mercoledì 21 ottobre 2026

La crisi dell’agricoltura: oltre la protesta, oltre la spesa del PSR

 riceviamo e pubblichiamo


Grano, vino, olio, ortofrutta e zootecnia: la crisi dei redditi agricoli, le contraddizioni del modello produttivo e l’equivoco che confonde la capacità di spendere risorse pubbliche con la capacità di generare valore.

La crisi dell’agricoltura non può essere raccontata soltanto attraverso le proteste degli agricoltori, il costo del gasolio, l’aumento dei fertilizzanti o la concorrenza delle importazioni. Questi sono elementi reali, ma non esauriscono il problema. Occorre interrogarsi su una questione più profonda: perché, nonostante decenni di politiche agricole, finanziamenti europei, programmi di sviluppo rurale e investimenti tecnologici, una parte significativa delle imprese agricole continua a dichiarare redditi insufficienti, difficoltà di mercato e prospettive incerte?

E soprattutto: perché il completamento della spesa del Programma di sviluppo rurale (PSR) viene talvolta presentato come una prova di efficienza del sistema, mentre le difficoltà economiche delle aziende agricole continuano a riproporsi?

La risposta richiede di distinguere tre dimensioni troppo spesso sovrapposte: la capacità amministrativa di utilizzare i fondi, la capacità imprenditoriale di produrre reddito e la capacità di un territorio di trattenere localmente il valore generato dall’agricoltura.

Sono tre risultati diversi. E non necessariamente procedono nella stessa direzione.

1. Le contraddizioni della crisi: cosa dicono i numeri?

La prima cautela è metodologica: non esiste una crisi identica per tutti i comparti, né tutte le aziende agricole si trovano nella medesima condizione economica. Esistono, tuttavia, squilibri strutturali che possono compromettere la redditività anche quando la produzione cresce.

I dati ISTAT relativi al 2025, pubblicati nel 2026, aiutano a comprendere questa distinzione. La produzione agricola italiana ha registrato una lieve crescita in termini reali, ma il valore aggiunto è rimasto sostanzialmente stabile, mentre l’occupazione è diminuita. I consumi intermedi hanno superato i 32 miliardi di euro, pari al 42,7% del valore della produzione.

Il punto centrale è proprio questo: produrre di più non significa necessariamente guadagnare di più.

2. Le cinque crisi dell’agricoltura

Italmopa, raccolto di grano duro giù del 10% ma qualità adeguata - Terra e Vita

Il grano: produrre una materia prima senza governarne il prezzo

Il cerealicoltore è esposto alla volatilità dei mercati internazionali, al costo dei mezzi tecnici, alla siccità e alla disponibilità idrica. Il prezzo di vendita può non compensare adeguatamente il costo complessivo di produzione, soprattutto nelle aziende con rese basse.

Il problema strutturale è che molti produttori vendono una materia prima indifferenziata, mentre la trasformazione, la commercializzazione e una parte rilevante del valore economico si realizzano altrove. La qualità del grano duro italiano, da sola, non garantisce al produttore una remunerazione proporzionata.

Cantine Adanti: il viaggio del Rosso di Montefalco dalla vigna alla tavola. | GALA Supermercati

Il vino: qualità elevata, mercato difficile

Il comparto vitivinicolo deve affrontare cambiamenti nei consumi, tensioni commerciali, costi di produzione e giacenze che possono comprimere i prezzi. Le difficoltà non colpiscono allo stesso modo vini sfusi, vini comuni, produzioni di qualità, cooperative e aziende dotate di marchi propri.

Un territorio può vantare vigneti eccellenti e una lunga tradizione enologica senza che tutti i viticoltori riescano a ottenere un reddito adeguato. La crisi emerge soprattutto quando la capacità produttiva non è accompagnata da una strategia commerciale e da un equilibrio fra offerta e domanda.

In Oliveto Citra, a Family Mill Advances Research, Sustainability and Quality - Olive Oil Times

L’olio: l’eccellenza non protegge automaticamente il reddito

L’olivicoltura risente dell'alternanza produttiva, della disponibilità idrica, dei costi di raccolta e delle oscillazioni dei prezzi. Il settore comprende realtà molto diverse: oliveti tradizionali, impianti intensivi, piccoli produttori, frantoi e imprese integrate.

La differenza economica dipende anche dalla capacità di trasformare, conservare, confezionare e vendere direttamente. Quando il produttore cede olive o olio sfuso senza riuscire a valorizzarne origine e qualità, una parte del valore potenziale viene lasciata agli altri anelli della filiera.

