mercoledì 19 agosto 2026

DALLA GANZEGA AL BUON RENDERE

 Caterina Carla Setti

“Noi siamo il ponte tra il tempo che fu e il tempo che sarà. Custodiamo il fuoco, non le ceneri.”      nsutera

Verso una prassi nazionale per la tutela dell'dentità nelle comunità rurali.

Entra in fase pienamente operativa il riconoscimento formale per due pilastri della
cultura contadina locale: la celebre “ganzega” — la consuetudine di celebrare la fine dei
lavori con un momento conviviale — e il lavoro solidale tra agricoltori.

Intervista a Nino Sutera, ideologo e coordinatore della

 Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo



Nino Sutera, l'esperienza della Ganzega riconosciuta dalla Camera di Commercio di Trento sembra andare oltre la dimensione locale. Perché ritiene che possa diventare una proposta nazionale?

Perché dietro la parola Ganzega non c'è semplicemente un'usanza agricola trentina. C'è un principio molto più ampio: quello del buon rendere, della reciprocità, dell'aiuto tra persone che condividono un territorio e che, nei momenti di bisogno o di maggiore intensità del lavoro, decidono di sostenersi senza trasformare necessariamente quel gesto in una prestazione economica.

La Camera di Commercio di Trento ha avuto il merito di compiere un'operazione importante: non ha inventato una nuova pratica, ma ha riconosciuto e documentato una consuetudine storicamente radicata. È proprio questo, a mio avviso, il punto di partenza di una riflessione nazionale.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: come si chiama la Ganzega? La domanda vera è: quante forme di aiuto reciproco, con nomi differenti, esistono nelle campagne italiane?

In Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche, nel Mezzogiorno e in Sicilia esistono pratiche analoghe, che rischiano di scomparire, perchè quasi in disuso. Cambiano i nomi, i rituali, i contesti, ma il principio resta molto simile: oggi do una mano a te, domani tu la darai a me. È il buon rendere che diventa infrastruttura sociale della comunità.



Quindi la Ganzega non sarebbe soltanto una tradizione agricola, ma una forma di capitale sociale?

Esattamente. E questa è la ragione per cui considero l'esperienza trentina particolarmente interessante.

Una comunità rurale non si regge soltanto sulle infrastrutture materiali. Si regge anche sulla fiducia, sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla capacità delle persone di mobilitarsi insieme.

Quando familiari, amici e vicini aiutano durante la vendemmia, la raccolta o un momento di particolare necessità, non stanno semplicemente mettendo a disposizione qualche ora di lavoro. Stanno rinnovando un patto comunitario.

E ancora più significativo è il cosiddetto aiuto di soccorso, cioè quella forma di solidarietà che si manifesta quando un agricoltore si ammala, subisce un infortunio o attraversa una situazione di emergenza.

In quel momento la comunità dice, concretamente: non sei solo.

Credo che questa frase racchiuda tutta la forza culturale della Ganzega.


A livello nazionale, come si potrebbe trasformare questa esperienza in una prassi condivisa?

Io partirei da un principio molto semplice: non creare una nuova norma nazionale che imponga una tradizione, ma costruire un metodo nazionale per riconoscere le tradizioni già esistenti.

Il modello trentino dimostra che un'istituzione può ascoltare il territorio, raccogliere testimonianze, fotografie, documenti, memorie orali, verificare la storicità di una pratica e inserirla, quando ne ricorrono i presupposti, nella Raccolta degli usi.

Questa metodologia potrebbe essere diffusa su scala nazionale attraverso una collaborazione tra Unioncamere, Camere di Commercio, istituzioni agricole, ANCI, Regioni, organizzazioni professionali, mondo accademico e rappresentanze delle comunità rurali.

L'obiettivo non sarebbe creare "la Ganzega italiana", perché sarebbe un errore uniformare ciò che per sua natura è diverso.

L'obiettivo sarebbe riconoscere le tante Ganzeghe d'Italia.


Lei insiste molto sulla parola “buon rendere”. Perché?

Perché buon rendere contiene una filosofia.

La Ganzega appartiene a una cultura della reciprocità nella quale l'aiuto non viene misurato immediatamente in denaro. Il valore sta nel rapporto che si crea.

Il termine può cambiare da borgo a borgo. Può chiamarsi Ganzega, regalia, aiuto, soccorso, scambio di manodopera o assumere denominazioni dialettali che conosciamo soltanto localmente.

Ma la sostanza è la stessa.

Il patrimonio non è soltanto ciò che produciamo, ma anche il modo in cui una comunità ha imparato a produrre, a vivere e ad aiutarsi.

