Caterina Carla Setti
Una prassi nazionale per la tutela delle comunità rurali
Intervista a Nino Sutera, ideologo e coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo
Nino Sutera, l'esperienza della Ganzega riconosciuta dalla Camera di Commercio di Trento sembra andare oltre la dimensione locale. Perché ritiene che possa diventare una proposta nazionale?
Perché dietro la parola Ganzega non c'è semplicemente un'usanza agricola trentina. C'è un principio molto più ampio: quello del buon rendere, della reciprocità, dell'aiuto tra persone che condividono un territorio e che, nei momenti di bisogno o di maggiore intensità del lavoro, decidono di sostenersi senza trasformare necessariamente quel gesto in una prestazione economica.
La Camera di Commercio di Trento ha avuto il merito di compiere un'operazione importante: non ha inventato una nuova pratica, ma ha riconosciuto e documentato una consuetudine storicamente radicata. È proprio questo, a mio avviso, il punto di partenza di una riflessione nazionale.
La domanda non dovrebbe essere soltanto: come si chiama la Ganzega? La domanda vera è: quante forme di aiuto reciproco, con nomi differenti, esistono nelle campagne italiane?
In Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche, nel Mezzogiorno e in Sicilia esistono pratiche analoghe, che rischiano di scomparire, perchè quasi in disuso. Cambiano i nomi, i rituali, i contesti, ma il principio resta molto simile: oggi do una mano a te, domani tu la darai a me. È il buon rendere che diventa infrastruttura sociale della comunità.
Quindi la Ganzega non sarebbe soltanto una tradizione agricola, ma una forma di capitale sociale?
Esattamente. E questa è la ragione per cui considero l'esperienza trentina particolarmente interessante.
Una comunità rurale non si regge soltanto sulle infrastrutture materiali. Si regge anche sulla fiducia, sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla capacità delle persone di mobilitarsi insieme.
Quando familiari, amici e vicini aiutano durante la vendemmia, la raccolta o un momento di particolare necessità, non stanno semplicemente mettendo a disposizione qualche ora di lavoro. Stanno rinnovando un patto comunitario.
E ancora più significativo è il cosiddetto aiuto di soccorso, cioè quella forma di solidarietà che si manifesta quando un agricoltore si ammala, subisce un infortunio o attraversa una situazione di emergenza.
In quel momento la comunità dice, concretamente: non sei solo.
Credo che questa frase racchiuda tutta la forza culturale della Ganzega.
A livello nazionale, come si potrebbe trasformare questa esperienza in una prassi condivisa?
Io partirei da un principio molto semplice: non creare una nuova norma nazionale che imponga una tradizione, ma costruire un metodo nazionale per riconoscere le tradizioni già esistenti.
Il modello trentino dimostra che un'istituzione può ascoltare il territorio, raccogliere testimonianze, fotografie, documenti, memorie orali, verificare la storicità di una pratica e inserirla, quando ne ricorrono i presupposti, nella Raccolta degli usi.
Questa metodologia potrebbe essere diffusa su scala nazionale attraverso una collaborazione tra Unioncamere, Camere di Commercio, istituzioni agricole, ANCI, Regioni, organizzazioni professionali, mondo accademico e rappresentanze delle comunità rurali.
L'obiettivo non sarebbe creare "la Ganzega italiana", perché sarebbe un errore uniformare ciò che per sua natura è diverso.
L'obiettivo sarebbe riconoscere le tante Ganzeghe d'Italia.
Lei insiste molto sulla parola “buon rendere”. Perché?
Perché buon rendere contiene una filosofia.
La Ganzega appartiene a una cultura della reciprocità nella quale l'aiuto non viene misurato immediatamente in denaro. Il valore sta nel rapporto che si crea.
Il termine può cambiare da borgo a borgo. Può chiamarsi Ganzega, regalia, aiuto, soccorso, scambio di manodopera o assumere denominazioni dialettali che conosciamo soltanto localmente.
Ma la sostanza è la stessa.
