giovedì 15 marzo 2018

La Comune della “Piccola Parigi”


La Comune della “Piccola Parigi”
di Peppino Bivona

A cinquant’ anni dal terremoto del 1968

Sono trascorsi cinquant’anni da quel tragico evento,  in quella fredda notte di gennaio del 68 il sisma scosse non solo le nostre strutture abitative ,ma fece vacillare  le nostre  menti ,ci lasciò per alcuni mesi storditi come pugili suonati, incapaci di renderci conto di ciò che era successo. In particolare  lo sguardo verso il futuro non era più percepito come una speranza pregno di “positività” ,  bensì un futuro senza avvenire, fessurato, lacerato da incertezze fino  a sfociare nell’inquietudine. Divenne d’uso corrente definire il tempo attraverso una demarcazione riferita ad  un “prima “ e  ad un “dopo” terremoto, una sorte di spartiacque netta e precisa, capace di separare un’epoca da un’altra   profondamente solcata da un forte distinguo quasi epocale .
Per chi ancora conserva la memoria, non sarà sfuggito che questa nostra comunità, prima del terremo aveva un suo “ assetto” sociale, economico ,culturale e urbanistico. L’evento traumatico del terremoto sconvolge tutto e tutti. Questa  collettività menfitana, essenzialmente rurale  e tipicamente contadina   viene azzerata e nel giro di qualche  decennio subisce una profonda mutazione: i contadini divengono agricoltori ,il paesaggio agricolo, da scenario in cui l’agricoltura si manifesta con poca o niente campagna,  si trasforma lentamente   verso una campagna  con sempre  meno connotati agricoli .Tutto sembra  proiettatasi verso una nuova e attraente realtà, ovvero verso la modernità , la crescita, lo sviluppo.
La storia fa ancora fatica a lasciarsi alle spalle i fatti di cronaca. Tutto è accaduto sotto i nostri occhi ,questa realtà,  piaccia o no ,è il risultato delle nostre scelte,  delle decisioni politiche, la responsabilità è tutta nostra. Noi abbiamo contribuito, attivamente o passivamente a “modellare” questo paese.
Tra le tante vicende curiose che segnarono la vita politica ed anche sociale nei mesi successivi al terremoto, va annoverata la nascita di un movimento spontaneo, popolare, di “base”, favorito da una situazione di estrema confusione oltre che da una latitanza della politica e/o di vuoto istituzionale, prende  così corpo il “ Comitato di Agitazione Popolare”.
A guidarlo fu l’avvocato Giuseppe Palminteri conosciuto in tutto il paese come”Pippineddu”.Un simpatico e originale personaggio: il suo aspetto sembrava fosse  uscito dalla  fantasia di un autore di  fumetti. Sempre sorridente, dalla battuta facile, prodigo di gentilezze e cortesie, col suo saluto ossequioso si inchinava fino a genuflettersi.
La sua figura snella e dinoccolata le consentiva un movimento perennemente ciondolante del corpo, in particolare le mani, mai ferme, roteavano in sintonia   con il fervore degli argomenti espressi.
Malgrado il suo curriculum di studi fosse decisamente meritevole, pare che non avesse mai esercitato la professione forense, ma scelse di vivere una vita avventurosa, segnata da innumerevoli viaggi in ogni parte del mondo. Questa sua scelta di vita provocò non pochi dissapori con i suoi genitori
Per parecchi mesi il “Comitato di Agitazione Popolare” monopolizzò e si rese protagonista della vita del paese, raccogliendo la simpatia e l’adesione di un vasto strato sociale di estrazione prevalentemente   popolare, cementato dall’antipolitica, dalle rivendicazioni più disparate e  bizzarre: dai rimborsi forfettari per i servizi di piatti e bicchieri rotti,  all’inserimento del nostro comune tra quelli seriamente danneggiati. Lo “zoccolo” duro”   del movimento era formato  da “ sanculotti”, un sottoproletariato rivoltoso , che i miei compagni più anziani della sezione del PCI definivano, tra il diminutivo e l’ affettuoso: “popolino”. L’avvio di questo movimento  di protesta  ebbe il battesimo ufficiale  allorquando un corrispondente del  Giornale di Sicilia   ebbe la sfrontatezza di  scrivere  che il paese di Menfi , tutto sommato, non aveva avuto grossi danni ed era rimasto ,tranne poche sparute case, in piede.