Ecco perché il buon rendere può diventare una categoria culturale utile per leggere molte delle nostre campagne.


Dove si colloca, in questa prospettiva, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo?

Si colloca esattamente nel punto d'incontro tra identità e comunità.

La mission dei Borghi GeniusLoci DeCo parte dalla consapevolezza che un territorio non può essere raccontato soltanto attraverso il prodotto finale.

Dietro un formaggio, un vino, un pane, un dolce, una coltura o una lavorazione tradizionale esiste una comunità.

Esistono conoscenze.

Esistono persone.

Esistono rituali.

Esistono relazioni.

Esiste una memoria collettiva.

Il Genius Loci, quindi, non è soltanto il paesaggio. È lo spirito del luogo che vive nelle relazioni tra le persone e nelle pratiche attraverso cui quelle persone hanno costruito la propria identità.

La Ganzega è un perfetto esempio di tutto questo.


Possiamo dunque considerare la Ganzega un bene del Genius Loci?

Assolutamente sì.

La considero una forma di patrimonio immateriale comunitario.

Ed è proprio qui che la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo può offrire un contributo originale: allargare il concetto di valorizzazione territoriale.

Siamo abituati a parlare di prodotti tipici, prodotti tradizionali e prodotti identitari. Ma spesso dimentichiamo che quei prodotti nascono da un ecosistema umano.

Se vogliamo proteggere davvero l'identità di un territorio, dobbiamo proteggere anche le pratiche che hanno reso possibile quell'identità.

Per questo dobbiamo passare dalla valorizzazione del prodotto alla valorizzazione della comunità che lo produce.

È un cambiamento culturale importante.


Questo significa che anche le DeCo potrebbero assumere una dimensione più ampia?

Sì, ma con una precisazione.

La DeCo, correttamente intesa, non deve diventare un'etichetta commerciale e neppure uno strumento improprio di certificazione.

È, prima di tutto, un atto politico-amministrativo attraverso il quale una comunità riconosce un elemento della propria identità.

Quindi la riflessione può ampliarsi: non solo il prodotto (rigorosamente autoctono)  ma anche il sapere, la pratica, il rito, la consuetudine, la tecnica, la festa, la forma di solidarietà che caratterizzano un territorio.

In questa prospettiva la Banca del GeniusLoci DeCo potrebbe svolgere un ruolo importante.

  Un' archivio vivo della comunità: raccogliere storie, testimonianze, fotografie, documenti, denominazioni locali, conoscenze e pratiche che rischiano di scomparire.

La Ganzega, o qualunque sia il nome che assume in un determinato borgo, potrebbe essere documentata come parte del patrimonio identitario della comunità.


Ma come si evita che un riconoscimento di questo tipo venga interpretato come una scorciatoia per aggirare la normativa sul lavoro?

Questo è un punto decisivo.

Il riconoscimento di una consuetudine non può e non deve significare una deroga generalizzata alla legislazione sul lavoro, alla sicurezza o agli obblighi assicurativi.

Bisogna distinguere nettamente l'aiuto spontaneo, gratuito, occasionale e storicamente radicato dal rapporto di lavoro continuativo.

Questa distinzione deve essere il cuore della proposta nazionale.

Non si tratta di dire: "in agricoltura tutto è permesso".

Si tratta di dire: esiste una realtà sociale storica che deve essere riconosciuta nella sua specificità, senza confonderla con il lavoro subordinato o con forme di lavoro irregolare.

È proprio la chiarezza del perimetro a rendere credibile la proposta.


In questo senso, che cosa può insegnare l'esperienza del Trentino?

Ci insegna soprattutto il metodo.

Prima di riconoscere una consuetudine, bisogna dimostrarne la storicità.

Occorre raccogliere testimonianze.

Occorre confrontare documenti.

Occorre ascoltare associazioni, organizzazioni professionali, amministrazioni e comunità.

Occorre ricostruire la pratica nel tempo.

Il fatto che il percorso trentino abbia richiesto un lavoro articolato di ricerca e documentazione è un elemento importante. Significa che l'identità non si certifica con un'autodichiarazione: si ricostruisce attraverso le fonti e la memoria del territorio.

Questo è esattamente lo stesso approccio che la Rete Borghi GeniusLoci DeCo propone quando parla di storicità, tracciabilità e trasparenza.



Quale potrebbe essere, concretamente, il primo passo nazionale?

Io partirei dalla costruzione di una Carta nazionale delle consuetudini agricole e della reciprocità rurale.

Una Carta non legislativa, almeno in una prima fase, ma metodologica e culturale.

Dovrebbe stabilire alcuni principi condivisi: storicità, territorialità, gratuità, occasionalità, interesse collettivo, documentabilità, distinzione dal lavoro continuativo e pieno rispetto delle norme di sicurezza.