Oranges, tangerines and tomatoes in crates

L’ortofrutta: deperibilità e debolezza contrattuale

Frutta e ortaggi devono essere raccolti, selezionati, refrigerati, trasportati e venduti in tempi stretti. Un eccesso di offerta, una contestazione qualitativa o un ritardo logistico possono ridurre rapidamente il valore commerciale del prodotto.

Qui il potere contrattuale è decisivo. Un produttore isolato, privo di strutture di conservazione e aggregazione, si trova spesso in una posizione diversa rispetto a chi controlla logistica, distribuzione e accesso al consumatore. Il calo dei prezzi degli ortaggi registrato nel 2025, a fronte di volumi pressoché stabili, è un esempio concreto della distanza possibile fra produzione e remunerazione.


Dairy farm cows indoor in the shed

La zootecnia: investimenti elevati e costi permanenti

Gli allevamenti sostengono spese continue per mangimi, energia, lavoro, assistenza veterinaria, gestione dei reflui e benessere animale. Non possono sospendere facilmente l’attività quando i prezzi peggiorano: gli animali devono essere alimentati e curati ogni giorno.

La redditività dipende dal rapporto fra costi e prezzo riconosciuto per latte e carne, dalla dimensione aziendale, dall'efficienza produttiva e dalla posizione nella filiera. I dati ISTAT mostrano che nel 2025 il valore della produzione zootecnica ha superato i 25 miliardi di euro, con una crescita del 9,9%. Ma un aumento del valore aggregato non dimostra, da solo, che tutti gli allevatori abbiano aumentato i propri margini.


Il quadro è quindi articolato: settori che crescono in valore possono convivere con imprese in difficoltà, mentre una buona annata produttiva può tradursi in prezzi meno favorevoli. La Commissione europea, nelle prospettive estive del 2026, continua a segnalare la pressione dei costi degli input sui margini dei produttori e l'incertezza legata a clima, energia, fertilizzanti e tensioni commerciali.

3. Il grande equivoco: spendere tutte le risorse del PSR significa essere efficienti?

Questa è probabilmente la questione più importante dal punto di vista delle politiche pubbliche.

In Sicilia, il 15 giugno 2026 la Regione ha comunicato di essere quarta in Italia per capacità di spesa nell'ambito della PAC 2023-2027, sulla base dei dati AGEA al 31 maggio. Nello stesso comunicato ha indicato oltre 450 milioni di euro spesi, pari al 31,86% delle risorse disponibili, quantificate in oltre 1,4 miliardi di euro.

È un risultato amministrativo da valutare sulla base delle regole e degli obiettivi finanziari del programma. Ma da solo non permette di concludere che l'agricoltura siciliana sia diventata più redditizia, competitiva o resiliente.

La distinzione è fondamentale.

Primo livello

Efficienza amministrativa

Le risorse vengono impegnate, rendicontate e pagate nel rispetto delle regole e delle scadenze previste?

Secondo livello

Efficienza degli investimenti

I finanziamenti hanno generato impianti funzionanti, innovazione, risparmio idrico, migliori processi produttivi e maggiore produttività?

Terzo livello

Risultato economico e territoriale

Sono cresciuti il reddito agricolo, il valore aggiunto trattenuto dalle imprese, l'occupazione stabile, il ricambio generazionale e la capacità dei territori di competere?

I tre livelli non sono intercambiabili. Il primo misura la capacità di attuare il programma; il secondo valuta la qualità degli investimenti; il terzo verifica se le risorse hanno prodotto risultati economici e sociali durevoli.

Quando la spesa diventa il risultato, anziché lo strumento

Immaginiamo due aziende.

  • La prima riceve un contributo per acquistare un trattore più moderno. Aumenta la propria capacità operativa, ma continua a vendere il prodotto allo stesso intermediario, senza maggiore potere contrattuale né nuovi sbocchi commerciali.

  • La seconda investe in risorse immateriali, ma anche in trasformazione, aggregazione, logistica e vendita diretta. Riesce così a trattenere una quota maggiore del valore finale.

Entrambe possono aver utilizzato correttamente le risorse pubbliche. Ma il risultato economico è molto diverso.

L'esempio non dimostra che il finanziamento alle macchine sia sbagliato: la meccanizzazione può essere indispensabile, soprattutto per ridurre i costi e sopperire alla carenza di manodopera. Dimostra, piuttosto, che un investimento ammissibile e regolarmente rendicontato non coincide automaticamente con un investimento capace di risolvere i problemi strutturali dell'impresa.

Un PSR può spendere tutte le risorse e lasciare irrisolti nodi  basilari

La domanda da porre alle amministrazioni non è soltanto «quanto abbiamo speso?», ma anche: «che cosa è cambiato, per chi e con quali risultati misurabili?».

