martedì 2 settembre 2025

Il ritorno del latino

 emma fattorini

 lingua morta o voce viva dell’identità?


Dalle scuole medie italiane alla liturgia cattolica, il latino torna al centro del dibattito tra ideologia, tradizione e cultura, tra equivoci mediatici e passioni ecclesiali


Annosa polemica quella sul latino: serve, non serve? Si toglie e si rimette nelle pseudo- riforme delle tribolate scuole medie italiane. Da ultimo, in gennaio, il ministro dell’Istruzione e del Merito dell’Italia, Giuseppe Valditara, ha annunciato la reintroduzione di questa materia di studio nelle scuole medie a partire dall’anno scolastico 2026/27. Da allora, si sono rinfocolate le polemiche tra chi considera il latino un mezzo prioritario per tutelare la nostra identità culturale e chi lo bolla come roba passatista, reazionaria, di destra. Eppure, e non certo da oggi, è arrivato un inequivocabile altolà da grandi intellettuali del “fronte opposto”, come, tra gli altri, Luciano Canfora e Ivano Dionigi: il latino non è né di destra né di sinistra. E, chi afferma il contrario, chiude la questione Canfora con la consueta efficace franchezza, dà prova «di non capire niente». Il latino non può, aggiunge l’ex rettore dell’Università di Bologna Dionigi, essere ridotto  a «questione ideologica» o «bandierina identitaria».

E’ questa una diatriba, fatte ovviamente le debite differenze, che si è riproposta anche nella Chiesa cattolica dai tempi del concilio Vaticano II, di cui, il prossimo 8 dicembre, ricorrerà il 60° anniversario della chiusura. E’ da sessant’anni a questa parte, che continua ad agitare gli animi dei cosiddetti conservatori e progressisti.  Il latino è divenuto, via, via un vero e proprio vessillo dei loro scontri.

Eppure, va detto ancora una volta, liquidando l’opposta sentenza come un marchiano falso storico, che il Concilio non ha mai bandito il latino dalla liturgia e dagli altri usi ecclesiali. Preceduti dalla costituzione apostolica Veterum sapientia di Giovanni XXIII (22 febbraio 1962), due documenti conciliari, la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium e il decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius, hanno non solo mantenuto in essere l’uso della lingua latina ma caldamente raccomandato. E si devono al “Papa del Concilio”, il grande e non ancora pienamente compreso Paolo VI, due benemerite istituzioni per lo studio e la promozione della lingua e della cultura latina, rispettivamente fondate nel 1964 e nel 1976: il Pontificio istituto superiore di latinità, divenuto nel ’71 la Facoltà di Lettere cristiane e classiche dell’attuale Università pontificia salesiana, e la Fondazione Latinitas, soppressa da Benedetto XVI nel 2012 e contestualmente confluita nella neo-eretta Pontificia accademia di latinità. È stato proprio Montini, d’altra parte, a intervenire ripetutamente sul latino quale lingua ufficiale della Chiesa, concetto poi ripreso e nuovamente esplicitato da tutti i suoi successori, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. E, pur non parlandone in tali termini, anche Francesco ha comunque sottolineato più volte l’importanza del latino – come, ad esempio, nel messaggio del 2023 alla Pontificia accademia di latinità –, cui è spesso ricorso, «per spiegare il significato più profondo di parole, concetti teologici o filosofici in modo semplice e comprensibile».

09:24


DuDurante il pontificato di Bergoglio, inoltre, l’account papale Twitter, poi X, in lingua latina, a cura dei latinisti della Segreteria di Stato vaticana, ha superato il milione di follower, mentre su Radio Vaticana è stato dato il via, ogni domenica, a un notiziario tutto in latino, Hebdomada Papae, e a uno specifico programma, Anima Latina, condotto in italiano ma dedicato a cultori e cultrici dell’antica lingua. Da parte sua, Leone XIV, che legge correntemente il latino e, nella scelta del nome pontificale, si è espressamente ispirato a Leone XIII, il papa della Rerum Novarum – che è stato anche uno dei più grandi latinisti dei suoi tempi – ha dato prova di attenzione e amore per la lingua ufficiale della Chiesa sin dalla sera dell’elezione (8 maggio 2025), impartendo nuovamente in latino la prima solenne benedizione Urbi et Orbi.

