sabato 23 giugno 2012

La dolcezza, la bellezza, la salubrità




Giuseppe Bivona



Alice spingeva  avanti  il carrello della spesa, lentamente,  per meglio osservare l’ampia  variabilità di frutta  esposta nel  reparto  appositamente attrezzato  del grosso centro commerciale.
La luce azzurrognola illuminava  a giorno, fino a renderli splendenti , le tante varietà di  mele ,ora accanto alle Red e Golden Dlicious, facevano bella mostra di se le splendide Fuji e Gala .
” La natura “ disse Alice “ non credo che da sola sarebbe stata capace di creare una così mirabile mela , combinare assieme  bellezza, dolcezza ,fragranza …”
Il Gufo ,che la seguiva a poca distanza  annui :” Certo  anni di lavoro di miglioramento genetico hanno fatto questo “miracolo”, anche se la bellezza , data dal colore rosso nelle diverse intensità e tonalità  e prevalsa  sulla più saporita mela di colore ruggine”
“L’offerta segue la domanda” sentenziò corto Alice: “ Mi sembra che i produttori di mele hanno trovato la giusta “sintesi” attraverso la qualità totale, nel soddisfare il mercato!”
Il Gufo non era del tutto convinto , ma non gli andava di intraprendere la discussione in mezzo al vocio  fastidioso di tanta gente e alle musichette così suadenti  diffuse  dagli altoparlanti dell’ipermercato, perciò aspettò che fossero usciti  all’aperto nell’ampio spazio destinato al posteggio, per dire come la pensava.
Presa tra le mani  una confezione di mele Gala :
“Vedi , da quando ci siamo procurati facilmente  lo zucchero e conseguentemente  colonizzato  le nostre abitudini alimentari,la dolcezza , compresa la  stessa risonanza metaforica  del termine, si è  appiattita , semplificata, banalizzata ,uniformata , ridotta alla sola formula chimica…zuccheri riduttori , riduttasi ,invertasi … insomma una dolcezza  industriale, commerciale, manipolata,quasi  simulatrice
 Ebbene quello che un tempo era stato un desiderio , composito , variegato,sapientemente e sottilmente intrigante ,ora  è divenuta una  semplice, sciocca ,scimunita “voglia” . Una debolezza per i dolci…la dolcezza sinonimo di zuccherosità  , sdolcinatezza , melasse ria .
Ora , in questo mondo dominato da  questo retroterra culturale  ,segnato dalla dolcezza facile , prontamente disponibile, le mele, come in genere quasi tutta la frutta , hanno  dovuto competere   nei supermercati  con qualsivoglia  altro  snack zuccheroso  che forzosamente  invadeva gli scaffali accanto.
Cosi  accadde che  molte mele  caratterizzate da un particolare tocco di  asprigno , che davano spessore  alla dolcezza , non  sono più coltivate  perché poco apprezzate dai consumatori. Vedi le nostre piccole mele locali tipo la Cannamela. In verità si è salvata  la verde Grammy Smith , forse per le  sue duttili prestazioni in cucina o per l’estrema resistenza alla manipolazione “.
“In verità “disse Alice “ a me piace , pure ,il cioccolato amaro… e il caffè .Ma non puoi negare  che il desiderio di dolcezza sia  stato per l’uomo storicamente appagante. “
“ Certo “rispose  il Gufo ,ma vi è una ragione più profonda. La prima selezione dei frutti e dei vegetali in genere  commestibili, l’uomo primitivo ,li selezionò attraverso la percezione della  “ dolcezza” un primo screening per difendersi  dai vegetali nocivi . Il binomio dolce-buono  da mangiare ,ha funzionato nella selezione dei prodotti vegetali commestibili. Ma oggi , nell’era avanzata  della tecnica alimentare, abbiamo fatto  un errore imperdonabile: estrarre le molecole del disaccaride…dal suo “contesto” , l’abbiamo isolato,rettificato ,polverizzato,impacchettato e poi ricombinato ,miscelato ,sempre nella sua nuda “purezza”.
