giovedì 12 ottobre 2017

racconto di una storia esemplare

 




                          Peppino Bivona 




Le famiglie contadine quando si potevano permettere di fare studiare i figli  l’indirizzavano sempre  verso la carriera di medico,avvocato, ingegnere , professioni di sicuro avvenire, un lavoro sotto “li canali” (le tegole, al sicuro), se poi , magari, aveva la vocazione ,divenivano alti prelati. Per contro, i figli meno perspicaci, con poche ambizioni ,restavano a lavorare la terra.

Così negli anni  in agricoltura si “sedimentò” e “stratificò” uno strato sociale che divenne “causa ed effetto”  della sua  debolezza strutturale  ovvero una perenne ed incisiva subordinazione dell’agricoltura nei confronti di altri settori e comparti dell’economia.
Le istituzioni delle scuole agrarie o delle stesse facoltà di agraria , nella prima metà del XX° secolo non diedero maggior sollievo alla nostra agricoltura . A tutt’oggi il settore dispone  di “uomini  e mezzi “ ragguardevoli , studi e ricerche per  ogni settore e per specifica coltura si sprecano , le innovazioni sia di prodotto che di processo invadono le campagne ….. eppure l’agricoltura langue,  vive in perenne stato comatoso: perciò  nessuno vuole restare a lavorare la terra!
Ora siamo a chiederci: dove abbiamo sbagliato?.Cosa non abbiamo capito?  Cosa non ha funzionato?
L’errore fondamentale che gli “addetti”  all’agricoltura  abbiamo commesso  e stato quello di  porre tutta la nostra attenzione, il nostro interesse su tematiche “tecniche “ ed “economiche” inerenti le produzioni agro-alimentari . Insomma ci siamo preoccupati del cibo come “merce”  attenzionandolo dalla campagna fino  al mercato. Da questo punto in poi l’abbiamo lasciato nelle mani dell’industria di trasformazione agro-alimentare , alla ristorazione, ai cuochi ,ai nutrizionisti ,ai medici.
Questi soggetti in relazione alle loro convenienze e necessità  l’hanno  modificato ,alterato, arricchito, stravolto, denaturato, con il silenzio e la remissività di tutto il mondo agricolo.
Ma quali  profonde trasformazione  sono  avvenute in questo mezzo secolo?
I nuovi modelli  di agricoltura convenzionali ,oltre a influenzare  le quantità prodotte , ne hanno modificato pure la qualità? Insomma cosa ha di diverso il nostro cibo  con quello che consumavano le nostre nonne? Tutto!
Ebbene tutta la filiera del cibo è radicalmente modificata
-il suolo,la sua struttura,i livelli di humus, di sostanza organica ,di fertilità  ,le micorrize  e la ricca presenza di fauna e flora ,ecc.
-le piante  coltivate hanno modificato in parte il loro patrimonio genetico, riducendone  le varietà , impoverendone  la biodiversità ecc.
Gli ordinamenti colturali sono stati semplificati, banalizzati ,i sistemi  produttivi,appiatti, ed “omogeneizzate “ le tecniche colturali
-L’azienda agricola ha perso la sua “autonomia” , la “ciclicità” ,E divenuta sempre più dipendente dall’energia  sussidiaria esterna: la meccanizzazione,la difesa delle piante, la concimazione ecc
Esiste una stretta correlazione tra lo stato di salute del suolo e quello delle persone che si alimentano con il cibo da esso derivato. Un suolo ricco ,fertile, strutturato, consente la crescita di piante sane i cui frutti sono  ricchi di “nutrienti”, e “metaboliti secondari”  Questi  alimentano e garantiscono una buona salute ai consumatori.
Ma la vera rivoluzione il cibo la subisce quando varca i cancelli dell’azienda.
L’industria agro-alimentare ha denaturato gli alimenti. Dalla conservazione alla trasformazione ,  dalla farina alle conserve, dai succhi di frutta ai prodotti da forno.
Cosi  il terreno coltivato non è più lo stesso, le cultivar di grano  sono diverse ,le tecniche colturali radicalmente modificate, la molitura del grano innovata, la panificazione  “modernizzata”.
Perciò il pane , per mille ragioni, non è più lo stesso! Tutte le coltivazioni al pari del grano hanno subito questa “  rivoluzione” in nome della produttività  ,della redditività ed  economicità ,insomma al fine di elevare il PIL. Cosi il contenuto di omega 3 nelle uova provenienti da galline allevate all’aperto ,alimentate con erba è cento volte superiore a quello contenuto nelle uova di un allevamento industriale. Le olive conservate col sale al naturale ,contengono quasi tutte intere i Sali e gli amminoacidi di quelli trattati industrialmente con la soda. Il lardo dei maiali allevati spontaneamente ,liberi di pascolare,ha un contenuto rilevante di acido linolenico. L’estratto di pomodoro essiccato al sole ha 100volte più licopene disponibile di quello concentrato industrialmente con la centrifugazione , Il vino passito ricavato dalle uve essiccate al sole,  ha un contenuto10 volte maggiore di resveratrolo di quello, le cui uve sono state essiccate in un comodo forno elettrico. E che dire dei fichi essiccati al naturale /o delle prugne?   . Sono prodotti “diversi” che non andavano confusi.   Eppure tutto ciò è avvenuto con il silenzio  e spesso con la complicità delle istituzioni scientifiche e di ricerca . In modo particolare le istituzioni legate all’agricoltura.
 Chi ne ha pagato le spese  di questa  balordaggine sono stati gli agricoltori e i consumatori! . Le ragioni sono sempre più evidenti da un decennio , da quanto  prestigiose  istituzioni scientifiche come Campredg, Oxford e la Cornell Università , hanno attenzionato il cibo e la sua funzione metabolica nel nostro organismo. I nuovi sviluppi  della ricerca alimentare influiranno sulla nostra salute  e di riflesso sull’attività agricola  Il binomio cibo-salute passerà obbligatoriamente da un rinnovato modello di gestione agricola .
 

