“Ora noi siamo qui a chiederci, la vita umana finisce con la morte come una stella? Per noi laici e non credenti possiamo accettare che la morte sia l'ultima parola sulla vita? Possiamo vivere una trascendenza nell'immanenza? La morte è la fine naturale di tutte le cose. Ma la vita umana pienamente vissuta, una vita viva, costellata di passioni, operosa, animata da desideri, eccedente la vita stessa... non muore!” Così scriveva Peppino Bivona in uno dei suoi tanti scritti.Queste parole rappresentano il cuore dell'evento organizzato in suo onore, un momento di celebrazione della sua eredità culturale e del suo impegno per il mondo rurale e la valorizzazione del territorio.
Nato a Menfi nel 1948, Peppino Bivona si è laureato in Scienze Agrarie e ha insegnato materie tecniche negli istituti agrari. Dal 1976 ha svolto un ruolo fondamentale nell’assistenza tecnica per l’Ente di Sviluppo Agricolo della Regione Siciliana, e fino al 2010 ha diretto con grande impegno l’azienda sperimentale dimostrativa. Oltre alla sua carriera professionale, Peppino è stato un giornalista attivo, collaborando con numerose testate del settore agricolo, tra cui il sito della Libera Università Rurale, di cui era Presidente.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Diario dell’Ulivo Saraceno” (2018), “Chicco di Sole” (2021) e “Il Sole nel Bicchiere, Menfi e il suo territorio”. La sua opera ha contribuito in modo significativo alla valorizzazione del patrimonio agricolo e culturale delle Terre Sicane.
martedì 30 settembre 2025
L'eredità della memoria: Sabato a Menfi omaggio a Peppino Bivona
In Sicilia il Genius Loci della gastronomia
La Sicilia, terra di sole e di vento, di colline profumate e di mari che raccontano storie antiche, quest’anno celebra un riconoscimento che profuma di orgoglio: è stata proclamata da Igcat “Regione europea della gastronomia”. Non è un caso, ma la naturale consacrazione di un’isola che da sempre custodisce nei suoi campi, nelle sue cucine e nei suoi mercati un patrimonio unico al mondo.
Dietro ogni prodotto certificato DOP o IGP non ci sono solo disciplinari e numeri, ma la voce profonda di un territorio che parla attraverso il gusto. L’olio che scivola dorato sul pane, il cioccolato che conserva antiche lavorazioni, il vino che racchiude il respiro delle vigne e della pietra: sono segni concreti di un’identità che non si lascia dimenticare.
Con 67 denominazioni riconosciute, tra cibo e vino, la Sicilia non offre soltanto eccellenze gastronomiche: offre narrazioni di comunità, storie di uomini e donne che da generazioni si fanno custodi di un sapere antico. Ogni DOP e IGP è una carta d’identità del territorio, e il loro valore – oltre i 555 milioni di euro che contribuiscono alla Dop Economy nazionale – è prima di tutto culturale, umano, collettivo.
Ed è proprio qui che si inserisce il percorso dei Borghi Genius Loci De.Co., quel mosaico identitario che mette al centro i luoghi e le persone. Perché se i marchi europei danno regole e garanzie, la De.Co. restituisce il battito del cuore dei borghi: i profumi delle feste popolari, le ricette che non hanno bisogno di manuali, ma si tramandano con un gesto delle mani e con un segreto sussurrato.
In questo viaggio, accanto ai prodotti, camminano i Custodi dell’identità territoriale, donne e uomini che hanno scelto di difendere e raccontare le tradizioni, salvaguardando ciò che rischierebbe di perdersi. Con loro, gli Ambasciatori dell’identità territoriale, chiamati a portare nel mondo il messaggio di un’isola che non si limita a produrre eccellenze, ma le trasforma in strumenti di diplomazia culturale e di sviluppo sostenibile.
