venerdì 4 settembre 2026

Quanto suolo consuma il tuo comune?

 NinoSutera

 Progetto Civico · Indipendente

Quanto suolo
consuma il tuo comune?

Inserisci un territorio e scopri se il cemento cresce per bisogno reale o per spreco: popolazione, copertura artificiale, confronto con comuni simili e impatto ecosistemico . Ma sopratutto condividi i dati con i tuoi amici, i tuoi conoscenti, con la governance politica, economica e sociale del tuo territorio

link

 

Fonti

ISPRA, SNPA e ISTAT

Dati ufficiali sul consumo di suolo prodotti da ISPRA e SNPA, integrati con dati demografici ISTAT per leggere le trasformazioni rispetto alla popolazione.


Cosa misuriamo

Non solo quanto cemento c'è, ma come cambia il territorio.

SuoloData separa due letture complementari: la copertura artificiale già presente e la variazione netta osservata nel periodo più recente disponibile.

I dossier affiancano questi dati alla popolazione, ai confronti territoriali e alla serie storica, evitando di ridurre il fenomeno a un solo numero.

Rendere leggibili le trasformazioni invisibili.

Spesso il consumo di suolo viene percepito solo come 'nuove case'. L'Osservatorio SuoloData nasce per documentare il consumo di suolo logistico, energetico e infrastrutturale, mettendo in luce i paradossi dei territori che si cementificano mentre perdono residenti.





Anteprima report

Una diagnosi chiara del territorio

ISPRA + ISTAT
Cosa potrai verificare

Se il consumo di suolo cresce insieme alla popolazione oppure se il territorio continua a cementificare nonostante il calo demografico.

Consumo di suoloTrend annuale

Variazione della copertura artificiale nel tempo

PopolazioneAndamento residenti

Confronto tra crescita urbana e dinamica demografica

Efficienza territorialeSuolo per abitante

Quanto cemento pesa su ogni residente

Confronto localeProvincia e regione

Il comune viene confrontato con territori simili

 

Piano Nazionale di Ripristino della Natura

 

Indignez-vous!

Tra caldo estremo, alluvioni e territori sempre più fragili, la crisi climatica è già qui. Eppure, mentre il Piano Nazionale di Ripristino della Natura dovrebbe diventare uno degli strumenti centrali di risposta, il Governo tace e ANCI chiede di indebolirne proprio le misure di salvaguardia.

a cura di Jasmine La Morgia  

Il 27 agosto l’Italia ha vissuto un’altra giornata di caldo eccezionale e localmente estremo, nel pieno della quinta ondata di calore di questa estate, un dato strutturale, non l’anomalia di una singola stazione.

Il 26 agosto una violentissima alluvione ha colpito il bacino del Bhote Koshi, in Nepal, causando una strage e devastando abitazioni, infrastrutture, ponti e impianti idroelettrici. Le prime ricostruzioni indicano che l’evento è stato innescato dal collasso di una porzione di ghiacciaio, con una gigantesca valanga di ghiaccio, roccia e detriti. ICIMOD segnala da tempo che perdita di massa glaciale, degradazione del permafrost e instabilità della criosfera stanno aumentando i rischi nell’Himalaya.

La crisi climatica è già qui

Il 22 agosto, a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione alla Commissione europea del Piano Nazionale di Ripristino della Natura, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin alla domanda su cosa intenda fare il Governo per prevenire e limitare i danni a famiglie e imprese risponde:

«Purtroppo tutto questo non è risolvibile con un decreto che faccia piovere o che faccia piovere di meno».

Nemmeno una parola sul Piano Nazionale di Ripristino della Natura

Eppure è proprio lo strumento che il suo Ministero sta predisponendo in attuazione del Regolamento europeo 2024/1991 per stabilire come ripristinare ecosistemi terrestri, fluviali, urbani, agricoli, forestali e marini degradati.

Nessuno chiede al Governo un decreto che faccia piovere. Gli si chiede qualcosa di molto più concreto: non rendere ancora più vulnerabili i nostri territori. Fermare l’impermeabilizzazione, proteggere verde e alberi, depavimentare, restituire spazio ai fiumi, ripristinare zone umide, adeguare la pianificazione urbanistica alla realtà climatica che stiamo già vivendo.

