Davide Petix
Intervista a Nino Sutera, Coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi Genius Loci DeCo
Nino Sutera è tra i principali promotori in Italia della valorizzazione delle identità territoriali. Ideologo del modello dei Borghi Genius Loci De.Co., ha sviluppato un approccio culturale e operativo che mette al centro il patrimonio immateriale dei territori: tradizioni, saperi, memoria e relazioni. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra sviluppo locale, antropologia culturale ed economia civile, con l’obiettivo di restituire ai borghi un ruolo attivo e consapevole nel contesto contemporaneo.
Dott. Sutera, la “Banca del Genius Loci De.Co.” è un concetto affascinante e inusuale. Da dove nasce questa idea?
Nasce da una constatazione semplice: abbiamo territori ricchissimi di valore, ma poveri di strumenti per riconoscerlo e custodirlo. La Banca del Genius Loci non è un’istituzione finanziaria, ma un dispositivo culturale. Serve a rendere visibile ciò che spesso è invisibile: il patrimonio identitario. In un mondo che misura tutto in termini economici, noi abbiamo voluto creare un luogo simbolico dove il valore è dato dalla memoria, dalla storia e dalla felicità delle comunità.
Nel vostro statuto si parla di “moneta dell’identità”. Cosa significa concretamente?
Significa cambiare paradigma. La moneta tradizionale misura lo scambio economico; la nostra “moneta” misura la qualità delle relazioni, la capacità di una comunità di riconoscersi e di trasmettere il proprio patrimonio. Un seme antico recuperato, una ricetta tramandata, una storia raccontata: questi sono atti che generano valore reale, anche se non immediatamente monetizzabile.
Lei distingue tra “tipico” e “identitario”. Perché questa distinzione è così centrale?
Perché il “tipico” oggi rischia di diventare un prodotto replicabile, spesso svuotato di significato. L’“identitario”, invece, è irripetibile. Appartiene a un luogo preciso, a una comunità, a una storia. Se togliamo il racconto, il prodotto resta buono, ma perde anima. La De.Co. serve proprio a questo: a certificare non solo un prodotto, ma il suo legame profondo con il territorio.
La governance della Banca attribuisce un ruolo molto particolare al Sindaco e alla Pro Loco. Perché questa scelta?
Perché volevamo superare una visione puramente amministrativa. Il Sindaco diventa Custode dell’identità, garante di un patrimonio che non è solo materiale. La Pro Loco, e/o le Associazioni locali, invece, è il motore operativo, il luogo dove la comunità si attiva. È una governance che unisce istituzione e partecipazione, politica e cittadinanza attiva.
Un altro elemento innovativo è il concetto di “deposito” del valore. Cosa si deposita nella Banca?
Si depositano saperi, storie, semi, pratiche. Tutto ciò che rischia di andare perduto. La Banca verifica questi “depositi” e li iscrive in un Libro Mastro simbolico. È un modo per dire: questo patrimonio esiste, ha valore, e va protetto. Non accettiamo prodotti già tutelati da marchi europei, perché il nostro focus è sull’unicità non ancora riconosciuta.
Parliamo dello “spread identitario”: un termine mutuato dalla finanza ma reinterpretato.
Esatto. Lo spread, nella nostra visione, misura la distanza tra chi consuma il territorio e chi lo abita davvero. Più una comunità è consapevole e attiva, più lo spread cresce in senso positivo. È un indicatore di resilienza culturale, di capacità di resistere all’omologazione.
Il Protocollo di Identità Naturale (P.I.N.) introduce elementi simbolici come lo sguardo, la stretta di mano e l’abbraccio. È una provocazione?
È una proposta. In un’epoca dominata da codici digitali e relazioni virtuali, abbiamo voluto riportare al centro la fiducia umana. Guardarsi negli occhi, stringersi la mano, abbracciarsi: sono atti semplici, ma profondi. Rappresentano un contratto etico che nessuna firma può sostituire.
Il capitale umano sembra essere il vero fulcro del sistema.
Assolutamente. I Custodi, gli Ambasciatori, i Leader e le Sentinelle del Futuro sono le vere “cassaforti” della Banca. Senza le persone, non esiste identità. Il nostro obiettivo è creare un ecosistema in cui ogni generazione abbia un ruolo: chi conserva, chi racconta, chi innova.
Che ruolo hanno i giovani in questo modello?
Un ruolo decisivo. Li chiamiamo “Sentinelle del Futuro” perché sono loro a garantire la continuità. Devono imparare dai Custodi, ma anche tradurre questi saperi nei linguaggi contemporanei. Se non riusciamo a coinvolgerli, il sistema si interrompe.
Infine, qual è la sfida più grande per la Banca del Genius Loci De.Co.?
La coerenza. È facile trasformare l’identità in folklore o marketing. La nostra sfida è restare fedeli al principio che ci guida: il Genius Loci non si vende, si abita. Solo così possiamo costruire un modello di sviluppo autentico, sostenibile e duraturo.
L’esperienza della Banca del Genius Loci De.Co. rappresenta una delle più originali sperimentazioni italiane nel campo dello sviluppo territoriale. Un modello che invita a ripensare il valore, restituendo centralità alle comunità e alla loro capacità di generare futuro a partire dalle proprie radici.




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