Su tutta questa questione mette ordine, con il suo consueto acume,  il giornalista e scrittore Francesco Lepore,  nel suo ultimo libro Bellezza antica e sempre nuova. Il latino nel mondo di oggi, Edito da Castelvecchi in uscita in questi giorni, con prefazione del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi. E con la sua nota acribia ha dedicato alla questione interna alla Chiesa  uno specifico paragrafo dal titolo provocatorio Chiesa e latino: una storia d’amore finita? In questo libro, dai temi difficili ma dalla scrittura scorrevole e piacevolissima troviamo anche una selezione di cinquanta brevi articoli, in lingua latina con traduzione italiana a fronte, su fatti, persone, curiosità degli ultimi cinque anni.

Già latinista pontificio in Segreteria di Stato, l’autore, che ha abbandonato il ministero sacerdotale nel 2006 per motivi di coscienza e vivere apertamente la propria omosessualità, cura infatti dal 2020 una rubrica quotidiana in latino su Linkiesta.it, da cui sono tratte le commentatiunculae scelte e raccolte nel libro.

Nelle osservazioni introduttive al volume Lepore spiega, con grande chiarezza, l’utilità del latino quale valido mezzo per migliorare le capacità espressive in italiano, potenziare il nostro vocabolario, conoscere più approfonditamente le lingue europee e accedere al complesso della cultura occidentale. E osserva anche come si debba «principalmente, sebbene non solo, alla Chiesa cattolica» se lo stesso latino è anche «sopravvissuto fino ai nostri giorni come lingua non solo di studio ma anche di comunicazione» (p. 26). Con esplicito riferimento proprio agli scriptores della citata Sezione latina della Segreteria di Stato vaticana, che, componendo in tale lingua i più importanti documenti pontifici, contribuiscono ad attualizzare il latino col conio di neologismi o l’attribuzione di nuovi significati a parole già esistenti, per esprimere adeguatamente concetti e realtà contemporanei. Ed ha perfettamente  ragione quando definisce infondate «le mai sopite voci, rimesse periodicamente in circolo dai mezzi d’informazione, sull’abolizione e sulla proscrizione dell’uso del latino nella liturgia e nella vita della Chiesa» (p. 29). Voci, che sono da attribuire anche a una certa negligenza di preti e vescovi nel seguire le numerose direttive pontificie sull’uso del latino, ma soprattutto la grossolana identificazione da parte di alcuni media «tra lingua e antica forma del rito romano», complice la liberalizzazione della cosiddetta “Messa tridentina” o “preconciliare”, disposta da Benedetto XVI nel 2007 e totalmente ridimensionata – al limite quasi della proibizione – da Francesco nel 2021.

Personalmente appartengo a quella generazione, che ha vissuto con entusiasmo la stagione conciliare e ha positivamente salutato l’introduzione delle lingue nazionali nella liturgia per una maggiore comprensione dei misteri celebrati e della Parola di Dio annunciata. Ma, proprio secondo il dettato della Sacrosanctum Concilium, riconosco, allo stesso tempo, la bellezza e la ricchezza della liturgia in latino. Né, in linea di massima, sono totalmente contraria alla Messa in rito romano antico ( se non quando è celebrata,  partecipata e  promossa, a puro scopo polemico e divisivo, come nei seguaci di Marcel Lefebvre per rigettare il Vaticano II): da sempre nella Chiesa sono molti e vari i riti legittimi, che esprimono l’unica ricchezza della fede. Lo dice Francesco Lepore in una nota, «le restrizioni, imposte con zelo forse eccessivo» da Bergoglio con la Traditionis custodes, «hanno invece non solo acuito le divisioni intraecclesiali tra “conservatori” e “progressisti” ma anche favorito, più in generale, un’ulteriore polarizzazione delle posizioni pro e contro il latino». E ciò non è certamente un elemento positivo

mercoledì 6 agosto 2025

Il cibo e i slogan di cattivo gusto.

                                                  

La cucina italiana candidata a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, evidentemente non sanno che gran parte degli ingredienti,  proviene dall'estero. 

 

Non tutti sanno, che la cucina italiana era una volta tradizione, nata dall’incontro di culture,  la più alta espressione del Made in Italy Agro-Alimentare  era  composta da materie prime rigorosamente autoctone, (la Sicilia era fino a qualche secolo addietro il granaio dell’Impero)  quando perde il legame fra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva, diventa un mero prodotto commerciale.
L'Italia è autosufficiente per quanto riguarda vino, frutta fresca, uova e pollo(attenti agli allevamenti super industriali e inquinanti)e acqua minerale, liscia e frizzante   Solo in questi casi abbiamo la quasi totale certezza di comprare un prodotto made in Italy al 100%.Vediamo di capire perchè in tanti si danno un gran da fare a parlare di cibo, mentendo sapendo di mentire.