“ Ma in fin dei conti quello che conta “ intervenne subito Alice “ sono le molecole di glucosio o di fruttosio che noi ingeriamo  e il suo bilancio energetico nel nostro metabolismo!”
Be, non è proprio esattamente  cosi. L’ossessione per la “dolcezza” ha indotto alcuni genetisti  a creare delle linee geneticamente stabili con un basso livello di acidità. Sono i frutti cosi detti sub-acidi . Nel  complesso processo di maturazione la frutta riduce sensibilmente il suo tenore acido ed incrementa gli zuccheri  ,riducendone però la consistenza. Per esaltare  la dolcezza ,fino all’esasperazione , senza pregiudicare la resistenza alla manipolazione , oggi disponiamo di pesche e nettarire  con un indice di acidità sensibilmente basso  così che la nostra sensazione di dolcezza diviene quasi esplosiva!
Ma ti dirò di più: per anni  l’indice glicemico , che tanto ha ossessionato i diabetici,  è stato valutato indipendentemente dalla loro provenienza, senza  preventivamente valutare che lo zucchero proveniente dalla frutta o dai succhi freschi contenesse una sufficiente quantità di “food enzyme”  sufficienti a consentire una facile digeribilità ed assimilazione dei benefici zuccheri semplici. Per non parlare dell’azione della fibra con cui gli zuccheri sono  spesso combinati riducendone l’assimilazione.
Insomma la risposta metabolica nel nostro organismo è radicalmente diversa se  la provenienza dello “zucchero” è inserito in  un contesto complesso, articolato  ed organico di una comune  pesca, di una arancia o di una mela, a fronte di  in un prodotto artefatto , manipolato e banalizzato  nei laboratori di  una  normale pasticceria.
“Tuttavia” disse Alice  “ la “buona” frutta oggi si lascia desiderare. Credo che i suoi bassi indici di consumo  vadano imputati alla  sua scarsa  sapidità” .
“ E’ ,no! “ disse  con piglio deciso il   Gufo” Se avessimo la piena e totale consapevolezza che i nostro cibo “ideale” e solo e solamente la frutta in tutte le sue variegate espressioni ,  non staremmo a menar il can per l’aia   disquisendo ,circa  le sottigliezze sulla sua sapidità, consistenza ,forma dimensione!
Ma noi stupidamente  abbiamo  relegato la frutta  a fine pasto  ,  occasionalmente  , distrattamente,magari sistemata  in grandi fruttiere a fare  solo e solamente bella mostra di se  .
Abbiamo puntato tutte le nostre attenzioni  cibarie sul “primo” poi il “ secondo”  fino all’onnipresente caffè e al digestivo
 Invece la  salubre , miracolosa   e divina  frutta   la sottoponiamo  ogni giorno  ad  un giudizio sempre  più severo , non perdiamo occasione  per  lamentarci   , sembra che tutte le scuse siano buone per consumarne sempre di meno…..”
Alice  vide il volto del Gufo  divenire paonazzo ,sapeva che la sua “frutta” era un  tasto  delicato  a cui  negli anni ,era divenuto sempre più sensibile.
“Eppure” rispose piano Alice “  Non  possiamo  negare  che tutte le  antiche civiltà descrivono la nascita dell’uomo inserendolo  in un giardino paradisiaco  , in un tempo senza età , in contesti  dove  vi era la piena disponibilità  di alberi da frutta , come se il nostro destino fosse indissolubilmente legato, vedi, il nostro  nell’Eden “.    
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lunedì 18 giugno 2012