domenica 8 ottobre 2017

“Dovrà pur esserci un giudice a Madrid”


di Peppino Bivona


                     Don Ferdinando quella notte non riuscì a chiudere occhio, aveva conversato fino a tarda notte con la moglie, insieme avevano cercato di dare una spiegazione plausibile, un senso logico al comportamento arrogante e sprezzante del principe: come poteva disconoscere i patti sottoscritti, la sua stessa firma sul contratto, anche se stipulato trenta e passa anni fa? La sua prepotenza sembrava non avere limite, sfidava il galantuomo a far valere i suoi diritti rivolgendosi alla giustizia, ben sapendo, il farabutto, che i processi di tale natura si celebravano a Madrid!

L’alba non si fece attendere più di tanto, con gran sollievo del povero uomo, ma già sentiva il suo fedele servitore, giù nel cortile, sellare la sua giumenta baia, inseparabile animale da quasi vent’anni. Ebbene si, alla fine si era deciso, aveva accolto il suggerimento del canonico don Saverio di rivolgersi ad un famoso studio notarile-legale di Trapani ed accettare la sfida di sottoporre la vexata questio al tribunale, trasmettendo tutte le carte al giudizio insindacabile del giudice spagnolo. Salutò la figlia ancora assonnata e poi la moglie che assieme alle raccomandazioni le diede un cesto contenente le vivande sufficiente a rifocillarsi durante il lungo viaggio. Partirono presto con la speranza di raggiungere Trapani in giornata.
Questo primo tratto di strada la percorsero a trotto, poi in vista di Castelvetrano rallentarono proseguendo a passo. Questo lento procedere ebbe uno strano effetto su don Ferdinando ovvero risvegliarono in lui lontani ricordi quasi tutti legati alle vicende vissute nella sua impresa di trasformare buona parte del bosco della “Gurra” così esteso ,folto ed inestricabile , dominato da quei maestosi “busciuna”(querce da sughero) ,i placidi ed ombrosi carrubi, gli odorosi lentischi e poi le palme nane, i rovi , le roverelle…Ma ciò che lo attraeva più di tutti erano quei verdi e lussureggianti maestosi olivastri dai fusti lisci e dalla chioma svettante. Erano questi “selvatici “che più di tutto lo attraevano, sapeva come ricondurli ad una “funzione gentile”.
Superarono l’abitato di Castelvetrano si avviarono alla volta di Mazara. L’odierna Campobello era un piccolissimo centro ma con fervente attività da parte di quei pochi abitanti. Ogni qual volta don Ferdinando voleva ricacciare indietro quei ricordi, aumentava l’andatura della sua cavalla baia passando dal trotto fino al galoppo. Eppure quei ricordi erano il resoconto di buona parte della sua vita, nel bene e nel male non poteva disconoscere trent’anni di impegno febbrile nel trasformare quel bosco selvaggio irto e a tratti oscuro in un domabile esteso lussureggiante oliveto. Fu cosi che pochi anni dopo il suo matrimonio decise di accettare, d’accordo con la moglie, la proposta del principe: mettere a coltura, ovvero rendere produttivo alcune centinaia di ettari innestando tutte quante le piante di olivastro disseminati a casaccio. Decise di investire tutti i suoi risparmi, compresa la dote della moglie, in quella impegnativa impresa. Ristrutturò ed ampliò la casa posta sulla collinetta che dominava l’ampia valle  che si apriva verso il mare africano.
Lavorò senza risparmiarsi con braccianti, contadini e pastori del luogo, “domare” un bosco millenario non era impresa da poco! Abbatterono le vecchie querce, lasciò che  i fustelli servissero ai “cravunara” (carbonai) da cui potessero ricavarne pregiata carbonella. Il suo “attacco” al bosco fu dissacrante nella sua razionalità e meticolosità: operavano con un fronte di circa cento metri da est verso ovest dal vallone della Gurra alla vallata del fiume Belice utilizzavano le radure per attivare la carbonaia, il terreno alle loro spalle restava coperto dei soli olivastri. Che strano osservò don Ferdinando: il terreno  di natura argillosa su cui ospitava la carbonaia…diveniva rosso come quello dell’altipiano della Gurra.    Tuttavia  nel prosequo dei lavori si pose subito un serio problema : le maestranze locali specializzati nell’innesto degli olivastri non erano sufficienti e non  garantivano  una soddisfacente affidabilità nella riuscita dell’operazione. Decise di scrivere al principe per chiedere l’invio di una ventina di bravi innestatori, possibilmente catalani, che avrebbero contemporaneamente addestrato i locali cosi da renderlo autosufficiente.