Nel percorso di elaborazione del Piano il MASE ha aperto una consultazione pubblica. Ma, a oggi, il report finale non è stato pubblicato, nonostante il cronoprogramma ufficiale ne prevedesse la redazione entro il 10 luglio. Non è disponibile un quadro dei contributi ricevuti, della loro valutazione e del loro eventuale recepimento. Non risultano pubblicate neppure le registrazioni degli incontri con gli stakeholder.

Salviamo il Paesaggio lo denuncia da mesi. Con la campagna #RipristiniamoLaNatura abbiamo raccolto proposte e segnalazioni dai territori e chiesto che associazioni e comitati abbiano un ruolo stabile nell’attuazione e nel monitoraggio del Piano. Chi vive un territorio conosce spesso con precisione le sue fragilità, le aree verdi residue, i corsi d’acqua compromessi, i suoli minacciati da nuove impermeabilizzazioni. Escludere questa conoscenza significa indebolire il Piano prima ancora della sua attuazione.

ISPRA aveva predisposto per gli ecosistemi urbani numerose misure concrete nella bozza di Piano. ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, ha chiesto di cancellarle o indebolirle, dichiarando di voler evitare “prescrizioni immediatamente operative” e “nuovi vincoli”.

In termini concreti, vengono eliminate le principali misure di salvaguardia: la non riduzione degli spazi verdi urbani e della copertura arborea, la sospensione delle trasformazioni, la tutela dei suoli urbani non artificializzati.

Vengono inoltre cancellate o ridimensionate misure su Piani urbani della natura, strumenti urbanistici, VAS e VIA, regolamenti edilizi, depavimentazione, ricostituzione dei suoli, ripristino delle perdite avvenute dal 2024 e compensazioni.

Il dato complessivo è chiarissimo: delle 19 misure ISPRA esaminate da ANCI, 11 vengono stralciate e le altre 8 modificate o sostituite (vedi infografiche).

Meno obblighi, meno prescrizioni, meno criteri tecnici; più ricognizioni, incentivi, rinvii e ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA.

Mentre le città soffocano sotto ondate di calore sempre più violente, chiedere di cancellare la tutela preventiva del poco suolo libero e del verde urbano rimasto è una scelta che consideriamo semplicemente vergognosa.

Il problema delle capacità amministrative dei Comuni esiste. Lo ha ricordato anche Carlo Salvemini, già sindaco di Lecce e per cinque anni delegato nazionale ANCI su energia e rifiuti. Salvemini riconosce come fondato l’allarme sollevato da Paolo Pileri: cancellare le misure ISPRA senza sostituirle rischia di lasciare l’Italia con un Piano ambizioso nelle premesse ma incapace di produrre risultati.

Ha ragione quando chiede risorse, competenze, assistenza tecnica e strutture sovracomunali. Ma tra mettere i Comuni nelle condizioni di applicare il Piano e cancellarne le salvaguardie c’è un abisso.

La mancanza di un agronomo o di un esperto GIS può giustificare la richiesta di supporto. Non può giustificare nuovo consumo di suolo, perdita di verde o riduzione della copertura arborea.

E c’è un altro dato che merita attenzione: le osservazioni di ANCI sono state accolte con grande favore da ANCE, l’associazione dei costruttori, che ha dichiarato pubblicamente di riconoscere nel documento ANCI molte delle proprie proposte

mercoledì 2 settembre 2026

Il nuovo ruolo dei Consorzi di tutela riconosciuti

 


 Fabiola De Santis

Il decreto Masaf apre una stagione nuova per le DOP e IGP italiane: più responsabilità per i Consorzi, più strumenti per il territorio, e la possibilità concreta di trasformare turismo e sostenibilità in leve di sviluppo.  Lo spirito della riforma: il passaggio da una visione puramente "difensiva" (tutela del marchio) a una visione "proattiva" (sviluppo territoriale e socio-economico).