Fu così che“ Pippineddu” , alla testa di un gruppo di concittadini, “sequestrò”  tutti i numeri ancora non venduti del giornale, presso l’edicola  di don Lillo Tavormina  dandosi appuntamento la sera  stessa  in piazza Vittorio Emanuele. L’evento fu memorabile: “Pippineddu” dal palchetto di legno pronunciò una straordinaria requisitoria contro il Giornale di Sicilia.  Si sentiva, in quel momento,  un retore nell’areopago ateniese  di fronte ad un folto pubblico  che pendeva dalle sue parole:” “Questo  fogliaccio,  aduso  da sempre alle menzogne, definì l’eroico Garibaldi,  all’indomani dello sbarco a Marsala, un…bandito”. Così mentre  il tono della voce si alzava in un crescendo rossiniano ,qualcuno provvedeva ad accendere, nel centro della piazza ,un gran falò con le copie del Giornale di Sicilia, poi,  per perpetuarne il “ rogo” ,furono aggiunti vecchie copie di  altri giornali e riviste
A noi giovani  studenti, che orecchiavamo già i primi vagiti del 68, questo sofista ci affascinava non solo per la sua arte oratoria ,ma ci conquistava per il tentativo di proporre una nuova formula di democrazia diretta. Sognavamo la piazza e la via della Vittoria come trasposizione dell’Areopago dell’Agorà ateniese.
 Le occasioni assembleari in quei mesi non mancarono. Così accadde che padre arciprete accusato, tra i tanti “misfatti”, di essersi appropriato del gran lampadario sovrastante la navata centrale della chiesa Madre, fini sul banco degli imputati e processato nella pubblica piazza. Alla fatidica domanda rivolta agli astanti da parte di “Pippineddu” ,” Volete voi  esonerare dall’incarico l’attuale arciprete?” la risposta ovviamente   fu affermativa. Segui subito la proposta di un sostituto , di nomina esclusivamente menfitana, ovvero  bisognava scegliere  tra padre Sbrigata o padre Catanzaro.
Erano giorni  in cui si viveva uno strano  stato di eccitazione,  una  euforia quasi permanente . Il comitato aveva il suo quartier generale presso Il rifornimento di carburante Agip, gestito dal commendator Garufi, un omone simpatico, ironico e gaudente. Nelle serate estive il suo piccolo bar era animato da” Pippineddu” e i componenti del Comitato, dove si discuteva di tutto a ruota libera senza alcun ordine del giorno. Ma si finiva immancabilmente con i resoconti di “Pippineddu”, ovvero le avventure galanti vissute nelle diverse capitali europei.
Ci fu un momento in cui il Comitato sentì la necessità di darsi una, se pur elementare organizzazione e “Pippineddu” propose  un paio di modelli: la rappresentanza per “arti e mestieri” sulla scia dei Comuni  rinascimentali o quella più temporalmente vicina della Comune di Parigi. Un coro di voci, quasi tutti all’unisono, invocarono la seconda delle due , benché moltissimi  non sapessero niente della gloriosa esperienza parigina, erano attratti dall’attinenza alla “piccola Parigi “come suole definirsi Menfi
. Uno degli ultimi atti compiuti dal “Comitato di Agitazione Popolare” fu la preparazione della manifestazione popolare a Palermo presso la sede del governo regionale a cui parteciparono molti comuni terremotati. Menfi  aderì nella stragrande maggioranza . Fin dal primo mattino , la voce  rauca e cavernosa, sicuramente  inconfondibile, dello “ zu Matte Marruni”, invitava la popolazione allo sciopero “Totale e Generale”. La manifestazione nella capitale, si risolse con la carica dei celerini,  a parecchi menfitani  non furono risparmiate sonore manganellate. Ritornarono a Menfi come un esercito in disfatta. Eppure, a ben riflettere, qualcosa era valsa.
Qualche anno dopo di “Pippineddu”  cominciarono a perdersi le tracce,  pare che si sia sposato con una professoressa di Palermo, ma non durò molto. Per gli strani e imperscrutabili misteri della mente umana, mori….. togliendosi la vita.
Come individui, ma anche come comunità, tentiamo spesso di “rimuovere” gli accadimenti  che riteniamo poco gratificanti .Difficilmente però si possono cancellare.  Volente o nolente essi appartengono al nostro vissuto, sono il costrutto di questa nostra comunità.        

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