Alla fine di febbraio alla Gurra arrivarono gli innestatori spagnoli, i quali per cortesia nei confronti del principe, portarono alcune marze di varietà coltivate in Spagna Ma don Ferdinando non ne volle sapere!
 Ora la campagna dopo Mazzara si faceva piatta, uniforme ed assolata una vasta “prateria” piena di rocce affioranti impediva lo sviluppo di una lussureggiante vegetazione. A poca distanza dal mare videro un casolare, una sorta di locanda per pochi e sparuti viaggiatori. Don Ferdinando ordinò a Matteo di riposarsi un po’ e prendere un boccone. Ma all’ombra di una tettoia di canne e con la brezza fresca che saliva dal mare l’anziano possidente non smise di ricordare. Ebbene si! Rifiutò con garbo l’offerta di marze spagnole, voleva e doveva innestare le sole varietà siciliane e del territorio!
Malgrado la viabilità a quei tempi non fosse particolarmente agevole, don Ferdinando conosceva le varietà della zona, ma cosa più sorprendente che delle stesse aveva valutato la qualità dell’olio ricavato. Cosi della Biancolilla diffusa verso l’areale di Caltabellotta ne apprezzava la produttività la discreta costanza, ma in particolare la “finezza” o la delicatezza del suo olio : poteva consumarsi appena uscito dal trappeto. Di tutt’altra natura si esprimeva l’olio della varietà Cerasuola pianta diffusissima negli areali olivicoli di Sciacca: superbo svettante buona la sua resa in olio dalle caratteristiche ben marcate, quali amaro e piccante, un olio si direbbe “robusto”. Infine, non poteva mancare la Nocellara del Belice presente negli oliveti della vicina Castelvetrano apprezzato per il suo olio fruttato oltre che per le sue olive conservate verdi.
Ora don Ferdinando aveva le idee chiare, propose agli innestatori di procedere all’innesto degli olivastri nella fascia disboscata, larga circa cento metri le varietà della zona: 60% Cerasuola 40% Biancolilla 10% Nocellara del Belice . In verità in una parte del terreno, un vasto impluvio, che successivamente chiamò “cavotto” fece innestare tutti gli olivastri a Nocellara del Belice con qualche eccezione di Giaraffa e Passulunara. Matteo le scosse garbatamente il braccio, restava da percorrere poco meno della metà di strada . Decisero di costeggiare Marsala e superato gli stagni vicino all’isoletta di “San Pantaleo” si avviarono alla volta di Trapani. Ora i ricordi dovevano fare posto alla drammaticità della situazione, da cui non aveva la minima consapevolezza di come poterne uscire in particolare con quali mezzi finanziari avrebbe potuto affrontare una causa così impegnativa? Visto che tutti i risparmi li aveva investito nelle migliorie?
Finalmente, quando ancora c’era qualche ora di luce giunsero a Trapani. Il notaio don Nicolò già lo aspettava, lo accolse come si conviene ad un galantuomo, preparò la camera degli ospiti, e dopo essersi  ripulito dalla polvere di strada venne invitato a cenare con la sua famiglia. Don Ferdinando era soddisfatto della pasto serale, delle pietanze a base di pesce e delle attenzioni che tutti i componenti della famiglia le rivolgeva: una famiglia seria e timorata di Dio. Ma ciò che più di tutto lo colpì furono quei quattro figli maschi di cui due grandicelli, in età di prendere moglie!
Terminata la cena don Ferdinando e don Nicolò si trasferirono nello studio dove al chiarore di un grosso candelabro, l’anziano possidente (di che?) tirò fuori tutta la documentazione in suo possesso ed espose i fatti accaldandosi non poco nell’evidenziare la prepotenza del principe nel negare l’evidenza. Quasi con le lacrime agli occhi concluse. “Don Nicolò, ho lavorato quasi tutta la mia vita per mettere a “coltura” la “Gurra”, ho speso i risparmi miei e quelli di mia moglie, non ho letteralmente niente, ma vi dico di più! Non ho neanche i soldi per affrontare la causa compresi i soldi per il vostro onorario! Don Nicolò non giudicatemi male, ma questa sera a cena ho visto i vostri figli…ebbene la mia proposta e semplicemente nuda e cruda, non giudicatela oscena: accettate di patrocinarmi in questa causa e se la vinceremo darò mia figlia in sposa ad uno dei vostri figli compresa tutta proprietà della  Gurra : Benedetto Iddio …dovrà pur esserci un giudice a Madrid!!”
Si, in questo raro caso a Madrid, dove arrivavano copiosi faldoni spediti dalla Santa Inquisizione, non solo c’era il giudice ..ma anche la giustizia che diede ragione a don Ferdinando,il quale da galantuomo onoro il suo impegno

