venerdì 31 luglio 2026

DALLA GANZEGA DEL TRENTINO A UNA PRASSI NAZIONALE

 


Proposta per il riconoscimento e la valorizzazione delle consuetudini agricole di mutuo aiuto e del patrimonio immateriale delle comunità rurali

 


1. Premessa

Esistono patrimoni che non sono custoditi nei musei, ma nelle mani delle persone.

Sono i gesti tramandati di generazione in generazione, le consuetudini, le forme di reciprocità, i saperi e le pratiche attraverso cui una comunità ha costruito nel tempo la propria capacità di vivere, produrre e sostenersi.

La Ganzega, riconosciuta dalla Camera di Commercio di Trento tra gli usi e le consuetudini del territorio, appartiene esattamente a questa categoria.

È l'aiuto spontaneo, occasionale e gratuito che familiari, amici e vicini si prestano in occasione dei lavori agricoli, dalla vendemmia alla raccolta, fino alle situazioni straordinarie nelle quali un agricoltore si trova ad affrontare una malattia, un infortunio o una particolare difficoltà.

Il suo valore non risiede soltanto nell'aiuto materiale. Nella Ganzega si incontrano reciprocità, solidarietà, amicizia, appartenenza, responsabilità e memoria collettiva.

L'esperienza maturata in Trentino offre pertanto un'opportunità che va oltre il territorio nel quale è stata formalizzata: costruire, nel rispetto delle competenze e della normativa vigente, un percorso nazionale finalizzato a riconoscere, documentare e valorizzare le consuetudini agricole di mutuo aiuto che ancora oggi costituiscono una componente importante del patrimonio immateriale delle comunità rurali italiane.

La proposta nasce dunque da una convinzione: ciò che una comunità ha custodito per generazioni non deve essere disperso semplicemente perché non è stato ancora adeguatamente riconosciuto e documentato.


2. Dal Trentino una lezione per l'Italia

L'iniziativa della Camera di Commercio di Trento rappresenta un passaggio significativo perché non pretende di inventare una nuova pratica.

Al contrario, riconosce una realtà già esistente.

È proprio questo l'aspetto più interessante dell'esperienza trentina: l'istituzione non crea la consuetudine, ma la osserva, la documenta, ne verifica la storicità e la colloca nel patrimonio degli usi del territorio.

La Ganzega, in questo senso, diventa un esempio paradigmatico di come l'ordinamento possa incontrare la memoria delle comunità senza snaturarla.

La stessa logica era già stata seguita in Alto Adige con il riconoscimento, nella Raccolta degli usi della Provincia di Bolzano, dell'aiuto sporadico e occasionale durante la vendemmia.

La dimensione nazionale può quindi partire da un principio semplice:

non uniformare artificialmente le tradizioni italiane, ma creare un metodo comune per riconoscerle, documentarle e valorizzarle.

Ogni territorio possiede infatti nomi, ritualità e modalità differenti. La Ganzega può chiamarsi regalia, aiuto, scambio di manodopera, soccorso, oppure assumere denominazioni profondamente radicate nella cultura locale.

Cambiano le parole, ma spesso rimane identico il principio: oggi aiuto te, domani tu aiuti me; insieme custodiamo l'azienda, la comunità e il territorio.


3. Una proposta nazionale

La proposta consiste nell'avviare un percorso nazionale affinché le esperienze locali di mutuo aiuto agricolo possano essere censite, studiate, documentate e, laddove ne ricorrano i presupposti, riconosciute attraverso gli strumenti istituzionali previsti per gli usi e le consuetudini.

Non si propone una nuova forma di rapporto di lavoro.

Non si propone una deroga generalizzata alla legislazione sociale.

Non si propone di sostituire i contratti di lavoro o di ridurre le tutele dei lavoratori.

Si propone invece di dare visibilità e certezza a quelle forme di collaborazione realmente spontanee, occasionali, gratuite e storicamente radicate nelle comunità, distinguendole con chiarezza dai rapporti lavorativi continuativi.