Le cifre parlano chiaro: province come Trapani e Agrigento trainano un sistema economico che coinvolge oltre 19.000 operatori, eppure è la narrazione dietro queste cifre a renderle vive. È la visione di contadini, pastori, artigiani e viticoltori che hanno saputo trasformare la fatica in bellezza. È il Cioccolato di Modica che cresce del 10%, ma anche la carezza di chi lo lavora ancora a pietra. È il Pecorino Siciliano che vale milioni, ma soprattutto vale il sorriso degli anziani che insegnano ai giovani a non dimenticare.
Essere Regione europea della gastronomia non è solo un premio, ma una missione: ricordare che il futuro della Sicilia passa dalla capacità di coniugare tradizione e innovazione, radici e visione, identità e sviluppo. È la sfida di un’isola che sa raccontarsi attraverso i suoi borghi, attraverso i suoi custodi, attraverso i suoi ambasciatori.
la Sicilia non celebra soltanto un titolo. Celebra sé stessa: la sua anima antica e contemporanea, il suo Genius Loci capace di emozionare chi la abita e chi la scopre, ogni giorno, come fosse la prima volta.
lunedì 29 settembre 2025
Piano operativo di prevenzione (ai sensi della Legge 21 novembre 2000 n. 353 e del D.L. 8 settembre 2021 n. 120)
Di seguito un piano operativo di prevenzione strutturato e operativo, pensato per un Comune italiano e tarato sul ruolo del Sindaco quale autorità di protezione civile (ordinanze di prevenzione: pulizia terreni, divieto accensione fuochi), con particolare attenzione a informazione alla popolazione, controllo del territorio, coordinamento con volontariato e forze operative, e attuazione delle misure previste nei piani regionali. Il piano è organizzato in sezioni pratiche, con compiti, tempistiche, risorse e check‑list operative.
1 Obiettivo e quadro normativo
Obiettivo: ridurre il rischio di incendi boschivi e altri rischi connessi al territorio comunale, aumentare la resilienza della popolazione e garantire l’attuazione tempestiva delle misure previste dai piani regionali e nazionali.
Riferimenti normativi principali:
Legge 21 novembre 2000, n. 353 (organizzazione nazionale volontariato protezione civile e funzioni locali);
Decreto‑legge 8 settembre 2021, n. 120 (misure urgenti in materia di protezione civile e gestione emergenze);
Piani regionali di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi (attuazione locale obbligatoria).
2 Ruoli e responsabilità (sintesi operativa)
Sindaco (Autorità di protezione civile locale)
Emissione di ordinanze di prevenzione (es. pulizia terreni, divieto accensione fuochi, divieti di accesso in aree a rischio).
Attuazione e vigilanza sull’applicazione delle misure previste dal piano regionale.
Coordinamento generale delle attività comunali di prevenzione e informazione.
Ufficio Protezione Civile Comunale
Redazione, aggiornamento e attuazione del piano operativo comunale.
Gestione del Centro Operativo Comunale (COC) in fase di allerta/attivazione.
Rapporti con Regione, Prefettura, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, e volontariato.
Polizia Locale
Controllo e applicazione delle ordinanze; presidio del territorio; sanzioni amministrative.
Vigili del Fuoco e Forze dell’Ordine
Interventi tecnici e operativi; supporto nelle attività di spegnimento e sicurezza pubblica.
Organizzazioni di volontariato di protezione civile
Supporto operativo per sorveglianza, informazione, presidio logistico, assistenza alla popolazione.
Settore Ambiente/Foreste (Comune/Provincia/Regione)
Supporto tecnico per censimento aree a rischio, gestione vegetazione, interventi di mitigazione.
3 Analisi del territorio e mappatura del rischio
Azioni immediate:
Censimento aree sensibili: boschi, macchia mediterranea, aree incolte, scarpate, discariche a cielo aperto, aree con accesso veicolare limitato.
Classificazione del rischio: alta/media/bassa per ogni comparto territoriale; identificazione di vie di fuga e punti di raccolta.
Inventario infrastrutture critiche: reti idriche antincendio, vasche, idranti, strade di accesso per mezzi antincendio.
Output atteso: mappa GIS con layer: rischio incendio, vie di accesso, punti acqua, punti raccolta popolazione, aree vietate/controllate.