Ora, se vi trovate a percorrere la ss. 115 da Menfi a Castelvetrano poco prima del bivio per Montevago, rallentate. Potete osservare sulla vostra destra maestosi ulivi secolari sparsi che si estendono verso nord …..sono i coprotagonisti di questa storia. 

martedì 3 ottobre 2017

Il Pane "Vostro"



di Peppino Bivona


                           C’era una volta, in verità non molto tempo fa, un luogo “magico” perché contemporaneamente così lontano ma di fatto vicino il paese, che si animava solo per qualche mese all’anno, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate: “li arii (le aie) di donn’Antuninu.




 Ora, non si sa bene se a causa del disastro dello sviluppo o lo sviluppo del disastro, dopo tanti anni, le dimensioni dello spazio e del tempo si intrecciano confusamente, ordiscono una trama dai contorni indefiniti, decisamente sfocati dall’euforia dell’espansione urbanistica, dalla crescita tumultuosa del post-terremoto.
Eppure la memoria infantile non tradisce, lo scenario è ancora vivido: un vasto appezzamento di terreno piano, uno dei tanti terrazzi marini che caratterizzano la campagna menfitana, posto a nord della periferia del nuovo centro abitato presumibilmente tra via Michelangelo e via Risorgimento.
 Come tutti gli anni, ai primi di giugno la contrada si vivacizzava, era tutto un frenetico preparativo per ricevere l’attesissima trebbia dei “Rimiti”. Donn’Antuninu armato di picchetti di legno e”mazzotto” disegnava con geometrica precisione “l’aria” da assegnare ai tanti contadini che avevano deciso di trebbiare il grano con la “macchina”.
Si, perché In verità l’orzo, l’avena, le fave e i ceci si continuava a “pesarli” con i muli su un’area circolare proporzionale all’entità dei “gregni”(covoni)  raccolti. Questi erano allocati in una area “attrezzata” meglio esposta ai venti.
Dopo la mietitura che durava giorni e giorni sotto un sole caldo e impietoso, dove per ogni chicco di grano la natura ne imponeva una goccia di sudore, i covoni a basto dei muli venivano trasportati la mattina presto nelle” arii” dove con esperta sapienza si sistemavano a forma di tronco di piramide(timogne) lungo dei percorsi ortogonali tali da simulare il centro abitato.
Il protagonista unico di questi giorni era “La matinata “, ovvero l’inizio dei lavori da eseguirsi immancabilmente all’alba, con una suddivisione stupefacente del chiarore mattutino: le sette albe!. Appena “spaccava” la prima luce del sole, prendeva il via il lavoro dello “strauliari” (trasporto) perché le spighe rese plastiche dall’umidità della notte non si rompessero o/e perdessero per strada. A quel tempo il valore delle cose era commisurato alla fatica necessaria a produrle!
“Li gregni” sistemati nelle “timogne” restavano a “riposare” per giorni in attesa del turno, ma la sosta non era inutile, diveniva una tappa quasi obbligata, una esigenza fisiologica, perché si potesse consentire ai tanti minerali, in particolare al silicio, di migrare dal lungo stelo fino alle cariossidi. Strano che possa sembrarvi ma dopo l’introduzione delle mietitrebbiatrici alcuni mulini e panificatori ne domandavano la provenienza.
L’avvio della trebbiatura non avveniva prima delle ore 9 o 10, il caldo doveva svelare il seme spogliarlo dalle tuniche della pula che amabilmente lo proteggevano evitando di rischiare di finire in mezzo alla paglia.
 Si, la paglia questa inseparabile compagna delle cariossidi, a quei tempi aveva una sua dignità, una rispettabilità economica. Certo la maggiore attenzione era riserbata al grano, ma la paglia, la lunghezza dei suoi steli, naturalmente vuoti, resa appetibile dalle moltitudini di foglioline ascellari doveva alimentare l’asino e il mulo senza i quali l’attività agricola non sarebbe stata possibile.
I grani coltivati erano tanti spesso miscelati tra loro a caso, senza rispettare i limiti imposti dalla “purezza”, così come oggi prescritti dalle attuali norme legislative.
Dominavano il  Senatore Cappelli, dal caratteristico colore nero delle reste, il Bidi alto svettante,Russello,Timilia, Perciasacchi  e il nuovo arrivato Capeiti.