Poi si potrebbe avviare un censimento nazionale.

Chiedere a ogni territorio: quali sono le vostre forme tradizionali di aiuto? Come si chiamano? Quando si praticano? Chi vi partecipa? Da quanto tempo esistono? Quali testimonianze abbiamo?

Potremmo scoprire un patrimonio straordinario.


Sarebbe una sorta di atlante nazionale?

Esattamente.

Un Atlante delle consuetudini rurali d'Italia.

E sarebbe un'opera molto più importante di quanto possa sembrare.

Perché oggi rischiamo di perdere non soltanto alcune varietà agricole o alcune ricette, ma anche i comportamenti sociali che hanno permesso a quelle culture rurali di sopravvivere.

L'ultima persona che conosce una parola dialettale o un'usanza può essere l'ultimo archivio vivente di un territorio.

Quando quella persona scompare, senza documentazione scompare anche una parte del Genius Loci.

Per questo la raccolta delle memorie deve diventare una politica pubblica di comunità.


Qual è, allora, la visione dei Borghi GeniusLoci DeCo su questo tema?

La nostra visione è molto semplice: trasformare l'identità territoriale da memoria del passato a valore collettivo del presente e del futuro.

Il territorio deve tornare a essere protagonista.

Non solo come luogo geografico, ma come comunità di senso.

Per questo insistiamo su una sequenza che considero fondamentale: Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità, Trasparenza.

A questa sequenza oggi aggiungerei una sesta parola: Reciprocità.

Perché senza reciprocità molte comunità rurali non avrebbero avuto la forza di attraversare i secoli.


Possiamo quindi dire che dalla Ganzega nasce una proposta che riguarda il futuro dei borghi?

Sì. E forse questo è l'aspetto più interessante.

La Ganzega non deve diventare un ricordo folkloristico.

Può diventare una chiave di lettura del futuro.

In una fase storica nella quale molte aree rurali devono confrontarsi con spopolamento, invecchiamento, difficoltà nel reperimento della manodopera e progressiva perdita dei saperi tradizionali, recuperare la cultura della reciprocità significa rafforzare la resilienza delle comunità.

Non possiamo chiedere ai giovani di restare nei borghi soltanto dicendo loro che lì ci sono monumenti e paesaggi bellissimi.

Dobbiamo restituire loro una comunità viva, capace di produrre, cooperare, accogliere e riconoscere il proprio patrimonio.


 

Dal Trentino può partire un messaggio per tutta l'Italia: non tutto ciò che non è scritto in un contratto è privo di valore sociale; esistono patrimoni comunitari che meritano di essere conosciuti, verificati, riconosciuti e trasmessi.

Le Ganzeghe d'Italia possono diventare così parte di un grande racconto nazionale.

Un racconto fatto di lavoro, memoria, solidarietà e identità.

Un racconto che, in fondo, dice una cosa antica e straordinariamente moderna:

oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. Questo è il buon rendere. Questo è il Genius Loci di una comunità viva.






sabato 15 agosto 2026

La De.Co. come atto politico e patrimonio identitario

Alessandra de Santis

Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo tra memoria, comunità e sviluppo territoriale

Introduzione

La discussione sulle Denominazioni Comunali non riguarda soltanto la valorizzazione di un prodotto locale. Tocca una questione molto più profonda: il diritto delle comunità a riconoscere, custodire e raccontare la propria identità.

È in questa prospettiva che si colloca, dal 2013, il percorso della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, promosso e sviluppato da Nino Sutera, che ne rivendica l'impostazione culturale e metodologica.

«La De.Co. — afferma Nino Sutera — non nasce per imitare una DOP o una IGP. Nasce per dare un nome, una storia e una dignità istituzionale a ciò che appartiene a una comunità. È soprattutto un atto politico nelle prerogative del Sindaco: attraverso la fascia tricolore, il Comune riconosce il valore del proprio patrimonio materiale e immateriale».

È questo il punto di partenza del modello GeniusLoci: la fascia tricolore come simbolo di responsabilità istituzionale e la De.Co. come strumento di politica territoriale, capace di mettere in relazione agricoltura, gastronomia, artigianato, paesaggio, memoria, cultura e sviluppo locale.

Il patrimonio di un Comune, in questa prospettiva, non è costituito soltanto da monumenti, musei e beni paesaggistici. Esiste anche un patrimonio quotidiano, spesso invisibile, composto da ricette, sementi, coltivazioni, tecniche artigianali, mestieri, feste, riti, parole, gesti e saperi tramandati.