Intervista a Nino Sutera, coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci

Introduzione Il decreto Masaf che recepisce il Regolamento UE 2024/1143 segna, secondo Nino Sutera, un cambio epocale per le Indicazioni Geografiche italiane. In questa intervista Sutera spiega perché il nuovo quadro attribuisce ai Consorzi di tutela funzioni decisive  e più incisive  a favore dell'agroalimentare nel su insieme.  In Italia sono a oggi riconosciuti dal MIPAF 328 Consorzi   (2025) — il XXIII Rapporto ISMEA‑Qualivita (2025)   Consorzi attivi che potranno occuparsi anche di promozione territoriale nel suo insieme, con risorse UE


 Il decreto Masaf viene presentato come un passaggio fondamentale. Perché lo definisce un cambio epocale?

  Questo decreto non è un semplice aggiornamento normativo: è la trasformazione del ruolo dei Consorzi da guardiani passivi a protagonisti attivi dello sviluppo territoriale. Fino a ieri molti commentatori improvvisati   si limitavano a slogan e facili critiche. Oggi i Consorzi hanno strumenti concreti per governare la denominazione, promuovere la sostenibilità, regolare l’offerta e costruire turismo enogastronomico di qualità. È un salto di responsabilità e di capacità operativa che cambia le regole del gioco.

  Quali sono le nuove funzioni che più la convincono?

  Due priorità emergono chiaramente: turismo enogastronomico e sostenibilità. Ma non è tutto: il decreto rafforza la tutela giuridica, la vigilanza, la gestione dei marchi, il contrasto agli usi illeciti e la regolazione dell’offerta. In pratica i Consorzi possono diventare promotori di iniziative turistiche che raccontano il prodotto, la sua storia e il legame con il territorio, e allo stesso tempo agire da agenzie di promozione territoriale per guidare investimenti aziendali in pratiche sostenibili.

 Si parla anche di aggregazione tra denominazioni. Che impatto avrà?

  La possibilità di costituire un unico Consorzio per più Indicazioni Geografiche è una svolta pragmatica. Supera frammentazioni storiche, permette economie di scala e rafforza la capacità negoziale delle filiere, senza cancellare l’autonomia delle singole denominazioni. Per le realtà più piccole significa accesso a strumenti di rappresentanza e promozione che prima erano fuori portata.

 Come cambiano governance e trasparenza all’interno dei Consorzi?

  Il decreto aggiorna gli statuti e chiarisce i criteri di rappresentanza: più equilibrio, più partecipazione, più trasparenza. Questo è essenziale perché decisioni strategiche — dalla programmazione produttiva alle misure temporanee di regolazione dell’offerta — richiedono legittimità e condivisione. Non è più tempo di leadership opache o di scelte calate dall’alto.

  Cosa significa, in pratica, la “regolazione dell’offerta”?

  Significa che i Consorzi possono proporre misure temporanee per migliorare la programmazione produttiva e l’equilibrio di mercato, sempre nel rispetto della concorrenza. È uno strumento strategico per evitare sovraofferta, valorizzare la produzione primaria e garantire che il valore arrivi anche agli agricoltori. Non è controllo autoritario: è gestione responsabile per la sostenibilità economica della filiera.

  Il decreto affronta anche la tutela digitale e l’uso dei nomi nelle produzioni composte. Quanto è importante?

  Cruciale. Oggi la reputazione si costruisce e si difende anche online. Il decreto rafforza competenze su proprietà intellettuale, monitoraggio dei mercati e tutela digitale, e introduce regole per l’uso delle denominazioni nei prodotti trasformati. Questo tutela il consumatore e impedisce usi impropri che svuotano di valore le Indicazioni Geografiche.

  Lei ha parlato di “esperti della domenica”. Che ruolo hanno avuto e perché è ora di cambiare registro?

  Gli “esperti della domenica” sono quei commentatori che giudicano senza conoscere le filiere, che confondono comunicazione con strategia e che riducono tutto a slogan. Il nuovo quadro richiede competenza, visione e capacità di mettere in campo progetti concreti: promozione integrata, investimenti in sostenibilità, progettualità turistica. Non servono opinioni estemporanee, servono piani e responsabilità collettiva.

  Qual è il ruolo concreto che i Consorzi dovranno svolgere per il turismo enogastronomico?

  Diventeranno promotori di esperienze: percorsi che uniscono prodotto, storia, paesaggio e comunità. Dovranno costruire offerte turistiche coerenti con i disciplinari, formare operatori, coordinare eventi e creare reti tra produttori, ristoratori e strutture ricettive. Il turismo non è un fine, è uno strumento per valorizzare il territorio e distribuire valore alle comunità locali.