L’avvio delle trebbiatura era preceduto dall’accensione del vecchio, massiccio “Landini” a cui veniva posizionata in basso alla testata, la fiamma alimentata delle prime bombole a gas . Una volta riscaldata, due robusti operai a mano giravano la puleggia fino a quando non si sarebbe avviato il motore con il suo inconfondibile monotono rumore.  Le ruote del Landini erano dentate somiglianti a quelli di un pescecane, affondavano saldamente i rebbi nel terreno consentendo a due lunghe tese e robuste cinghia di trasmettere il “moto” e procedere alla trebbiatura ovvero la rottura delle spighe, alla separazione dalla pula, fino alla cernita del grano che usciva da una piccola bocca per riversarsi in un ambio contenitore quadrato di legno. La paglia raccolta posteriormente veniva imballata, squadrata in grossi porzioni a forma parallelepipedo, tenuta insieme da robusti fili di ferro.
 L’aria, tutt’intorno ci avvolgeva, venivamo immersi in una strana foschia, sentivi uno strano odore: di polvere, di pula, di grano…di umanità 
La Guerra era finita da alcuni anni, ma le tensioni sociali non si placavano. La “metadaria”dominava nei contratti  che regolavano i rapporti tra impresa e proprietà. Il prezzo del grano scendeva ogni anno, i contadini erano sempre più sfiduciati, qualcuno più intraprendente proponeva di impiantare la vigna , ora grazie all’acqua del Consorzio si poteva produrre uva in gran quantità e venderla a commercianti del marsalese.
Donn’Antuninu acoltava con aria perplessa e scuoteva la testa, finché spazientito si rivolse a mio padre e sbottò tutto di un fiato: “ Ora tu, Fili, mi devi diri, quannu li picciliddi chiancinu, pichì hannu fami , chi ci duni tu, na fedda di pani o un biccheri di vinu? (Se i bambini piangono per la fame, cosa gli dai una fetta di pane o un bicchiere di vino!?)
Ebbene,caro donn’Antuninu,  oggi per fortuna i nostri figli non piangono più per fame, se li vedesse sono coloriti e floridi , in carne(anche un po’ troppo) , ma in questo mezzo secolo e più  sono successe tante cose che Lei neanche lontanamente può immaginare, Le posso solo dire che oggi  ho seri dubbi se dare una fetta di “questo “pane ai miei figli! Si, debbo confessarlo: non so di preciso come lo fanno, con quali farine, con che tipo di grano e dove viene coltivato. Lo stesso vale per la pasta, la pizza, le torte, i biscotti…Il progresso ci ha sedotto e poi …abbandonato. Ci siamo lasciati incantare dalle sirene della “modernità” dalla velocità, la produttività. Abbiamo sovvertito i cicli naturali, dalle rotazioni delle colture, alla molitura del grano, dalla lievitazione del pane all’essicazione delle paste. Insomma con un colpo di spugna abbiamo cancellato la “lentezza”. Ma con una perfetta simmetria ci ammaliamo altrettanto velocemente di malattie nuove, strane, allergie, intolleranze, stati infiammatori cronici delle mucose intestinali, di cui solo ora gli scienziati sono riusciti a stabilire precisi nessi di causa-effetto.

Cambiamo la realtà che ci circonda, ne mutiamo radicalmente i connotati tali da renderli irriconoscibili, ma non valutiamo e soppesiamo intelligentemente le pesanti conseguenze.

lunedì 11 settembre 2017

I Bio-Furbetti

I  Bio-Furbetti


 Spesso si incontrano aziende, aree e distretti, con tanto di tabelle,  che vengono definite biologiche, ma chi sa perchè alcune vendono al mercato convenzionale, eppure produrre con il sistema biologico costa!
Perchè?


I cosmetici e gli alimenti bio oggi sono prodotti in diffusione, ma anche in questo settore ci sono tanti i furbetti, i furbetti del bio che usano le parole giuste per attirare i consumatori.Naturale, biologico... e costoso. Ma la differenza di costo è giustificata per tutti i prodotti sullo scaffale?

Canale Cavour, piana vercellese: le risaie si stanno convertendo al biologico, ma in molti fanno i conti e dicono che è una farsa. Lo dicono i risicoltori, che servirebbe fare i controlli dopo la semina: andate a controllarli, nel momento in cui diserbano!

