martedì 21 agosto 2018

Dove abbiamo sbagliato ?

  
  Peppino Bivona 

"Il pomodoro “seccagno” resta l’emblema della sobrietà, del risparmio, dell’orgoglio, della sovranità alimentare contadina. Una filosofia di coltivazione in armonia con la natura."

                Caro Nino, ho letto gli appunti che mi hai mandato in occasione della Sagra del pomodoro “seccagno” svoltasi a Montallegro, Borgo GeniusLoci De.Co.
            Ti potrà sembrare curioso ma mi sono ricordato che molti e molti anni fa il pomodoro, da noi, veniva coltivato inderogabilmente in asciutto. Le uniche aree irrigue erano localizzate nelle zone periferiche del paese, gli orti sub-urbani, in particolare nella zona di sud – est, captando le acque di falda superficiali che venivano tirate su dalle “senie” e riversate nelle “ gebbie”. Se vuoi, puoi leggerla come una versione peculiare delle oasi desertiche del vicino Nord –Africa. La scarsità di acqua aveva plasmato e modellato nei secoli il nostro paesaggio agricolo, le scelte colturali, l’economia, insomma il nostro stile di vita. Finché, un giorno, alla fine degli anni cinquanta avvenne, come per incanto, il “miracolo”, le nostre campagne divennero tutte “orti”! Le opere irrigue distribuirono l’acqua dell’invaso artificiale “Lago Arancio” in buona parte del nostro territorio. Una prima manifestazione di questa nuova era accadde a Bertolino, nel terreno della buonanima di tuo zio Filippo Sutera, il quale, su indicazione dell’allora “Centro Studi” di Danilo Dolci, decise di piantare qualche centinaia di piantine di pomodoro, credo, San Marzano. I risultati furono strepitosi, ai lati dei profondi “vattali” si stendevano le piante di pomodoro stracarichi di frutti splendenti in tutta la loro abbondanza. Da quel giorno il nostro rapporto con il pomodoro cambiò radicalmente. Dedicammo sempre meno fatica, ma di contro investimmo più energia. La coltura divenne sempre più “dipendente” dai nostri interventi di natura irrigua, nutritiva(concimazione) ed in particolar modo della difesa sanitaria. Il “nuovo” pomodoro aveva sempre più bisogno di aiuto ovvero di energia esterna, “sussidiaria” e stranamente quanto più ne fornivamo tanto più la coltura ne richiedeva! Avevamo innescato un feedback positivo, una retroazione sempre più energivora, di cui oggi non riusciamo a venirne fuori! Per comprendere la chiave di lettura di cosa sia successo al pomodoro, bisogna capire il ruolo svolto dal DNA, il quale non solo svolge la sua principale funzione nella trasmissione dei caratteri ereditari, ma è anche un supporto di memorizzazione plastico. Non è solo la mutazione genetica a causare il “cambiamento”, c’è anche l’adattamento, ovvero, possiamo nel nostro agroecosistema, addormentare o risvegliare i geni che si svelano attraverso il fenotipo come “espressione genica”. Oggi sappiamo che la pianta alla fine del suo ciclo produce dei semi dopo aver vissuto la sua interazione con l’ambiente circostante, assimilandone nel suo DNA alcuni aspetti del suo vissuto. Così accade che il nostro pomodoro “intensivamente” coltivato non ha alcun bisogno di “attivare” le sue capacità di approfondimento delle radici per la ricerca d’acqua o di sostanze nutritive, né tanto meno mobilitare i geni deputati alla difesa delle avversità sia biotiche che abiotiche. 
Insomma abbiamo intrapreso un percorso opposto a quello a cui da decenni avevano dato significato e senso i nostri nonni. Perciò il pomodoro “seccagno” resta l’emblema della sobrietà, del risparmio, dell’orgoglio, della sovranità alimentare contadina delle nostre aree interne. Una filosofia di coltivazione in armonia con la natura. Una cultura sempre attenta a scrutare i segreti delle piante e trasferirle nel campo coltivato.

sabato 4 agosto 2018

Riaffiorano le radici

Riaffiorano le radici
di Peppino Bivona

                                A quel tempo la spiaggia di Porto Palo finiva alla foce Mirabile, quasi a simboleggiare le nostre colonne d’Ercole: oltre c’era l’ambio arenile, smisurato, aperto, sconfinato, sovrastato dall’immensa collina di sabbia: il “serrone Cipollazzo”,ricoperto qua e là da vegetazione di piante in via d’abbandono; poi il  mare, limpidissimo, basso ,esteso, calmo , comodo per raccogliere patelle. Chi osava avventurarsi oltre la foce rischiava di perdersi nel vasto “oceano”, dove la ragione latitava e spesso soccombeva alle passioni giovanili. 

Oggi gli spazi oltre la foce Mirabile sono densamente antropizzati, resi angusti dalla strettezza  di un malcelato  budello di terra , costipato  da un ammasso di case scriteriate  e goffe,  insomma, penose.  Ora tutto si è ridotto, divenuto a portata di mano: l’accesso comodo ma non facile. I cambiamenti in questo mezzo secolo non potevano risparmiare questo tratto di mare e la collina sovrastante, che per alcuni anni divenne oggetto di un acceso dibattito, culminato in vicende giudiziarie dai risvolti umani dolorosi. Ma alla fine, pur assediato ad est come ad ovest, dalla speculazione, viene riconosciuto e decretato come area d’interesse paesaggistico –ambientale. Eppure come se non bastasse, Il serrone Cipollazzo, subisce oggi più che mai, inesorabilmente gli attacchi violenti delle mareggiate, particolarmente dove non sono state allestite  protezioni, ovvero i pennelli. Questa immensa, stupenda duna di sabbia, forse unica nel bacino del mediterraneo, sembra un gigante dai piedi d’argilla!
Si, ogni anno di più sembra sgretolarsi, la furia del mare non ha pietà, l’assedia frontalmente e inesorabilmente avanzando ne mina le fondamenta! Ogni anni sembra restituirci strani reperti.
Quest’anno, per uno bizzarro sortilegio, i marosi ci hanno consegnato nuovi reperti, ovvero lunghe radici di vite immerse per diversi metri nella sabbia fino a raggiungere i profondi strati argillosi, forse di illite o di caolino. Uno spettacolo mozzafiato: pensate queste uniche e rare viti  europea,  franchi di piede ,ovvero non innestate, da quasi centocinquant’anni sono sopravvissute al caldo torrido della sabbia infuocata,  a pochi metri dal mare
.Ad una prima analisi dei seni peziolari  sembrano Catarrati, Inzolia e una vecchia verità di uva da tavola, forse Centorruote. Ora vi chiederete stupiti: ma cosa ci faceva questa coltivazione della vite in un contesto orografico cosi avverso o quantomeno singolare?
Per un momento accantoniamo l’emozione e lasciamo parlare la storia.