4. La contraddizione delle trattrici da 70.000-100.000 euro

Case IH Quadtrac 715 wint ‘Tractor of the Year 2025’ - Melkveebedrijf.be
Tractoradas y cortes de carreteras en toda Europa para protestar contra el acuerdo de Mercosur
In campo con il trattore Massey Ferguson MF 9S.425 - Agrimeccanica - AgroNotizie
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Arriviamo alla contraddizione : agricoltori che manifestano, bloccano le strade e denunciano l'insostenibilità economica, mentre alcuni partecipano alle proteste con trattrici dal valore di 70.000, 100.000 euro o anche superiore.

È un'immagine potente. Ma per interpretarla correttamente bisogna evitare sia l'assoluzione automatica sia il giudizio sommario.

Il valore di un macchinario non è una misura del reddito disponibile dell'agricoltore.

Un trattore può essere:

  • acquistato con un finanziamento pluriennale;

  • acquisito attraverso leasing o altre forme di credito;

  • comprato grazie a un contributo pubblico;

Un mezzo da 100.000 euro non equivale quindi a 100.000 euro di ricchezza liquida. È un bene strumentale, che può essere accompagnato da debiti, interessi, manutenzione, assicurazione e costi di esercizio.

Inoltre, le immagini delle proteste non costituiscono un campione rappresentativo dell'intera agricoltura: chi dispone di una grande trattrice può essere più visibile di un piccolo orticoltore, di un allevatore indebitato o di un conduttore di terreni marginali.

Eppure la domanda scomoda resta legittima

Se un sistema agricolo richiede investimenti sempre più elevati per mantenere la propria competitività, mentre i margini restano insufficienti, dobbiamo interrogarci sul modello economico che stiamo costruendo.

La contraddizione non è necessariamente fra un trattore costoso e un agricoltore in crisi. È fra l'aumento del capitale necessario per produrre e l'incapacità di garantire una remunerazione adeguata a quel capitale, al lavoro e al rischio imprenditoriale.

Il trattore moderno può essere il simbolo del progresso tecnico, ma anche della crescente dipendenza dell'azienda da finanziamenti, fornitori di mezzi tecnici e mercati che il singolo produttore non controlla.

La meccanizzazione può aumentare la produttività del lavoro senza aumentare nella stessa misura il reddito netto. Se i benefici della maggiore efficienza vengono assorbiti dalla riduzione dei prezzi di vendita, dai costi finanziari o dalla concorrenza, l'azienda può diventare tecnologicamente più avanzata senza diventare economicamente più solida.

Esiste anche un'altra possibilità: investimenti sovradimensionati rispetto alla superficie aziendale, alle ore effettive di utilizzo o alla capacità di rimborso. È un'ipotesi da verificare nei singoli casi, non una conclusione da estendere indistintamente agli agricoltori in protesta.

La domanda corretta, dunque, non è: «Come può essere in crisi chi possiede un trattore costoso?».

È piuttosto: «Quale reddito produce quell'investimento, quale indebitamento comporta e quale quota del valore generato rimane all'impresa?».

5. Che cosa nasconde davvero la crisi?

La crisi può nascondere, o più precisamente rendere meno visibili, almeno sei problemi strutturali.

1. La dipendenza dagli aiuti pubblici

I contributi possono sostenere il reddito, compensare svantaggi e favorire investimenti necessari. Diventano però un elemento di fragilità quando un'azienda riesce a sopravvivere soltanto grazie al loro rinnovo, senza consolidare una capacità autonoma di generare margini.

Non è una colpa del singolo agricoltore: può essere il risultato di prezzi insufficienti, strutture di mercato squilibrate e politiche che non affrontano tutte le cause della debolezza economica.

2. La distribuzione diseguale del valore lungo la filiera

Il prezzo pagato dal consumatore e quello incassato dall'agricoltore possono essere molto distanti. Ma la differenza non è automaticamente profitto dell'intermediario: comprende trasformazione, confezionamento, trasporto, conservazione, distribuzione, lavoro, perdite e margini dei diversi operatori.

Per capire dove si concentra il valore occorre analizzare la filiera, i costi effettivi e il potere contrattuale dei soggetti coinvolti.

Il problema politico ed economico emerge quando chi sostiene il rischio biologico, climatico e produttivo non dispone di strumenti sufficienti per negoziare una remunerazione adeguata.

3. La confusione fra crescita produttiva e sviluppo rurale

Aumentare la produzione, comprare macchine e modernizzare gli impianti può essere necessario. Ma lo sviluppo rurale è più ampio: comprende la tenuta delle comunità, l'accesso ai servizi, la conservazione del paesaggio, il ricambio generazionale, la biodiversità e la vitalità economica dei borghi.