4 Misure di prevenzione e ordinanze comunali
Tipologie di ordinanze e contenuti minimi:
Ordinanza pulizia terreni: obbligo di rimozione sterpaglie e potature entro scadenze; modalità di smaltimento; sanzioni; soggetti obbligati (proprietari, conduttori, affittuari).
Divieto accensione fuochi: periodi di divieto (stagionali e in condizioni di rischio), modalità di segnalazione di eccezioni autorizzate, sanzioni.
Divieto accesso aree a rischio: chiusura sentieri/aree boschive in giornate di massima pericolosità.
Ordinanze temporanee: limitazioni a lavori agricoli o operazioni che generano scintille in giornate critiche.
Procedure operative: pubblicazione su sito istituzionale, affissione, invio alert SMS/PEC, notifica a associazioni agricole e proprietari terreni.
5 Informazione e comunicazione alla popolazione
Strategia comunicativa (continua e in allerta):
Canali: sito istituzionale, social media ufficiali, SMS/alert via app comunale, affissioni, comunicati stampa, radio locale.
Contenuti standard: regole comportamentali, divieti in vigore, numeri utili (emergenza, COC, volontariato), mappe punti raccolta, come segnalare un incendio.
Piani di comunicazione per giornate ad alto rischio: messaggi predefiniti (template) per tre livelli: attenzione, allerta, emergenza; orari e frequenza di diffusione; responsabilità di pubblicazione.
Campagne preventive annuali: informazione su pulizia terreni, corretto smaltimento, rischi accensione fuochi, buone pratiche agricole.
Coinvolgimento stakeholder locali: associazioni di categoria (agricoltori), scuole, parrocchie, comitati di quartiere.
Check‑list operativa comunicazione: aggiornamento sito; invio SMS; pubblicazione social; contatto radio; affissione manifesti; briefing con volontari.
6 Controllo del territorio e sorveglianza
Attività ordinarie:
Pattugliamenti programmati: Polizia Locale + volontari protezione civile; rotte prioritarie su aree ad alto rischio.
Sorveglianza aerea/tecnologica: valutare convenzioni per sorveglianza con droni (se consentito), telecamere in punti critici, sistemi di monitoraggio remoto.
Ispezioni tecniche: verifica stato di pulizia terreni, rispetto ordinanze, accessibilità vie antincendio.
Attività in giornate di rischio elevato:
Intensificazione pattuglie; divieto accesso; presidio punti critici; pronto intervento volontari per segnalazioni.
Registrazione e reporting: ogni pattuglia compila report giornaliero; centralizzazione dati al COC; analisi settimanale per aggiornamento mappatura rischio.
7 Coordinamento con volontariato e forze operative
Struttura di coordinamento:
Centro Operativo Comunale (COC): attivazione in fase di allerta; responsabile COC (funzionario comunale designato); canali di comunicazione con Regione, Prefettura, Vigili del Fuoco.
Tavolo operativo periodico: incontri mensili (stagione a rischio) con rappresentanti Vigili del Fuoco, Polizia Locale, Forze dell’Ordine, Protezione Civile Regionale, associazioni di volontariato.
Ruoli del volontariato: sorveglianza, assistenza alla popolazione, supporto logistico, presidio punti raccolta, attività di informazione porta a porta.
Formazione e addestramento: esercitazioni congiunte (almeno una esercitazione pre‑stagionale), corsi su sicurezza antincendio, uso DPI, comunicazione emergenze.
Procedure di attivazione volontari: elenco aggiornato volontari abilitati; canale di allerta (SMS/telefono); kit operativo standard (DPI, radio, moduli segnalazione).
8 Attuazione delle misure previste nei piani regionali
Allineamento operativo:
Recepimento formale: il Comune integra nel proprio piano operativo le misure e le procedure indicate dal piano regionale (tempi, soglie di allerta, modalità di intervento).
Soglie di attivazione: definire i livelli locali di rischio che attivano misure regionali (es. livello 1/2/3) e le azioni conseguenti.