Periodicamente  si organizzano eventi, manifestazioni, convegni ect. all'insegna della dieta mediterranea, del cibo sano,grande e giusto,  del K zero (un inno nazional popolare..dello zero appunto)    ...durano da sempre, quando la brina di primavera al spuntar  del sole.  Il proliferare di organizzazioni, associazioni  e congregazioni più o meno specializzati solo ad intercettare risorse pubbliche, a danno dei azionisti di maggioranza, "gli agricoltori " rappresenta ancora una volta una conferma.

 "In tanti parlano di cibo, pur non avendone titolo,    sconoscono completamente la materia, non si è ancora capito se ci sono o ci fanno "

In un mondo in cui mangiare ha assunto molti altri significati rispetto a quello energetico, l’ identità, il conforto, la socialità, l’ etica, la politica e naturalmente  l’ agricoltura, rivestono un ruolo non secondario.

E’ innegabile che il cibo ha un stretto legame con l’agricoltura e la cucina,  definiva e raccontava  la nostra italianità   Una identità che riflette nel bene e nel male la nostra storia millenaria,  e rispecchia fedelmente la nostra geografia: un Paese che si estende per quasi 1300 km di lunghezza, con una ricchezza impressionante di territori, suoli e paesaggi (collina, montagna, pianura, mare, lago, vulcani) nonché di climi ed ecosistemi (da quello gelido alpino/appenninico a quello arido mediterraneo). Recentemente la cucina italiana è stata candidata  a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità

Pur tuttavia, va anche detto che l’Italia nel settore alimentare non è più autosufficiente e deve importare grandi quantità di materie prime dall’estero. Una situazione ben conosciuta dagli addetti ai lavori, ma meno nota al grande pubblico, che vorrebbe sempre comprare cibo “made in Italy”  che  peerò non c’è.

Questa mancanza, si traduce nella necessità di importare ingredienti da trasformare in prodotti finiti destinati sia al consumo interno sia all’esportazione.   Il nostro Paese non riesce a produrre tutte le risorse di cui ha bisogno sia a causa di politiche restrittive dell’Unione Europea, sia per la diminuzione dei terreni destinati all’agricoltura, che per l’abbandono delle attività agricole poco remunerative  da parte dei contadini.

L’esempio della pasta è indicativo: il grano duro italiano copre solo il 65 % del fabbisogno, occorre importare frumento da Paesi come Canada, Stati Uniti, Sudamerica. Anche per il grano tenero vale la stessa cosa poiché il prodotto interno copre solo il 38% di ciò che richiede il settore, con importazioni da Canada, Francia, ma anche Australia, Messico e Turchia. Non cambia la situazione per altre categorie merceologiche: le carni bovine italiane rappresentano il 76% dei consumi e per il latte si scende addirittura al 44%,  lo zucchero viene soprattutto dal Brasile, mentre il pesce da Paesi Bassi, Thailandia, Spagna, Grecia e Francia, oltre a Danimarca ed Ecuador.   Inoltre la maggior parte dei legumi non sono italiani, a causa di drastiche riduzioni delle coltivazioni. Adesso le importazioni provengono principalmente dal Medio Oriente, Cina, Stati Uniti, Canada,   

Siamo invece autosufficienti per quanto riguarda vino, frutta fresca, uova e pollo(attenti ai allevamenti super industriali)   Solo in questi casi abbiamo la quasi totale certezza di comprare un prodotto made in Italy al 100%.

Esiste quindi un tema centrale,  la sovranità alimentare


giovedì 31 luglio 2025

CIANCIANA, Sagra del Raccolto, dei Grani antichi, Cereali e Legumi

 

Il Sindaco riceverà il riconoscimento della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, con questa motivazione, “Alla laboriosa Comunità di Cianciana si conferisce il riconoscimento di “Custode dell’Identità Territoriale” per aver saputo preservare e tramandare il GeniusLoci” 

 

 
Torna a Cianciana, più ricca e vivace che mai, la Sagra del Raccolto, dei Grani antichi, Cereali e Legumi in programma dal 31 luglio al 4 agosto nella location di Piazza Aldo Moro.