Un territorio può aumentare la propria produzione agricola e contemporaneamente perdere giovani, aziende familiari, servizi e capacità di trasformazione locale.

4. La frammentazione del sistema agricolo

Un produttore isolato ha spesso minore potere contrattuale di una struttura collettiva ben organizzata. Cooperazione, organizzazioni di produttori, filiere territoriali, contratti trasparenti e infrastrutture condivise possono incidere sul reddito più di un singolo investimento aziendale, se progettati e gestiti correttamente.

Il problema non è soltanto quanto produce l'azienda, ma quanto riesce a trattenere del valore generato.

5. La distanza fra politica agricola e mercato

La politica agricola può finanziare l'offerta, ma non può garantire automaticamente la domanda, il prezzo o la vendita. Se gli incentivi sostengono investimenti senza una lettura adeguata dei mercati, dei fabbisogni territoriali e delle possibilità di commercializzazione, possono migliorare la capacità produttiva senza risolvere gli squilibri economici.

6. La debolezza della valutazione pubblica

Un'amministrazione può comunicare con precisione l'ammontare delle risorse impegnate e pagate. Dovrebbe però rendere altrettanto leggibili gli effetti: redditi aziendali, produttività, occupazione, sopravvivenza delle imprese, consumi idrici, investimenti privati attivati e valore aggiunto locale.

Senza queste informazioni, il successo finanziario rischia di essere scambiato per successo economico e sociale.

6. La questione siciliana: finanziare le aziende o costruire un'economia rurale?

Per una regione come la Sicilia, questa riflessione assume un'importanza particolare. La presenza di grano duro, vigneti, oliveti, agrumeti, ortofrutta e allevamenti costituisce un patrimonio produttivo, culturale e paesaggistico straordinario. Ma la disponibilità di risorse agricole non garantisce da sola che il valore rimanga nel territorio.

Il Piano Strategico della PAC 2023-2027 riunisce strumenti diversi per sostenere competitività, sostenibilità, qualità alimentare e sviluppo territoriale. La programmazione siciliana comprende misure per gli investimenti, i giovani agricoltori, le infrastrutture rurali, l'agroindustria, la cooperazione e la promozione della qualità.

 

La questione non è rinunciare agli aiuti o agli investimenti produttivi. È chiedersi se le diverse misure concorrano a una strategia comune.

Un'azienda agricola può ricevere un contributo per produrre meglio. Ma se non trova strutture locali per trasformare il prodotto, reti commerciali per venderlo, organizzazioni capaci di aggregare l'offerta e strumenti per comunicarne l'identità, il finanziamento può non esprimere tutto il proprio potenziale.

Occorre passare da una politica che considera prevalentemente l'azienda come destinataria di un aiuto a una politica che considera il territorio come un sistema economico da organizzare.

In questa prospettiva, le filiere locali, la trasformazione di prossimità, i mercati territoriali, la cooperazione e la valorizzazione delle produzioni identitarie possono essere complementari agli investimenti tradizionali. Non sostituiscono l'accesso ai mercati nazionali e internazionali, ma possono ridurre alcune dipendenze e ampliare le possibilità di remunerazione.

Il criterio decisivo non dovrebbe essere l'opposizione fra modernizzazione e tradizione. Dovrebbe essere la capacità di integrare innovazione, identità territoriale e redditività.

7. Come misurare se le politiche agricole funzionano davvero

Per superare la narrazione basata soltanto sulla spesa, servirebbe un quadro pubblico di valutazione articolato almeno su cinque indicatori.

Ambito

Indicatore da verificare

Redditività

Evoluzione del reddito netto agricolo e del margine operativo, al netto dei costi e degli aiuti

Investimenti

Aumento misurabile della produttività e riduzione dei costi per unità prodotta

Mercato

Quota di prodotto trasformata e commercializzata dai produttori, anche in forma aggregata

Tenuta territoriale

Sopravvivenza delle aziende, ricambio generazionale e occupazione stabile

Risultati pubblici

Effetti degli aiuti per euro speso, distinti per misura, comparto e tipologia aziendale

Questi indicatori dovrebbero essere confrontati con una situazione iniziale, con obiettivi espliciti e con i risultati osservati dopo un periodo adeguato. Andrebbero inoltre distinti gli effetti dei finanziamenti da quelli dovuti a clima, andamento dei mercati e altri fattori esterni.

Solo così si può comprendere quali strumenti funzionano, per quali aziende e in quali condizioni.

Conclusione — La crisi non si misura dal numero dei trattori, ma dal reddito che resta all'agricoltore

La presenza di trattrici costose nei cortei non smentisce automaticamente la crisi agricola. Allo stesso modo, l'esaurimento delle risorse di un programma pubblico non dimostra automaticamente che la politica agricola abbia raggiunto i suoi obiettivi.