È quello che la Rete definisce giacimento ElaioEnoGastronomico, inteso come parte di un più ampio patrimonio identitario territoriale.






1. De.Co.: tra procedura amministrativa e visione culturale

Il dibattito sulle Denominazioni Comunali si è sviluppato intorno a interpretazioni differenti circa natura, finalità e modalità operative dello strumento.

Da una parte si è affermata una lettura maggiormente procedurale e regolamentare, orientata alla predisposizione di regolamenti comunali, disciplinari, commissioni e procedure di riconoscimento.

Dall'altra, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo ha costruito una prospettiva nella quale la De.Co. viene collocata all'interno di un processo più ampio di governance identitaria.

La differenza non consiste semplicemente nella scelta di uno strumento amministrativo piuttosto che di un altro. La differenza è soprattutto culturale: che cosa si vuole riconoscere attraverso una De.Co.?

Un prodotto?

Oppure una comunità attraverso il prodotto?

Per Nino Sutera la risposta è inequivocabile:

«Il prodotto è soltanto la parte visibile del Genius Loci. Dietro un pane, un formaggio, un vino, un dolce, una semente o un manufatto c'è una comunità. C'è un paesaggio. Ci sono generazioni di uomini e donne che hanno costruito quel sapere. Se riconosciamo soltanto il prodotto, perdiamo la parte più importante della storia.»

Da questa impostazione nasce la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo.



2. La De.Co. non è una mini-DOP

Uno degli equivoci più frequenti consiste nell'applicare alla De.Co. la medesima logica propria dei sistemi europei di protezione e certificazione delle indicazioni geografiche.

DOP, IGP e altri strumenti di tutela europea rispondono a specifiche discipline giuridiche e perseguono finalità proprie.

La De.Co., invece, deve essere letta nella sua specificità: uno strumento comunale di riconoscimento del legame storico, culturale e territoriale di una produzione con la comunità locale, senza trasformarla automaticamente in una certificazione di qualità equiparabile ai marchi europei.

La distinzione è fondamentale.

Una De.Co. non dovrebbe diventare una sorta di “mini-DOP comunale”, con un apparato burocratico sproporzionato rispetto alla natura dello strumento.

«Abbiamo sempre sostenuto — sottolinea Sutera — che non bisogna prendere la cassetta degli attrezzi dei marchi europei e trasferirla automaticamente dentro il Comune. Una De.Co. che per essere ottenuta richiede un apparato più complesso della realtà produttiva che vuole valorizzare rischia di perdere la propria ragione d'essere.»

La questione non è dunque quella di eliminare le regole, ma di proporzionarle alla finalità.

Regole sì, burocratizzazione no.

Rigore sì, omologazione no.

Trasparenza sì, trasformazione della De.Co. in un marchio commerciale no.



3. Tornare a Luigi Veronelli

Per comprendere la filosofia della Rete è necessario tornare alla figura di Luigi Veronelli, al quale viene storicamente ricondotta l'idea delle Denominazioni Comunali.

Veronelli immaginava il Comune come protagonista della valorizzazione del proprio patrimonio produttivo e culturale e attribuiva al Sindaco un ruolo centrale nel riconoscimento dell'origine territoriale.

La sua visione era profondamente lontana dall'idea di omologazione.

Il territorio doveva essere raccontato attraverso i suoi prodotti e i suoi produttori, restituendo valore alle piccole economie locali e alle comunità rurali.

Da qui deriva una delle intuizioni fondamentali del percorso GeniusLoci: il prodotto non è separabile dal luogo che lo ha generato.

Nino Sutera sintetizza così questa impostazione:

«Veronelli ci ha insegnato che dietro un prodotto esiste sempre un luogo e dietro quel luogo esiste una comunità. La De.Co. deve restituire questa relazione. Non dobbiamo certificare soltanto ciò che mangiamo: dobbiamo riconoscere il luogo che ci ha insegnato a produrlo.»




4. La fascia tricolore e il ruolo del Sindaco

Uno dei concetti caratterizzanti del percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo è quello della fascia tricolore.

Non come semplice elemento cerimoniale, ma come simbolo della responsabilità istituzionale del Sindaco nei confronti della comunità.

Il Sindaco, nell'ambito delle proprie competenze, rappresenta infatti la comunità locale e può promuovere politiche di valorizzazione del patrimonio territoriale.

In questa prospettiva la De.Co. assume una dimensione eminentemente politica nel senso più alto del termine: politica come cura della polis, della comunità e del bene comune.