 E per la sostenibilità? Come si traduce nelle scelte delle imprese?

  I Consorzi possono guidare investimenti in pratiche agricole sostenibili, certificazioni ambientali, riduzione degli impatti e progetti di economia circolare. Possono anche definire linee guida condivise che rendano la sostenibilità un elemento distintivo della denominazione, non un costo da scaricare sul produttore.

  Cosa si aspetta ora dall’azione dei Consorzi e dalle istituzioni locali?

  Le istituzioni locali devono sostenere queste iniziative con infrastrutture, politiche di sviluppo e sinergie tra territori. Serve una governance multilivello che metta insieme imprese, comunità e pubblica amministrazione, nel rispetto delle norme, ma sopratutto confinando chi  alimenta  confusione.

 Un messaggio finale per produttori, amministratori e cittadini?

  Non è il tempo delle chiacchiere. È il tempo di organizzarsi, aggregarsi e investire in qualità e sostenibilità. I Consorzi hanno ora gli strumenti per guidare questo cambiamento: tocca a produttori e comunità usarli con responsabilità. E agli “esperti della domenica” dico:  servono   competenze manageriali, giuridiche, ambientali e turistiche di alto livello, non c'è spazio per percorsi farlocchi 

 

Da “sagra paesana” a strumento reale di promozione dell’identità territoriale


C’è una scena che conosciamo tutti: piazza illuminata, tavoli e sedie, coppie che passeggiano, le bancarelle della globalizzazione, i prodotti del fast food e lo spettacolo musicale. La sagra, quella tradizionale è festa popolare, momento comunitario e rito collettivo  è un patrimonio vivente,  una leva strategica per la promozione dell’identità territoriale, se i sindaci la guidano dentro un percorso culturale strutturato e riconoscibile e permanente soprattutto.



 

Le sagre sono il modo in cui i paesi si riconoscono, si ritrovano, si misurano con la propria memoria. Ma oggi, in un’Italia che cambia velocemente, queste feste rischiano di diventare semplici format inflazionati della globalizzazione che li rendi  copie di copie, eventi che intrattengono ma non rappresentano, non esprimono l’unicità del luogo.

Le sagre sono nate per celebrare ciò che un territorio produce, custodisce, tramanda. Nel tempo, però, molte si sono appiattite su modelli standardizzati: stand, musica, panini, qualche prodotto locale, un po’ di folklore. Funzionano, certo. Ma non raccontano più davvero il borgo.

Ed è qui che nasce una grande opportunità per i Sindaci: trasformare le sagre in strumenti di promozione identitaria, capaci di generare valore culturale, sociale ed economico. Non più eventi isolati, ma tasselli di un percorso culturale strutturato. 

Un Sindaco che decide di far evolvere la propria sagra compie un gesto politico e culturale: sceglie di dare dignità alla propria identità, di renderla leggibile, riconoscibile, protetta. E soprattutto, sceglie di far sì che la comunità non sia spettatrice, ma protagonista.

Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo: la cornice che mancava

 

La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo offre ai Comuni un metodo in 12 step che permette di trasformare una sagra in un vero dispositivo culturale. Non si tratta di cambiare la festa, ma di darle un senso più profondo, una struttura, una narrazione.

Attraverso il percorso:

  • si individua l’elemento identitario che la sagra rappresenta (un prodotto, un rito, un mestiere, una tecnica, una storia);
  • si costruisce una Denominazione Comunale   che lo tutela e lo definisce;
  • si coinvolgono produttori, scuole, associazioni, anziani, artigiani, in un processo partecipativo;
  • si crea una narrazione ufficiale del borgo, che diventa patrimonio condiviso;
  • si dota il Comune di strumenti amministrativi, comunicativi e progettuali spendibili in bandi, avvisi, strategie turistiche;
  • si inserisce la sagra dentro una visione di sviluppo, non più come evento isolato ma come espressione di un’identità riconosciuta.

La festa rimane festa. Ma diventa anche un atto di consapevolezza.