Entrambe le immagini possono essere fuorvianti se vengono utilizzate al posto di un'analisi economica.

La trattrice rappresenta il capitale investito, non necessariamente la ricchezza disponibile. La spesa del PSR rappresenta risorse utilizzate, non necessariamente valore economico creato. Il volume della produzione rappresenta beni prodotti, non necessariamente reddito trattenuto.

La questione decisiva è la relazione fra questi elementi.

Un'agricoltura che investe sempre di più, produce alimenti indispensabili e riceve sostegni pubblici, ma non riesce a garantire a una parte dei suoi operatori un reddito adeguato, pone un problema che non può essere risolto soltanto aumentando i finanziamenti.

Occorre verificare il funzionamento dei mercati, la distribuzione del valore, la qualità degli investimenti, il potere contrattuale dei produttori e la coerenza delle politiche pubbliche.

E occorre riconoscere che gli agricoltori non sono tutti uguali: accanto a imprese solide e ben capitalizzate esistono aziende indebitate, piccole realtà familiari, produttori marginali e allevamenti sottoposti a costi permanenti. Una politica efficace deve saper distinguere queste condizioni, senza trasformare né la protesta né il possesso di un macchinario in prove automatiche di verità o di colpa.

La domanda che dovrebbe accompagnare ogni rendicontazione pubblica è semplice:

Dopo aver speso le risorse, dopo aver acquistato le macchine e dopo aver aumentato la capacità produttiva, l'agricoltore è oggi più autonomo economicamente, oppure continua a dipendere dagli aiuti e da decisioni di mercato che non è in grado di governare?

È da questa domanda che dovrebbe ripartire una seria politica agricola: non dalla sola capacità di spendere, ma dalla capacità di creare reddito, trattenere valore e garantire un futuro alle imprese e ai territori rurali.

martedì 20 ottobre 2026

La crisi raccontata da un imprenditore agricolo

 riceviamo e pubblichiamo un analisi  dettagliata  di un imprenditore agricolo. 

 

1. Premessa

Il sistema agricolo siciliano presenta una struttura profondamente eterogenea, caratterizzata da una polarizzazione crescente tra un numero limitato di grandi imprese ad alta capacità finanziaria e una vasta platea di micro e piccole aziende familiari che costituiscono la base produttiva reale del territorio. Questa nota intende evidenziare, con dati e analisi, alcune criticità strutturali che incidono sull’equità degli aiuti e sulla capacità delle piccole aziende di accedere agli strumenti regionali, nazionali ed europei.



2. La composizione del tessuto agricolo siciliano

In Sicilia operano:

  • circa 40 aziende con fatturati superiori ai 5 milioni di euro, per un totale stimato di oltre 210 milioni di euro;

  • circa 60.000 aziende agricole iscritte all’UMA e alla Camera di Commercio, con partita IVA agricola, tutte sotto il milione di euro di fatturato e, nella maggior parte dei casi, sotto i 200.000 euro.

Queste 60.000 aziende rappresentano un universo di circa 250.000 persone, senza considerare l’indotto. Sono imprese familiari che producono cibo, cereali, uva, foraggi e beni primari, ma che incontrano difficoltà significative nell’accesso agli strumenti PAC, PSR, credito d’imposta e agevolazioni fiscali.

3. Il tema dell’aiuto carburante UMA

Ogni anno, da marzo a ottobre, l’UMA assegna in Sicilia circa 100 milioni di litri di gasolio agricolo. La misura di sostegno prevista dalla Regione ammonta a 20 milioni di euro, equivalenti a 0,20 euro per litro.

3.1 Impatto sulle grandi aziende

Una grande azienda vitivinicola con 600 ettari di vigneto riceve mediamente:

  • 600 ettari × 400 litri/ettaro = 240.000 litri di gasolio UMA

  • Aiuto regionale: 240.000 × 0,20 = 48.000 euro

Queste imprese, già beneficiarie di PSR, PAC, ZES, credito d’imposta e bandi con soglie elevate, ricevono un ulteriore sostegno senza necessità di partecipare a manifestazioni, iniziative o procedure complesse.

3.2 Impatto sulle piccole aziende

Una piccola azienda con 10 ettari di vigneto riceve:

  • 10 ettari × 400 litri/ettaro = 4.000 litri

Con l’aumento del prezzo del gasolio da 1,00 €/l (2025) a 1,50 €/l (2026), il costo aggiuntivo è:

  • 4.000 litri × 0,50 €/l = 2.000 euro di costi in più

L’aiuto regionale è:

  • 4.000 × 0,20 = 800 euro

Il sostegno copre dunque meno della metà dell’aumento dei costi, senza considerare che il prezzo del gasolio ha raggiunto punte di 1,70 €/l.