Si tratta della quinta edizione della manifestazione, nata con grande successo nel 2019 e sostenuta con entusiasmo dalla locale amministrazione che punta a promuovere le produzioni agroalimentari del territorio. I Grani Antichi, così come i Cereali e i Legumi siciliani, e in particolar modo quelli prodotti nell’areale agrigentino di Cianciana, sono stati oggetto negli ultimi anni di una riscoperta e valorizzazione che fa leva sullo studio dei benefici che a questi prodotti sono riconosciuti nell’ambito di un’alimentazione sana e genuina. L’uso di questi prodotti, infatti, non solo valorizza il km 0, ossia il consumo di produzioni locali di qualità, ma ha portato a riscoprire un patrimonio di cultivar per lungo tempo dimenticate e di ricette che si legano ad antiche tradizioni popolari. Così è stato possibile riscoprire e promuovere il Cece rosso di Cianciana (riconosciuto dal Ministero, con l’iscrizione P.A.T. - prodotti alimentari tradizionali), il pregiato Tartufo dei Monti Sicani, il Pistacchio della Valle del Platani e un olio pregiatissimo di varietà c.d. Pidicuddara che le aziende locali coltivano e producono.


 
L’Amministrazione, con in testa il sindaco Francesco Martorana e gli assessori all’agricoltura, Paolo Manzullo e allo Sport, Turismo e Spettacolo, Liborio Curaba, è impegnata nel valorizzare questi prodotti a fianco al Movimento Terra è Vita, presieduto da Pino D’Angelo, mettendo insieme tutte queste esperienze e affidando ogni anno alla Sagra il compito di accendere i riflettori su un territorio ricchissimo di eccellenze coinvolgendo i produttori locali e sostenendo l’iniziativa imprenditoriale.




 
Quando poi qualità e gusto incontrano i migliori chef isolani, artisti e performers in una manifestazione aperta al pubblico e gratuita, il successo è garantito. Ed è così che a Cianciana, cittadina cosmopolita dell’agrigentino che accoglie da anni scrittori, attori e personalità di tutto il mondo che l’hanno scelta per l’atmosfera tipica, la Sagra del Raccolto, dei Grani antichi, Cereali e Legumi apre le porte alla sua quinta edizione, all’insegna della continuità e della valorizzazione di un modello che piace e convince.
 
Il programma della manifestazione, condotta dalla giornalista Rosy Abruzzo, prevede l’apertura giovedì 31 luglio alle ore 21.00 con la Festa del Raccolto e la tradizionale Manciata di Ciciri e Favi, una antichissima tradizione dalle radici pagane alla quale i ciancianesi sono molto legati, un appuntamento unico nel suo genere che esalta lo spirito di accoglienza e generosità dei ciancianesi. Le origini della “Festa del Raccolto” si perdono nella notte dei tempi: rappresenta il ringraziamento dei contadini alla divinità per l’abbondanza e la bontà del raccolto. In questa serata la comunità ciancianese, grazie al lavoro della locale Pro Loco, si stringe attorno ad un festoso convivio degustando l'antico piatto di ceci, fave e frumento, buon vino e il dolce tipico del luogo, “Le Sfingi “.

 
Si prosegue venerdì 1 agosto con il riconoscimento in pubblica audizione di “Cianciana Borgo GeniusLoci De.Co.”, un percorso che mira a salvaguardare e promuovere i comuni a forte vocazione identitaria. Nel frattempo lo spettacolo musicale dei Sikanian Street Band allieterà le vie del centro storico con la sua musica travolgente. Alle 21.00, sul palco si accendono i fornelli per lo showcooking del cuciniere palermitano Salvo Terruso, in arte Il Pastaio Matto. La serata proseguirà in Salita Regina Elena con il concerto del frontman dei Tinturia, che porta sul palco il suo nuovo show, Lello Analfino Tork & Star.



 
 Sabato 2 agosto, dopo un momento di approfondimento con il convegno open air “Sicilia Agroecologica: Cuore Mediterraneo del cambiamento” con Guido Bissanti, l’area dedicata agli showcooking ospiterà lo chef marsalese, campione mondiale di cous cous a S. Vito Lo Capo per la Giuria Popolare, Francesco Bonomo che di unirà mare e terra in una ricetta inedita dal nome evocativo “Granuli di terra e di Cous Cous”. A partire dalle 23.00, lo scenario della Salita Regina Elena diventerà set dell’atteso concerto di Enrico Nigiotti, cantautore livornese che ha partecipato ad Amici, Sanremo ed XFactor, con un grande seguito tra i giovani e brani capaci di far cantare intere piazze.
 
