e dietro quel luogo esiste una comunità. La De.Co. deve restituire questa relazione. Non dobbiamo certificare soltanto ciò che mangiamo: dobbiamo riconoscere il luogo che ci ha insegnato a produrlo.»




4. La fascia tricolore e il ruolo del Sindaco

Uno dei concetti caratterizzanti del percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo è quello della fascia tricolore.

Non come semplice elemento cerimoniale, ma come simbolo della responsabilità istituzionale del Sindaco nei confronti della comunità.

Il Sindaco, nell'ambito delle proprie competenze, rappresenta infatti la comunità locale e può promuovere politiche di valorizzazione del patrimonio territoriale.

In questa prospettiva la De.Co. assume una dimensione eminentemente politica nel senso più alto del termine: politica come cura della polis, della comunità e del bene comune.

«La fascia tricolore — sostiene Sutera — non è soltanto un simbolo che si indossa nelle cerimonie. È la rappresentazione visibile della responsabilità verso una comunità. Quando un Sindaco riconosce una De.Co., non dovrebbe limitarsi ad apporre una firma: dovrebbe assumersi la responsabilità di dire al mondo che quella storia appartiene alla propria comunità e merita di essere custodita.»

È questa la ragione per cui il percorso non considera il Comune come semplice soggetto amministrativo, ma come presidio dell'identità territoriale.


5. Dal prodotto al Genius Loci

Il salto concettuale compiuto dalla Rete consiste nello spostamento dell'attenzione:

dal prodotto al territorio;
dal disciplinare alla memoria;
dalla certificazione alla narrazione;
dalla commissione alla comunità;
dal consumatore al viaggiatore;
dalla promozione alla consapevolezza identitaria.

Il Genius Loci diventa così una vera e propria infrastruttura culturale.

Un prodotto agroalimentare non viene considerato soltanto per le sue caratteristiche organolettiche, ma per la rete di relazioni che lo rende possibile.

Una ricetta contiene una storia.

Una semente contiene una memoria.

Un vino contiene un paesaggio.

Un pane contiene una tecnica.

Un dolce contiene una festa.

Un manufatto contiene una manualità.

«Il Genius Loci è ciò che rimane quando togli il prodotto dalla confezione. È il territorio che continua a parlare attraverso quel prodotto», afferma Sutera.


6. L'Audizione Pubblica: l'identità che nasce dal basso

Uno degli elementi qualificanti del modello è rappresentato dall'Audizione Pubblica.

La comunità viene chiamata a partecipare alla ricostruzione della propria memoria attraverso testimonianze, documenti, racconti, conoscenze locali e contributi dei produttori.

L'identità non viene quindi semplicemente assegnata dall'esterno.

Viene ricostruita insieme alla comunità.

Anziani, produttori, agricoltori, artigiani, storici locali, associazioni, ristoratori, cittadini e amministratori diventano parte di un processo di ascolto.

«L'Audizione Pubblica è il momento nel quale un paese si guarda allo specchio. Non è il tecnico che dice alla comunità che cosa è identitario: è la comunità che racconta, documenta e riconosce ciò che sente come proprio.»

Questo non significa rinunciare alla verifica documentale.

Al contrario, la partecipazione deve essere accompagnata da ricerca storica, documentazione, tracciabilità delle fonti e trasparenza del procedimento.

La partecipazione, dunque, non sostituisce il metodo.

Lo completa.




7. La Banca del GeniusLoci DeCo

Nel percorso della Rete assume particolare rilievo la Banca del GeniusLoci DeCo.

Il termine “Banca” viene utilizzato in senso metaforico e culturale: non un istituto finanziario, ma un luogo di deposito, conservazione, organizzazione e valorizzazione del capitale identitario.

La Banca può raccogliere e organizzare:

  • ricette;

  • testimonianze orali;

  • fotografie;

  • documenti storici;

  • sementi e varietà locali;

  • tecniche agricole;

  • saperi artigianali;

  • feste e ritualità;

  • testimonianze dei produttori;

  • documentazione audiovisiva;

  • percorsi territoriali;

  • elementi del patrimonio ElaioEnoGastronomico.

È una sorta di cassaforte della memoria locale.

Sutera la definisce con una formula particolarmente efficace:

«La Banca del Genius Loci non custodisce denaro: custodisce ciò che il denaro non può ricomprare quando è stato perduto, cioè la memoria.»