L’INFLUENZA ARABA SULL’AGRICOLTURA SICILIANA



Giuseppe Bivona  

Chissà per quali oscure ragioni od inconsce motivazioni, sentiamo forte il richiamo per le vicende 
storico-culturali che coinvolgevano la nostra isola all’epoca della dominazione araba. Un lasso di  tempo, tutto sommato, relativamente breve, se paragonato all’esperienza Andalusa. Una conquista 
lenta e difficoltosa nella sua espansione verso la parte orientale dell’isola accompagnata da duri e 
violenti contrasti interni tra la componente araba  e quella berbera. Tuttavia, questa “tardiva” e 
“accidentale” invasione islamica coniugata alla successiva dominazione Normanna, costituisce uno 
di periodi più intensi, stimolanti e vitali per l’arte e la cultura nella nostra isola. 
Ma ciò che la contraddistingue e particolarmente ci coinvolge è l’aver avviato un radicale processo 
innovativo, quasi rivoluzionario, che investe l’agricoltura  e con essa il suo paesaggio che da 
quell’esperienza ne esce trasformato e rimodellato, tantochè molti dei suoi tratti caratteristici 
persistono ancora oggi. 
Così non potevamo farci sfuggire l’occasione offertaci dall’accademia dei Georgofili su un tema 
accattivante: “L’agricoltura e il paesaggio agrario della Sicilia nel periodo arabo-normanno”, 
affidandone la trattazione al Prof. Giuseppe Barbera della facoltà di Agraria di Palermo. 
In un tardo pomeriggio di fine novembre presso l’Aula Magna della stessa Facoltà, Barbera ci 
propone la rilettura di quel periodo attraverso una analisi per certi versi inedita o se si vuole 
inusuale per il tradizionale collocamento “ambientale”. 
Per Barbera la presenza araba in Sicilia avvia la prima vera “rivoluzione” agraria segnando 
un’epoca di intenso rinnovamento sia tecnico che produttivo. 
Dalla raccolta conservazione e distribuzione della  acqua per l’irrigazione, di cui ancora oggi 
persistono le tracce, mantenendone l’originaria espressione (catusi gebbia etc..)all’introduzione di 
colture come la canna da zucchero, il cotone, il sesamo ecc.. fino agli alberi da frutta con gli 
immancabili agrumi che caratterizzeranno d’ora in poi il “giardino mediterraneo”. Molte terre 
vengono bonificate e colonizzate recuperandole alla produzione,  ridistribuendo la terra e 
ridimensionando i patrimoni fondiari. Restano comunque immutate, nei suoi indirizzi cerealicoli, 
gran parte delle aree interne laddove le formazioni gessose solfifere non lasciano alternative. 
Elencando ed analizzando le innumerevoli opere frutto dell’operosità e dell’ingegno arabo , Barbera  
si chiede chi fossero questi protagonisti che fecero di Palermo una delle più splendide metropoli del 
Mediterraneo. Non certo i rozzi beduini, pascolatori di capre che risalirono la penisola arabica! 
Le opere, in particolare quelle di ingegneria idraulica realizzate per le dimore degli emiri hanno un 
comune stile, un’espressione architettonica riconducibili alla tradizione artistico-culturale indiana e 
persiana e le didascaliche immagini ne evidenziano la stretta assonanza con lo stile siciliano della 
Zisa, di Cuba e della piccola Cuba. 
Infine la tesi ardita  e…. affascinante,in cui Barbera propone la sostanziale continuità dall’epoca 
araba con il successivo periodo normanno. Due culture diversi e distanti che tuttavia riescono 
perfettamente ad integrarsi coniugando idealità ed pragmatismo, il bello con l’utile, il piacere della
fruizione col soddisfare i bisogni. Perciò avanza la proposta di non identificare questo periodo nella
tradizionale epoca arabo-normanna, ma  -togliendo il trattino- sostituirla con “arabonormanno”. 
La relazione di Barbera ci consente alcuni spazi di riflessione non strettamente legate al tema della 
serata. Forse per la prima volta abbiamo assistito ad una inversione di tendenza, che da sempre ha 
visto le discipline agrarie “soccombere” o assolvere al semplice ruolo di corollario od occasionali 
appendici utilizzate nelle analisi delle vicende storico-culturali. Una “ghettizzazione”che il mondo 
accademico non sembra dolersene più di tanto, impegnato com’è a soddisfare domande ancor che 
più “pratiche” e “concrete”. 