La tutela della legalità e la salvaguardia della tradizione non sono, infatti, obiettivi contrapposti.

Possono convivere quando il confine tra le due dimensioni viene definito con chiarezza.


4. La dimensione agricola e sociale

La questione assume oggi una particolare rilevanza.

Le piccole e piccolissime aziende agricole rappresentano una parte essenziale del sistema rurale italiano e operano spesso in territori nei quali la disponibilità di manodopera, soprattutto nei periodi di maggiore intensità stagionale, è limitata.

In questo contesto, le forme tradizionali di reciprocità possono continuare a rappresentare una risorsa sociale.

Ancora più significativo è il cosiddetto aiuto di soccorso: la comunità che si mobilita quando un agricoltore viene colpito da una malattia, da un infortunio o da una particolare situazione di difficoltà.

Qui emerge con forza il valore sociale della consuetudine.

Non si tratta soltanto di organizzare il lavoro.

Si tratta di impedire che una famiglia agricola rimanga sola nel momento del bisogno.

È questa dimensione che merita di essere riconosciuta come patrimonio delle comunità rurali.


5. Il legame con la mission dei Borghi GeniusLoci DeCo

La proposta trova una particolare sintonia con la filosofia della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, che pone l'identità territoriale al centro dei processi di valorizzazione delle comunità.

Il concetto di Genius Loci richiama infatti quello spirito del luogo che non coincide soltanto con un paesaggio, con un monumento o con un prodotto.

Il Genius Loci vive nelle relazioni.

Vive nelle persone.

Vive nei saperi.

Vive nei rituali e nelle consuetudini.

Vive nelle pratiche quotidiane attraverso cui una comunità riconosce se stessa.

Per questa ragione, la Ganzega può essere letta come una vera espressione di Genius Loci.

Non è soltanto un modo di aiutarsi durante la vendemmia.

È il racconto di una comunità che ha elaborato nel tempo un proprio modello di reciprocità.

È un bene identitario immateriale.

È memoria vivente.

È un patrimonio che collega generazioni.

È, soprattutto, una forma concreta di capitale sociale.


6. Dalla DeCo del prodotto alla DeCo della comunità

La prospettiva dei Borghi GeniusLoci DeCo consente inoltre di ampliare il tradizionale concetto di valorizzazione delle produzioni locali.

Un territorio non è definito soltanto dai suoi prodotti.

Un prodotto identitario nasce dentro una comunità e porta con sé un sistema di conoscenze, pratiche, relazioni e valori.

Per questo la tutela dell'identità territoriale non può limitarsi alla gastronomia.

Accanto al prodotto devono essere riconosciuti anche i saperi, le tecniche, i riti, le feste, le forme di cooperazione e le consuetudini sociali che ne hanno reso possibile la nascita e la trasmissione.

La Ganzega rappresenta perfettamente questa evoluzione.

Dalla valorizzazione del prodotto si passa alla valorizzazione della comunità che produce il prodotto.

Dalla tipicità si passa all'identità.

Dall'oggetto si passa al patrimonio immateriale.

Dal prodotto territoriale si arriva al territorio come sistema vivente.


7. Una nuova stagione delle DeCo: riconoscere anche il patrimonio immateriale

In questa prospettiva, la proposta nazionale può diventare anche un'occasione per una nuova stagione delle Denominazioni Comunali e dei percorsi GeniusLoci.

Il Comune, attraverso le proprie prerogative, potrebbe diventare il luogo nel quale la comunità identifica e documenta non soltanto ciò che produce, ma anche ciò che sa, ciò che ricorda e ciò che pratica.

Un'antica vendemmia comunitaria.

Una forma tradizionale di aiuto tra agricoltori.

Un sistema di soccorso in caso di calamità o malattia.

Una pratica collettiva legata alla raccolta.

Una consuetudine attraverso cui per generazioni le famiglie hanno collaborato.

Sono tutti elementi che possono contribuire a definire il Genius Loci di un borgo.