Cooperazione tecnica: scambio dati con Regione (mappe, monitoraggi, segnalazioni) e partecipazione a esercitazioni regionali.
Documentazione: allegare al piano comunale estratti operativi del piano regionale con riferimenti a responsabilità e contatti.
9 Logistica, risorse e finanziamenti
Risorse materiali: mezzi comunali, attrezzature volontari, idranti, vasche, pompe, serbatoi mobili, segnaletica. Personale: elenco contatti operativi (COC, responsabili settore, referenti volontari, Vigili del Fuoco). Finanziamenti: verificare fondi regionali e nazionali per prevenzione; predisporre richieste per contributi per opere di mitigazione (pulizia aree, realizzazione vasche antincendio). Manutenzione: piano manutentivo annuale per infrastrutture antincendio.
10 Procedure operative in caso di allerta/emergenza
Attivazione COC: criteri di attivazione; orari; turnazione; logistica sede COC. Comunicazione emergenza: messaggi predefiniti per livelli di emergenza; canali prioritari; attivazione punti raccolta e vie di evacuazione. Gestione evacuazione: procedure per evacuazione parziale o totale; punti raccolta e assistenza; trasporto persone vulnerabili; registrazione evacuati. Debriefing e report post‑evento: raccolta dati, valutazione efficacia misure, aggiornamento piano.
11 Formazione, esercitazioni e valutazione
Formazione annuale per amministratori, personale comunale, polizia locale e volontari.
Esercitazioni stagionali (pre‑stagione e durante la stagione a rischio).
Indicatori di performance (KPI): tempi di attivazione COC; numero di pattugliamenti effettuati; percentuale di proprietari che hanno eseguito pulizia terreni; tempo medio di risposta a segnalazioni.
Revisione del piano: aggiornamento annuale o dopo eventi significativi.
12 Allegati operativi (da predisporre e mantenere aggiornati)
Mappa GIS del rischio e infrastrutture antincendio.
Elenco contatti operativi (COC, Vigili del Fuoco, Regione, Prefettura, volontari).
Modelli di ordinanze (pulizia terreni; divieto accensione fuochi; divieto accesso).
Template messaggi per comunicazione pubblica (attenzione/allerta/emergenza).
Registro pattugliamenti e report giornalieri.
Verbali esercitazioni e piani di formazione.
Conclusione e passi successivi proposti
Validazione normativa: verificare e allegare i riferimenti normativi completi e aggiornati (testo integrale delle norme e dei piani regionali applicabili).
Censimento rapido: avviare entro 30 giorni il censimento aree sensibili e l’inventario infrastrutture antincendio.
Emissione ordinanze modello: predisporre e pubblicare le ordinanze tipo prima dell’inizio della stagione a rischio.
Piano comunicazione: attivare canali di alert (SMS/app) e calendario campagne informative.
Esercitazione pre‑stagionale: programmare esercitazione congiunta Comune‑Vigili del Fuoco‑Volontari entro 60 giorni.
venerdì 19 settembre 2025
Vai Italia, l'inno di Al Bano e Mogol per la candidatura
La cucina italiana è candidata all’Unesco come patrimonio immateriale, domenica 21 la presentazione dell'inno
Quando il cibo viene ancorato in maniera identitaria ad un territorio, smette di essere un momento culinario e diventa esperienza totale. In questo modo coinvolge immediatamente i quatto sensi, vedere, annusare, gustare e toccare; ma quando un cibo è veramente ancorato ad un territorio tocca anche l’udito, perché si racconta e racconta il territorio. Quando arriva nel piatto, quel cibo ti ha detto tante cose e quando lo assapori diventa esperienza avvolgente, coinvolgente e identitaria di quel luogo. Il termine genius loci, di origine latina, definisce letteralmente il “genio”, lo spirito, l’anima di un luogo è caratterizza l’insieme delle peculiarità sociali, culturali, architettoniche, ambientali e identitarie di una popolazione e l’evoluzione di quest’ultima nel corso della storia.
La cucina italiana rappresenta un vero e proprio mosaico di tradizioni che riflette la diversità bioculturale del Paese e si basa sul comune denominatore di concepire il momento della preparazione e del consumo dei pasti come un’occasione di condivisione e al tempo stesso di confronto.