Il patrimonio non è soltanto ciò che produciamo, ma anche il modo in cui una comunità ha imparato a produrre, a vivere e ad aiutarsi.
Ecco perché il buon rendere può diventare una categoria culturale utile per leggere molte delle nostre campagne.
Dove si colloca, in questa prospettiva, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo?
Si colloca esattamente nel punto d'incontro tra identità e comunità.
La mission dei Borghi GeniusLoci DeCo parte dalla consapevolezza che un territorio non può essere raccontato soltanto attraverso il prodotto finale.
Dietro un formaggio, un vino, un pane, un dolce, una coltura o una lavorazione tradizionale esiste una comunità.
Esistono conoscenze.
Esistono persone.
Esistono rituali.
Esistono relazioni.
Esiste una memoria collettiva.
Il Genius Loci, quindi, non è soltanto il paesaggio. È lo spirito del luogo che vive nelle relazioni tra le persone e nelle pratiche attraverso cui quelle persone hanno costruito la propria identità.
La Ganzega è un perfetto esempio di tutto questo.
Possiamo dunque considerare la Ganzega un bene del Genius Loci?
Assolutamente sì.
La considero una forma di patrimonio immateriale comunitario.
Ed è proprio qui che la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo può offrire un contributo originale: allargare il concetto di valorizzazione territoriale.
Siamo abituati a parlare di prodotti tipici, prodotti tradizionali e prodotti identitari. Ma spesso dimentichiamo che quei prodotti nascono da un ecosistema umano.
Se vogliamo proteggere davvero l'identità di un territorio, dobbiamo proteggere anche le pratiche che hanno reso possibile quell'identità.
Per questo dobbiamo passare dalla valorizzazione del prodotto alla valorizzazione della comunità che lo produce.
È un cambiamento culturale importante.
Questo significa che anche le DeCo potrebbero assumere una dimensione più ampia?
Sì, ma con una precisazione.
La DeCo, correttamente intesa, non deve diventare un'etichetta commerciale e neppure uno strumento improprio di certificazione.
È, prima di tutto, un atto politico-amministrativo attraverso il quale una comunità riconosce un elemento della propria identità.
Quindi la riflessione può ampliarsi: non solo il prodotto (rigorosamente autoctono) ma anche il sapere, la pratica, il rito, la consuetudine, la tecnica, la festa, la forma di solidarietà che caratterizzano un territorio.
In questa prospettiva la Banca del GeniusLoci DeCo potrebbe svolgere un ruolo importante.
Un' archivio vivo della comunità: raccogliere storie, testimonianze, fotografie, documenti, denominazioni locali, conoscenze e pratiche che rischiano di scomparire.
La Ganzega, o qualunque sia il nome che assume in un determinato borgo, potrebbe essere documentata come parte del patrimonio identitario della comunità.
Ma come si evita che un riconoscimento di questo tipo venga interpretato come una scorciatoia per aggirare la normativa sul lavoro?
Questo è un punto decisivo.
Il riconoscimento di una consuetudine non può e non deve significare una deroga generalizzata alla legislazione sul lavoro, alla sicurezza o agli obblighi assicurativi.
Bisogna distinguere nettamente l'aiuto spontaneo, gratuito, occasionale e storicamente radicato dal rapporto di lavoro continuativo.
Questa distinzione deve essere il cuore della proposta nazionale.
Non si tratta di dire: "in agricoltura tutto è permesso".
Si tratta di dire: esiste una realtà sociale storica che deve essere riconosciuta nella sua specificità, senza confonderla con il lavoro subordinato o con forme di lavoro irregolare.
È proprio la chiarezza del perimetro a rendere credibile la proposta.
In questo senso, che cosa può insegnare l'esperienza del Trentino?
Ci insegna soprattutto il metodo.
Prima di riconoscere una consuetudine, bisogna dimostrarne la storicità.
Occorre raccogliere testimonianze.
Occorre confrontare documenti.