La Banca del GeniusLoci DeCo, nella visione della Rete, può diventare in questo contesto uno strumento di memoria territoriale: un luogo istituzionale e culturale nel quale raccogliere testimonianze, fotografie, documenti, denominazioni locali, racconti orali e pratiche comunitarie.

La Ganzega entrerebbe così non soltanto nella Raccolta degli usi, ma anche nella memoria identitaria del territorio.


8. La visione: una Rete nazionale degli usi comunitari rurali

La proposta mira alla costruzione progressiva di una Rete nazionale delle consuetudini agricole e rurali, capace di mettere in relazione Camere di Commercio, Comuni, Regioni, organizzazioni agricole, università, associazioni culturali, Pro Loco e comunità locali.

L'obiettivo non è creare un nuovo ente.

È creare una metodologia condivisa.

Ogni territorio potrebbe così avviare un percorso di ricerca finalizzato a individuare quelle pratiche che possiedono caratteristiche di:

storicità, perché tramandate nel tempo;

territorialità, perché legate a una specifica comunità;

continuità, quando ancora praticate o comunque documentate;

interesse collettivo, perché espressione di solidarietà e identità;

trasmissibilità, perché riconoscibili come patrimonio da consegnare alle generazioni future.

Questi criteri sono perfettamente coerenti con la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo.


9. Il ruolo delle Camere di Commercio

L'esperienza di Trento dimostra che le Camere di Commercio possono svolgere una funzione preziosa.

La loro competenza in materia di usi e consuetudini permette infatti di trasformare una memoria orale in una documentazione istituzionale.

Il percorso potrebbe quindi partire dal territorio:

una comunità segnala una consuetudine;

si raccolgono testimonianze e documentazione;

si verifica la storicità della pratica;

si confrontano le fonti;

si ascoltano le rappresentanze economiche e sociali;

si elabora una proposta;

la Camera procede alla valutazione secondo le procedure previste;

la consuetudine entra nella Raccolta degli usi quando ne ricorrono i presupposti.

Il valore nazionale non starebbe quindi nella creazione di un'unica "Ganzega italiana", ma nella costruzione di un metodo italiano per riconoscere le tante Ganzeghe d'Italia.


10. Una proposta di governance nazionale

Per rendere concreta la proposta, si potrebbe promuovere un tavolo nazionale di confronto tra:

Unioncamere, Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Ministero del Lavoro, ANCI, INPS, INAIL, Regioni, organizzazioni professionali agricole, organizzazioni sindacali, università, istituti di ricerca e Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo.

Il tavolo avrebbe il compito di elaborare un documento nazionale di indirizzo.

Non una legge che imponga una tradizione.

Piuttosto, una Carta nazionale per il riconoscimento delle consuetudini agricole e rurali di comunità.

La Carta potrebbe definire principi, criteri di ricerca, metodologia documentale e modalità di cooperazione istituzionale, lasciando ai territori la possibilità di valorizzare le proprie specificità.


11. Dal riconoscimento alla memoria

La vera sfida, tuttavia, non consiste soltanto nel riconoscere una consuetudine.

Consiste nel salvarla dalla scomparsa.

Una pratica che non viene raccontata rischia di essere dimenticata.

Una fotografia senza una storia diventa un'immagine.

Una parola dialettale senza memoria perde il proprio significato.

Una consuetudine non documentata può scomparire con l'ultima generazione che l'ha praticata.

Per questo il percorso nazionale dovrebbe prevedere una grande campagna di raccolta della memoria rurale italiana.

Anziani, agricoltori, famiglie, associazioni e comunità potrebbero diventare testimoni di un patrimonio che spesso non è ancora entrato nei nostri archivi.

La tecnologia può aiutare, ma la fonte resta la comunità.

È questa la vera dimensione culturale del progetto.


