sabato 29 agosto 2026

“TerreVive” – Una comunità che si prende cura del proprio territorio

 NinoSutera

Il 90% della superficie andata a fuoco, una volta era coltivata, (ortaggi, vigneti ect)     oggi non lo è più,  per una serie di motivi. Non si è bruciato un appezzamento isolato,  ma un'area vastissima. Allora che fare, aspettare il prossimo incendio il prossimo anno? Oppure tentare di costruire una soluzione sostenibile?



Ci sono terreni che non producono più.
Non perché la terra abbia smesso di essere fertile, ma perché è venuto meno il legame tra quella terra e chi dovrebbe custodirla. Sono appezzamenti silenziosi, spesso dimenticati, che col tempo diventano fragili: erbacce alte, incuria, abbandono. E, con l’arrivo dell’estate, diventano pericolosi. Basta una scintilla e quel silenzio si trasforma in incendio.


Questa proposta nasce da una consapevolezza semplice ma profonda: la terra abbandonata non è mai neutrale. O torna a vivere, oppure diventa un rischio per tutti.

“TerreVive” è un invito – prima ancora che un progetto – rivolto alla comunità: ai proprietari, agli agricoltori, ai giovani, alle associazioni. È l’idea che il territorio non sia una somma di proprietà isolate, ma un patrimonio condiviso di responsabilità.

L’obiettivo è trasformare i terreni incolti da problema a opportunità.
Non attraverso imposizioni, ma attraverso un percorso che favorisca l’incontro tra chi possiede la terra e chi ha il desiderio e la capacità di coltivarla. Un patto semplice: la terra torna a essere curata, il rischio diminuisce, la comunità si rafforza.

Immaginiamo un sistema in cui i terreni non utilizzati possano essere messi temporaneamente a disposizione di chi vuole coltivarli: giovani che cercano una prima occasione, agricoltori che vogliono ampliare la propria attività, realtà sociali che vedono nella terra uno strumento di inclusione. Non si tratta di togliere nulla a nessuno, ma di restituire valore a ciò che oggi è fermo.

In questo scenario, il Comune insieme ad altre istituzioni,  non è un controllore, ma un facilitatore.
Un soggetto che mette in relazione, che costruisce fiducia, che accompagna. Un’istituzione che interpreta fino in fondo il proprio ruolo: non limitarsi a intervenire dopo l’emergenza, ma prevenire, costruire, attivare energie.

La prevenzione degli incendi diventa così il primo risultato visibile, ma non l’unico.
Accanto alla sicurezza, emergono altri effetti: il recupero del paesaggio rurale, la cura dei margini urbani, la nascita di nuove microeconomie locali, il rafforzamento dell’identità agricola del territorio.

“TerreVive” può anche diventare uno spazio di sperimentazione: colture tradizionali che tornano, varietà locali recuperate, pratiche agricole sostenibili. Un modo per riannodare il filo tra memoria e futuro, tra sapere contadino e innovazione.

Ma soprattutto, questa proposta rimette al centro un principio spesso dimenticato: la terra non è solo un bene privato, è anche un bene che incide sulla sicurezza e sul benessere collettivo. Quando è curata, protegge. Quando è abbandonata, espone.

Per questo motivo, il percorso che si propone al Consiglio Comunale non è immediatamente regolatorio, ma aperto e progressivo. Un primo passo potrebbe essere l’ascolto: coinvolgere i proprietari, comprendere le ragioni dell’abbandono, raccogliere disponibilità. Poi, costruire strumenti semplici, volontari, accessibili. Infine, valutare eventuali forme più strutturate, sempre nel rispetto dei diritti ma anche nell’interesse della comunità.

“TerreVive” non è una soluzione calata dall’alto.
È una visione che può crescere nel tempo, adattarsi, prendere forma insieme ai cittadini.

Perché la vera domanda non è solo come evitare gli incendi.
La vera domanda è: che rapporto vogliamo avere con il nostro territorio?

Se scegliamo di prendercene cura, la terra risponderà. Sempre.

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