«La fascia tricolore — sostiene Sutera — non è soltanto un simbolo che si indossa nelle cerimonie. È la rappresentazione visibile della responsabilità verso una comunità. Quando un Sindaco riconosce una De.Co., non dovrebbe limitarsi ad apporre una firma: dovrebbe assumersi la responsabilità di dire al mondo che quella storia appartiene alla propria comunità e merita di essere custodita.»

È questa la ragione per cui il percorso non considera il Comune come semplice soggetto amministrativo, ma come presidio dell'identità territoriale.


5. Dal prodotto al Genius Loci

Il salto concettuale compiuto dalla Rete consiste nello spostamento dell'attenzione:

dal prodotto al territorio;
dal disciplinare alla memoria;
dalla certificazione alla narrazione;
dalla commissione alla comunità;
dal consumatore al viaggiatore;
dalla promozione alla consapevolezza identitaria.

Il Genius Loci diventa così una vera e propria infrastruttura culturale.

Un prodotto agroalimentare non viene considerato soltanto per le sue caratteristiche organolettiche, ma per la rete di relazioni che lo rende possibile.

Una ricetta contiene una storia.

Una semente contiene una memoria.

Un vino contiene un paesaggio.

Un pane contiene una tecnica.

Un dolce contiene una festa.

Un manufatto contiene una manualità.

«Il Genius Loci è ciò che rimane quando togli il prodotto dalla confezione. È il territorio che continua a parlare attraverso quel prodotto», afferma Sutera.


6. L'Audizione Pubblica: l'identità che nasce dal basso

Uno degli elementi qualificanti del modello è rappresentato dall'Audizione Pubblica.

La comunità viene chiamata a partecipare alla ricostruzione della propria memoria attraverso testimonianze, documenti, racconti, conoscenze locali e contributi dei produttori.

L'identità non viene quindi semplicemente assegnata dall'esterno.

Viene ricostruita insieme alla comunità.

Anziani, produttori, agricoltori, artigiani, storici locali, associazioni, ristoratori, cittadini e amministratori diventano parte di un processo di ascolto.

«L'Audizione Pubblica è il momento nel quale un paese si guarda allo specchio. Non è il tecnico che dice alla comunità che cosa è identitario: è la comunità che racconta, documenta e riconosce ciò che sente come proprio.»

Questo non significa rinunciare alla verifica documentale.

Al contrario, la partecipazione deve essere accompagnata da ricerca storica, documentazione, tracciabilità delle fonti e trasparenza del procedimento.

La partecipazione, dunque, non sostituisce il metodo.

Lo completa.




7. La Banca del GeniusLoci DeCo

Nel percorso della Rete assume particolare rilievo la Banca del GeniusLoci DeCo.

Il termine “Banca” viene utilizzato in senso metaforico e culturale: non un istituto finanziario, ma un luogo di deposito, conservazione, organizzazione e valorizzazione del capitale identitario.

La Banca può raccogliere e organizzare:

  • ricette;

  • testimonianze orali;

  • fotografie;

  • documenti storici;

  • sementi e varietà locali;

  • tecniche agricole;

  • saperi artigianali;

  • feste e ritualità;

  • testimonianze dei produttori;

  • documentazione audiovisiva;

  • percorsi territoriali;

  • elementi del patrimonio ElaioEnoGastronomico.

È una sorta di cassaforte della memoria locale.

Sutera la definisce con una formula particolarmente efficace:

«La Banca del Genius Loci non custodisce denaro: custodisce ciò che il denaro non può ricomprare quando è stato perduto, cioè la memoria.»

Il suo obiettivo non è musealizzare la tradizione, ma renderla nuovamente produttiva sul piano culturale, sociale ed economico.


8. I Custodi dell'Identità

Il modello introduce inoltre una figura centrale: quella dei Custodi dell'Identità Territoriale.

Sono le persone che mantengono viva una conoscenza.

L'agricoltore che conserva una varietà antica.

La donna che tramanda una ricetta.

L'artigiano che conosce una tecnica.

Il pastore che custodisce un sapere.

Il panificatore che riproduce una lavorazione tradizionale.

Il ristoratore che mantiene una preparazione locale.

Il Custode non è semplicemente un produttore.

È un portatore di memoria.

«Un Custode non custodisce soltanto un prodotto. Custodisce un gesto. E quando quel gesto rischia di scomparire, scompare una parte del patrimonio della comunità.»

Accanto ai Custodi possono operare Ambasciatori dell'identità e Sentinelle del futuro: figure chiamate rispettivamente a raccontare il territorio e a garantire che la tradizione non diventi immobilismo.


9. Leader & Leader: una governance orizzontale

Un altro elemento distintivo del percorso è il concetto di Leader & Leader.

Non una struttura verticale nella quale qualcuno comanda e gli altri seguono, ma una governance nella quale ogni soggetto esercita responsabilità nel proprio campo.