12. Il principio guida: territorio, tradizioni, tipicità, tracciabilità, trasparenza

La proposta si colloca naturalmente nel sistema valoriale dei Borghi GeniusLoci DeCo, nel quale la valorizzazione territoriale passa attraverso cinque parole chiave:

Territorio, perché ogni consuetudine nasce in un luogo;

Tradizioni, perché ogni pratica è il risultato di una trasmissione generazionale;

Tipicità, perché ogni comunità elabora forme proprie di vita e di produzione;

Tracciabilità, perché il patrimonio deve essere documentato;

Trasparenza, perché il riconoscimento deve essere fondato su criteri verificabili.

A queste dimensioni si aggiunge un sesto elemento che la Ganzega porta con particolare evidenza:

la reciprocità.

È la reciprocità che trasforma una prestazione individuale in un patrimonio collettivo.


13. Una proposta che parte dal Trentino ma appartiene all'Italia

Il Trentino non deve essere considerato un punto di arrivo.

Può diventare un punto di partenza.

La sua esperienza suggerisce infatti una domanda più ampia: quante pratiche analoghe esistono nelle campagne piemontesi, lombarde, venete, emiliane, toscane, umbre, marchigiane, pugliesi, calabresi, siciliane, sarde e nelle altre aree rurali italiane?

Quante hanno ancora un nome?

Quante vengono ancora praticate?

Quante sono conosciute soltanto dagli anziani?

Quante rischiano di scomparire?

La risposta a queste domande potrebbe dare vita a un grande atlante nazionale delle consuetudini rurali.

Un patrimonio immateriale da leggere non soltanto come memoria del passato, ma come risorsa per il futuro delle comunità.


14. Gli obiettivi della proposta

La proposta nazionale si pone cinque obiettivi fondamentali.

Primo: riconoscere e documentare le consuetudini agricole di mutuo aiuto storicamente radicate.

Secondo: offrire maggiore chiarezza istituzionale alle piccole aziende familiari, nel rispetto della disciplina sul lavoro, sulla sicurezza e sulle assicurazioni.

Terzo: salvaguardare il patrimonio immateriale delle comunità rurali.

Quarto: rafforzare il ruolo dei Comuni, delle Camere di Commercio e delle comunità locali nella tutela dell'identità territoriale.

Quinto: integrare il patrimonio degli usi e delle consuetudini nella più ampia strategia dei Borghi GeniusLoci DeCo.


15. Una possibile Carta nazionale

Il percorso potrebbe culminare nella sottoscrizione di una:

CARTA NAZIONALE DELLE CONSUETUDINI AGRICOLE E DELLA RECIPROCITÀ RURALE

Una Carta capace di affermare un principio semplice:

Le comunità rurali possiedono un patrimonio fatto non soltanto di prodotti, ma anche di relazioni, consuetudini, saperi e forme di solidarietà che meritano di essere riconosciuti, documentati e trasmessi.

La Ganzega può diventare il primo esempio concreto di questo percorso.


16. Conclusioni

La lezione che arriva da Trento è semplice e, proprio per questo, profonda.

Una comunità non è soltanto il luogo nel quale si produce.

È il luogo nel quale si vive, si condivide, ci si aiuta e si tramanda un patrimonio.

La Ganzega racconta una società rurale nella quale il lavoro non era soltanto fatica individuale, ma anche responsabilità reciproca.

Riconoscere questa pratica significa riconoscere una parte della storia dell'agricoltura italiana.

Estendere questa logica significa fare un ulteriore passo: costruire un sistema nazionale nel quale ogni territorio possa individuare le proprie consuetudini, verificarle, documentarle e restituirle alla comunità come patrimonio condiviso.

È esattamente in questo passaggio che la mission dei Borghi GeniusLoci DeCo incontra l'esperienza della Camera di Commercio di Trento.

Perché il Genius Loci non è soltanto ciò che rende un borgo diverso dagli altri.

È ciò che una comunità ha saputo conservare nel tempo e che continua a darle un'identità nel presente.

La Ganzega è una di queste eredità.

Partire dal Trentino significa quindi non replicare semplicemente una procedura.