4. Accesso agli strumenti di sviluppo rurale

Le piccole aziende agricole siciliane incontrano ostacoli significativi nell’accesso ai bandi PSR e alle misure di sostegno:

  • soglia minima dei progetti PSR in Sicilia: 250.000 euro + IVA

  • soglia minima in Lombardia ed Emilia-Romagna: 25.000–50.000 euro

La soglia siciliana costituisce un muro di sbarramento che esclude di fatto la quasi totalità delle micro-aziende, prive della liquidità necessaria per anticipare investimenti o per sostenere le spese di progettazione.

Le piccole aziende, inoltre, acquistano spesso macchinari usati tramite scritture private, non potendo accedere a credito d’imposta, ZES o agevolazioni fiscali riservate a investimenti nuovi e certificati.

5. Questione di equità

L’attuale modello di distribuzione degli aiuti, basato su criteri uniformi, produce effetti diseguali. La Costituzione italiana stabilisce che la fiscalità debba essere proporzionale e progressiva: un principio che dovrebbe valere anche per la distribuzione degli aiuti pubblici.

L’analogia è chiara: dare lo stesso “scalino” di 2 metri a chi è alto 1 metro e a chi è alto 10 metri non produce equità. Il primo non vedrà mai l’orizzonte; il secondo lo vede già senza scalino.

6. Raccomandazioni politiche

Alla luce dei dati esposti, si ritiene opportuno valutare:

  1. Incremento della quota di aiuto carburante per le micro e piccole aziende, con riduzione proporzionale per le imprese con fatturati superiori a determinate soglie.

  2. Introduzione di misure parallele dedicate alle micro-aziende, con bandi specifici e soglie di accesso compatibili con la loro capacità finanziaria.

  3. Semplificazione amministrativa radicale, sfruttando strumenti digitali e intelligenza artificiale per la gestione automatizzata delle pratiche UMA, PAC e PSR.

  4. Alternanza programmata nell’accesso ai fondi PAC e PSR, garantendo cicli dedicati alle piccole aziende.

  5. Monitoraggio pubblico dei dati UMA, dei consumi, delle assegnazioni e degli aiuti, per assicurare trasparenza e valutazioni basate su evidenze.

7. Conclusioni

I dati disponibili mostrano che l’attuale modello di sostegno non risponde pienamente ai principi di equità e proporzionalità. Le micro e piccole aziende agricole siciliane — che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo regionale — risultano penalizzate da criteri uniformi che favoriscono, di fatto, le imprese con maggiore capacità finanziaria.

Una revisione delle politiche di sostegno, orientata alla progressività e alla differenziazione, appare necessaria per garantire pari opportunità, sostenibilità economica e tutela del tessuto agricolo diffuso che caratterizza la Sicilia.

 

lunedì 19 ottobre 2026

FERMIAMO Le aste al ribasso


 lo sfruttamento nelle filiere agroalimentari 

Ci occupiamo da oltre diciotto anni di studiare, denunciare e contrastare le principali distorsioni delle filiere agroalimentari, promuovendo sistemi alimentari più giusti e sostenibili. Tra queste, le aste elettroniche a doppio ribasso hanno rappresentato una delle pratiche su cui abbiamo maggiormente concentrato il nostro lavoro, contribuendo, attraverso la campagna #ASTEnetevi, a portarne gli effetti all'attenzione dell'opinione pubblica e delle istituzioni e al percorso che ha portato, nel 2021, all'introduzione del loro divieto in Italia.

È infatti nella corsa ai prezzi bassi e nel ricatto che subiscono i produttori che vanno cercate le cause del fenomeno del caporalato e della ghettizzazione di tanti lavoratori del settore agricolo. Non solo, un’asta del genere può avere effetti pesanti sull’intero mercato, poiché il prezzo ottenuto in queste procedure diventa inevitabilmente il riferimento per tutto il settore. 

Come hanno evidenziato anche ANICAV e importanti imprese del settore, come Mutti, i prezzi determinati attraverso procedure di questo tipo rischiano di diventare un parametro di riferimento per l'intero mercato, alimentando una spirale al ribasso che finisce per scaricarsi sui produttori agricoli, sull'industria di trasformazione e sui lavoratori in campo, compromettendo gli accordi di filiera, la sostenibilità economica del comparto e la qualità delle produzioni.

La grande mobilitazione pubblica, che è solo all’inizio, dimostra come le persone abbiano a cuore il tema del giusto prezzo del cibo.