Il suo obiettivo non è musealizzare la tradizione, ma renderla nuovamente produttiva sul piano culturale, sociale ed economico.


8. I Custodi dell'Identità

Il modello introduce inoltre una figura centrale: quella dei Custodi dell'Identità Territoriale.

Sono le persone che mantengono viva una conoscenza.

L'agricoltore che conserva una varietà antica.

La donna che tramanda una ricetta.

L'artigiano che conosce una tecnica.

Il pastore che custodisce un sapere.

Il panificatore che riproduce una lavorazione tradizionale.

Il ristoratore che mantiene una preparazione locale.

Il Custode non è semplicemente un produttore.

È un portatore di memoria.

«Un Custode non custodisce soltanto un prodotto. Custodisce un gesto. E quando quel gesto rischia di scomparire, scompare una parte del patrimonio della comunità.»

Accanto ai Custodi possono operare Ambasciatori dell'identità e Sentinelle del futuro: figure chiamate rispettivamente a raccontare il territorio e a garantire che la tradizione non diventi immobilismo.


9. Leader & Leader: una governance orizzontale

Un altro elemento distintivo del percorso è il concetto di Leader & Leader.

Non una struttura verticale nella quale qualcuno comanda e gli altri seguono, ma una governance nella quale ogni soggetto esercita responsabilità nel proprio campo.

Il Sindaco rappresenta la responsabilità istituzionale.

Il produttore conosce la produzione.

L'agricoltore conosce la terra.

L'anziano custodisce la memoria.

Il ricercatore porta metodo.

Il giovane introduce innovazione.

L'associazione costruisce partecipazione.

La Rete connette esperienze.

È una forma di intelligenza territoriale distribuita.

«Non abbiamo bisogno di follower dei territori. Abbiamo bisogno di leader dei territori: persone capaci di assumersi la responsabilità di ciò che conoscono e di metterlo a disposizione della comunità.»




10. La stretta di mano, lo sguardo e l'abbraccio

Nel percorso GeniusLoci la dimensione amministrativa non esaurisce la dimensione comunitaria.

Esiste una componente simbolica che Sutera riassume in tre gesti:

la stretta di mano, il guardarsi negli occhi e l'abbraccio.

La stretta di mano rappresenta la parola data.

Lo sguardo rappresenta la trasparenza.

L'abbraccio rappresenta la comunità.

Non sostituiscono gli atti amministrativi previsti dall'ordinamento, ma ne costituiscono la dimensione antropologica e relazionale.

«La stretta di mano non sostituisce la firma. La completa. Guardarsi negli occhi non sostituisce la trasparenza amministrativa. La rende umana. L'abbraccio non sostituisce la deliberazione del Comune. Ricorda perché quella deliberazione è stata fatta: per una comunità.»

È probabilmente questa una delle immagini più potenti del modello.

La De.Co. non viene ridotta a un timbro.

Diventa un patto simbolico tra istituzione, comunità e territorio.


11. Dalla certificazione alla consapevolezza

Il vero obiettivo del percorso non è quindi moltiplicare le De.Co., ma costruire consapevolezza territoriale.

Un Comune non dovrebbe chiedersi soltanto:

«Quale prodotto possiamo iscrivere?»

Dovrebbe chiedersi:

«Quale patrimonio rischiamo di perdere?»

La domanda cambia completamente la prospettiva.

Si passa dalla logica del catalogo alla logica del patrimonio.

Dalla quantità alla qualità.

Dall'adempimento alla responsabilità.

Dalla promozione occasionale alla politica territoriale.

«La domanda non è quante De.Co. possiede un Comune. La domanda è quanta identità è riuscito a salvare, documentare e trasferire alle generazioni future.»