Il Sindaco rappresenta la responsabilità istituzionale.

Il produttore conosce la produzione.

L'agricoltore conosce la terra.

L'anziano custodisce la memoria.

Il ricercatore porta metodo.

Il giovane introduce innovazione.

L'associazione costruisce partecipazione.

La Rete connette esperienze.

È una forma di intelligenza territoriale distribuita.

«Non abbiamo bisogno di follower dei territori. Abbiamo bisogno di leader dei territori: persone capaci di assumersi la responsabilità di ciò che conoscono e di metterlo a disposizione della comunità.»




10. La stretta di mano, lo sguardo e l'abbraccio

Nel percorso GeniusLoci la dimensione amministrativa non esaurisce la dimensione comunitaria.

Esiste una componente simbolica che Sutera riassume in tre gesti:

la stretta di mano, il guardarsi negli occhi e l'abbraccio.

La stretta di mano rappresenta la parola data.

Lo sguardo rappresenta la trasparenza.

L'abbraccio rappresenta la comunità.

Non sostituiscono gli atti amministrativi previsti dall'ordinamento, ma ne costituiscono la dimensione antropologica e relazionale.

«La stretta di mano non sostituisce la firma. La completa. Guardarsi negli occhi non sostituisce la trasparenza amministrativa. La rende umana. L'abbraccio non sostituisce la deliberazione del Comune. Ricorda perché quella deliberazione è stata fatta: per una comunità.»

È probabilmente questa una delle immagini più potenti del modello.

La De.Co. non viene ridotta a un timbro.

Diventa un patto simbolico tra istituzione, comunità e territorio.


11. Dalla certificazione alla consapevolezza

Il vero obiettivo del percorso non è quindi moltiplicare le De.Co., ma costruire consapevolezza territoriale.

Un Comune non dovrebbe chiedersi soltanto:

«Quale prodotto possiamo iscrivere?»

Dovrebbe chiedersi:

«Quale patrimonio rischiamo di perdere?»

La domanda cambia completamente la prospettiva.

Si passa dalla logica del catalogo alla logica del patrimonio.

Dalla quantità alla qualità.

Dall'adempimento alla responsabilità.

Dalla promozione occasionale alla politica territoriale.

«La domanda non è quante De.Co. possiede un Comune. La domanda è quanta identità è riuscito a salvare, documentare e trasferire alle generazioni future.»


12. Il confronto tra due paradigmi

DimensioneApproccio proceduraleBorghi GeniusLoci DeCo
Punto di partenzaProdottoTerritorio
ObiettivoRiconoscimento della specificitàCostruzione della consapevolezza identitaria
ProtagonistaProcedura amministrativaComunità
SindacoAutorità amministrativaResponsabile politico della valorizzazione territoriale
Strumento partecipativo procedura ammAudizione Pubblica
PatrimonioProdottoMateriale + immateriale
MemoriaElemento documentaleCapitale identitario
ProduttoreOperatore economicoCustode
ComunicazionePromozioneNarrazione
GovernancePrevalentemente proceduraleLeader & Leader
FinalitàValorizzazione della specificitàIdentità, comunità e sviluppo sostenibile
SimboloAtto amministrativoAtto amministrativo + patto comunitario ident

La contrapposizione, naturalmente, non deve essere interpretata come negazione della necessità di regole, controlli o competenze amministrative. Il punto è diverso: la procedura deve essere proporzionata alla natura dello strumento e non deve trasformarsi nello strumento stesso.




13. La De.Co. come politica pubblica territoriale

La prospettiva GeniusLoci consente infine di collocare la De.Co. all'interno di una strategia più ampia di sviluppo locale.

La De.Co. può infatti dialogare con:

  • politiche agricole;

  • turismo esperienziale;

  • sviluppo rurale;

  • cultura;

  • commercio locale;

  • artigianato;

  • educazione alimentare;

  • tutela della biodiversità;

  • politiche giovanili;

  • contrasto allo spopolamento;

  • promozione dei borghi;

  • economia sociale;

  • valorizzazione del paesaggio.

In questo senso, la De.Co. diventa una politica trasversale di territorio.

Non è il prodotto a generare da solo lo sviluppo.

È il sistema territoriale che, attraverso il prodotto, racconta se stesso.

«Una De.Co. non deve essere un punto di arrivo. Deve essere un punto di partenza. Se dopo la delibera non succede nulla, abbiamo semplicemente prodotto carta. Se invece quella delibera genera ricerca, memoria, impresa, turismo, partecipazione e orgoglio comunitario, allora abbiamo prodotto politica territoriale.»