 Ebbene, dovete sapere che per millenni in Sicilia, come in tutto il bacino del Mediterraneo, la vite veniva coltivata con estrema semplicità, non avevamo alcun bisogno di praticare l’innesto né tanto meno difenderci da due pericolose malattie ovvero l’oidio e la peronospora. La vite produceva in abbondanza e viveva cento e passa anni. I nostri guai inizino con la “scoperta “dell’America, e in modo decisivo quando i mezzi di comunicazione divengono sempre più rapidi e veloci come accade con le navi a vapore. La seconda metà dell’ottocento segna l’avvio tragico del disastro della viticoltura europea : arriva dall’America la fillosser, uno strano afide che attacca e distrugge  le radici delle viti europee, franche di piede. Dalla Francia il flagello si espande in tutta Europa compresa la Sicilia , ……fino a Menfi. Qui, la vite  nell’economia agricola, aveva un posto di tutto rispetto, ne sono testimonianza i diversi “palmenti “ diffusi in contrada Bonera. Che fare?  Per anni i contadini videro  scemare sotto i loro occhi interi campi di vite coltivate. Finché  un giorno, qualche acuto osservatore, notò un fatto interessante, ovvero che le viti coltivate in terreni sciolti o molto sciolti, la forma radicicola della fillossera non manifestava la sua virulenza. Fu così che i contadini e i proprietari   decidono di spostarne la coltivazione della vite nei terreni sabbiosi.
Oltre alla collina del Cipollazzo, la vite si estese nelle aree delle dune di contrada Torrenuova ,attivando, per alcuni anni, un fiorente commercio. Le viti affondavano le radici per diversi metri, fino agli strati argillosi,  mentre la vegetazione veniva protetta da cannucce perfettamente ordinate. L’uva raccolta veniva trasportata in cesti di canne spaccate, a basto con i muli. Tutto durò alcuni decenni fino a quando non fu introdotta la tecnica dell’innesto, utilizzando le viti americane le cui radici resistevano all’attacco della fillossera. Adesso il mare trascina via, assieme alle radici, i nostri ricordi giovanili.      

venerdì 27 luglio 2018

LA VERA, SERIA, RIVOLUZIONE DEI GRANI “ANTICHI”


LA VERA, SERIA, RIVOLUZIONE DEI GRANI “ANTICHI”
 Peppino Bivona



In una stupenda serata di mezzo luglio a Santa Margherita di Belice, in una incantevole piazza su cui si affaccia  il palazzo Filangeri –Cutò, di gattopardiana memoria, prende decisamente il via la “ RIVOLUZIONE” dei grani antichi.
 Sono trascorsi più di mezzo secolo da quando l’ordinaria follia prese il via nel centro nucleare della Casaccia,  bombardando con raggi gamma alcuni semi di grano  e da successivi rincroci nacque il capostipite Creso da cui provengono quasi tutti i grani attualmente coltivati. Queste nuove varietà, dai nomi più fantasiosi  pervasero le nostre campagne ,promisero rese favolose ,qualità di “glutine” dagli effetti miracolosi.
Come  si poteva negare il progresso , chi osava opporsi alla ricerca ed alla tecnica?
Quasi tutti i di contadini abbandonarono, senza tanti rimorsi, i vecchi grani: dalla Timilia, al Russello dal Perciasacchi al Bidi; ora  si potevano elargire massicce dosi di azoto senza il rischio che il grano allettasse, cosi le rese raddoppiarono e l’industria molitoria sembrava appagata circa la domanda di “qualità” .
Eppure un fantasma aleggiava: in un mondo globalizzato il prezzo del grano era sempre più svilito e gli agricoltori non avendo alcun controllo del “mercato” tentavano, quanto più fosse possibile, di incrementare le rese, ma all’aumento dell’offerta il prezzo crollava inesorabilmente. Ma c’è di più: il mondo scientifico medico mette sotto accusa i derivati alimentari preparati con i nuovi grani, rei secondo molti, di interferire sui processi assimilativi e metabolici del nostro organismo. Cosi ai poveri agricoltori non rimane che protestare o abbandonarne la coltivazione.
 In verità da qualche anno alcuni produttori di grano stanno tentando di percorrere una singolare stategia: abbandonare  la coltivazione di questi  grani convenzionali e ritornare alle vecchie varietà . Tra questi “pionieri” spicca la figura di Melchiorre Ferraro, il quale rifiuta di conferire il suo cervello “all’ammasso”, recupera una vecchia varietà Giustalisa  e inizia intelligentemente un processo  di riappropriazione della sovranità  cerealicola  del  territorio e nel riconoscimento dell’identità  come soggetto produttore. Oggi possiamo trovare le diverse tipologie di pasta di Ferraro nei grossi mercati della zona. sistemate diligentemente in eleganti scansie  di legno, lontano e distanti dalle “cataste” di confezioni  ammassate come conci di tufo, le cui ditte produttrice si sbranano tra di loro per qualche centesimo in meno. No, la pasta di Giustalisa non va confusa con le altre paste commerciali, si tratta di un caso di omonomia!
Il comune di Santa Margherita del Belice e la locale sezione della Pro Loco non si lasciano sfuggire questa occasione, coinvolgono Melchiorre Ferraro in una intelligente e ben organizzata serata  per gustare alcuni  prodotti culinari con le farine provenienti dai grani antichi  affidandone la preparazione a Michele Ciaccio insegnante presso la scuola Alberghiera di Castelvetrano. Il professore Ciaccio ormai da anni  in cucina ha preso dimestichezza con questi grani antichi, ne conosce i punti di forza ma anche quelli di debolezza, ma ormai sa come “addomesticarli”. I risultati a giudizio del vasto pubblico presente sono stati eccellenti: una valutazione unanime sulla bontà della materia prima, ma soprattutto  sulla bravura culinaria di Michele Ciaccio e dei suoi collaboratori.
Non a caso il Prof   Michele Ciaccio, Melchiorre Ferraro, e da questa sera la Pro Loco Gattopardo Belìce, la Libera Università Rurale, ha conferito il meritato riconoscimento di "Custode dell'Identità Terrioriale" del percorso Borgo GeniusLoci De.Co.