Significa assumere una visione:

fare dell'Italia un grande laboratorio di riconoscimento del patrimonio immateriale delle sue comunità rurali, dove usi, consuetudini, saperi e pratiche di reciprocità diventino parte integrante delle politiche di valorizzazione territoriale.

In questa prospettiva, la proposta nazionale non guarda soltanto al passato.

Guarda al futuro dei borghi.

Perché un territorio che conserva la memoria delle proprie pratiche è un territorio che rafforza la propria identità.

E un'identità riconosciuta, documentata e condivisa può diventare una straordinaria leva di coesione sociale, economia locale, cultura e sviluppo sostenibile.


 

giovedì 30 luglio 2026

Il Sistema IG verso le produzioni artigianali e industriali

 Le prime quattro Indicazioni Geografiche non-agri italiane sono partite verso l’EUIPO. Una notizia storica  

 


  di Mauro Rosati  

Direttore Generale Fondazione Qualivita

 


Il Vetro di Murano, il Merletto di Burano, il Corallo di Torre del Greco e il Cammeo di Torre del Greco hanno ottenuto dal Mimit – sentite le Regioni di appartenenza – la decisione nazionale favorevole alla registrazione come Indicazioni Geografiche Protette per prodotti artigianali e industriali, le cosiddette IG non-agri. Le domande sono state trasmesse ieri all’EUIPO, l’ufficio di Alicante che gestisce la fase unionale della procedura. Sono le prime quattro IG artigianali italiane della storia: quattro nomi che raccontano secoli di saper fare e che meritano ogni tutela. Il traguardo è di quelli che meritano di essere celebrati. E proprio per questo va detto, con altrettanta chiarezza, che il quadro dentro il quale queste quattro denominazioni entrano è, allo stato, un bel pasticcio.

Da un’ottima idea a un compromesso  

Facciamo un passo indietro. L’estensione del modello delle Indicazioni Geografiche oltre il perimetro agroalimentare è una battaglia che il mondo delle IG ha sostenuto per anni. L’idea era semplice e giusta: far viaggiare insieme cibo e artigianato, i due grandi giacimenti dell’identità territoriale europea, e dare finalmente uno strumento di valorizzazione a quella miriade di piccole produzioni artigiane che vivono di reputazione, di mani e di comunità, e che fino a ieri non avevano alcuna difesa giuridica contro le imitazioni.

Con il Regolamento (UE) 2023/2411, applicabile dal 1° dicembre 2025, e con il decreto legislativo 2 aprile 2026, n. 51, in vigore dal 7 maggio, quel sistema è finalmente operativo. Ma lungo il percorso legislativo molte cose sono cambiate, e non in meglio.

In primo luogo, accanto alle produzioni artigianali sono state introdotte anche quelle industriali: un mondo che con l’artigianato ha poco a che vedere e che in larga parte dispone già di strumenti di protezione privata -brevetti, marchi, privative. Un innesto che ha spostato il baricentro dell’intero impianto, trasformando uno strumento di tutela delle comunità produttive in un titolo di proprietà industriale come un altro.

Poi, a Bruxelles, in piena emergenza Covid, gli uffici delle diverse Direzioni Generali coinvolte hanno pensato bene di introdurre nel regolamento l’uso del simbolo IGP: quello giallo e blu con le colline, che da oltre trent’anni identifica agli occhi del consumatore europeo i prodotti agroalimentari e vitivinicoli a denominazione. E qui la domanda sorge spontanea: che cosa c’entra? Perché usare lo stesso segno per sistemi di garanzia costruiti su presupposti completamente diversi?

Due patenti, una sola automobile

Ma passi anche questo. L’aspetto davvero insostenibile è un altro: il regolamento lascia agli Stati membri la facoltà di scegliere tra la certificazione del prodotto da parte di un ente terzo e la semplice autodichiarazione dell’azienda. Nonostante i ripetuti allarmi lanciati dalle associazioni dei Consorzi di tutela, il Mimit ha imboccato la strada dell’autocertificazione, affidando alla stessa DGPI-UIBM il ruolo di autorità di controllo e monitoraggio.