La lettera di Terra!   serve un impegno concreto

Proprio su questo, continua l’impegno di Terra!, che evidentemente è più decisivo che mai. A partire dalla grande eco che ha avuto l’inchiesta e l’importanza che può avere lo stop a questa asta al ribasso, abbiamo deciso di scrivere una lettera al ministro dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida. 

Nella lettera, Terra! chiede al ministro di verificare con urgenza quanto emerso dall'inchiesta, accertando la compatibilità delle procedure descritte con il decreto legislativo n. 198 del 2021 e con la disciplina europea sulle pratiche commerciali sleali, coinvolgendo l'ICQRF nell'ambito delle proprie competenze.

Chiediamo inoltre di promuovere ogni iniziativa utile affinché centrali di acquisto operanti a livello europeo non possano eludere le tutele previste dall'ordinamento italiano e di farsi promotore, anche in sede europea e nell'ambito della revisione della direttiva (UE) 2019/633, di un rafforzamento della normativa che impedisca il ricorso a pratiche commerciali capaci di produrre gli stessi effetti delle aste elettroniche a doppio ribasso.

Chiediamo ora che il Ministro risponda. Bloccare le aste al ribasso anche a livello europeo è un passaggio necessario per garantire maggiore equità lungo le filiere. Pensare che il nostro comparto agricolo sia vittima dei soffocanti meccanismi che comprimono i prezzi, è semplicemente inaccettabile. Siamo convinti che la tutela del reddito di chi produce, di chi lavora nelle nostre campagne, della qualità delle produzioni italiane e del Made in Italy agroalimentare rappresenti un interesse strategico per il Paese.

Sulle aste qualcosa si muove: interrogazioni in Italia e in Europa

Nel frattempo, anche una parte della politica ha deciso di agire. Due giorni dopo l’uscita dell’inchiesta, gli eurodeputati Bonaccini, Laureti e Nardella (PD)  hanno presentato un'interrogazione urgente alla Commissione europea chiedendo un divieto chiaro e uniforme sulle aste a livello europeo.

In Italia, il gruppo Avs, con l'On. Zaratti alla Camera e il Sen. De Cristofaro al Senato, ha presentato un'interrogazione a risposta scritta ai ministri Lollobrigida (Agricoltura, sovranità alimentare e foreste) e Urso (Imprese e Made in Italy) e alla ministra Calderone (Lavoro e Politiche sociali) per chiedere loro quali iniziative di verifica abbiano avviato in relazione alla procedura organizzata dalla centrale europea di acquisto Constellation e se vorranno promuovere nell'ambito della revisione della direttiva (UE) 2019/633 l'introduzione di un espresso divieto delle aste elettroniche a doppio ribasso.

Le aste sono lo strumento che certifica la trasformazione del cibo in merce. Non importa chi produce il cibo e come, importa a quanto viene venduto. Si tratta di una dinamica che tiene insieme le numerose criticità dei sistemi alimentari: il giusto prezzo riconosciuto a chi produce, la distribuzione del valore lungo le filiere, la debolezza strutturale della parte agricola.

Per questo continuiamo a vigilare. Per questo chiediamo ancora il supporto della tante persone che credono che sia possibile intervenire contro le aste al ribasso, facendo sentire la nostra voce in modo unito.

FIRMA LA PETIZIONE DI TERRA! PER FERMARE LE ASTE


 FERMIAMO LE ASTE AL RIBASSO

domenica 18 ottobre 2026

Gli investimenti del PSR e l'indice di indebitamento

 Sembrerebbe un paradosso, ma le aziende che non utilizzano le risorse del PSR sono le meno indebitate, sia a breve che medio-lungo termine. 

  Analizzare l'Indice di Indebitamento (espresso generalmente dal rapporto  o ) del settore agricolo italiano dopo gli 

investimenti del PSR (particolarmente tramite la Misura 4 "Investimenti in immobilizzazioni materiali") rivela un paradosso strutturale: il contributo a fondo perduto del PSR  ha aumentato l'esposizione debitoria e generato un forte effetto leva sul debito privato, accentuando le sperequazioni finanziarie fra Nord e Sud.

Si perché  il PSR cofinanzia generalmente dal 40% all'60% della spesa ammissibile, al netto dell’IVA,  il restante capitale deve essere anticipato o coperto dall'agricoltore attraverso l'autofinanziamento o il ricorso al credito bancario.

Un discorso a parte meriterebbero le azioni finanziate al 100%  per accrescere il capitale immateriale.