giovedì 7 giugno 2012

Lo strano sogno di monsieur Chevalley




di Giuseppe Bivona


 “..questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata                              ,che non è mai meschino,terra terra ,distensivo ,umano ,come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali ,questo  paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di  misura, quindi pericolosi; questo clima che ci affligge, sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre e Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra, quanto l’inverno russo e contro il quale si lotta con minor successo;Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette dalla Bibbia ; in ognuno di quei mesi  ,se un siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre;.e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano, che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore, e dopo ancora le piogge sempre più tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete”.Questa violenza del paesaggio,questa crudeltà del clima…..”
Don Fabrizio sembrava un fiume in piena, non riusciva a contenersi , era quasi eccitato , non  lasciva spazio di parola al cavaliere Chevalley venuto dal lontano Piemonte .
Ma questi,  pur essendo una persona  beneducata, non era di   certo uno stupido, trovò un varco e lo  interruppe :
 “ Principe, ho compreso tutto quello che mi avete esposto, ma  consentitemi qualche osservazione.
 Non ci sarà, per caso, oltre al clima ,alla violenza della natura, alla durezza dell’ambiente  insomma qualcos’altro che opprima i siciliani o ,come meglio specificate voi ,la Sicilia? E questo strapotere baronale?: Questa aristocrazia impregnata fradicia fino alle ossa di spagnolismo ? Questo 2% dei siciliani che sono proprietari del 98% dei terreni coltivabili?.Sono forse una “benedizione” della natura? Questi  territori agricoli che si estendono a perdita d’occhio, i feudi , senza un albero , ne una casa,  una monotonia quasi ossessionante,  opprimente per chi li percorre ,figurarsi per chi è costretto a viverci ?!
Si , Principe, devo confessarlo,  siete  scaltri e spregiudicati , detenete il potere “reale” da secoli, nelle vostre mani, ovvero l’economia, imponete  rapporti contrattuali vessatori, ,vi servite  dei gabelloti per garantirvi la rendita fondiaria e ,all’occorrenza della mafia per mantenere l’ordine costituito. Avete permesso  che si stipulassero contratti di  sub affitto dei vostri terreni, e poi i contratti promiscui , quelli verticali , le soccide più iugulatorie , una deriva concorrenziale fratricida tra  poveri cristi, con la corsa al rialzo dei terraggi , poi, nelle male annate,dovevano, i disgraziati, vendersi l’asino o il mulo per pagare la gabella
Ma voi non vi accorgevate di nulla ,la cosa non vi interessava!  Intenti come eravate a sciupare e scialacquare le vostre rendite  a Palermo, a Napoli o a Parigi  , spendendo e spandendo il ricavato estratto dal sudore , ma che dico sudore , “sangue” dei poveri contadini , braccianti ,”iurnateri” possessori di una zappa e del proprio corpo!   Con la fatica e i sacrifici di tanti poveri cristi,  Lei e i suoi degni compari di questa nobile aristocrazia  siciliana , sperperavate ingenti risorse a feste, femmine e… buttane e poi quanto vi nauseavano , parchè il sesso vi usciva dal naso ,  dissipavate le “vostre” sostanze al gioco!  Non avete  avuto mai alcun ritegno , ne per le cose ,ne per le persone ne rispetto per le sofferenze o le fatiche altrui ,  d'altronde , molti di voi non sapevano dove erano le proprietà e ancor meno conosceva i confini dei possedimenti ,l’organizzazione dell’impresa feudale , i rapporti contrattuali .  A voi bastava intrattenervi una volta l’anno con un ristretto manutengolo   di gabelloti   che, come  i più feroci aguzzini, avevano più rispetto e attenzione o cura per il proprio cavallo che per il povero contadino . E che dire dei sovrastanti? Una milizia  privata , decisa a far rispettare  con ogni mezzo le regole da voi scritte . I poveri   contadini affamati ,si scannavano tra di loro , rialzavano il terraggio  per aggiudicarsi un pezzo di terra su cui seminare e  poter sfamare la famiglia. Non possedevano la semente ,perciò veniva anticipata  dai vostri affittuari prevaricatori ,che  qualche giorno prima la inumidivano ,per aumentarne il volume o la trattavano col solfato di rame per impedire che il contadino ne sottrasse qualche pugno per sfamare i propri figli!  .”