Domenica 3 agosto alle ore 20.00 si inizia con il convegno “Il Tartufo dei Monti Sicani e la valorizzazione dei prodotti tipici locali” e si prosegue con una degustazione di prodotti tipici e lo showcooking a tema del Pastaio Matto, Salvo Terruso. A1lle 21.00 il palco di Piazza Aldo Moro ospiterà il pasticcere messinese Lillo Freni che si cimenterà nella preparazione di un dolce estivo realizzato con i prodotti cincianesi. La quattro giorni di eventi si concluderà in leggerezza ed allegria con il cabaret di Sasà Salvaggio.



 
Soddisfatta l’amministrazione per un evento che cresce negli anni e sul quale intende continuare a puntare.
Info e aggiornamenti sulla pagina Facebook Sagra Del Raccolto Dei Grani Antichi, Cereali e Legumi

giovedì 24 luglio 2025

Canapa Innovation HUB: partecipa ai seminari

 Enza Giangrande



La canapa è una pianta antica, ma con uno sguardo tutto rivolto al domani. Se ne parla sempre di più, ma quanto ne sappiamo davvero?

Questo ciclo di seminari nasce per chiarire e offrire strumenti pratici a chi vuole conoscere e lavorare con la canapa in modo consapevole e professionale. Parleremo di coltivazione e varietà, di proprietà farmacologiche, di monitoraggio con tecnologie avanzate, di aspetti legali, di mercati e di opportunità del settore.

Perché la consapevolezza delle scelte di oggi, ci aiuterà a beneficiarne anche in futuro.

I partecipanti che si registrano riceveranno, il giorno prima dell'evento, un link di accesso diretto alla piattaforma Zoom.

   Salute delle piante: difendere la canapa da patogeni e insetti. Principali malattie e parassiti della canapa, strategie di difesa integrata e biologica

venerdì 25  dalle 15.30 alle 17.00, su Zoom* ,  

▪️Gli incontri intendono offrire strumenti pratici a chi vuole conoscere meglio il settore o lavorare con la canapa in modo consapevole e professionale.
▪️Ogni incontro tratta un tema specifico grazie al coinvolgimento di esperti del settore e prevede un momento partecipativo in cui sarà avviato un confronto diretto tra i partecipanti.
 I temi trattati riguardano: coltivazione e varietà, proprietà farmacologiche, tecniche di monitoraggio,  aspetti normativi, mercati e di opportunità del settore.

6/6/2025 - Canapa e legalità: tra diritto, limiti e prospettive. 
Inquadramento giuridico della coltivazione e trasformazione della canapa in Italia e in Europa

27/6/2025 - Il mercato della canapa: dall’Italia all’Europa 
Analisi del mercato nazionale ed europeo della canapa e delle sue principali filiere 
produttive

11/7/2025 - Finanziamenti e sviluppo rurale: strumenti per far crescere la filiera
Politiche regionali, fondi pubblici e strumenti finanziari per la filiera della canapa

20/6/2025 - Canapa: patrimonio genetico e potenzialità
Ricerca genetica, conservazione della biodiversità e valorizzazione della biodiversità

4/7/2025 - Cannabinoidi e farmacologia: scienza e applicazioni
Varietà, aspetti farmacologici e medici legati ai cannabinoidi, uso terapeutico e implicazioni scientifiche

13/6/2025 - Agronomia della canapa: dalla varietà alla raccolta
Tecniche colturali, scelta varietale, input agronomici e gestione del ciclo colturale

18/7/2025 - Osservare e monitorare: tecnologie per la coltivazione della canapa
Tecnologie satellitari, NIR e rilievi in campo per il monitoraggio delle coltivazioni

25/7/2025 - Salute delle piante: difendere la canapa da patogeni e insetti
Principali malattie e parassiti della canapa, strategie di difesa integrata e biologica

1/8/2025 - Dalla pianta al prodotto: tecnologie, protocolli e trasformazione della canapa
Protocolli di trasformazione, tecnologie, disciplinari e opportunità industriali 

data da definire - Coltivare il futuro 
Sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica per la filiera della canapa

lunedì 7 luglio 2025

GRAPPOLI" WINE FESTIVAL 2025

 

"GRAPPOLI" WINE FESTIVAL 2025 CHIUDE CON OLTRE 1.000 PRESENZE: APPUNTAMENTO RINNOVATO PER IL 4 LUGLIO 2026

Belpasso (CT), 7 luglio 2025 – Si è conclusa con entusiasmo, partecipazione e grande soddisfazione la quarta edizione di Grappoli – il Wine Festival dei Vulcani, nel Parco Urbano “Peppino Impastato” di Belpasso. Più di mille partecipanti hanno animato una serata dedicata al vino vulcanico, alla cultura e alla condivisione, confermando l’evento come uno degli appuntamenti più attesi dell’estate etnea.