14. Il manifesto del percorso

Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo può essere ricondotto a cinque parole chiave:

Territorio

Perché ogni prodotto nasce da un luogo.

Tradizione

Perché ogni sapere ha una storia.

Tipicità

Perché ogni comunità possiede caratteristiche proprie.

Tracciabilità

Perché la memoria deve essere documentata e verificabile.

Trasparenza

Perché il patrimonio identitario appartiene alla comunità e deve essere riconoscibile senza ambiguità.

A queste dimensioni si aggiungono tre principi:

storicità, unicità e interesse collettivo.

E una regola essenziale:

burocrazia proporzionata, responsabilità elevata.


Conclusioni

Il percorso della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, sviluppato a partire dal 2013, propone dunque una lettura della Denominazione Comunale che supera la semplice identificazione di un prodotto.

Il suo centro non è il bollino.

Non è il disciplinare.

Non è la commissione.

Non è la procedura fine a se stessa.

Il centro è la comunità.

La De.Co. diventa così uno strumento attraverso il quale il Comune può riconoscere e valorizzare il patrimonio materiale e immateriale che costituisce il Genius Loci del proprio territorio.

In questa prospettiva, la fascia tricolore assume un significato particolare: rappresenta l'assunzione di responsabilità pubblica verso la memoria e verso il futuro.

Come sintetizza Nino Sutera:

«La De.Co. non è il certificato di un prodotto. È il certificato di una relazione: quella tra una comunità, il suo territorio e la sua storia.»

Ed è proprio questa relazione che consente di comprendere il significato più profondo dei Borghi GeniusLoci DeCo.

Non una corsa a produrre nuove denominazioni.

Ma un cammino per riconoscere ciò che esiste, salvare ciò che rischia di scomparire, valorizzare ciò che può generare futuro.

Perché, in fondo, il vero patrimonio di un borgo non è ciò che possiede.

È ciò che riesce a trasmettere.

E, come ama ricordare Sutera:

«Camminare la terra significa conoscere il luogo prima ancora di raccontarlo. Perché soltanto chi conosce la propria terra può davvero difenderla, valorizzarla e consegnarla al futuro.»


 

La De.Co., allora, torna alla sua dimensione più autentica: non un marchio da esibire, ma una responsabilità da assumere; non un timbro da apporre, ma una storia da custodire; non una semplice procedura amministrativa, ma uno strumento di consapevolezza territoriale.

È questa, in ultima analisi, la sfida dei Borghi GeniusLoci DeCo: trasformare l'identità da memoria passiva in capitale culturale, sociale ed economico, senza perdere il legame originario con la comunità che quell'identità ha generato.

martedì 11 agosto 2026

DeCo Percorso Certificato

 Lina Anna Briti

Da un'iniziativa a un metodo

 

Introduzione

La DeCo non è un logo da appendere al frigorifero del marketing territoriale: è la firma collettiva di una comunità, il segno che una storia, un sapere e un paesaggio sono stati riconosciuti e messi sotto tutela civica. In un racconto che parte dalla lezione di Luigi Veronelli e si aggiorna alle esigenze di governance contemporanea, la certificazione del percorso De.Co. diventa la garanzia che quel riconoscimento non sia un gesto simbolico vuoto, ma il frutto di un processo democratico, scientifico e partecipato.

L’intera architettura teorica e operativa del format è stata tracciata in una densa conversazione con   Nino Sutera, che ha illustrato la genesi e gli obiettivi strategici di un modello metodologico di successo, già inserito tra gli esempi virtuosi del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio (“Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”) e capillarmente presentato in autorevoli contesti scientifici e istituzionali nazionali, tra cui la Poster Session del Forum P.A. di Roma, l’iniziativa Valore Paese – Economia delle soluzioni organizzata da ItaliaCamp a Reggio Emilia, il Premio Nazionale Filippo Basile dell'AIF a Palermo ed EXPO 2015 a Milano, solo per citarne alcuni