giovedì 12 luglio 2018

Menfi, Alessia Cusumano nell'Area Sanremo Tour




Alessia Cusumano
20 anni
Menfi
Giovane talento siciliano, allieva dell'Accademia  Palladium, vincitrice del premio internazionale Universo Donna, partecipante al concorso Area Sanremo Tour con il videoclip "TU MI PORTI SU". 






Area Sanremo Tour è l'unico concorso che permette ai giovani talenti emergenti di essere selezionati per Sanremo Giovani e salire cosi sul palco dell'Ariston.
Inoltre, ai giovani emergenti è anche data la possibilità di partecipare alla sezione Area Sanremo tour videoclip che è un sondaggio di gradimento del pubblico. 
Al vincitore del concorso verrà prodotto un brano inedito, la pubblicizzazione di questo su una radio nazionale e la possibilità si esibirsi in una location a Sanremo durante il Festival della Canzone Italiana.


Il videoclip con il quale Alessia Cusumano partecipa al concorso è TU MI PORTI SU, visibile su YouTube:   https://www.youtube.com/watch?v=b8V9uLNSZGs



  

sabato 30 giugno 2018

Il Mistero nei Misteri. “ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI DELL’ANTICO EGITTO “

Il Mistero nei Misteri.

“ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI DELL’ANTICO EGITTO “ di Stefania Bonura

  Peppino Bivona


                                    Accade sovente che assaggiando un vino bianco siamo  catturati dall’effluvio di profumi  , di solito floreali ma anche di frutta, sia di stagione che esotica. Tuttavia  nel trasferirlo in bocca restiamo delusi: ovvero tutto quello che ci aveva promesso non è stato mantenuto! Al gusto il vino “ cade in bocca” , perde spessore, non esprime alcuna personalità, somiglia molto ad una bevanda industriale, fatta apposta per attrarre ed ingannare le effimere banalità sensoriali .



 Invece esistono ,in verità pochi , grandi vini bianchi, che  mantengono ciò che promettono, anzi, paradossalmente,  le qualità gustative contribuiscono in modo decisivo a caratterizzare  la spiccata personalità del vino, il suo “ spessore”  o meglio  la sua “stoffa” Ne percepiamo  la gradevolezza, l’intrigante armonia  della complessità! 
“ Alla scoperta dei misteri del Egitto” di Stefania Bonura , mi sia consentita l’audacia , somiglia molto a quest’ultimo vino:  raro, prezioso, solo per pochi “palati”,  esprime molto di più  di quanto  viene annunciato! La modestia non Le  fa alcun difetto!
 Questo suo ultimo libro “ Alla scoperta dei segreti dell’antico Egitto” è una fatica letteraria che richiede  una buona dose di “vocazione”,  una passione non comune,  una dedizione completa alla storia e agli accadimenti che hanno plasmato una delle più misteriose ed coinvolgenti momenti di questo pianeta, segnate dal sottile  confine tra preistoria e storia, da cui  la derivata civiltà, ovvero la nostra umanità.
Il libro si legge con la scioltezza di un “romanzo”  reso fluido da un linguaggio  asciutto , essenziale,  farcito di “attese” come un giallo tinto di rosa.  Una volta “entrato “ non ti sarà facile uscirne. Dell’antico Egitto sapevamo molte cose: intrise di nozioni scolastiche o da inchieste televisive : La Bonura ha il merito di coordinare  ed intrecciare in un appassionato racconto 5000 anni di storia, resa scorrevole dall’intreccio tra storia , geografia, agronomia, economia ,religione,  arte, cultura. Meticoloso, puntuale, attento ai particolari, nulla viene trascurato, i riferimenti bibliografici sono pietre miliari.
Eppure ci fu un tempo, tra gli anni settanta e gli ottanta, che fummo catturati da una “letteratura”  tutta dissacrante, falcidiandone i supposti storici, autori come Peter Kolosimo si chiedeva provocarmene  come fosse stato possibile erigere le più antiche, monumentali piramidi sorretti da cubi di granito perfettamente levigato in un età  che da poco aveva scoperto la ruota .
 Stefania Bonura non disattende queste obiezioni, li traduce in una chiave di “lettura” tutta interna  ai confini stabiliti tra preistoria e storia  osserva e valuta con realismo gli accadimenti dandoci i soli elementi di analisi di cui disponiamo.
Se posso permettermi di dare un suggerimento a tutti coloro che volessero accingersi  a fare un viaggio in Egitto, consiglio caldamente di munirsi di un “vademecum” ovvero di una guida eccellente per visitare e godere dei primi sussulti della nostra civiltà.
Grazie per questo tuo lavoro
      

mercoledì 30 maggio 2018

Sciacca, Convegno dell'Ente di Sviluppo Agricolo

2018 Anno del cibo italiano:

 il ruolo dei Borghi GeniusLoci De.Co. 