La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., IDIMED e altri, sostengono la Candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell'Umanità promossa dal Governo, insieme a quanti sono impegnati e dedicati alla divulgazione culturale, all’educazione alimentare, alla formazione e alla promozione del territorio, in Italia e all’estero. Con un obiettivo chiaro: tutelare e valorizzare la cultura alimentare e i prodotti agroalimentari di qualità, ponendo particolare attenzione al patrimonio identitario delle produzioni agroalimentari
La candidatura della cucina italiana all’Unesco ha trovato la sua voce ufficiale in una canzone che porta la firma di due protagonisti della musica leggera: Al Bano Carrisi e Mogol. Insieme a cinquanta bambini dei cori di Caivano e dell’Antoniano di Bologna, i due artisti hanno inciso un brano pensato per accompagnare il percorso verso il riconoscimento internazionale. L’atteso verdetto arriverà a dicembre a Nuova Delhi, ma già da settimane si moltiplicano le iniziative di sostegno.
Perché la cucina italiana è candidata all’Unesco come patrimonio immateriale
La proposta di inserire la cucina italiana nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità è stata ufficialmente lanciata nel marzo 2023 dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.
La cucina italiana è un patrimonio fatto di conoscenze, gesti quotidiani e pratiche sociali che vanno oltre il semplice cucinare, per questo motivo preparare un piatto e condividerlo diventa un modo per tramandare la memoria familiare, rinsaldare i legami e creare comunità. Ogni territorio contribuisce con le proprie tradizioni, offre un patrimonio che tutela la biodiversità, valorizza la stagionalità degli ingredienti e invita a dare nuova vita agli avanzi, trasformandoli in cultura condivisa.
Oggi questo patrimonio riguarda circa 60 milioni di italiani nel Paese e oltre 80 milioni di connazionali e discendenti all’estero e a essi si aggiungono milioni di stranieri che vedono nello stile alimentare italiano un modello di convivialità e benessere.
Quando sarà presentato l’inno di Al Bano e Mogol per la candidatura
Per accompagnare la candidatura Unesco è nato un brano musicale intitolato ‘Vai Italia’: il testo di Mogol, musicato da Oscar Prudente, è stato inciso da Al Bano insieme ai bambini dei cori di Caivano e dell’Antoniano.
A presentare ufficialmente’Vai Italia’ al pubblico televisivo sarà Mara Venier, nella puntata inaugurale di ‘Domenica In’ del 21 settembre. In quella stessa giornata, in numerose piazze italiane, si terranno pranzi collettivi ispirati al tradizionale “pranzo della domenica”, simbolo di convivialità e occasione di sostegno pubblico alla candidatura.
Il progetto ha l’obiettivo di ricordare che la cucina è linguaggio universale, capace di unire generazioni e territori attraverso il valore condiviso del cibo.
In una intervista al ‘Corriere della Sera’, Al Bano, a ridosso dell’imminente debutto dell’inno, ha dichiarato: “dal punto di vista culinario il nostro Paese non è secondo a nessuno. Ai fornelli facciamo i fuochi pirotecnici”.
Ha aggiunto che per lui è impossibile scegliere un solo piatto preferito, perché “Ogni regione ha sei o sette specialità che possono essere definite incredibili“.
mercoledì 10 settembre 2025
Il mancato rispetto delle norme di prevenzione degli incendi : profili giuridici, responsabilità e criticità sistemiche
1. Introduzione
La prevenzione degli incendi rappresenta uno degli ambiti più rilevanti della politica ambientale e della sicurezza territoriale in Italia. Il quadro normativo nazionale trova il suo fondamento nella Legge 21 novembre 2000, n. 353, che definisce il patrimonio boschivo come “bene insostituibile per la qualità della vita” e stabilisce i principi fondamentali di previsione, prevenzione e lotta attiva (Parlamento).