Il ruolo dei Sindaci: custodi e registi dell’identità

Un Sindaco che aderisce alla Rete GeniusLoci DeCo non “organizza una sagra”: costruisce un’eredità. Diventa il garante di un processo che:

  • protegge ciò che è unico nel territorio;
  • restituisce dignità alle comunità locali;
  • crea valore economico attraverso la qualità e la riconoscibilità;
  • rafforza il senso di appartenenza;
  • genera progettualità e opportunità di finanziamento.

In un tempo in cui i Comuni sono chiamati a fare molto con poco, l’identità è una delle risorse più potenti e meno costose. È già lì, basta leggerla, ordinarla, narrarla.


 

 La sagra come “atto di governo” della memoria

Le sagre non devono essere nostalgie stereotipate né eventi usa-e-getta: possono diventare atti di governo della memoria, strumenti di sviluppo locale e cartine di tornasole della qualità democratica di una comunità. Il sindaco che avvia questo percorso non sopprime la festa: la rende più forte, più visibile, più utile per i cittadini e per chi verrà dopo.


 

Adottare una visione strategica — con la Denominazione Comunale al centro e un percorso organizzato dalla Rete — significa restituire alle sagre il potere che meritano: quello di raccontare il territorio, di valorizzare il lavoro locale e di trasformare una piazza in una potente piazza culturale.



sabato 29 agosto 2026

“TerreVive” – Una comunità che si prende cura del proprio territorio

 NinoSutera

Il 90% della superficie andata a fuoco, una volta era coltivata, (ortaggi, vigneti ect)     oggi non lo è più,  per una serie di motivi. Non si è bruciato un appezzamento isolato,  ma un'area vastissima. Allora che fare, aspettare il prossimo incendio il prossimo anno? Oppure tentare di costruire una soluzione sostenibile?



Ci sono terreni che non producono più.
Non perché la terra abbia smesso di essere fertile, ma perché è venuto meno il legame tra quella terra e chi dovrebbe custodirla. Sono appezzamenti silenziosi, spesso dimenticati, che col tempo diventano fragili: erbacce alte, incuria, abbandono. E, con l’arrivo dell’estate, diventano pericolosi. Basta una scintilla e quel silenzio si trasforma in incendio.


Questa proposta nasce da una consapevolezza semplice ma profonda: la terra abbandonata non è mai neutrale. O torna a vivere, oppure diventa un rischio per tutti.

“TerreVive” è un invito – prima ancora che un progetto – rivolto alla comunità: ai proprietari, agli agricoltori, ai giovani, alle associazioni. È l’idea che il territorio non sia una somma di proprietà isolate, ma un patrimonio condiviso di responsabilità.

L’obiettivo è trasformare i terreni incolti da problema a opportunità.
Non attraverso imposizioni, ma attraverso un percorso che favorisca l’incontro tra chi possiede la terra e chi ha il desiderio e la capacità di coltivarla. Un patto semplice: la terra torna a essere curata, il rischio diminuisce, la comunità si rafforza.

Immaginiamo un sistema in cui i terreni non utilizzati possano essere messi temporaneamente a disposizione di chi vuole coltivarli: giovani che cercano una prima occasione, agricoltori che vogliono ampliare la propria attività, realtà sociali che vedono nella terra uno strumento di inclusione. Non si tratta di togliere nulla a nessuno, ma di restituire valore a ciò che oggi è fermo.

In questo scenario, il Comune insieme ad altre istituzioni,  non è un controllore, ma un facilitatore.
Un soggetto che mette in relazione, che costruisce fiducia, che accompagna. Un’istituzione che interpreta fino in fondo il proprio ruolo: non limitarsi a intervenire dopo l’emergenza, ma prevenire, costruire, attivare energie.

La prevenzione degli incendi diventa così il primo risultato visibile, ma non l’unico.
Accanto alla sicurezza, emergono altri effetti: il recupero del paesaggio rurale, la cura dei margini urbani, la nascita di nuove microeconomie locali, il rafforzamento dell’identità agricola del territorio.

“TerreVive” può anche diventare uno spazio di sperimentazione: colture tradizionali che tornano, varietà locali recuperate, pratiche agricole sostenibili. Un modo per riannodare il filo tra memoria e futuro, tra sapere contadino e innovazione.

Ma soprattutto, questa proposta rimette al centro un principio spesso dimenticato: la terra non è solo un bene privato, è anche un bene che incide sulla sicurezza e sul benessere collettivo. Quando è curata, protegge. Quando è abbandonata, espone.