 Convegno dell'Ente di Sviluppo Agricolo della Regione Sicilia all'Istituto Calogero Amato Vetrano di Sciacca











Nella circostanza è stata presentata dal vicesindaco di Montevago Giuseppe Arcuri e dallo chef Francesco Mauceri la 'cassatedda sfigliuliata' Il Comune di Montevago guidato dall'On Rita La Rocca Ruvolo, ha avviato il percorso Borghi GeniusLoci De.Co.





Con la cerimonia di consegna dei riconoscimenti di Custode dell'Identità Territoriale all'Istituto 'Amato Vetrano' e Leader&Leader all'imprenditore di Burgio Ciro Miceli si sono conclusi i lavori dell'incontro moderato da Lillo Sardo, consigliere di amministrazione dell'Esa, aperto dall'indirizzo di saluto del dirigente scolastico Caterina Mulè e del presidente nazionale della Fijet Italia Giacomo Glaviano.

Sono seguite le relazioni di Nino Sutera    ideologo del percorso     sui Borghi GeniusLoci,    di Giosuè Catania sull'identità come valore, i quali hanno stigmatizzato che si tratta di una occasione importante per valorizzare e mettere a sistema le tante e straordinarie eccellenze e fare un grande investimento per l'immagine del nostro Paese nel mondo.




Il percorso Borghi GeniusLoci De.Co. È un percorso culturale che mita a salvaguardare e valorizzare il 'locale', rispetto al fenomeno della globalizzazione, che tende ad omogenizzare prodotti e sapori. Il Genius Loci rappresenta l'essenza, l'identità di un territorio; ad appartengono le immagini, i colori, i sapori e i profumi dei paesaggi. Obiettivo del percorso recuperare l'identità di un luogo, attraverso anche la valorizzazione delle prodzioni di eccellenza e delle tradizioni storiche e culturali dello stesso, al fine di ottimizzare la competitività, Abbiamo un patrimonio unico al mondo che grazie all'Anno del Cibo potremo valorizzare ancora di più, una vera attrazione turistica capace di muovere un target di viaggiatori che la letteratura internazionale definisce 'foodies' viaggiatori sensibili al patrimonio culinario locale e non solo.










giovedì 17 maggio 2018

Accamora


“Tutto su mia madre” Almodovar o Mannina
Di Peppino Bivona
Dopo aver visto la rappresentazione teatrale di Paolo Mannina proposta dal Comune di Menfi e dalla locale Consulta delle Donne,al centro civico di Menfi, proporrei al bravo autore (e attore) sambucese di modificare il sottotitolo della sua pièce  ovvero “ Tutto sulla mia mamma “.
La distinzione non è di poco conto, anzi direi che questa fatica teatrale è l’ultimo canto alla “mamma” cosi come c’è stato declinato  negli anni passati in tutte le versione canore o sdolcinatamente poetiche .
Mi dispiace, ma la” madre” è un’altra cosa : è qualcosa di più complesso , articolato ,problematico. Le prime  crepe o meglio rotture, c’è li propone Pier Paolo Pasolini con “ La Ballata delle Madri “ o la più toccante “ Lettera a mia madre” con questi versi dà una sonora mazzata al mammismo italico, alla sua stucchevole apologia su cui si erano abbeverate la retorica risorgimentale e successivamente il fascismo.
Tuttavia dobbiamo aspettare l’ultimo decennio perché una rilettura in chiave psicoanalitica del comportamento genitoriale potesse finalmente farci comprendere la complessità del ruolo materno.
La madre e, pertanto la donna, è la sola che fa esperienza dell’alterità, ovvero dell’altro da se,  la sola che sa “amare”. Quando veniamo al mondo la madre è la nostra prima soccorritrice , la prima a rispondere al primo vagito, al nostro angosciante  grido quando siamo “buttati “ fuori dalle sicure e comode pareti del grembo materno. Per mesi attraverso la nostra pelle a contatto con quella della madre proviamo ad esplorare il mondo circostante e attraverso i suoi  occhi scrutiamo le misteriose cose che ci circondano. C’i fidiamo di lei, del suo sguardo rassicurante , della benevolenza, dell’accoglienza, della sua dolcezza.
E’ cosi che esploriamo il mondo nei nostri primi anni di vita ,attraverso gli occhi e il viso della madre,  ne percepiamo la serenità cosi come ahimè anche, la tensione, lo stress. Poi, piano piano ,costruiamo le nostre mappe cognitive e pari passo quelle emotive. La madre in questo frangente non deve mancare assolutamente, deve rispondere ai nostri mille “perché”, soddisfare le nostre molteplici curiosità in un clima di sicuro affetto. Non ci sono surrogati che valgano a sostituirla: ne va della nostra personalità, della nostra identità!. Se non  riusciamo a costruire, entro i primi cinque anni di vita, le nostre mappe emotive ,non li ricostruiamo più!!
Poi arriva inesorabilmente il tempo “ dell’abbandono”, del taglio simbolico del cordone ombelicale : abbiamo il diritto dovere di vivere  la nostra vita senza il fiato sul collo della madre o dei genitori, vogliamo prenderci la nostra autonoma esistenza.
Qui entra prepotentemente in gioco la mamma di Mannina: non riesce ad “abbandonare “ non li vuole “perdere” i suoi figli. Persiste caparbiamente nel suo ruolo protettivo-possessivo:   non si può resistere a questo smisurato amore filiale!
Noi non conosciamo bene le vicende familiari della famiglia Mannino ma possiamo supporre che dopo la morte del padre, la madre abbia straripato tutto il suo amore sui figli. I figli rappresentano la sua unica e sola ragione di vivere, un senso alla sua stessa esistenza . Persa la speranza di vivere la dimensione femminile . non le resta  che aggrapparsi ai figli con un sofferente- godimento- attaccamento, li fagocita, li tiene strette tra le sue amorevoli fauci, quasi a togliere loro la stessa aria per respirare: tutto farcito da affettuose ,calde premure.
Nelle pieghe dei dialoghi tra madre e figlio aleggia il fantasma “incestuoso”, manca la simbolica della castrazione, insomma manca il padre, ovvero la legge su cui poggia il limite e da cui prende avvio il desiderio. Ma  oggi ,ahimè, il padre è “evaporato” e i nostri figli “vogliono” ma non desiderano!
Meno coinvolgente, almeno per lo spettatore, sembrano i rapporti chiaro-scuri tra  madre e figlia restano sommersi, sottesi, il tentativo di esprimere, quest’ultima, la sua femminilità  si scontra con l’immenso e spesso devastante enigma della sessualità.
Oggi, accade  che le madri, consapevolmente ma più spesso inconsapevolmente, declinano la maternità attraverso molteplice irregolarità, in tempi di emancipazione femminile e nell’età della tecnica,  quotidianamente assistiamo sempre più a comportamenti maschili aberranti ,fuori dalle norme del vivere civile, non riusciamo a darci una ragionevole spiegazione! Il dilemma sembra custodito tutto e per intero nel grembo e nella psiche della madre -donna.

