Peppino Bivona
Belice di Mare
Primavera 2024
(il vitello grasso non
fu contento del ritorno del figlio prodigo)
La nostra condizione attuale ci consente un privilegio quasi esclusivo:
essere stati figli, divenire genitori e…ora anche nonni!
Nella nostra memoria la condizione di figli, la figura “paterna” rappresentava il potere del
padre, a volte anche un padrone col
bastone a cui ci consegnavamo per raddrizzarci in quanti per
definizione: “viti storti” bisognevoli di un “tutore”. La figura del padre
che guida le nostre vite, le difende, li protegge magari ricorrendo alle recinzioni
e obbliga a seguire certi tracciati. Per
due filosofi francesi Gil Deleuze e Felix Guatteri,è questa figura patriarcale
che schiaccia la nostra libertà e di cui Dio è la matrice teologica. In fondo
il 68 fu una rivoluzione contro i padri sia nella versione simbolica, che in
quella reale: Il padre un despota, un tiranno autore della repressione delle
libertà. Da qui il radicale rifiuto di tutte le espressioni padronali del
potere dei padri!
Ma davvero il “padre” è il simbolo
della prigione della libertà dei figli come pensavano Deleuze e Quatteri?
La nostra cultura ha due fondamentali
radici, una greca e l’altra giudaica-cristiana. In ognuna vi sono delle storie
di figli che fanno parte della nostra
base educativa - formativa.
La prima figura è quella di Edipo,
cosi come ci viene raccontata nella tragedia di Sofocle in “Edipo Re” . La storia
la conosciamo: Edipo, figlio di Laio e Giocasta, al momento della nascita
l’oracolo predice che questo figlio da grande ucciderà il padre e giacerà con
la madre, mettendo al mondo figli-fratelli, insomma una mostruosità! Il re Laio
non ha dubbi, la tragica profezia lo induce a sopprimere il neonato, affidandolo
nelle mani di un pastore che lo avrebbe buttato giù da una montagna. Ma il
pastore mosso da pietà decide di non ucciderlo e lo affida ad un altro pastore
, in una terra lontana, che lo cede a sua volta ad una coppia di reali che non
hanno figli, dove viene cresciuto come un figlio naturale. Edipo ormai
giovanotto, una sera a cena con gli
amici, qualcuno ,avendo alzato un po' troppo il gomito, confessa che Edipo non è
il figlio legittimo dei reali di Tebe. Con questo dubbio il giovane principe
non prende sonno e l’indomani si reca dall’oracolo per sapere la verità sulla
sua origine. L’oracolo conferma l’originaria profezia, ovvero ucciderai tuo
padre e giacerai con tua madre. Sconvolto Edipo fugge lontano dalla sua città,
ma lungo la strada ad un incrocio incontra
una piccola carovana di cui uno dei tre uomini ,che con fare spavaldo pretende
di aver diritto di precedenza, anzi alza
la frusta. Edipo si difende ed uccide i tre uomini. Da qui prende avvio la
tragedia vera e propria che come sapete culminerà con l’accecamento di Edipo e
l’impiccagione di Giocasta.
Ma quello che a noi interessa è la
vicenda iniziale, quando Laio non
“accetta” che un proprio figlio possa
ucciderlo! Ma questo non è forse il
destino di tutti i padri? Ogni volta che mettiamo al mondo dei figli e li osserviamo
crescere in tutta la loro struggente
bellezza, non ci avvisano della nostra morte? Non ci costringono ad entrare
“nell’avvicendamento della vita”? Non suona la campana per ricordarci che stiamo avviandoci al“ tramonto”?.
Laio il padre orco, non vuole
tramontare, anziché rispettarla legge della natura si macchia di un crimine:
figlicidio. Non vuole cedere lo scettro, si sente intramontabile, non sopporta
essere superato dal figlio. Applica la simmetria, la specularità!
Poi ,in radicale contrasto, col padre
greco troviamo il padre biblico nel racconto di Luca :il figlio prodigo o
meglio come lo chiama Papa Francesco: il figlio ritrovato. La storia è
arcinota: un padre ha due figli e un giorno il più piccolo dei due, si rivolge
al padre con tono perentorio:” Dammi la parte di eredità che mi spetta…!” Il
padre poteva avvalersi della legge ebraica che vietava ai figli di chiedere
parte dell’eredità se prima il vegliardo non fosse deceduto. Questo padre invece
senza alcuna obbiezione gli da quanto pattuito della sua parte di eredità. Il
padre Lucano, lascia libero il figlio, nessuna predica, nessun discorso
moralistico, ”sospende” l’applicazione della legge, si avvale di una legge non
scritta: quella del cuore ,dell’amore!Gli fa un dono ,un vero dono: la libertà!
.
La storia sappiamo come va a finire.
Il giovinastro in poco tempo sperpera al gioco e a buttane, l’intero
patrimonio. Una imprevedibile carestia lo porta a competere il cibo, ovvero le
ghiande ,con i porci: Rendendosi conto che nell’azienda di suo padre i servi
vivevano meglio decide di rientrare Non
ha alcuna pretesa ne di farsi perdonare
ne chiedere pietà, il suo intento è fare il servo a casa sua. Il padre vedendolo arrivare gli va incontro e lo
abbraccia, ordina ai servi di lavarlo , preparare un lussuoso banchetto ,
uccidere il vitello grasso e fare festa.
Nella storia dell’arte c’ è un’opera
di Rembrand, che raffigura la scena: un vecchio stanco che si china sul figlio
straccione , posa le sue grosse e grandi mani sullo schiena del figlio, come
dire “ Ora ci sono io a proteggerti!”. Il figlio non ci capisce niente, rimane
come un pugile suonato, vuole chiedere qualcosa ma frastornato : ”Possibile che
possa essere successo tutto questo?”
Il racconto di Luca coinvolge l’altro
fratello ,il maggiore che di ritorno dal lavoro, a vedere questo spettacolo si
indigna:” Ma come, io che ho lavorato come un mulo ,neanche un capretto da
consumare con gli amici e arriva questo scavezzacollo e mio padre ordina di
uccidere addirittura il vitello ingrassato da alcuni mesi?”
Noi no abbiamo alcuna simpatia per i
fratello maggiore, cresce come fotocopia del padre, non deroga, non entra in
conflitto col padre! Eppure i figli hanno
il diritto-dovere di entrare in uno
scontro dialettico coi genitori, il loro mestiere è essere critici magari di
rivoltasi come fa il secondogenito I padri di dargli la libertà ,anche di
sbagliare!
In questi ultimi anni la figura del padre come si dice “è evaporata” ha perso spessore ,consistenza ,generazione senza padri!. La verità che abbiamo commesso un errore imperdonabile: abbiamo buttato l’acqua sporca col bambino! La figura del padre rappresenta la “legge”, non quella patibolare, ma la legge umanizzata che sa anche “sospendersi” che non è scritta nei codici, ma nella carne viva del cuore.
E’ quello che ci
insegna questo padre del racconto lucano.
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