I produttori che usano i diserbanti accusano quelli del biologico di giocare sporco: sul sito del Sinab, la produzione di biologico ha una media di 67,84 q.li per ettaro. Il riso non biologico ha una media di 65 q.li.
Produco di meno se uso i diserbanti? È chiaro che c'è qualcosa che non va.
I prezzi crollano per colpa del dazio zero, deciso dall'Europa, sul riso importato dalla Birmania: noi italiani siamo i primi produttori di riso in Europa e siamo danneggiati da questa politica.

L'importazione selvaggia sta danneggiando i nostri risicoltori, che hanno bisogno del contributo europeo.
E allora in molti si sono però buttati sul bio, che paga di più, anche se ha leggi più stringenti: il riso bio costa tre volte di più. Ma anche tra i borsisti del riso, qualcuno dice che non esiste riso bio: la produzione del biologico scenderebbe tantissimo. Come è possibile che la resa sia la stessa del convenzionale?
Riso bio è possibile, ma senza le rese che sono registrate in Italia: forse hanno un padreterno che li aiuta, dice un vecchio agricoltore.

E i certificati degli enti? Li rilasciano le ditte che fanno bio, ma i controlli? Piero Riccardi è andato al laboratorio della borsa del riso: qui si fanno le analisi sul riso, anche quelli dei residui dei fitofarmaci.
Che non si trovano né su quello bio, né su quello non bio. Dov'è allora la differenza? Gli esami dovrebbero essere fatti quando si diserba, perché nel biologico è vietato diserbare.
 
Azienda Stocchi: si è convertita al biologico, dopo una malattia in famiglia. Ora produce solo riso senza diserbanti: fanno la rotazione dei campi, facendo riposare i terreni. La resa è chiaramente minore, perché non si sfrutta al massimo il terreno.

I costi per la produzione del riso si abbattono, senza l'uso di prodotti chimici e riducendo la produzione nei campi. Ma la produzione è inferiore: chiaramente l'obiettivo è la qualità del prodotto che importa.
In tasca al contadino rimane di più, anche con minore produzione. Il punto è che la produzione media del bio è quasi uguale a quella del riso convenzionale: forse a dubitare sul bio si ha ragione. Anche perché il responsabile della agricoltura sostenibile, in regione, non conosce i numeri della resa del bio.

Come funzionano i controlli

Da 1700 sono passati a 3000, gli ettari dedicati alla coltura bio nel 2014: molti produttori fanno però un mix bio e convenzionale. Il marchio bio lo danno gli enti di controllo, che a loro volta dovrebbero essere controllati dalle regioni, che delegano alle province. Teoricamente: in pratica il controllo è fatto attraverso questionari fatti compilare agli agricoltori.
E quelli che fanno produzione mista?
La provincia di Novara non ha le forze per controllarle tutte: si controlla solo sulla carta dicono a Vercelli e Novara. Bioagricert è l'organismo di controllo in Piemonte e Lombardia: solo il 3% è stata rilevata difettosità, ovvero è stato trovato un diserbante. L'area del vercellese e del novarese è anche quella più inquinata dagli erbicidi, dicono all'Arpa. Ma il picco degli inquinanti si ha solo quando si usa il prodotto chimico, che ha un tempo di degrado basso e in una decina di giorni le misurazioni riportano valori già bassi. La parola è deroga: deroga sulle regole di produzione del bio, fatte dalla regione Piemonte, che permetteva fino a ieri la produzione di riso bio tutti gli anni sullo stesso campo. Ma ora la ha vietato, mentre in Europa si sta discutendo di vietare anche la produzione mista.
Meglio tardi che mai.

Il mercato cosmetico

Esiste anche il biologico dentro la cosmesi, senza sostanze chimiche: è un settore in crescita, molti consumatori hanno iniziato a comprare bio attratti dalle parole stampigliate sulle confezioni.
Tutte con la parola bio sulla confezione.
Nel 2014 il fatturato di questo settore è stimato in 400ml di euro, 8% in più rispetto al mercato.
Ma non esistono regole precise, a livello europeo e mondiale: in che modo allora si può scrivere bio sulla confezione? Un erborista ha mostrato al giornalista di report come si coltivano i campi, senza pesticidi: dalle piante coltivate, si producono poi i prodotti cosmetici.
Anche qui c'è un ente certificante.