Nonostante la chiarezza dell’impianto normativo, la reiterazione degli eventi incendiari evidenzia una criticità strutturale: il divario tra norma e attuazione, imputabile tanto ai soggetti pubblici quanto ai privati.
2. Il quadro normativo e il principio di corresponsabilità
La Legge n. 353/2000 configura un sistema integrato basato su tre pilastri:
previsione (analisi del rischio),
prevenzione (riduzione delle cause di innesco),
lotta attiva (intervento operativo) (ISPRA).
In tale sistema, le competenze sono distribuite secondo un modello multilivello:
le Regioni sono titolari della pianificazione attraverso il Piano Antincendio Boschivo (AIB), soggetto a revisione annuale (Protezione Civile);
gli enti locali svolgono funzioni di controllo e attuazione;
lo Stato esercita funzioni di indirizzo e coordinamento.
La normativa stabilisce inoltre che la prevenzione consiste nell’adozione di “azioni mirate a ridurre le cause e il potenziale innesco d’incendio” (Parlamento).
Ne deriva un principio fondamentale: la prevenzione è un dovere condiviso tra pubblico e privato, fondato su una responsabilità diffusa e non delegabile.
3. L’inadempienza del settore pubblico
Il mancato rispetto delle norme da parte del settore pubblico si manifesta principalmente sotto forma di:
carenze nella pianificazione territoriale e aggiornamento dei Piani AIB;
insufficienza delle attività di monitoraggio e controllo;
discontinuità nell’adozione di ordinanze preventive;
debolezza delle politiche di informazione e formazione.
Dal punto di vista giuridico, tali omissioni incidono sull’efficacia del sistema normativo, svuotando la funzione preventiva della legge. La previsione normativa, infatti, attribuisce alle amministrazioni il compito di individuare aree e periodi a rischio, nonché di predisporre interventi strutturali e strumenti di vigilanza (Protezione Civile).
Quando tali attività non vengono pienamente attuate, si configura una responsabilità amministrativa per omissione, che può contribuire causalmente al verificarsi del danno ambientale.
4. L’inadempienza del settore privato
Parallelamente, il mancato rispetto delle prescrizioni da parte dei privati costituisce un fattore determinante nella genesi e propagazione degli incendi.
La normativa impone, direttamente o indirettamente, obblighi di:
manutenzione dei terreni;
gestione della vegetazione;
eliminazione di materiali combustibili;
rispetto dei divieti nelle aree e nei periodi a rischio.
Il Decreto-legge n. 120/2021 rafforza tale impostazione, evidenziando come anche gli “inadempimenti agli obblighi” possano costituire causa potenziale di incendio (Protezione Civile).
Si delinea così una responsabilità non solo per condotte attive (accensione illecita di fuochi), ma anche per comportamenti omissivi, quali l’abbandono e la mancata cura dei terreni.
In termini giuridici, ciò configura una responsabilità per omissione colposa, rilevante sia sotto il profilo amministrativo che, nei casi più gravi, penale.
5. La convergenza delle inadempienze e il rischio sistemico
L’elemento più critico del sistema emerge nella convergenza tra:
inefficienza pubblica (mancata pianificazione e controllo),
inerzia privata (mancata manutenzione e gestione del territorio).
Questa combinazione genera una condizione di vulnerabilità strutturale, in cui il territorio diventa intrinsecamente esposto al rischio incendi.
Il legislatore ha chiaramente individuato, tra i fattori di rischio, non solo le cause dirette, ma anche le condizioni predisponenti, incluse le omissioni (Protezione Civile).
Si configura così una vera e propria “zona grigia della corresponsabilità”, in cui il danno non deriva da un singolo comportamento, ma da un sistema di inadempienze diffuse.
6. Profili giuridici della responsabilità omissiva
La prevenzione degli incendi introduce una rilevante estensione del concetto di responsabilità, che assume una dimensione:
proattiva, in quanto impone obblighi di comportamento preventivo;
diffusa, poiché coinvolge una pluralità di soggetti;
omissiva, in quanto sanziona anche il non agire.