12. Il confronto tra due paradigmi

DimensioneApproccio proceduraleBorghi GeniusLoci DeCo
Punto di partenzaProdottoTerritorio
ObiettivoRiconoscimento della specificitàCostruzione della consapevolezza identitaria
ProtagonistaProcedura amministrativaComunità
SindacoAutorità amministrativaResponsabile politico della valorizzazione territoriale
Strumento partecipativo procedura ammAudizione Pubblica
PatrimonioProdottoMateriale + immateriale
MemoriaElemento documentaleCapitale identitario
ProduttoreOperatore economicoCustode
ComunicazionePromozioneNarrazione
GovernancePrevalentemente proceduraleLeader & Leader
FinalitàValorizzazione della specificitàIdentità, comunità e sviluppo sostenibile
SimboloAtto amministrativoAtto amministrativo + patto comunitario ident

La contrapposizione, naturalmente, non deve essere interpretata come negazione della necessità di regole, controlli o competenze amministrative. Il punto è diverso: la procedura deve essere proporzionata alla natura dello strumento e non deve trasformarsi nello strumento stesso.




13. La De.Co. come politica pubblica territoriale

La prospettiva GeniusLoci consente infine di collocare la De.Co. all'interno di una strategia più ampia di sviluppo locale.

La De.Co. può infatti dialogare con:

  • politiche agricole;

  • turismo esperienziale;

  • sviluppo rurale;

  • cultura;

  • commercio locale;

  • artigianato;

  • educazione alimentare;

  • tutela della biodiversità;

  • politiche giovanili;

  • contrasto allo spopolamento;

  • promozione dei borghi;

  • economia sociale;

  • valorizzazione del paesaggio.

In questo senso, la De.Co. diventa una politica trasversale di territorio.

Non è il prodotto a generare da solo lo sviluppo.

È il sistema territoriale che, attraverso il prodotto, racconta se stesso.

«Una De.Co. non deve essere un punto di arrivo. Deve essere un punto di partenza. Se dopo la delibera non succede nulla, abbiamo semplicemente prodotto carta. Se invece quella delibera genera ricerca, memoria, impresa, turismo, partecipazione e orgoglio comunitario, allora abbiamo prodotto politica territoriale.»




14. Il manifesto del percorso

Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo può essere ricondotto a cinque parole chiave:

Territorio

Perché ogni prodotto nasce da un luogo.

Tradizione

Perché ogni sapere ha una storia.

Tipicità

Perché ogni comunità possiede caratteristiche proprie.

Tracciabilità

Perché la memoria deve essere documentata e verificabile.

Trasparenza

Perché il patrimonio identitario appartiene alla comunità e deve essere riconoscibile senza ambiguità.

A queste dimensioni si aggiungono tre principi:

storicità, unicità e interesse collettivo.

E una regola essenziale:

burocrazia proporzionata, responsabilità elevata.


Conclusioni

Il percorso della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, sviluppato a partire dal 2013, propone dunque una lettura della Denominazione Comunale che supera la semplice identificazione di un prodotto.

Il suo centro non è il bollino.

Non è il disciplinare.

Non è la commissione.

Non è la procedura fine a se stessa.

Il centro è la comunità.

La De.Co. diventa così uno strumento attraverso il quale il Comune può riconoscere e valorizzare il patrimonio materiale e immateriale che costituisce il Genius Loci del proprio territorio.

In questa prospettiva, la fascia tricolore assume un significato particolare: rappresenta l'assunzione di responsabilità pubblica verso la memoria e verso il futuro.

Come sintetizza Nino Sutera:

«La De.Co. non è il certificato di un prodotto. È il certificato di una relazione: quella tra una comunità, il suo territorio e la sua storia.»

Ed è proprio questa relazione che consente di comprendere il significato più profondo dei Borghi GeniusLoci DeCo.

Non una corsa a produrre nuove denominazioni.

Ma un cammino per riconoscere ciò che esiste, salvare ciò che rischia di scomparire, valorizzare ciò che può generare futuro.

Perché, in fondo, il vero patrimonio di un borgo non è ciò che possiede.

È ciò che riesce a trasmettere.

E, come ama ricordare Sutera:

«Camminare la terra significa conoscere il luogo prima ancora di raccontarlo. Perché soltanto chi conosce la propria terra può davvero difenderla, valorizzarla e consegnarla al futuro.»


 

La De.Co., allora, torna alla sua dimensione più autentica: non un marchio da esibire, ma una responsabilità da assumere; non un timbro da apporre, ma una storia da custodire; non una semplice procedura amministrativa, ma uno strumento di consapevolezza territoriale.

È questa, in ultima analisi, la sfida dei Borghi GeniusLoci DeCo: trasformare l'identità da memoria passiva in capitale culturale, sociale ed economico, senza perdere il legame originario con la comunità che quell'identità ha generato.