 


1. Mappa dell'Indebitamento Post-PSR: Differenze Regionali

Secondo i dati di contabilità agraria (RICA/CREA) e i report dell'Osservatorio Credito Agricolo di ISMEA, l'indice di indebitamento delle aziende che hanno partecipato ai bandi PSR si presenta profondamente variegato lungo la penisola:

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A. Nord Italia (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte)

  • Indice di Indebitamento Medio: 25% – 35%

 

  • Tipologia del debito: Debito bancario a medio-lungo termine (mutui ipotecari, leasing strumentale per macchinari 4.0 e impianti tecnologici).

 

  • Valutazione Economica: È un indebitamento "sano" e strutturato. Le aziende agricole del Nord utilizzano il PSR come co-finanziamento per progetti di espansione. A fronte di un aumento del debito, corrisponde un effettivo incremento del fatturato e della PLV, garantendo un indice di copertura finanziaria (DSCR) sostenibile. 

B. Centro Italia (Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo)

  • Indice di Indebitamento Medio: 25% – 30%

 

  • Tipologia del debito: Debito misto, fortemente ancorato alle garanzie patrimoniali e fondiarie dell'azienda.

 

  • Valutazione Economica: Approccio conservativo. Le aziende investono importi proporzionati alla loro capacità di cassa, limitando il ricorso a prestiti rischiosi. L'impatto sui bilanci è stabile e il livello di insolvenza rimane tra i più bassi del settore. 

C. Mezzogiorno e Isole (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, Sardegna)

  • Indice di Indebitamento Medio: 35% – 55%+ (con picchi critici tra le micro-imprese)

 

  • Tipologia del debito: Debito sbilanciato a breve termine (scoperti di conto corrente, anticipi PAC, debito verso i fornitori di input come fertilizzanti e carburanti).

 

  • Valutazione Economica: È un indebitamento "patologico" e di liquidità. La combinazione tra i ritardi burocratici della Regione nell'erogazione dei saldi PSR e la mancanza di capitale proprio ha costretto gli agricoltori a indebitarsi a tassi elevati per "poter iniziare o completare i lavori". 

2. Il Meccanismo della "Trappola del Co-finanziamento" al Sud

Il motivo per cui gli investimenti PSR hanno peggiorato l'indice di indebitamento in molte regioni del Sud (es. Sicilia e Calabria) si riassume in tre fasi:



  1. Il Collo di Bottiglia Burocratico (Prequetamento): Per accedere al contributo del PSR, l'azienda deve rendicontare la spesa effettivamente sostenuta. I tempi della burocrazia   per l'istruttoria delle domande di pagamento variano spesso dai 12 ai 36 mesi. Per non perdere la graduatoria, l'agricoltore spalanca le linee di credito bancario a breve termine (molto costose).

 

  1. Il Rincaro dei Tassi d'Interesse: La stretta monetaria ed il rialzo dei tassi d'interesse da parte della BCE registrati negli ultimi anni hanno trasformato i prestiti ponte in un'idra finanziaria: gli interessi passivi hanno azzerato i benefici del contributo pubblico.

 

  1. Mancato Ritorno sulla PLV: A differenza del Nord, dove l'investimento produce subito un aumento di ricavi che ripaga la rata del mutuo, al Sud il prezzo della materia prima al campo è rimasto stagnante o in calo. L'agricoltore si ritrova quindi con:
    • Lo stesso fatturato di prima (o inferiore).

 

    • Un debito finanziario raddoppiato per coprire la quota non a fondo perduto del PSR e gli interessi di mora.

 

3. Sintesi degli Indicatori Finanziari Post-PSR

Indicatore Finanziario

Regioni Virtuose (Nord)

Regioni ad Alta Criticità (Mezzogiorno)

Composizione del Debito

> 70% Medio-Lungo Termine

> 60% Breve Termine / Esposizione Banche e Fornitori

Cost of Debt (Costo del Credito)

Più basso (grazie a maggiori garanzie e rating aziendali)

Più alto (maggior rischio percepito dagli istituti bancari)

Rapporto Oneri Finanziari / PLV

< 5% (Sostenibile)

> 15% - 28% (Insostenibile, prosciuga il Reddito Netto)

Tasso di Default/Insolvenza sui Progetti PSR

Molto Basso (< 2%)

In Aumento (con revoche dei contributi per impossibilità di concludere le opere)

Conclusioni

Il Piano di Sviluppo Rurale, concepito come strumento di modernizzazione, si è rivelato un arma a doppio taglio:


  • Nelle regioni strutturate ha funzionato da volano, portando a un indebitamento virtuosamente sostenuto dalla crescita dell'impresa.
  • Nelle regioni deboli la rigidità del sistema bancario e alla stasi dei prezzi agricoli, ha trasformato i contributi europei in una trappola di liquidità, portando molte aziende agricole a un indice di indebitamento critico e vicino alla soglia del dissesto finanziario.