martedì 3 ottobre 2017

Il Pane "Vostro"



di Peppino Bivona


                           C’era una volta, in verità non molto tempo fa, un luogo “magico” perché contemporaneamente così lontano ma di fatto vicino il paese, che si animava solo per qualche mese all’anno, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate: “li arii (le aie) di donn’Antuninu.




 Ora, non si sa bene se a causa del disastro dello sviluppo o lo sviluppo del disastro, dopo tanti anni, le dimensioni dello spazio e del tempo si intrecciano confusamente, ordiscono una trama dai contorni indefiniti, decisamente sfocati dall’euforia dell’espansione urbanistica, dalla crescita tumultuosa del post-terremoto.
Eppure la memoria infantile non tradisce, lo scenario è ancora vivido: un vasto appezzamento di terreno piano, uno dei tanti terrazzi marini che caratterizzano la campagna menfitana, posto a nord della periferia del nuovo centro abitato presumibilmente tra via Michelangelo e via Risorgimento.
 Come tutti gli anni, ai primi di giugno la contrada si vivacizzava, era tutto un frenetico preparativo per ricevere l’attesissima trebbia dei “Rimiti”. Donn’Antuninu armato di picchetti di legno e”mazzotto” disegnava con geometrica precisione “l’aria” da assegnare ai tanti contadini che avevano deciso di trebbiare il grano con la “macchina”.
Si, perché In verità l’orzo, l’avena, le fave e i ceci si continuava a “pesarli” con i muli su un’area circolare proporzionale all’entità dei “gregni”(covoni)  raccolti. Questi erano allocati in una area “attrezzata” meglio esposta ai venti.
Dopo la mietitura che durava giorni e giorni sotto un sole caldo e impietoso, dove per ogni chicco di grano la natura ne imponeva una goccia di sudore, i covoni a basto dei muli venivano trasportati la mattina presto nelle” arii” dove con esperta sapienza si sistemavano a forma di tronco di piramide(timogne) lungo dei percorsi ortogonali tali da simulare il centro abitato.
Il protagonista unico di questi giorni era “La matinata “, ovvero l’inizio dei lavori da eseguirsi immancabilmente all’alba, con una suddivisione stupefacente del chiarore mattutino: le sette albe!. Appena “spaccava” la prima luce del sole, prendeva il via il lavoro dello “strauliari” (trasporto) perché le spighe rese plastiche dall’umidità della notte non si rompessero o/e perdessero per strada. A quel tempo il valore delle cose era commisurato alla fatica necessaria a produrle!
“Li gregni” sistemati nelle “timogne” restavano a “riposare” per giorni in attesa del turno, ma la sosta non era inutile, diveniva una tappa quasi obbligata, una esigenza fisiologica, perché si potesse consentire ai tanti minerali, in particolare al silicio, di migrare dal lungo stelo fino alle cariossidi. Strano che possa sembrarvi ma dopo l’introduzione delle mietitrebbiatrici alcuni mulini e panificatori ne domandavano la provenienza.
L’avvio della trebbiatura non avveniva prima delle ore 9 o 10, il caldo doveva svelare il seme spogliarlo dalle tuniche della pula che amabilmente lo proteggevano evitando di rischiare di finire in mezzo alla paglia.
 Si, la paglia questa inseparabile compagna delle cariossidi, a quei tempi aveva una sua dignità, una rispettabilità economica. Certo la maggiore attenzione era riserbata al grano, ma la paglia, la lunghezza dei suoi steli, naturalmente vuoti, resa appetibile dalle moltitudini di foglioline ascellari doveva alimentare l’asino e il mulo senza i quali l’attività agricola non sarebbe stata possibile.
I grani coltivati erano tanti spesso miscelati tra loro a caso, senza rispettare i limiti imposti dalla “purezza”, così come oggi prescritti dalle attuali norme legislative.
Dominavano il  Senatore Cappelli, dal caratteristico colore nero delle reste, il Bidi alto svettante,Russello,Timilia, Perciasacchi  e il nuovo arrivato Capeiti.
L’avvio delle trebbiatura era preceduto dall’accensione del vecchio, massiccio “Landini” a cui veniva posizionata in basso alla testata, la fiamma alimentata delle prime bombole a gas . Una volta riscaldata, due robusti operai a mano giravano la puleggia fino a quando non si sarebbe avviato il motore con il suo inconfondibile monotono rumore.  Le ruote del Landini erano dentate somiglianti a quelli di un pescecane, affondavano saldamente i rebbi nel terreno consentendo a due lunghe tese e robuste cinghia di trasmettere il “moto” e procedere alla trebbiatura ovvero la rottura delle spighe, alla separazione dalla pula, fino alla cernita del grano che usciva da una piccola bocca per riversarsi in un ambio contenitore quadrato di legno. La paglia raccolta posteriormente veniva imballata, squadrata in grossi porzioni a forma parallelepipedo, tenuta insieme da robusti fili di ferro.
 L’aria, tutt’intorno ci avvolgeva, venivamo immersi in una strana foschia, sentivi uno strano odore: di polvere, di pula, di grano…di umanità 
La Guerra era finita da alcuni anni, ma le tensioni sociali non si placavano. La “metadaria”dominava nei contratti  che regolavano i rapporti tra impresa e proprietà. Il prezzo del grano scendeva ogni anno, i contadini erano sempre più sfiduciati, qualcuno più intraprendente proponeva di impiantare la vigna , ora grazie all’acqua del Consorzio si poteva produrre uva in gran quantità e venderla a commercianti del marsalese.
Donn’Antuninu acoltava con aria perplessa e scuoteva la testa, finché spazientito si rivolse a mio padre e sbottò tutto di un fiato: “ Ora tu, Fili, mi devi diri, quannu li picciliddi chiancinu, pichì hannu fami , chi ci duni tu, na fedda di pani o un biccheri di vinu? (Se i bambini piangono per la fame, cosa gli dai una fetta di pane o un bicchiere di vino!?)
Ebbene,caro donn’Antuninu,  oggi per fortuna i nostri figli non piangono più per fame, se li vedesse sono coloriti e floridi , in carne(anche un po’ troppo) , ma in questo mezzo secolo e più  sono successe tante cose che Lei neanche lontanamente può immaginare, Le posso solo dire che oggi  ho seri dubbi se dare una fetta di “questo “pane ai miei figli! Si, debbo confessarlo: non so di preciso come lo fanno, con quali farine, con che tipo di grano e dove viene coltivato. Lo stesso vale per la pasta, la pizza, le torte, i biscotti…Il progresso ci ha sedotto e poi …abbandonato. Ci siamo lasciati incantare dalle sirene della “modernità” dalla velocità, la produttività. Abbiamo sovvertito i cicli naturali, dalle rotazioni delle colture, alla molitura del grano, dalla lievitazione del pane all’essicazione delle paste. Insomma con un colpo di spugna abbiamo cancellato la “lentezza”. Ma con una perfetta simmetria ci ammaliamo altrettanto velocemente di malattie nuove, strane, allergie, intolleranze, stati infiammatori cronici delle mucose intestinali, di cui solo ora gli scienziati sono riusciti a stabilire precisi nessi di causa-effetto.

Cambiamo la realtà che ci circonda, ne mutiamo radicalmente i connotati tali da renderli irriconoscibili, ma non valutiamo e soppesiamo intelligentemente le pesanti conseguenze.

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