Forse sulla parola amore  abbiamo attribuito contenuti  eccessivamente impegnativi, di tutto e di più , abbiamo inflazionato il suo significato fino  a svuotarlo dell’originaria espressione. Per non fala lunga e non annoiarvi suggeriamo alla mamma di Mannina  di riflettere su una definizione di Lacan : “ Amore è dare ciò che non si ha”, perché dare ciò che si ha è un semplice gesto di carità cristiana.  

martedì 1 maggio 2018

Un piano per l'agricoltura dell'isola


Potrebbe sembrare fuori luogo, ma in Europa ormai si discute sulla programmazione post 2020, considerato che la programmazione del periodo 2014/2020 ha esaurito le strategie, gli obiettivi e in alcuni casi le risorse.

Vero è non in tutta Europa, alcune regioni  per esempio hanno ancora molto da lavorare, per riuscire, no a spendere le risorse pubbliche, ma a dare risposte concrete al mondo rurale
L'iniziativa voluta dall'On Valentina Palmeri ha anche  il pregio  di inaugurare una nuova stagione per l'agricoltura,  coerente con le necessità del contesto rurale  della Sicilia. 



I lavori, aperti dall’Assessore all’agricoltura Edy Bandiera, prevedono gli interventi  dell’europarlamentare Ignazio Corrao e le due deputate regionali Valentina Palmeri   e Angela Foti e dell’agronomo Guido Bissanti.

Fare rinascere l’agricoltura siciliana seguendo un modello capace di coniugare promozione e salvaguardia delle produzioni tipiche e autoctone, produttività, biodiversità e gestione etica della terra. Qualcuno potrebbe definirlo il progetto velleitario di qualche sognatore. Per il Movimento 5 Stelle siciliano è, invece, la visione strategica per trovare una via d’uscita alla crisi di gran parte dei comparti agricoli siciliani. Su questa proposta i 5 Stelle vogliono confrontarsi con gli attori principali dell’agricoltura siciliana il prossimo 7 maggio (inizio ore 9) durante un incontro dal titolo “Un piano rurale siciliano per far rinascere la nostra agricoltura” che si terrà nella sala Piersanti Mattarella di Palazzo dei Normanni.
Il dibattito su quale modello possa essere vincente per un economia agricola, ancora importante per la Sicilia, ma in pericoloso declino (basta pensare alla crisi che ha investito i comparti dell’orticoltura in serra e della cerealicoltura) è quanto mai attuale. Ora che, dopo le promesse e gli impegni dell’attuale Governo regionale, si dovrebbe porre rimedio ad una programmazione dei fondi strutturali che ha escluso e penalizzato un’ampia platea di aziende e in particolare quelle di minori dimensioni che rappresentano la classe di ampiezza più diffusa nella regione.
La proposta su cui   riflettere è basata sulla consapevolezza che il modello della moderna agricoltura è caratterizzato da una forte impronta ecologica: cioè consuma molta energia, produce molti gas serra, riduce il grande patrimonio della biodiversità e spesso incide negativamente sulla salute (le merci che arrivano da lontano perdono le qualità organolettiche e nutrizionali e in alcuni casi si caricano di microrganismi nocivi). E, infine, ma non in ordine di importanza, impoverisce le famiglie che basano il loro reddito sull’agricoltura.
E allora? Il modello di produzione agricola in Sicilia va reindirizzato verso tecniche ecosostenibili capaci di salvaguardare la biodiversità. E siccome a maggiori distanze percorse corrisponde una maggiore impronta ecologica (a cominciare dalla maggiore produzione di CO2), l’agricoltura isolana va caratterizzata da una parte promuovendo le produzioni tipiche e autoctone (che tra l’altro richiedono minor controllo chimico) e dall’altra supportando le aziende a conduzione familiare con adeguata ampiezza aziendale.

domenica 15 aprile 2018

Il cavaliere Giuseppe Volpe


Il cavaliere Giuseppe Volpe
(Peppi  Vurpi)





di Peppino Bivona
  
Al circolo Universitario quel pomeriggio  le ore trascorrevano   lente e pigre, quando in lontananza sentimmo il rumore delle
saracinesche abbassarsi con  sincronica sequenza, l’ultima, quella più rimbombante, che destò i più intorpiditi, arrivò dalla
rivendita di tabacchi  di don Lillo  Tavormina, di fronte al nostro Circolo  .  
 Ricordo che la buonanima di Filippo Alesi,  a cui la curiosità non faceva difetto, si alzò , apri l’ampia  vetrata che dava sulla strada ed esclamò 
“Si portano a Peppi Vurpi|!”
 I più, noncuranti, non si distrassero più di tanto, continuarono la lettura del giornale, ma Filippo mi rivolse lo sguardo e dal segno della testa, compresi ch’era doveroso tributare un ultimo saluto a questo singolare personaggio che per più di mezzo secolo fu protagonista delle vicende menfitane .
Ci accodammo allo striminzito corteo funebre , poche persone , ancor meno la presenza di  parenti.
  