Il risultato è una disparità difficile da giustificare. Le imprese del food e del vino, per esporre quel simbolo, devono sottoporsi ai controlli rigorosi di un organismo di certificazione indipendente, autorizzato e vigilato, e pagarne il costo. Le imprese artigianali e industriali, per esporre lo stesso identico simbolo, devono limitarsi a dichiarare di essere conformi al proprio disciplinare, senza alcun ente terzo e senza alcun onere.

È come dire che io, per guidare l’automobile, devo prendere la patente, superare gli esami e pagare la scuola guida, mentre un’altra persona può guidare la stessa automobile senza patente – e avere esattamente i miei stessi diritti.

Che cosa dirà il consumatore

Sarà curioso capire che cosa ne pensano le associazioni di tutela dei consumatori. Perché il punto, alla fine, è tutto qui: allo stesso bollino di garanzia corrispondono oggi livelli effettivi di garanzia diversi. Il consumatore che al supermercato o in una bottega riconosce quel logo non ha alcuno strumento per sapere se dietro c’è una verifica indipendente o una dichiarazione dell’azienda su se stessa. E un simbolo pubblico che significa due cose diverse a seconda dello scaffale su cui si trova non è un simbolo: è un equivoco istituzionalizzato.

Non voglio usare parole grosse. Se non è una “truffa”, un bel pasticcio lo è di sicuro. E ha due vittime annunciate: il consumatore, a cui viene promessa una garanzia che in un caso su due non è verificata da nessuno; e gli stessi artigiani, ai quali si consegna un titolo strutturalmente più debole, esposto al primo furbo che si autodichiara conforme e ne erode la reputazione.

C’è ancora tempo per correggere il tiro. L’Italia, che sul sistema dei controlli delle IG agroalimentari ha costruito un modello studiato in tutto il mondo, avrebbe tutte le competenze per farlo. Ma la strada imboccata va nella direzione opposta. E vale la pena ricordare da dove viene il successo del Made in Italy. Le nostre piccole imprese non hanno conquistato i mercati internazionali per dimensione, per capacità di spesa o per forza commerciale: ci sono riuscite perché hanno saputo offrire una qualità garantita e verificata, credibile agli occhi di un compratore che sta a diecimila chilometri di distanza e non può venire a controllare di persona. La certificazione di terza parte non è un orpello burocratico: è l’infrastruttura fiduciaria che ha permesso a un piccolo produttore italiano di stare sullo scaffale di Tokyo o di New York accanto ai grandi marchi globali.

Rinunciarvi proprio ora, e proprio per l’artigianato – il comparto più fragile, più frammentato e più esposto all’imitazione – significa spingere il Made in Italy esattamente nella direzione contraria a quella che lo ha reso grande. Con un rischio che nessuna campagna promozionale potrà poi riparare: incrinare la reputazione, che per queste imprese è l’unico vero patrimonio.

 

martedì 28 luglio 2026

l'AGRICOLTURA che non "VOLA"

 

 

  L’ITALIA PERDE TERRA, IMPRESE E LAVORO — DAL 2010 AL 2023 QUASI UN’AZIENDA SU TRE È SPARITA, CERTIFICANO IL FALLIMENTO   DELLA PAC INADEGUATA A FARSI CARICO DELLE REALI ESIGENZE DEL MONDO AGRICOLO. 

  GLI SPOT "L'AGROALIMENTARE ITALIANO VOLA"  VA INTERPRETATO .... VOLA VIA?

 

 

Tra il 2010 e il 2023 l’agricoltura italiana ha subito una contrazione strutturale significativa: diminuiscono il numero di imprese agricole, la superficie agricola utilizzata (SAU), la superficie agricola totale (SAT) e la forza lavoro. Il processo è accompagnato da una trasformazione della struttura produttiva verso aziende più grandi, più professionalizzate e più digitalizzate, ma la modernizzazione non compensa la perdita quantitativa di imprese e occupazione. Il Mezzogiorno mostra segnali di particolare fragilità, con perdite occupazionali e livelli di digitalizzazione e diversificazione molto inferiori alla media nazionale.