In questo contesto, la mancata attuazione delle misure preventive può integrare:
responsabilità amministrativa per gli enti pubblici;
responsabilità civile per danno ambientale;
responsabilità penale nei casi di incendio colposo.
7. Conclusioni
Il sistema normativo italiano in materia di incendi boschivi appare strutturalmente adeguato, ma la sua efficacia è fortemente condizionata dal livello di attuazione.
Il mancato rispetto delle norme, tanto da parte del pubblico quanto del privato, trasforma un rischio gestibile in un fenomeno ricorrente e sistemico.
La prevenzione, infatti, non può essere ridotta a un adempimento formale, ma deve essere interpretata come una funzione sostanziale di governo del territorio.
In questa prospettiva, emerge la necessità di un cambio di paradigma: dalla mera osservanza normativa alla costruzione di una responsabilità condivisa e consapevole, in cui il territorio non sia più oggetto passivo di tutela, ma spazio attivo di cura collettiva.
10 settembre 2025 | Giornata internazionale di azione contro l'OMC e gli accordi di libero scambio
martedì 2 settembre 2025
Il ritorno del latino
emma fattorini
lingua morta o voce viva dell’identità?
Dalle scuole medie italiane alla liturgia cattolica, il latino torna al centro del dibattito tra ideologia, tradizione e cultura, tra equivoci mediatici e passioni ecclesiali
Annosa polemica quella sul latino: serve, non serve? Si toglie e si rimette nelle pseudo- riforme delle tribolate scuole medie italiane. Da ultimo, in gennaio, il ministro dell’Istruzione e del Merito dell’Italia, Giuseppe Valditara, ha annunciato la reintroduzione di questa materia di studio nelle scuole medie a partire dall’anno scolastico 2026/27. Da allora, si sono rinfocolate le polemiche tra chi considera il latino un mezzo prioritario per tutelare la nostra identità culturale e chi lo bolla come roba passatista, reazionaria, di destra. Eppure, e non certo da oggi, è arrivato un inequivocabile altolà da grandi intellettuali del “fronte opposto”, come, tra gli altri, Luciano Canfora e Ivano Dionigi: il latino non è né di destra né di sinistra. E, chi afferma il contrario, chiude la questione Canfora con la consueta efficace franchezza, dà prova «di non capire niente». Il latino non può, aggiunge l’ex rettore dell’Università di Bologna Dionigi, essere ridotto a «questione ideologica» o «bandierina identitaria».
E’ questa una diatriba, fatte ovviamente le debite differenze, che si è riproposta anche nella Chiesa cattolica dai tempi del concilio Vaticano II, di cui, il prossimo 8 dicembre, ricorrerà il 60° anniversario della chiusura. E’ da sessant’anni a questa parte, che continua ad agitare gli animi dei cosiddetti conservatori e progressisti. Il latino è divenuto, via, via un vero e proprio vessillo dei loro scontri.
Eppure, va detto ancora una volta, liquidando l’opposta sentenza come un marchiano falso storico, che il Concilio non ha mai bandito il latino dalla liturgia e dagli altri usi ecclesiali. Preceduti dalla costituzione apostolica Veterum sapientia di Giovanni XXIII (22 febbraio 1962), due documenti conciliari, la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium e il decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius, hanno non solo mantenuto in essere l’uso della lingua latina ma caldamente raccomandato. E si devono al “Papa del Concilio”, il grande e non ancora pienamente compreso Paolo VI, due benemerite istituzioni per lo studio e la promozione della lingua e della cultura latina, rispettivamente fondate nel 1964 e nel 1976: il Pontificio istituto superiore di latinità, divenuto nel ’71 la Facoltà di Lettere cristiane e classiche dell’attuale Università pontificia salesiana, e la Fondazione Latinitas, soppressa da Benedetto XVI nel 2012 e contestualmente confluita nella neo-eretta Pontificia accademia di latinità. È stato proprio Montini, d’altra parte, a intervenire ripetutamente sul latino quale lingua ufficiale della Chiesa, concetto poi ripreso e nuovamente esplicitato da tutti i suoi successori, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. E, pur non parlandone in tali termini, anche Francesco ha comunque sottolineato più volte l’importanza del latino – come, ad esempio, nel messaggio del 2023 alla Pontificia accademia di latinità –, cui è spesso ricorso, «per spiegare il significato più profondo di parole, concetti teologici o filosofici in modo semplice e comprensibile».