Di Peppi Vurpi eravamo attratti  da una singolare curiosità, in modo   particolare dopo aver letto la sua intervista rilasciata a Danilo Dolci in “ Spreco” .Una personalità  dall’aspetto modesto  e dai
modi semplici, ma che inevitabilmente lo troviamo al centro dei nodi cruciali della vita politica
menfitana, tra vicende storiche complesse  e talvolta complicate ,che per anni hanno animato  accesi
dibattiti  dando luogo a giudizi contrastanti.
Per anni lo abbiamo visto seduto dietro il bancone della rivendita di tabacchi in via
della Vittoria, con lo scialle sulle gambe, premurosamente accudito dalla moglie e dalla
cognata santamariganterese.
 “ Cavalè ,una nazionale ed una esportazione senza filtro”  e lui calmo e docile apriva la bustina ed
introduceva le due sigarette per 20lire. Dietro il bancone sembrava piccolo ,piccolo, eppure  per questo paese  era stato un “Gigante”
La lunga strada che porta al cimitero conta un paio di kilometri , non molti  ma neanche pochi ,in verità sufficienti a meditare sulla vita del defunto, quasi a consentirne un singolare bilancio, certo disgiunto  dalla pietà che si deve  per chi lascia  questo mondo.
“Resta nella storia” dissi rivolgendomi a Filippo e rompendo il silenzio “Che un ammanco di grano di diversi quintali sottratti alla Cooperativa Colajanni, nel dopoguerra, possa essere imputabile ai  passeracei voraci che ,cip cip ,giorno e notte  trasportavano attraverso una finestrella ,nei loro nidi gran parte del grano stoccato in magazzino”
Filippo, rallentò un poco il passo, poi riprese” La verità è che voi comunisti non l’avete mai “digerito” un uomo che non fosse legato ad alcuna ideologia, fuori dagli apparati, che pensa con la sua testa: vi risulta alquanto scomodo. L’esproprio del feudo Fiore  resta il suo vero “capolavoro” .Ti sei mai chiesto perché solo a Menfi il movimento “Reduci e Combattenti” divenne vincente? Perché a Ribera come in altri paesi non avvennero alcun esproprio? Peppi Vurpi ebbe l’intelligenza di motivare l’esproprio del feudo Fiore non solo per distribuire le terre ai combattenti ( come era stato promesso da Diaz sul fronte del  Carso) ma legarla ad una giustificazione di natura sanitaria ,ovvero quei terreni incolti o scarsamente coltivati erano la vera e principale fonte di malaria”
Restammo un po’ indietro  in previsione che la discussione potesse accendersi.
Replicai:”L’esproprio del feudo Fiore è ancora tutto da scrivere. Resta comunque il fatto che Peppe Vurpi non ha mai creduto alla Riforma Agraria, neanche quando nel dopoguerra militò nelle file del partito Comunista. Anzi molte delle sue azioni furono indirizzate a contrastare i pur minimi tentativi di espropriazione di terreni incolti o scarsamente coltivati”. Filippo si fermò accese la sigaretta e replicò “ Se dobbiamo dire la verità, e si eccettua qualche dirigente regionale ,come Li Causi, il partito Comunista nazionale non aveva capito niente dei problemi della terra e dei contadini. In fondo restava prigioniero della visione marxista-leninista, dove la classe operaia era la sola designata a realizzare la rivoluzione”
Ora si vedevano i primi alberi lungo la strada del camposanto. Capii che Peppi Vurpi  ,per meglio “decifrare” la sua vita avevamo bisogno di molti altri Kilometri            

 Il corteo si arrestò al cancello del cimitero , tra i pochi che si avvicinarono alla bara  scorsi
l’ingengnere “Sasa” Li Petri.  Alzo il suo lungo braccio, come a chiedere attenzione e con voce
commossa rotta dall’emozione esclamò :
“ Peppe questo paese  ti ha lasciato  solo   non ha  avuto il “coraggio”  di riconoscere i tuoi meriti ,
il tanto bene che hai fatto per loro.
Sono rimasti a casa  hanno avuto “paura” di tributarti  l’ultimo saluto!
 Ma io sono certo  che un giorno i loro figli e nipoti ti saranno grati per quanto  hai saputo fare
 per questa  comunità.”
Il geometra Rosario Li Petri non parlava molto ma quel pomeriggio  aveva una gran voglia di
raccontare come erano andati i fatti !
Tra i tanti che erano rimasti a casa c’erano alcuni che non hanno mai condiviso il trasformismo di Peppi Vurpi ,  considerandolo privo di una coerenza ideale e politica
.
Resta innegabile che Il nostro Peppe da vero contadino  aveva saputo interpretare quell’atavica “fame “ di terra , Quella terra 
che quei “dannati “ se la sentivano addosso come una seconda pelle.  Questa terra da lavorare , che esigeva
fatiche quasi disumane,  da mattina a sera , col cado e con la pioggia o col vento, tutti i santi giorni:  doveva
essere  Sua,aveva il sacrosanto diritto di averne il pieno e totale possesso!
 Il frutto del suo sudore non andava spartito con nessuno!
 Oggi  a distanza di molti anni  attraversiamo  distratti  queste nostre campagne menfitane , godiamo
di un paesaggio agricolo unico ed inconfondibile, espressione di una ruralità ,un  tessuto  sociale,  di una 
struttura  economica   felicemente  e armoniosamente  combinati.
Ebbene , Si, questo piccolo miracolo  lo dobbiamo in buona parte  a questo piccolo modesto lungimirante contadino

martedì 20 marzo 2018

San Giuseppe, Santo protettore della dieta mediterranea


Giuseppe santo protettore della Dieta Mediterranea. E’ questa l’idea che Mario Liberto, scrittore e giornalista siciliano, presidente regionale di ARGA Sicilia e vicedirettore di Sicilia Agricoltura, ha proposto a Chiusa Sclafani nel corso dell’incontro dei poeti Lilibetani con la comunità di Chiusa Sclafani nel corso della festa di S. Giuseppe.