 Don Fabrizio aveva cambiato espressione ,il viso divenne paonazzo,  arcuò le sopraciglia , guardò con disprezzo  questo borghesuccio di un piemontese che, ricambiava la sua ospitalità con insulti e aveva l’ardire e l’arroganza   di offendere la più alta e  nobile aristocrazia  siciliana . Si penti amaramente di  averlo ospitato  in casa propria! Tentò  tuttavia di mantenere un contegno “nobiliare”  e cercò di spiegare all’ignorante messo piemontese  che quel tipo di ordinamento colturale  , ovvero la coltivazione estensiva  e l’impresa di tipo latifondista erano le soluzioni più razionali  che una agricoltura poteva esercitar in quel contesto, anzi l’unica che  meglio potesse rispettare il suo difficile  rapporto con la natura e l’ambiente .
 “ Sono secoli e secoli, fin dai tempi dei romani ,che restano validi nei nostri terreni questi ordinamenti ,queste coltivazioni, sono sistemi colturali consolidati da tempo immemorabili , sono dettati dal contesto agro-ambientale” disse quasi seccato, il principe di Salina .
Chevalley capi che aveva esagerato , ma non accettava le furberie mistificatorie  di un rottame della vecchia, decadente aristocrazia isolana   che era stata  ed è la vera causa delle disgrazie della Sicilia e dei siciliani onesti . Perciò decise , a costo di farsi cacciare a pedate dai servi del principe, di dire, fino  in fondo, la “sua “ verità . quello che sapeva, aveva sentito ed aveva costatato in quei pochi mesi che si  era trasferito in Sicilia.
“ No  principe , può darsi che il carattere dei siciliani sia stato segnato dalle vicende che Lei ha descritto ma  il dramma”oggettivo” di questa terra  in parte sta’ nella sua posizione e ancor più  nella sua  “dimensione” :Questa vostra ,purtroppo, è una isola né ,tanto piccola, da passare inosservata, ne tanto grande da potersi organizzare come stato autonomo e indipendente . Perciò il suo destino è stato di subire il perenne dominio di altri popoli, quasi una  vocazione a passare di mano in mano. Ma voi l’avete favorevolmente sfruttata  a vostro fine e  favore,  fu anzi, una abile arma in mano vostra che vi ha  consentito di veicolare il dissenso sorto  per i  tanti soprusi e  ingiustizie  subite dalla povera gente, indirizzandoli ora verso gli imani musulmani, poi i francesi ,dopo gli aragonesi ora i piemontesi . I poveri “grulli” siciliani credevano di cacciare gli usurpatori ,i dominatori , di essersi liberati  dagli oppressori, ma la vera causa dei loro mali eravate e restate voi. Li menavate  per il naso, eravate sempre voi  a condurre le “danze”  , tante  che  se qualche regnante straniero , osava mettere in discussione i privilegi feudali della classe  baronale ,eccoti  serviti in tutte le salse:  i “vespri siciliani “ !. E cosi per secoli avete gabbato il popolo siciliano,  piegato la storia  ai vostri intenti , scrivendola a vostro uso e consumo  .
 Ora debbo stare a sentire queste baggianate che Lei descrive come  fossero “acute”  analisi sociologiche o addirittura riflessioni “filosofiche” : i siciliani dormienti , onirici,  immersi nell’oblio , l’immobilità voluttuosa , il desiderio di non cambiare, la pigrizia ,l’indolenza ..il desiderio di morte :
 tutte frottole , tutta retorica, sofismi a buon mercato.  Buon per voi, per continuare  a campare sulle spalle dei poveracci”!.
Questa volta chissà quale santo trattenne il principe  dal chiamare i servi e cacciare questo cialtrone!  Si   era amaramente pentito di averlo accolto in casa propria, meglio lasciarlo ospite della  penosa  e squallida  locanda-spelonca di Zzu Menico!
Se è vero che i piemontesi sono falsi e cortesi , dov’è era la gentilezza? Nella sua vita non aveva incontrato un  individuo cosi insolente e irrispettoso ! Tuttavia era curioso  ,desiderava vedere dove  andava a parare il piemontese.
Chevalley  vistosi non interrotto  ,riprese  fiato ,ma stranamente cambiò tono :
 “ Eccellenza, non me ne abbia,  ho solo detto quello che ho letto, che so , che penso ed ho visto in questi giorni  di mia permanenza in Sicilia, ma vorrei , se Lei ha la bontà di pazientare un po , di esporre un mio sogno, uno strano sogno che ho fatto lungo la strada che mi conduceva  da Lei.
 Ad un certo punto la strada da Agrigento  diviene piana e confortevole si sentono meno gli urti e scossoni , perciò mi sono appisolato e non so per quanto tempo mi sono addormentato. Ma ho fatto un  sogno  stravagante  che vorrei raccontarglielo.