Per questo motivo, il percorso che si propone al Consiglio Comunale non è immediatamente regolatorio, ma aperto e progressivo. Un primo passo potrebbe essere l’ascolto: coinvolgere i proprietari, comprendere le ragioni dell’abbandono, raccogliere disponibilità. Poi, costruire strumenti semplici, volontari, accessibili. Infine, valutare eventuali forme più strutturate, sempre nel rispetto dei diritti ma anche nell’interesse della comunità.

“TerreVive” non è una soluzione calata dall’alto.
È una visione che può crescere nel tempo, adattarsi, prendere forma insieme ai cittadini.

Perché la vera domanda non è solo come evitare gli incendi.
La vera domanda è: che rapporto vogliamo avere con il nostro territorio?

Se scegliamo di prendercene cura, la terra risponderà. Sempre.

martedì 25 agosto 2026

Ecco le DECO farlocche

             NinoSutera

Coordinatore Rete Nazionale 

dei Borghi GeniusLoci DeCo


 

"Diffidate di chi "rubando" "la cassetta degli attrezzi" dei marchi di tutela,(disciplinare,regolamento e commissione)  li applica alla De.Co giusto per alimentare confusione, più volte sanzionati dall'EU e dal MIPAF L'esempio più calzante per rendere bene l'idea è come colui il quale si reca dall'ortopedico è questi lo visita con gli strumenti del ginecologo
" Così pure diffidate che fa finta di non sapere che le DeCo sono nate per opera di Luigi Veronelli e non è un prodotto tecnocrate elaborato da qualche   "sapientone". 
Sono queste alcune  delle discriminanti per comprendere la bontà e la buona fede del percorso DeCo.

 


La differenza la fà la conoscenza, non l'arte "del taglia e incolla" dei neofiti della materia. Contro costoro, chi conosce la storia delle DeCo è obbligato a non girarsi dall'altra parte. E' una battaglia contro il qualunquismo e l'approssimazione, oltre a rende merito a chi ha immaginato una vision e una mission totalmente opposta.  
 

In un tempo in cui la comunicazione corre veloce, non mancano i “disseminatori di approssimazione”: figure che, più o meno consapevolmente, alimentano confusione su temi complessi come quello delle De.Co. Più che inutili, potremmo definirli “diversamente utili”, se non altro perché vengono puntualmente smentiti da atti ufficiali e da chi conosce la sostanziale differenza tra tutela e promozione, tra prodotto tipico, tradizionale e identitario.

L’approssimazione, intesa come improvvisazione, rappresenta oggi un modello operativo superato, relegato semmai ai neofiti. Per questo è necessario diffidare di chi continua a utilizzare impropriamente la “cassetta degli attrezzi” dei marchi di tutela – disciplinari, regolamenti e commissioni – strumenti più volte oggetto di rilievi da parte dell’Unione Europea e del MIPAAF, quando applicati fuori dal loro corretto ambito.

  

È proprio su questo punto che si genera l’equivoco più frequente: assimilare la De.Co. a marchi di qualità come DOP o IGP. Una lettura errata, più volte chiarita già a partire dal 2004 dal Ministero delle Politiche Agricole, che ha evidenziato come solo i sistemi comunitari possano certificare il legame tra prodotto e origine geografica attraverso disciplinari formali.

 

 In giro, ci sono tanti modelli di DECO  alcuni che sconfinano nei marchi di tutela, altri che vorrebbero occupare lo spazio dei PAT, altri ancora puramente inventate, tutti insieme  si sono meritate l'appellativo di "farlocche" 

 

 

 Contro le DeCo così dette "farlocche" già  da tempo 

si sono 

espressi l'UE  il MIPAF  

 Già nel lontano 2004, ma anche in seguito il MIPAF ha abbondantemente esternato la sua posizione in merito, di conseguenza molti comuni hanno adottato provvedimenti conseguenziali. Incomprensibile è il fatto che   ancora qualcuno li ignora

Altre amministrazioni, poche, puntano sulle così dette "deco farlocche", certi che nel comune nessuno sa cosa sono le DECO, nessuno conosce la storia, gli obiettivi, la mission e vision a tal punto di omettendo di citare perfino chi le ha ideate.