Il valore originario della DeCo

La Denominazione Comunale nasce come atto politico-culturale: è il Sindaco insieme alla Comunità che censisce, tutela e restituisce valore al patrimonio materiale e immateriale locale. Non è una DOP né un’etichetta commerciale; è invece il biglietto d’identità antropologico di un luogo — una ricetta, un saper fare, una festa, un mestiere — che racconta chi siamo e da dove veniamo. Quando la De.Co. è autentica, trasforma la memoria collettiva in attrazione culturale e turistica, capace di parlare a viaggiatori sensibili che cercano storie e sapori veri. La vera componente d’innovazione del modello si articola su cinque pilastri relazionali: Territorio, Tradizione, Tipicità (intesa come specificità assoluta), Tracciabilità e Trasparenza. Questi elementi mirano a destrutturare la retorica dell’omologazione per restituire centralità al saper fare umano. L’effetto Genius Loci si sostanzia proprio nella capacità di una comunità di produrre valore permanente attraverso la consapevolezza della propria singolarità. I contenuti cardine del format richiamano concetti precisi: l’originalità, intesa nell’accezione etimologica latina di derivazione culturale che non distorce la voce della terra d’origine; la naturalità, intesa come produzione priva di interventi estranei all'azione del territorio; l’identità, come permanenza nel tempo di un senso del luogo riconoscibile; e la specificità, mutuata dalla lezione sociologica di Max Weber del 1919, come unicità chiaramente individuabile per le sue caratteristiche originarie.



I rischi dell’uso improprio

Negli anni la De.Co. ha corso il rischio di svuotarsi: usata come semplice stampiglia pubblicitaria, confusa con marchi di tutela o inventata ad hoc, oppure sconfinando in altri strumenti istituzionali (PAT) ha perso valore e credibilità. Questo fenomeno di inflazione mercatistica ha reso molte De.Co. banali, controproducenti e talvolta in conflitto con norme e buone pratiche. Anche le prese di posizione istituzionali — come quelle espresse dal MIPAF già nel 2004 — hanno dimostrato che procedure errate vanno confinate e possono e devono essere corrette 

Il Percorso Operativo Certificato

Per restituire dignità e rigore alla De.Co. abbiamo codificato il primo Percorso Operativo Certificato in Italia. Questo percorso, promosso dalla Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., verifica la legittimità del riconoscimento confrontando i provvedimenti comunali con norme europee, giurisprudenza, sentenze e buone pratiche. È un percorso in 12 tappe che coinvolge la comunità, mette al centro trasparenza e tracciabilità, e consente di correggere eventuali anomalie con accorgimenti semplici ma efficaci. In questo modo la De.Co. torna a essere un atto politico serio, non un’etichetta impropia .


Perché la certificazione è necessaria?

La certificazione non è un formalismo: è lo strumento che tutela la De.Co. dall’omologazione e dalla mercificazione. Garantisce che il riconoscimento sia democratico, scientificamente fondato e socialmente partecipato. Protegge la storicità, l’unicità e l’interesse collettivo, evitando che il valore culturale venga sacrificato sull’altare del profitto privato.   «La denominazione comunale (De.Co.) “Borghi Genius Loci” è un atto politico, nelle prerogative del Sindaco, che afferma il suo primato sul territorio», e la certificazione è la bussola che orienta questa scelta verso pratiche sostenibili e non conflittuali.

Conclusione

In un’epoca in cui la globalizzazione tende a livellare differenze e sapori, la vera strategia di sopravvivenza per i piccoli comuni è la cura della propria identità. La certificazione del percorso De.Co. non è un vincolo, ma una protezione: assicura che l’identità locale resti autentica, riconoscibile e capace di generare valore duraturo. Non tutte le comunità saranno pronte — e questo è un merito del modello: seleziona chi possiede memoria, unicità e governance illuminata — ma per quelle che intraprendono il cammino, la certificazione è la garanzia che la loro storia non venga dispersa, ma valorizzata con rigore e responsabilità. Per garantire l’efficacia e la sostenibilità del circuito, il percorso  è ancorato a requisiti rigorosi e non negoziabili: storicità comprovata, unicità dell’elemento, interesse collettivo diffuso, e mai a vantaggio di un singolo,   soprattutto, una filosofia d’azione incentrata sulla “burocrazia zero”. In questo senso, il percorso si pone in netta controtendenza rispetto ai marchi di tutela di matrice europea (come DOP, IGP o DOC): all’interno del processo culturale dei Borghi GeniusLoci DeCo  non vengono mai adottati o“rubati”   la cassetta degli attrezzi  di altri strumenti, come     disciplinari   commissioni   e regolamenti    considerati non solo inutile, ma persino controproducente per la salvaguardia dell’autenticità rurale, che somiglia piuttosto a una favola vera fatta di eccezionalità e di storie umane vere.Il format si sviluppa operativamente attraverso un percorso guidato in 12 tappe codificate, che coinvolgono attivamente l’intera comunità:

Un percorso culturale inclusivo  d’eccellenza che, come conclude fermamente Nino Sutera, non è programmaticamente aperto a tutti: non tutte le comunità   sono  dotati di una reale memoria storica, di elementi unici e di una governance locale illuminata, e non tutti quindi possiedono i requisiti culturali per fare ingresso nel circuito dei Borghi GeniusLoci De.Co.