Sempre seduto nella vettura mi sporgo dal finestrino e come per miracolo vedo il paesaggio agricolo radicalmente mutato , quasi irriconoscibile. Le docili colline  che come larghe terrazze degradavano verso mare interrotti dall’alternanza  di  vallate e promontori , erano coperte da una rigogliosa vegetazione . Non più aridi e brulli , desolate distese di palme nane, ma  si coprirono pian piano quasi  per miracolo  ,di verde , pare fossero filari di vigna ben allineate e perfettamente in riga  ordinate secondo un precisa linearità geometrica , . Sulle sommità spuntavano fabbricati rurali  , casette pulite  circondate da alberi e ogni sorta di vegetazione , che rendeva il paesaggio quasi simile a quello toscano. Poi ad un tratto vedo un frutteto non so se pereto o altro genere di frutta , non aveva più le foglie, siamo a novembre!  ma ben tenuto , pulito con alberi tutti della stessa altezza e dimensione. Subito appresso seguiva un oliveto  con piante non molto grandi con la fronda piegata dalla carica di olive , tra gli alberi scorgevo donne e uomini intenti alla raccolta. .  La campagna pullulava di vita  voce gioiose di ragazzi si espandevano nelle vallate  I terreni seminativi erano una esiguità , come pure i sulleti e gli appezzamenti destinati alla fava. Ma ciò che mi lasciò estere fatto fu la vista di molti terreni coltivati ad arance , con i frutti che cominciavano a colorarsi di giallo-oro  E poi  ogni tanto  laghetti colmi di acqua negli impluvi delle colline vedevo dei specchi di acqua,  e sotto tutta una vegetazione lussureggiante
Ad un tratto  dopo una curva vedo un anziano contadino che riempiva la borraccia da una strana fontana, da  cui usciva un zampillo di acqua continua . Un arco sovrastava questa strana fonte e sopra c’era una scritta stravagante “ERAS”.  Curioso decisi di fermarmi e chiedere delucidazione  “Buona giornata a voi , buon uomo ,ditemi ,sono queste le terre del feudo del principe Fabrizio di Salina?  E questa sigla che vedo scritta la sopra appartiene forse ad un altro proprietario?” Il povero uomo si  guardò intorno  stupito , quasi a chiedersi : “ma questo da dove viene? “ Il contadino si fece avanti e con modi gentili mi propose di dissetarmi  che prontamente feci . L’anziano contadino  si appoggiò al muretto e con calma e naturalezza  mi disse che quelle terre erano sue e dei suoi fratelli da più di mezzo secolo e continuò:
“Voi siete certamente un forestiero e non conoscete le vicende di queste terre
 Mio nonno e il padre di mio nonno lavoravano nel feudo di questo principe  ,don Fabrizio  ,  mio nonno  mi raccontò che lo aveva visto una  sola volta  perché passo, per puro caso dalle nostre parti, mentre andava a caccia. Tutte queste terre erano sue fino a perdita d’occhio , anche se ogni tanto ne vendeva un pezzo… che puntualmente comprava don Calogero , mi pare Sedara, la cui figlia “stranamente “ andò in sposa al nipote del principe, tale Tancredi. A quei tempi la vita era impossibile ,ogni tanto c’erano rivolte per la fame ,mio nonno si ricordava dei fasci , del tentativo di organizzare i contadini  per le affittanze collettive, poi l’ondata migratoria, la guerra , il fascismo, e poi di nuovo la guerra . Ma questa volta le cose cambiarono. Occupammo queste terre. La mattina presto il paese si svuotava tutti, a piedi e in groppa ai muli  ,con le bandiere rosse occupammo questo feudo  . Insomma con le buone o con le cattive riuscimmo a strappare queste terre al principe. Prima erano tutte lande desolate si coltivava solo grano e un po’ di foraggio per nutrire l’asino o il mulo non c’era un albero , le sole fontanelle o abbeveratoi erano alla periferia del paese. La scritta che Lei legge sta per  Ente per la Riforma Agraria in Sicilia . Se  ne sono mangiati soldi ! Ma qualcosa, come vede, è rimasto! . Deve sapere che in  questi luoghi ,quando li possedeva il principe “gattopardo”,erano  quasi  sempre inaccessibili per la malaria  perché nella zona bassa ristagnava  acqua paludosa – e i contadini si avventuravano come scheletri umani per raccogliere la palma nana .Ora si  trovano aziende che praticano l’agriturismo , gente della città che trascorre le sue vacanze in campagna . .Ma la  più grossa novità di queste zone sono state  le dighe. Deve sapere che qui da noi piove forte e violentemente e per poco tempo , e l’acqua si perde tutta a mare. Invece cosi la raccogliamo in questi grandi invasi e l’utilizziamo nei mesi siccitosi: l’estate non è più un inferno ne per gli animali ,ne per gli uomini ,ne per le piante!  “
Non credevo ai miei  occhi e meno che mai alle mie orecchie: la terra ai contadini? La terra a chi la lavora? Ma questi sono pazzi, questi “gratta terra” divenuti proprietari…!
 Il vecchio , vide il mio viso sconvolto , non comprendeva il mio stupore, perciò mi chiese  da  quale paese  venisse. . Io rimasi imbarazzato, non sapevo che dire ,cosi risposi  che venivo …dal secolo passato!. Fortuna volle che la carrozza prese un  grosso ciottolo  che la fece sobbalzare  e  cosi mi  svegliai ,  tornai alla realtà”
“ Che  minchia  di sogno  avete fatto” disse seccato don Fabrizio