Banchi d’assaggio di eccellenti vini e oli sotto il cielo stellato di Belpasso, ma anche atmosfere swing con la danza e la musica degli appassionati e laboratori creativi di pittura. Un successo che ha già una data di ritorno: sabato 4 luglio 2026, Grappoli tornerà a Belpasso per la sua quinta edizione.

Un’edizione dal respiro mediterraneo

Tema dell’edizione 2025 è stato “L’Etna e i vulcani del Mediterraneo”, un filo rosso che ha attraversato ogni momento della manifestazione. Oltre 70 cantine e produttori di olio EVO insieme: prevalentemente dall’Etna con la presenza di alcune produzioni eoliane e pantesche, più una sezione speciale dedicata ai Campi Flegrei e al Vesuvio, protagonisti anche della masterclass d’apertura “Identità Vulcaniche”, condotta da Ernesto La Matta (AIS Vesuvio) e Simone Feoli (ONAV Campania).

«Il vino è cultura, appartenenza, identità – ha dichiarato Valeria Lopis, responsabile della comunicazione di Grappoli – continuiamo a sviluppare il messaggio di riscoperta delle origini mediterranee che unisce territori apparentemente distanti ma che condividono la stessa forza arcaica: quella dei vulcani e del mare nostrum. Il nostro obiettivo è proseguire questo racconto, navigando idealmente via mare, per costruire una rete viva tra isole, crateri, popoli e vini che parlano la stessa lingua di identità e resistenza.»

Etica del paesaggio e cura del territorio

Grappoli si conferma anche come evento di riflessione sulle dinamiche socio-ambientali legate alla viticoltura eroica dei territori vulcanici. Come sottolineato dal sindaco di Belpasso Carlo Caputo, «oggi il vino sull’Etna non ha più versanti: da nord a sud, ogni angolo del vulcano è rinato grazie al lavoro di aziende che, oltre a produrre qualità, custodiscono e proteggono il paesaggio, i muretti a secco, i terrazzamenti. Questo è sviluppo vero, radicato, sostenibile. E Grappoli è un esempio elegante e di grande qualità di questa visione».

Nasce il Premio Grappoli

Novità di quest'anno è stata la prima edizione del Premio Grappoli, riconoscimento assegnato a cinque realtà che si sono distinte per originalità, coerenza territoriale e forza narrativa:

  • Premio Storytelling a Giacomo Mannone per l’etichetta “Orange”
  • Premio Territorio a Foti Randazzese per l’etichetta “Me Gioiu”
  • Premio Innovazione a cantine Patria per l’etichetta dealcolata frizzante
  • Premio Piacevolezza al Metodo Classico Rosato di Gambino
  • Premio Batticuore al Pinot Nero Tenuta Ferrata 

Un riconoscimento simbolico ma significativo, che mira a valorizzare il lavoro artigianale e il pensiero critico dietro ogni bottiglia. 

Un lavoro di squadra, una visione condivisa

Ospite speciale della manifestazione è stato il divulgatore digitale “ilsommelierdivino”Mattia Asperti, esperto bergamasco premiato come Best Content Creator lo scorso anno, che ha arricchito la serata con interventi dal palco. «È stato molto bello vedere tantissimi giovani che si sono approcciati alla degustazione e all’assaggio dei vini in mescita con curiosità e piacere. Tantissimi i produttori presenti: dai più tradizionali ai più innovativi, tra cui un succo d’uva frizzante che è stato premiato. L’atmosfera del parco era stupenda con l’angolo sugli spalti e il sottofondo swing, perfetto per l’evento»

«Grappoli 2025 è il risultato di un team compatto, appassionato e visionario – ha commentato Salvo Laudani, ideatore e cuore pulsante della manifestazione –. La risposta del pubblico è stata straordinaria. Questo ci motiva a fare ancora meglio. Ci vediamo il 4 luglio 2026!»

Sulla stessa linea Sergio Bellissimo, direttore esecutivo del festival e presidente del premio: «Grappoli è diventato un salotto elegante e autentico per chi ama il vino, il paesaggio e la bellezza. Ringrazio il Comune, gli sponsor, le aziende e tutti coloro che hanno creduto in noi. A Belpasso abbiamo costruito qualcosa che ha un'anima».