Occorre ascoltare associazioni, organizzazioni professionali, amministrazioni e comunità.
Occorre ricostruire la pratica nel tempo.
Il fatto che il percorso trentino abbia richiesto un lavoro articolato di ricerca e documentazione è un elemento importante. Significa che l'identità non si certifica con un'autodichiarazione: si ricostruisce attraverso le fonti e la memoria del territorio.
Questo è esattamente lo stesso approccio che la Rete Borghi GeniusLoci DeCo propone quando parla di storicità, tracciabilità e trasparenza.
Quale potrebbe essere, concretamente, il primo passo nazionale?
Io partirei dalla costruzione di una Carta nazionale delle consuetudini agricole e della reciprocità rurale.
Una Carta non legislativa, almeno in una prima fase, ma metodologica e culturale.
Dovrebbe stabilire alcuni principi condivisi: storicità, territorialità, gratuità, occasionalità, interesse collettivo, documentabilità, distinzione dal lavoro continuativo e pieno rispetto delle norme di sicurezza.
Poi si potrebbe avviare un censimento nazionale.
Chiedere a ogni territorio: quali sono le vostre forme tradizionali di aiuto? Come si chiamano? Quando si praticano? Chi vi partecipa? Da quanto tempo esistono? Quali testimonianze abbiamo?
Potremmo scoprire un patrimonio straordinario.
Sarebbe una sorta di atlante nazionale?
Esattamente.
Un Atlante delle consuetudini rurali d'Italia.
E sarebbe un'opera molto più importante di quanto possa sembrare.
Perché oggi rischiamo di perdere non soltanto alcune varietà agricole o alcune ricette, ma anche i comportamenti sociali che hanno permesso a quelle culture rurali di sopravvivere.
L'ultima persona che conosce una parola dialettale o un'usanza può essere l'ultimo archivio vivente di un territorio.
Quando quella persona scompare, senza documentazione scompare anche una parte del Genius Loci.
Per questo la raccolta delle memorie deve diventare una politica pubblica di comunità.
Qual è, allora, la visione dei Borghi GeniusLoci DeCo su questo tema?
La nostra visione è molto semplice: trasformare l'identità territoriale da memoria del passato a valore collettivo del presente e del futuro.
Il territorio deve tornare a essere protagonista.
Non solo come luogo geografico, ma come comunità di senso.
Per questo insistiamo su una sequenza che considero fondamentale: Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità, Trasparenza.
A questa sequenza oggi aggiungerei una sesta parola: Reciprocità.
Perché senza reciprocità molte comunità rurali non avrebbero avuto la forza di attraversare i secoli.
Possiamo quindi dire che dalla Ganzega nasce una proposta che riguarda il futuro dei borghi?
Sì. E forse questo è l'aspetto più interessante.
La Ganzega non deve diventare un ricordo folkloristico.
Può diventare una chiave di lettura del futuro.
In una fase storica nella quale molte aree rurali devono confrontarsi con spopolamento, invecchiamento, difficoltà nel reperimento della manodopera e progressiva perdita dei saperi tradizionali, recuperare la cultura della reciprocità significa rafforzare la resilienza delle comunità.
Non possiamo chiedere ai giovani di restare nei borghi soltanto dicendo loro che lì ci sono monumenti e paesaggi bellissimi.
Dobbiamo restituire loro una comunità viva, capace di produrre, cooperare, accogliere e riconoscere il proprio patrimonio.
Dal Trentino può partire un messaggio per tutta l'Italia: non tutto ciò che non è scritto in un contratto è privo di valore sociale; esistono patrimoni comunitari che meritano di essere conosciuti, verificati, riconosciuti e trasmessi.
Le Ganzeghe d'Italia possono diventare così parte di un grande racconto nazionale.
Un racconto fatto di lavoro, memoria, solidarietà e identità.
Un racconto che, in fondo, dice una cosa antica e straordinariamente moderna:
oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. Questo è il buon rendere. Questo è il Genius Loci di una comunità viva.

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