martedì 29 maggio 2012

Un mondo senza fiori





g.bivona


Non riesco ad immaginare il mondo senza i fiori” disse Alice mentre sostava estasiata sotto un albero di susino in piena fioritura; non c’era un tratto di legno, nei suoi rami ,che non fosse coperto fiori.
“Eppure” disse il Gufo “ duecento milioni di anni fa i fiori non esistevano, la terra era popolata da felci, muschi, conifere e cicadacee, non formavano fiori e frutti nel  vero senso della parola.
“Ma come facevano queste piante  a riprodursi e a perpetuare la specie senza gli organi sessuali espressi nel fiore?” disse curiosa Alice
“Be ,molti si riproducevano per via asessuata “ rispose il Gufo” clonandosi in svariati modi . La riproduzione era un fenomeno discreto ,( non a caso le piante si chiamano Gimnosperme ,nascosto), se vuoi dispendioso, diseconomico: veniva rilasciato  tantissimo polline “ leggero”  che il vento o l’acqua trasportava  e solo per “caso”  un po’ di polline riusciva  a raggiungere i membri della stessa specie, col risultato di veder nascere un minuscolo striminzito seme. Comunque ,cara Alice , questo mondo “prefloreale”, era più tranquillo, più lento, e più semplice del nostro attuale L’evoluzione  procedeva pigramente, per la semplice ragione che non vi erano differenziazioni sessuali e poca mescolanza di geni,  la riproduzione interessava piante vicine, con uno stretto vincolo di parentela. Lo scenario ambientale di questo pianeta ,era monotono: di sicuro più verde ,ma privo di colori, di varietà di forme , di profumi ,di attrazione…insomma non esisteva la Bellezza .O meglio, l’aspetto di ogni cosa  non aveva nulla a che vedere con la molla del…. Desiderio!”
Alice attenta colse la sottigliezza : “Come dire che non c’e bellezza senza desiderio?  Ma allora come  spuntano fuori  i fiori? E perché  rivoluzionarono tutta la vita sulla terra?”
Il Gufo, sull’argomento, non è che avesse le idee sufficientemente chiare  ,cerco di destreggiarsi al meglio delle poche conoscenze e residui ricordi  scolastici in materia.
“Le Angiosperme, ovvero le piante che producono fiori e semi rivestiti e protetti , apparvero durante il Cretacio e si diffusero con una velocità impressionante. Le ragioni di tanto successo? Invece di affidare la diffusione, prima del polline e poi de semi( leggi geni) , al vento e quindi al caso ,le nuove piante provviste di fiori ,intrecciarono una stretta relazione con il mondo animale , ovvero stipularono un eccellente contratto coevolutivo : Io, pianta ti  fornisco nutrimento in cambio, tu insetto o animale mi trasporti il polline o/e i  dissemini semi nell’ambiente circostante.
Il come e il perché siano apparse le angiosperme , resta  ancora un mistero nell’intricato processo evolutivo. Lo stesso Charles Darwin definì questo fenomeno improvviso e del tutto inafferrabile :”un mistero insopportabile” .
Sta di fatto che questo “nuovo mondo” ora è più ricco di novità , diversità, di variabilità genetica , una “ricchezza”  della specie da spendere  nelle situazioni di  eventuali difficoltà .D’ora in poi l’evoluzione si sviluppa secondo un rinnovato modello coevolutivo : l’attrazione tra specie differenti. Tutto deve essere interessante ,bello ,desiderabile, appetibile , intrigante….le danze sono aperte!
La selezione naturale favorisce  i fiori più “belli”  ovvero quelli che riescono a catturare l’attenzione degli impollinatori e i frutti più appetitosi per gli animali.
La macchina desiderante  coinvolgeva le creature delle diverse specie e quelle che riuscivano a gratificare i propri desideri  avevano un successo assicurato ovvero maggior discendenza , sicura dominanza sul territorio.
La “bellezza” si rivelò una strategia di sopravvivenza!
Le nuove parole d’ordine vincenti  furono : grandezza, lucentezza, dolcezza , fragranza…tutte qualità  che assicuravano un  sicuro successo.
Tutto ciò accelerò la velocità dei mutamenti evolutivi: era dispendioso affidare il polline ad un insetto che poteva recapitarlo ad un indirizzo “sbagliato” perciò per le piante divenne vantaggioso  avere un aspetto e un profumo  specifico, con  spiccate caratteristiche, tale da attrarre  l’attenzione di un unico  esclusivo impollinatore.
Alice era affascinata , ma le sembrava una  forzatura addebitare questa singolare strategia alle piane ovvero ad entità di per sé semplici dalla espressioni organizzativa e fisiologica piuttosto elementare.
Perciò chiese:” Vuoi dire che le piante studiarono ed analizzarono il desiderio degli animali?
Cercarono di trovare il loro punto “debole”, come ad esempio la dolcezza dei frutti , per consentire la diffusione dei semi in essi contenuti?”
Il Gufo non ebbe esitazione: “ Senza i fiori noi non esisteremmo, dominerebbero ancora incontrastati i rettili  che in un mondo ricco di foglie e privo di frutti, se la cavavano benissimo. I fiori ci hanno fatto nascere , noi che siamo i loro più attenti estimatori siamo entrati di prepotentemente  nella storia naturale . I fiori, hanno continuato nel tempo a divenire sempre più belli  ai nostri occhi ,racchiudendo nel suo essere più profondo anche i nostri tropi e le nostre idee più impossibili, meno narrabili. Siamo andati oltre.  Abbiamo rivolto la nostra attenzione più in là  della corolla del fiore   in un singolare gioco appassionato e affascinante.
Tu ti chiederai ,che cosa sarà mai un   fiore?
Il fulcro autentico  del doppio aspetto della natura , le energie conflittuali della creazione e della distruzione , l’innalzamento verso forme complesse e l’impulso travolgente che li allontana
I greci chiamavano Apollo e Dionisio  questi due aspetti della natura e in essa non esiste nulla in cui  la loro lotta  sia evidente e struggente  come nella stessa essenza del fiore :che passa  da una fulgida bellezza ad  rapido trapasso.
Ecco la conquista dell’ordine sul caos e il suo gioioso abbandono. La bellezza autentica ( cosa diversa dalla gradevolezza) è il risultato di queste due tendenze opposte . Osserva per un attimo  una rosa o una peonia: più splendide  appaiono quelle in cui la profusione caotica dei petali è contenuta da una forma o da una struttura che rispetta la simmetria di un globo o una tazza da tè : impedisce alla corolla , l’abbondanza dei petali, di divenire ai nostri occhi, troppo indolente! Ecco la perfezione dell’arte e il fluire cieco della natura . la trascendenza e la necessità.!
Alice  era incantata il “mistero” nascosto nel mondo dei fiori , svelava in aspettabili sorprese. Volse di nuovo lo sguardo al susino fiorito e  piano piano  accostatasi , sussurrò all’albero: “ Che sia proprio ,li ,in un fiore, il significato della vita!?”