Grappoli 2025 non è stato solo un festival del vino, ma un'esperienza corale in cui si è intrecciata la cultura dei territori, la consapevolezza ambientale, la valorizzazione del lavoro giovane e femminile, e la volontà di costruire modelli sostenibili e inclusivi. Un brindisi al futuro, con radici ben salde nella terra lavica e nei valori condivisi.

Per info e aggiornamenti su Grappoli 2026:
www.grappolifestival.it
Instagram/Facebook: @grappolifestival

Arte e musica

Laboratori di pittura e musica swing hanno arricchito la serata.

La squadra di "Grappoli"

Al centro il sindaco di Belpasso Carlo Caputo con una parte della squadra organizzatrice.

Il presidente del Premio "Grappoli" Sergio Bellissimo con il docente AIS Vesuvio Ernesto La Matta durante la premiazione (Premio Innovazione per il vino dealcolato di Cantine Patria)

mercoledì 2 luglio 2025

AREE INTERNE ADDIO

 

  PARTECIPA AL  

SONDAGGIO

IL GOVERNO: “DECLINO ORMAI IRREVERSIBILE”. NIENTE PIÙ INVESTIMENTI PER TENERE I GIOVANI E PORTARE SERVIZI

Nella nuova strategia appena resa pubblica (Psnai) Meloni e soci condannano vasti pezzi del Paese: “Non possono invertire la tendenza, ne va accompagnata la decadenza”

 

C’è un passaggio, in un documento ministeriale pubblicato quasi in sordina all’inizio dell’estate, che dovrebbe far tremare le fondamenta della nostra Repubblica. È una frase contenuta a pagina 45 del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con grande ritardo e redatto tra le nebbie dei dipartimenti centrali. Si trova nell’“obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”.

NON È UNA BATTUTA, né un refuso. È la nuova linea di indirizzo strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si accompagna. Lo si normalizza.

Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13 milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il 60% del territorio nazionale. In pratica, l’italia profonda. Quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che oggi si vede diagnosticare una malattia terminale.

Nel PSNAI, approvato nel marzo 2025 ma diffuso solo ora, lo Stato compie una distinzione netta tra territori rilanciabili e territori senza speranza. I secondi, si legge, hanno una struttura demografica compromessa, con popolazione in forte declino e basse prospettive di sviluppo. E quindi, si conclude, non possono avere obiettivi di rilancio. Ma cosa significa, in pratica? Significa che non si investirà più per trattenere giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza.

Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno dal CERSTE, ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: questo documento è un verdetto, non una strategia. E viola in spirito l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini. Invece di rimuoverli, li si consacra. Si adottano criteri tecnici tempi di percorrenza, densità, indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei luoghi. Si dimentica che molte fragilità sono state indotte da scelte politiche e tagli strutturali. Che non si può misurare la vitalità di un borgo solo coi numeri dell’anagrafe.

LE IMPLICAZIONI economiche sono enormi. Si accentua la polarizzazione tra città affollate e campagne abbandonate. Si crea un’Italia a doppia velocità dove le periferie non sono più nemmeno oggetto di recupero, ma di gestione passiva. Eppure, proprio in quei territori ci sarebbero opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie rinnovabili, coesione sociale, difesa idro-geologica. Il paradosso è che nel resto d’Europa, dalla Francia ai Paesi nordici , le aree rurali sono oggetto di investimenti e valorizzazione. Hanno rappresentanza istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine. In Italia, invece, si preferisce accompagnare al tramonto.

Non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: Non contate più. È anche una questione di dignità: le comunità che resistono nelle Aree Interne non vogliono compassione. Vogliono giustizia, possibilità, strumenti. Questo è il punto che il PSNAI ignora. Le Aree Interne non sono solo problemi da contenere, come pare emergere dal documento. Sono risorse da liberare. E se l’Italia vuole davvero essere una nazione coesa, deve smettere di pensare in termini di resa amministrativa e tornare a fare politica, nel senso più alto: ascoltare, valorizzare, scegliere. Perché un Paese che dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di essere una Repubblica.

martedì 1 luglio 2025

QS Sicilia

 BeppePersin


Periodicamente si alimenta la discussione sui marchi e i marchi non marchi. Qual'è la differenza?   i primi sono tutti  quei strumenti tecnocrati, previste dall'UE per tutelare le produzioni agroalimentari, e che godono di visibilità e finanziamenti adeguati,  i secondi mentre sono tutti quelli non riconosciuti dall'UE, ma che si avvalgono della cassetta degli attrezzi dei marchi ufficiali (Regolamenti, commissioni e disciplinari), e spesso   la visibilità è annebbiata  dalla confusine, ma sopratutto non hanno diritto a finanziamenti come i marchi UE.   Ma non è  questo che voglio  rappresentarvi   