Su tutta questa questione mette ordine, con il suo consueto acume, il giornalista e scrittore Francesco Lepore, nel suo ultimo libro Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi, Edito da Castelvecchi in uscita in questi giorni, con prefazione del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi. E con la sua nota acribia ha dedicato alla questione interna alla Chiesa uno specifico paragrafo dal titolo provocatorio Chiesa e latino: una storia d’amore finita? In questo libro, dai temi difficili ma dalla scrittura scorrevole e piacevolissima troviamo anche una selezione di cinquanta brevi articoli, in lingua latina con traduzione italiana a fronte, su fatti, persone, curiosità degli ultimi cinque anni.
Già latinista pontificio in Segreteria di Stato, l’autore, che ha abbandonato il ministero sacerdotale nel 2006 per motivi di coscienza e vivere apertamente la propria omosessualità, cura infatti dal 2020 una rubrica quotidiana in latino su Linkiesta.it, da cui sono tratte le commentatiunculae scelte e raccolte nel libro.
Nelle osservazioni introduttive al volume Lepore spiega, con grande chiarezza, l’utilità del latino quale valido mezzo per migliorare le capacità espressive in italiano, potenziare il nostro vocabolario, conoscere più approfonditamente le lingue europee e accedere al complesso della cultura occidentale. E osserva anche come si debba «principalmente, sebbene non solo, alla Chiesa cattolica» se lo stesso latino è anche «sopravvissuto fino ai nostri giorni come lingua non solo di studio ma anche di comunicazione» (p. 26). Con esplicito riferimento proprio agli scriptores della citata Sezione latina della Segreteria di Stato vaticana, che, componendo in tale lingua i più importanti documenti pontifici, contribuiscono ad attualizzare il latino col conio di neologismi o l’attribuzione di nuovi significati a parole già esistenti, per esprimere adeguatamente concetti e realtà contemporanei. Ed ha perfettamente ragione quando definisce infondate «le mai sopite voci, rimesse periodicamente in circolo dai mezzi d’informazione, sull’abolizione e sulla proscrizione dell’uso del latino nella liturgia e nella vita della Chiesa» (p. 29). Voci, che sono da attribuire anche a una certa negligenza di preti e vescovi nel seguire le numerose direttive pontificie sull’uso del latino, ma soprattutto la grossolana identificazione da parte di alcuni media «tra lingua e antica forma del rito romano», complice la liberalizzazione della cosiddetta “Messa tridentina” o “preconciliare”, disposta da Benedetto XVI nel 2007 e totalmente ridimensionata – al limite quasi della proibizione – da Francesco nel 2021.
Personalmente appartengo a quella generazione, che ha vissuto con entusiasmo la stagione conciliare e ha positivamente salutato l’introduzione delle lingue nazionali nella liturgia per una maggiore comprensione dei misteri celebrati e della Parola di Dio annunciata. Ma, proprio secondo il dettato della Sacrosanctum Concilium, riconosco, allo stesso tempo, la bellezza e la ricchezza della liturgia in latino. Né, in linea di massima, sono totalmente contraria alla Messa in rito romano antico ( se non quando è celebrata, partecipata e promossa, a puro scopo polemico e divisivo, come nei seguaci di Marcel Lefebvre per rigettare il Vaticano II): da sempre nella Chiesa sono molti e vari i riti legittimi, che esprimono l’unica ricchezza della fede. Lo dice Francesco Lepore in una nota, «le restrizioni, imposte con zelo forse eccessivo» da Bergoglio con la Traditionis custodes, «hanno invece non solo acuito le divisioni intraecclesiali tra “conservatori” e “progressisti” ma anche favorito, più in generale, un’ulteriore polarizzazione delle posizioni pro e contro il latino». E ciò non è certamente un elemento positivo