L’intuizione scaturisce dall’analogia del “cibo della provvidenza” degli altari e delle tavolate dedicate al Patriarca S. Giuseppe, rigorosamente poveri costituiti da legumi, cereali, ortaggi, verdure spontanee, tutti afferenti, agli alimenti della Dieta Mediterranea.
Un legame che ha un fondamento religioso, storico e culturale. Le pietanze sangiuseppine rispecchiano quelle connotazioni scientifiche e peculiari di quella dieta che fu propugnata per la prima volta dal grande nutrizionista americano Ancel Keys, a seguito dei risultati di quel poderoso studio che fu il Severi Countries Study, un’indagine durata dieci anni dalla quale emerse che, tra le nazioni considerate, l’Italia e la Spagna presentavano la più bassa incidenza di morti per infarto del miocardio. Uno studio che confermò, tra l’altro, che tale protezione non era dovuta a un fattore genetico, ma alimentare.
I piatti devozionali di S. Giuseppe sono uguali a quelli della Dieta Mediterranea. Infatti, sono totalmente banditi dalle tavolate e dagli altari carne, uova, latticini e formaggi. Un tabù alimentare che trova riscontro anche perché S. Giuseppe si festeggia sempre in periodo quaresimale, durante il quale, tradizionalmente, ci si astiene o si limitano queste pietanze con assenza di contenuto di proteine animali che, tra l’altro, interferiscono nel metabolismo dei grassi innalzando il livello del colesterolo.
Le popolazioni dei paesi del Sud, per la festa del Santo, nella tradizione popolare ritenuto protettore degli orfani, delle ragazze nubili, dei poveri, della santa Provvidenza e avvocato delle cose impossibili, preparano dei piatti poveri, quelli che scientificamente sono chiamati fitoalimurgici, cioè le piante spontanee commestibili.
Un campionario alimentare davvero singolare ognuno con una propria specificità gastronomica e medica che la natura, provvidenzialmente, nel periodo dell’equinozio primaverile, copiosamente elargisce per purificare l’organismo dai grassi alimentari che si sono accumulati durante l’inverno.
Oltre alle verdure spontanee e gli ortaggi di stagione, la festa di S. Giuseppe, apre le porte alla primavera e quindi nuove produzioni soprattutto legumi e cereali; pertanto, quelli dell’anno precedente sono interamente consumati, spesso da soli a volte o in combinazioni di cereali, realizzando così, un’alimentazione proteica equilibrata.
I legumi, sia per la quota delle proteine (che si integrano con quelle dei cereali), sia per la presenza del ferro, e inoltre per la ricchezza di fibre, assumono una particolare importanza nell’ambito della Dieta Mediterranea. Le fibre, infatti, oltre a migliorare la funzionalità dell’intestino, riducono le forme di stitichezza, tanto abituali nella nostra civiltà contemporanea; riducono anche il rischio del tumore del colon e svolgono un’indiretta, ma efficace, azione protettiva nei confronti del diabete, dell’ipercolesterolemia e dell’ipertrigliceridemia.
Tra i piatti di S. Giuseppe non mancano: pasta e ceci, pasta e fagioli, pasta e lenticchie, ecc. Pietanze cucinate all’esterno dell’abitazione, in grossi pentoloni dal devoto “quarari sacri”, il quale, a Grazia ricevuta, offre gratuitamente un piatto di pasta e legumi a tutto il vicinato. Sebbene le proteine siano presenti in notevole quantità, la loro biodisponibilità è piuttosto bassa, inferiore a quella delle proteine che si trovano in  altri alimenti di  origine vegetale. Questa bassa digeribilità (60-80%), le  cui  cause non sono ancora del tutto chiare,  sembrereb- be legata principalmente a due fattori: la particolare struttura di alcu-e frazioni proteiche  resistenti  all’azione delle proteasi  e la  presenza di  fattori endogeni  (polifenoli, fitati, fibra, inibitori di  proteasi, lectine), detti fattori antinutrizionali, capaci di interferire attraverso diversi meccanismi con l’utilizzazione delle proteine”.  (Arcari Morini D., D’Eugenio A., Aufiero F.).  Difficoltà che viene superata  grazie ai  lunghi tempi di cottura cui  i legumi vengono abitualmente sottoposti. Infatti, una buona parte di questi composti risultano assenti al momento del consumo, e le proteine risultano denaturate, tutto ciò  determina una migliore digeribilità dei legumi e un  maggiore assorbimento.
La qualcosa, consiglia, di associare e integrare l’uso dei legumi con quello dei cereali (relativamente poveri di lisina), per ottenere una miscela il cui valore biologico è paragonabile a quello degli alimenti di origine animale: pasta e fagioli, pasta e ceci, riso e piselli ecc.
I legumi, allo stato secco, sono anche ricchi di glucidi complessi, amido e fibra solubile. Il loro contenuto di glucidi, mediamente, è di oltre il 50%; il principale è l’amido (con contenuto superiore al 40%), seguito da pentosani, destrine, galattani. Pertanto il loro valore calorico è elevato e li rende un’ottima fonte di energia. Su tutti la fanno da padroni ceci e fave abbrustolite “ciciri e favi caliati” da distribuire ad amici e parenti che vengono a far visita al Santo della Provvidenza.
La tradizione o se volete il Santo, pretende anche una variante gastronomica più gustosa: pasta (bucatino), finocchi e sarde cosparse di mollica abbrustolita e dolcificata con lo zucchero. Guai a sgarrare. Il santo potrebbe arrabbiarsi.