Vi presento mentre un marchio riconosciuto dall'UE (la Sicilia è una delle poche regioni che ha avuto questo privilegio) Sicilia Qualità Sicura,     che mira  a dare certezza al consumatore circa la provenienza, la tracciabilità e la sicurezza alimentare dei prodotti,   ma anche a proteggere i prodotti siciliani da alterazioni, sofisticazioni e potenziali truffe.

Uno strumento che consente alle aziende di qualificare ulteriormente  le produzioni, destinato a tracciare una linea di demarcazione, tra la tanta approssimazione circolante, e il rispetto delle norme a difesa dei consumatori, ma anche a tutela del mondo produttivo.
Se uno legge la legge intravede sia il pensiero di Veronelli che di Pietrini,  se pur il legislatore non li cita mai.



 Coerente alle prescrizioni di cui agli orientamenti comunitari per gli aiuti di Stato nel settore agricolo e forestale 2007-2013,  (2006/C 319/01)potranno beneficiare di interventi finanziari dall’U.E.
Dopo un percorso lungo e laborioso QS Sicilia rappresenta,   una novità assoluta. E’ un marchio riconosciuto a livello europeo,  “Qualità Sicura Sicilia”. Fino ad oggi i prodotti DOC,DOP, IGT e tutti gli altri prodotti siciliani di qualità avevano dei riferimenti di ambito territoriale limitato. Attraverso il QS Sicilia il consumatore potrà conoscere con esattezza la provenienza del prodotto ed avere certezza che è stato realizzato con procedimenti controllati e rispondenti a precisi disciplinari adottati dalla Regione Siciliana e controllati da enti certificatori. Il marchio QS Sicilia è un marchio collettivo di proprietà esclusiva della Regione Siciliana e potrà essere attribuito gratuitamente a singoli produttori ed a soggetti collettivi che ne facciano richiesta e che si attengano ai disciplinari definiti dalla Regione per le singole categorie di prodotti. Il QS Sicilia sarà attribuito automaticamente ai prodotti già certificati (DOC,DOP,IGP, etc) e ai prodotti del sistema integrato mentre verrà verificato caso per caso per le altre tipologie di prodotto.
 L’obiettivo è quello di tutelare i prodotti agricoli e alimentari con un elevato standard qualitativo controllato, attuare azioni di informazione ai consumatori sulla provenienza e sulla qualità dei prodotti agroalimentari certificati e promuovere e sostenere il marketing di questi prodotti.
Il marchio, di proprietà della Regione Siciliana, può essere concesso in uso a tutti gli operatori dell’Unione Europea – iscritti nel registro delle imprese delle Camere di commercio o presso organismi analoghi di altri stati membri dell’Ue – che ne facciano richiesta all’assessorato regionale dell’Agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca mediterranea.
Le categorie per le quali si potranno utilizzare il marchio sono:
-          farine e preparati fatti di cereali, pane, pasticceria e confetteria, gelati, zucchero, miele, sciroppo di melassa, lievito,   aceto, salse (condimenti), spezie;
-          granaglie e prodotti agricoli, orticoli e forestali non compresi in altre classi, animali vivi, frutta e ortaggi freschi, sementi, piante e fiori naturali, alimenti per gli animali, malto;
-          bevande alcoliche (escluse le birre)
-          servizi di ristorazione (alimentazione);
In particolare, si potrà usare il marchio “Qualità Sicura Sicilia” per i prodotti agricoli e alimentari regolati da sistemi di qualità riconosciuti dell’Ue (Dop, Igp, Stg, Bio) e per il vino e le bevande spiritose; per i prodotti agricoli e alimentari certificati sulla base dello standard definito dalle norme tecniche di produzione integrata; per i prodotti agricolo-zootecnici e alimentari ottenuti aderendo a specifiche norme di produzione che mirano al conseguimento di un elevato livello qualitativo del processo produttivo; per i servizi di ristorazione per la somministrazione di questi prodotti.
 In ogni caso, i prodotti devono risultare liberi da Ogm, devono rispettare le norme su sicurezza e igiene ed essere normati da un disciplinare di produzione, da un regolamento, da un ente certificatore esterno e da una commissione  in materia.