Ma ci sono i finti bio: prodotti che sono chiamati “naturali”, anche se c'è scritto biologico sulla confezione.
Biologico significa che gli ingredienti sono prodotti in una determinata maniera, da una agricoltura biologica: bisogna leggere la lista che compone il prodotto.
Peccato che gli scaffali sono pieni di prodotti che di bio hanno solo il nome: quanti si leggono la lista dei componenti, si scopre che dentro ci sono sostanze che arrivano dal petrolio, come la paraffina.
Anche l'uso della scritta “non testato sugli animali” è fuorviante, perché è vietato dal 2004. Come la scritta nickel tested, vietato da anni.
Stesso discorso per i prodotti per cosmesi con la scritta per celiaci: la celiachia non ha nulla a che fare con l'uso di prodotti cosmetici. Ma chi difende il consumatore da queste false informazioni?
Le aziende dovrebbero farsi controllare da un ente esterno: ce ne sono 7 e non hanno un unico standard: la verità è che sulla cosmesi non c'è un controllo esterno e non esiste un sistema di tutela per i consumatori. Intervistato dal giornalista il sottosegretario Abrignani ha risposto che è un argomento che sarà oggetto di riflessione alla Camera.
Ma la legge presentata non va avanti, perché ci sono cose più importanti, dice il presidente della commissione ambiente Realacci. Il risultato è che fino ad oggi c'è una concorrenza sleale che frega i produttori onesti



http://www.agoravox.it/Report-I-biofurbi.html

mercoledì 30 agosto 2017

Auguste Escoffier, uno chef che...

Elisa Fernandez 

Se Artusi e Marchesi  da "Custodi dell'Identità Territoriale" alla nidiata di tanti bravi allievi della cucina italiana nel mondo, sono ancora oggi di esempio., lo dimostra che in tantissimi preferiscono frequentare ristoranti, con bravi cuochi di quella scuola 
Escoffier mentre è stato l'opposto, uno chef, confinato nella cucina francese, 
famoso all'epoca perchè si adoperò molto, eliminò l’aglio, sostituì l’olio di oliva EVO con il burro, quasi a rimarcare la differenza tra la cucina francese e quella italiana- mediterranea, dove come è noto l'aglio e l'olioEVO sono componenti essenziali.
L'arte culinaria del Bel Paese, non è mai stata sub-alterna a quella francese, infatti, la prima è ricercata in tutto il mondo, la seconda è confinata in Francia.


Auguste Escoffier  ha inventato la Pesca Melba, una ricetta dessert molto famosa. Riteneva che l’arte culinaria dovesse essere praticata con semplicità, valorizzando sapore e nutrimento dei cibi. La sua grande ammiratrice era “ADA BONI”, autrice “IL TALISMANO DELLE FELICITA”.

Auguste Escoffier nacque a Villeneuve Loubet (dipartimento delle Alpi Marittime della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra) nel 1846 e morì a Montecarlo nel 1935. La professione gli venne imposta da suo padre che a tredici anni lo inviò presso uno zio ristoratore per apprendere i rudimenti del mestiere. Sei anni dopo Auguste arrivò al Petit Moulin Rouge di Parigi come semplice aiuto di cucina e in poco tempo divenne lo chef che prepara la salse per ogni tipo di portata (chef saucier).  

  Nel 1899 Ritz acquisto anche il Carlton Hotel di Londra e affidò ad Auguste Escoffier il ruolo di maître.

Nei vent’anni in cui rimase al Carlton, Escoffier scrisse i suoi trattati: nel 1903 vide la luce La guide culinaire   a cui nel 1912 aggiunse come necessario completamento Le livre des menus   Nel 1934 pubblicò Ma cuisine   della sua visione della ristorazione francese. 

 Insomma uno, che non ha niente a che dividere con la cucina italiana, un nemico della dieta mediterranea visto che ha sostituito l'olio EVO con il burro  

 

 


sabato 1 luglio 2017

In ricordo di Filippo Basile

Associazione qualificata presso
il MIUR per le attività di formazione dei docenti
D.M. 28/12/2010

Delegazione Territoriale Sicilia

Associazione Italiana Formatori
Delegazione Territoriale Sicilia
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In collaborazione con
Città di Mazara del Vallo


GIORNATA DELLA LEGALITA’

in ricordo di Filippo Basile
nel 18° anniversario della sua uccisione

“Prevenzione della corruzione e trasparenza: competenze, attribuzioni, responsabilità”

Mercoledì 5 luglio 2017 – ore 9:30-13:30

Mazara del Vallo, Sala “La Bruna”, Collegio dei Gesuiti
Piazza Plebiscito


www.associazioneitalianaformatori.it


Programma

09:30 - Accreditamento dei partecipanti

10:00 - Apertura dei lavori e saluto delle autorità:
ü    Nicolò Cristaldi, Sindaco della Città di Mazara del Vallo
ü    Nicolò Catania, Presidente del Consorzio Trapanese per la Legalità e lo Sviluppo

Introduce Salvatore Cortesiana, Presidente Regionale AIF Sicilia
Coordina i lavori Antonella Marascia, Segretario generale del comune di Mazara del Vallo, Past president AIF Sicilia

Intervengono sul tema:

ü    Bernardo Triolo, Direttore del Consorzio Trapanese per la legalità e lo sviluppo: “L’effettivo coinvolgimento degli amministratori locali nell’impostazione della strategia di prevenzione della corruzione (punto 5.1 del PNA 2016)”

ü    Maria Rita Comparetti, Presidente del Comitato Unico di Garanzia (CUG) per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni, della Regione Siciliana: “Compiti istituzionali del CUG, catalizzatore di Etica e Trasparenza per la P.A., con esternalità positive in Performance Organizzativa”

ü    Vito Bonanno, Segretario generale del Comune di Alcamo: Dal diritto di accesso al diritto di informazione: le nuove regole sulla trasparenza introdotte dal decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97”

ü    Antonella Spataro, componente dell’Organismo Indipendente di Valutazione (OIV) del Comune di Palermo: “Il ruolo dell’Organismo indipendente di valutazione per il rafforzamento della cultura della legalità e della trasparenza” (in attesa di conferma)

ü    Calogero Cittadino, Presidente del Collegio dei Revisori dei Conti del Comune di Mazara del Vallo: “Il supporto degli organi di  controllo interno per la prevenzione della corruzione”

ü    Antonina Marino, Dirigente Istituto Comprensivo Statale ad Indirizzo Musicale "Luigi Pirandello" di Mazara del Vallo “Scuole e legalità: Dai processi amministrativo-contabili alla formazione dei cittadini”

12:00 – Spazio per interventi dei partecipanti: Proposte per la mitigazione del rischio corruttivo ed il rafforzamento della trasparenza e della legalità nelle Pubbliche amministrazioni locali

Coordina il dibattito Antonella Rosetto Ajello, Consigliere regionale AIF Sicilia

13:00“Un ricordo di Filippo Basile” a cura del Consiglio direttivo regionale AIF Sicilia

13:30 - Conclusione dell’attività



INFO:
Destinatari: Soci e socie AIF, Responsabili prevenzione corruzione e trasparenza (RPCT), Amministratori locali, Segretari, Dirigenti e Funzionari comunali, Componenti degli organi di controllo interno degli enti locali (Revisori, OIV), Componenti dei Comitati Unici di Garanzia (CUG), Dirigenti scolastici, Educatori, Cittadini.

La partecipazione è gratuita. Ai partecipanti sarà rilasciato l’attestato utile ai fini del conseguimento dei crediti formativi (0,5 credito).

La partecipazione all’evento in locandina autorizza AIF Sicilia – a meno di una esplicita dichiarazione di diniego da parte dell’interessato – a riprendere e/o a far riprendere in video e/o fotografare i partecipanti all’evento stesso allo scopo promuovere le attività dell’Associazione presso le reti telematiche, in contesti che non ne pregiudichino la dignità personale ed il decoro.

Per motivi organizzativi occorre accreditarsi entro lunedì 3 luglio 2017 compilando la scheda allegata e inoltrandola via e-mail ai seguenti indirizzi:
antonellamarascia@gmail.com, delegazione.sicilia.aif@virgilio.it

La sede dell’evento di trova a Mazara del Vallo, in Piazza Plebiscito. Si consiglia di parcheggiare al Piazzale G.B. Quinci. La sede dell’evento si raggiunge a piedi in 2 minuti.


SONO APErte le iscrizioni AIF

CONTATTI:
AIF – Associazione Italiana Formatori
Via Antonio da Recanate, 2 • 20124 Milano Italy
tel (+39) 02 48013201 fax (+39) 02 48195756

Presidente regionale: Salvatore Cortesiana
delegazione.sicilia.aif@virgilio.it
  



giovedì 15 giugno 2017

Identità e ricchezza del vigneto Sicilia



Presso la Sala Mattarella (ex Sala Gialla) di Palazzo dei Normanni, Venerdì 23 giugno ore 10.00,  questo Assessorato presenterà il volume 
"Identità e ricchezza del vigneto Sicilia"
un lavoro decennale frutto della collaborazione tra le migliori professionalità del mondo universitario e di questa amministrazione regionale.
Il volume racchiude i risultati di una lunga indagine eseguita su migliaia di rilievi agronomici e micro vinificazioni sperimentali, che hanno permesso di ampliare le conoscenze sulle principali varietà autoctone, e restituire anche l'identità a importanti varietà antiche di cui si erano perse le tracce.
Per poter partecipare all'Evento, è necessario registrarsi inviando una mail all'indirizzo: 

segreteria.assessorerisorseagricole@regione.sicilia.it 

 indicando il nominativo di chi prenderà parte alla pre-sentazione.
Considerato che l'ingresso nei locali sarà consentito fino al limite di centoventi persone, cui verrà fatto omaggio del volume presentato, sarà data priorità secondo l'ordine di arrivo delle iscrizioni.

L'ASSESSORE

On.le A. Cracolici