Comunque sia, la centralità della festa al padre putativo di Gesù è il pane. La “Grazia di Dio” che come dice Cirese, «…si presenta in forma ambivalente: buono da mangiare diventa anche buono a comunicare. Cioè capace di veicolare immagini o più esattamente significati che sono diversi dal semplice ed elementare significato di essere se stesso, e cioè pane da mangiare». Il pane è anche segno e rappresentazione. I pani votivi non sono, infatti, solo beni alimentari: erano, e continuano a essere, anche autentici capolavori d’arte plastica effimera, adesso degni di essere usati come soprammobili e un tempo come preziosi talismani, capaci di consentire alla povera gente di affrontare «in regime protetto», come soleva dire Ernesto De Martino, «la presenza del negativo nella storia». Durante le tempeste, quando la natura può mettere in pericolo la vita della comunità, si spezza un pezzo di pane benedetto e si butta in strada, recitando una colorita orazione a Santa Barbara, la miracolosa Patrona dei fulmini, cui si è ispirato, in un suo celebre romanzo, lo scrittore sudamericano Jorge Amado.
Quindi, piatti vegetariani a Km 0, le cui proteine sembrano ridurre e migliorare l’at­tività degli scambi del colesterolo stesso a livello dei recettori specifici cellulari.
Nel pranzo di S. Giuseppe entra obbligatoriamente l’olio di oliva, che oltre a presentare una migliore resistenza al deterioramento perossidativo, ciò non solo per la sua ricchezza in monoinsaturi, quanto anche per la presenza nell’extravergine di agenti antiossidanti, to­coferoli e polifenoli, al centro oggi dell’attenzione degli studiosi per la loro azione protettiva nei confron­ti delle malattie cronico-degenerative.
L’antipasto di S. Giuseppe prevede 3 spicchi di arancia e una sarda salata; quest’ultima è ricca di acidi grassi omega-3, che contribuisce, unitamente all’olio di oliva, alla protezione contro le malattie cardiovascolari.
I car­boidrati presenti nella Dieta Mediterranea (55 – 65% delle calorie totali, rappresenta­ti in prevalenza da car­boidrati complessi: pa­ne, pasta, legumi. Il pane e la pasta non vanno considerati soltanto come fonte di energia, ma anche come fonte di proteine di discreta qualità e di vitamine E, Bi e B2.
L’altare va adornato con frutta e verdu­re fresche, e quindi deve essere valutato il loro contenuto in fibre, sali mi­nerali e vitamine.
Naturalmente sotto gli occhi del Santo non manca mai la frutta secca. Purché non se ne abusi, è un vero alimento-medicina ed ha molte proprietà e benefici per la salute. Noci, nocciole, mandorle, pistacchi sonocostituiti da grassi (monoinsaturi e polinsaturi), ed anche proteine, fibra, vitamina E, vitamine B1 e B2, calcio, ferro, potassio, magnesio, acido folico e molti altri fitonutrienti.  E’ consigliabile consumare giornalmente una piccola quantità di frutta secca che contiene Omega 3 e Omega 6 capaci di mantenere cuore, vasi sanguigni e cervello in salute.
I dolci di san Giuseppe sono costituiti dalle sfince e dalla pignoccata. Due dolci che hanno a che fare con il miele e che occupano un posto secondario nella Dieta Mediterranea   
La pignoccata pare derivi dai “mylloi” o “mylli” (dolci con sesamo e miele usati nell’antichità per le feste di Demetra e Kore) pare che avessero forme di pube e anche fallica. Il nome lo trae dalla caratteristica forma di pigna, anche se, talvolta, assume la forma di un vero e proprio cono che, nella simbologia spiritua­le cristiana, indica il processo di elevazione dalla materia allo spirito, dalla terra a Dio.
La sfincia è il dolce più antico della storia dell’umanità. Camuffato con il nome di frittelle lo troviamo in centinaia di pagine della Bibbia, Corano e vari libri storici. Si tratta di paste, azme o più o mene lievitate. Dolce o salate, ma comunque, sfinci.
L’origine è berbera, visto che dolci simili sono conosciuti nel Nord dell’Africa e si chiamano anche lì, sfinci, dall’arabo “sfang” col quale viene indicata una frittella di pasta addolcita con il miele. Questo dolce, insieme al pane antropomorfo e alle tradizionali vampe erano ricorrenti nelle feste romane dedicate al Liber pater un particolare S. Giuseppe della vita precristiana.  
Il vino rosso, in dosi limitate, che non dispiace al Santo falegname, è sempre presente sugli altari e tavolate, a volte in quelle singolari caraffe riempiete misteriosamente con metà acqua e metà vino, accompagna i pasti con l’effetto favorevole di favorire la digestione a il livello metabolico, con una riduzione del colesterolo totale e un aumento del colesterolo-HDL (noto anche come “colesterolo buono”); va rilevato inoltre che nel vino sono contenuti dei potenti antiossidanti polifenolici, come il resveratrolo, la quercetina e la catechina.
Pippo Oddo sostiene che: «Farsi devoto di S, Giuseppe è come stipulare un’assicurazione contro le avversità della vita. Malattie, fame nera e terremoti, carcere, invasione di caval­lette. Per ogni disgrazia trova una soluzione, il paziente sposo della Vergine Maria». Nonostante la Dieta Mediterranea sia sotto la protezione dell’UNESCO, contro la globalizzazione ha anche bisogno di una protezione divina, e S. Giuseppe padre putativo di Gesù, per le motivazioni esposte può assolvere anche al ruolo di protettore spirituale