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Interpretazione rapida: la contrazione riguarda sia la dimensione numerica (meno aziende e meno occupati) sia la struttura della proprietà (meno aziende esclusivamente proprietarie, minore quota di SAU in proprietà). La modernizzazione (più professionalità, digitalizzazione e lavoro salariato) non è sufficiente a compensare la perdita di massa critica produttiva.

Evidenze territoriali: il Mezzogiorno

  • Perdita di occupati nel Sud: -42,3%.

  • Giornate lavorate nel Sud: -23,6%.

  • Dimensione media aziendale nel Sud: 7,3 ettari.

  • Aziende informatizzate nel Sud: 6,7%.

  • Aziende con attività connesse nel Sud: 2%.

Questi indicatori mostrano come il Sud sia più esposto alla desertificazione produttiva e alla scarsa capacità di diversificare reddito e servizi connessi all’agricoltura.



Analisi qualitativa: cosa sta cambiando nella struttura produttiva

  1. Concentrazione e professionalizzazione: rimangono soprattutto aziende più grandi e con maggiore scolarizzazione del titolare; cresce il lavoro salariato rispetto al lavoro familiare.

  2. Digitalizzazione selettiva: aumento della digitalizzazione nelle aziende che restano, ma con forti divari territoriali (Nord vs Sud).

  3. Riduzione del capitale umano giovane: la quota di giovani imprenditori resta bassa rispetto alla media UE, segnalando problemi di ricambio generazionale.

  4. Proprietà e affitto: diminuisce la quota di SAU in proprietà e il numero di aziende esclusivamente proprietarie, con implicazioni per gli investimenti a lungo termine e per la capacità di accesso al credito.

  5. Irrigazione e resilienza climatica: lieve riduzione della superficie irrigata e della quota di SAU effettivamente irrigata, con impatti sulla resilienza produttiva in condizioni di stress idrico.

Cause strutturali e ostacoli

  • Burocrazia e incertezza normativa: norme complesse e procedure lunghe scoraggiano investimenti e innovazione.

  • Barriere ideologiche e regolatorie: approcci che privilegiano vincoli piuttosto che incentivi all’investimento.

  • Fragilità del mercato del lavoro agricolo: contratti, stagionalità e difficoltà di attrarre lavoro qualificato.

  • Scarsa integrazione tra politiche agricole e politiche territoriali: insufficiente coordinamento tra infrastrutture, servizi, formazione e accesso al credito.

  • Divari territoriali storici: infrastrutture, accesso ai servizi e capitale sociale più deboli nel Mezzogiorno.

Raccomandazioni operative (linee d’azione)

  1. Semplificazione normativa e accelerazione delle pratiche amministrative per investimenti, accesso ai fondi e autorizzazioni ambientali.

  2. Incentivi mirati per la rigenerazione aziendale nel Sud: programmi di start-up agricola, accesso facilitato a terra in affitto, microcredito e incubatori rurali.

  3. Politiche per il ricambio generazionale: incentivi fiscali e finanziari per giovani imprenditori, percorsi di formazione duale agricoltura-impresa.

  4. Promozione delle attività connesse e della diversificazione del reddito: agriturismo, trasformazione, filiere corte e servizi digitali per aumentare la resilienza economica.

  5. Investimenti in infrastrutture idriche e tecnologie di irrigazione efficiente per aumentare la quota di SAU effettivamente irrigata e la resilienza climatica.

  6. Programmi di digitalizzazione diffusa con priorità territoriale (sostegno specifico al Sud) e formazione per l’adozione di tecnologie agricole.

  7. Riforma degli strumenti di accesso alla terra: facilitare contratti di affitto a lungo termine, fondi di investimento pubblico-privati per la ristrutturazione fondiaria.

  8. Misure per il lavoro agricolo: regolarizzazione, formazione professionale e incentivi per trasformare lavoro stagionale in occupazione stabile. Misure per costo zero per le aziende agricole, per gli adempimenti sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, previdenza e fiscalità. 

  9.  Misure di sostegno diretto e riconoscimento sociale quali custodi del territorio, alle piccole aziende ( sotto i  5  Ha)

 

 

lunedì 27 luglio 2026

Festival del Gattopardo dal 31 luglio al 2 agosto

 

 

SANTA MARGHERITA DI BELÌCE – Nel cuore della Sicilia   dove la memoria narrativa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa vive in ogni scorcio, la letteratura e l'enogastronomia continuano a fondersi in un connubio indissolubile. Negli ultimi quattro anni, infatti, il prestigioso Premio Letterario Internazionale dedicato all'autore del Gattopardo ha vissuto una profonda evoluzione strategica: non più soltanto un celebre simposio accademico e d'élite di risonanza mondiale, ma un motore virtuoso di valorizzazione identitaria in cui la cultura della tavola si è affermata come coprotagonista d'eccellenza.   Un ruolo di primo piano è riservato al patrimonio enogastronomico con l'incontro intitolato "La Cucina del Gattopardo" 

La tavola e la gastronomia non sono semplici sfondi nel capolavoro lampedusiano, ma veri e propri ambasciatori di identità culturale. La cucina descritta nelle pagine del romanzo — celebre per la grandiosità barocca dei suoi timballi di maccheroni, per la delicatezza dei trionfi di gola e la ricchezza dei sapori aristocratici e contadini  

Un percorso innovativo e strutturato, nato dalla visione lungimirante dell’Amministrazione guidata dal Sindaco Gaspare Viola e dall’impegno costante e passionale dell’Assessore alla Cultura e Promozione del Territorio, Deborha Ciaccio. Un'intuizione politica e culturale che ha saputo radicare il patrimonio culinario gattopardiano nel tessuto sociale ed economico locale, culminata nella consacrazione della “Tavola del Gattopardo” ad “Ambasciatrice dell'Identità Territoriale” inserita nell'Atlante Nazionale del Cibo locale a cura della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo.


 

  La magia della letteratura torna a Santa Margherita di Belìce dal 31 luglio al 2 agosto 2026 per la XXI edizione del Festival del Gattopardo e del Premio Letterario Internazionale "Giuseppe Tomasi di Lampedusa". Un appuntamento imperdibile per chi ama la cultura, l'arte e la memoria storica di una Sicilia che continua a incantare il mondo intero.
  
Il talk show vedrà la partecipazione di illustri relatori ed esperti del settore enogastronomico:
Dott. Nino Sutera (Coordinatore Rete Nazionale Borghi GeniusLoci DeCo)
Chef Rosario Seidita (Presidente Unione Regionale Cuochi Siciliani)
Chef Paolo Austero (Delegato Regionale "Euro-Toques Italia" Regione Sicilia)
Chef Giovanni Chianetta (Presidente Ass. Provinciale Cuochi e Pasticceri Agrigento "Salvatore Schifano")
Chef Giovanni Montemaggiore (Presidente Regionale Disciples D'Auguste Escoffier)
Dott.ssa Giusy Messina (Giornalista, socia di Le Donne del Vino Sicilia e Direttrice di siciliadagustare.com)
Chef Lillo De Fraia (Ambasciatore della Pasticceria Siciliana, Cavaliere del lavoro e custode dell'identità territoriale DeCo)
Show Cooking e Degustazioni sul Campo

All'approfondimento teorico farà seguito uno spettacolare Show Cooking dal vivo a cura di affermati maestri della cucina siciliana: Chef Francesco Bonomo, Chef Paolo Austero, Chef Francesco Mauceri (Euro-Toques) e Chef Calogero Abruzzo (Ass. Provinciale Cuochi e Pasticceri Agrigento).
La serata culminerà in una degustazione enogastronomica offerta al pubblico, pensata per far riscoprire dal vivo i profumi, la storia e le materie prime d'eccellenza che rendono la Valle del Belìce e la Sicilia uniche nel panorama mondiale