domenica 20 maggio 2012

“Minni di virgini” : un dolce dalla forma voluttuosa ma dal contenuto sobrio



Giuseppe Bivona

Suor Virginia   era una suora intelligente,  aveva la  consapevolezza   della difficoltà in cui andava incontro, nel creare un dolce  originale, tale  da stupire i convitati della marchesa  ,in occasione del matrimonio del figlio Pietro.
 Ora ,come tutte le donne intelligenti , non ebbe alcuna esitazione   nel cimentarsi  nel difficile antinomia tra  “forma “e ”sostanza” 
Certo in tempi in cui  il Santo Uffizio , per molto meno licenziava al rogo  donne meno perspicaci per  la sola disavventura  di usare erbe medicamentose, le “minni di virgini” ,erano di certo una provocazione bella e buona!
 Nell’ultimo mezzo secolo , la cultura materiale  e con essa l’”arte bianca”   del nostro patrimonio locale artigianale  hanno ceduto “ armi e bagagli”  alla più insolente , tracotante delle industrie agroalimentari : l’invenzione del “Mulino bianco”  ,  delle   “Nutelle”: si,  sempre la stessa quella che da generazioni….
Nel totale silenzio  delle autorità  sanitarie   e degli organi  adibiti  alla vigilanza  alimentare , per quasi dieci lustri   questi cialtroni  hanno  con la massima disinvoltura  trasformato i grassi  insaturi in “margarine”   , a man bassa abusato ,di conservanti,  antiossidanti , esaltatori di sapidità ecc.
Hanno preso per la “gola” adulti e piccini   in un gioco perverso , lasciando che la  pubblicità  la facesse da padrona e giocasse un sinistro  doppio  ruolo, tra   realtà e finzione.
Suor Virginia , non voleva rinunciare alle forme: si , direte che si era ispirata alle colline  “mammelliforme “ che circondano la bella  cittadina di Sambuca, ma il gioco era  sottile ed intrigante!
La pasta  lievitata  al punto giusto ,morbida, vellutata,  liscia come la seta , veniva plasmata  con delicata voluttuosità a forma di mezzaluna , con le varianti a “ coppa di champagne”, a “pera”, ecc.
La forma  aveva  la sua massima espressione di libertà  , foggiarla era come accarezzarla,  un gioco di seduzione  , al limite della tentazione…. La fantasia  è  cosi difficile imbrigliarla !
Ma suor Virginia  deve  spendere  la “sostanza”  ovvero il contenuto  ciò con cui riempirà  quella mezza luna a forma di minna.
Nessuno le impedisce di riempirla delle specialità dolciarie  esageratamente sdolcinate,  tali  da rimanere secchi  stupiti, al primo assaggio ,  una  eccedenza , un sovrabbondanza, senza limite, un crescente di voluttuosità    senza confine, smisurata , quasi tracotante…
 Invece suor Virginia con  molta saggezza   decide di  mitigare le lusinghe delle “forme” ,non si lascia  trascinare  dallo smisurato , esorbitante  , lusinghiero.
 No!
Riconduce  il suo “ripieno”  sul piano della sobrietà ,della castigatezza,della giusta misura , direbbero gli antichi greci. Sa ,che a fronte delle piacevoli sensazioni tattile , bisogna ricondurre  alla moderazione, alla morigeratezza.
La zuccata è per definizione  semplice e frugale  ,la dolcezza  bisogna quasi scoprirla, tirarla fuori , una  sorpresa   che sovviene lentamente ,con la masticazione, in una felice combinazione con la  crema e la pasta dell’involucro esterno .  La crema  di latte è la dolcezza più sobria per definizione .Lo zucchero è il lattosio  , la temperatura  mite , non eccede l’ebollizione ,  poi la cannella , il cioccolato .
Insomma un dolce “ sensitivo”
Ma la modernità con la complicità  della tecnica,  ha scoperto  gli zuccheri “ nudi”   essenziali   pronti ed efficaci   che arrivano prima al cervello come insidiose droghe  , lo disarmano ,  non gli danno il tempo  di riflettere  :  entra come un cavallo di Troia  nei nostri  costumi alimentari ,  accolto con ovazione,  osannato. Diveniamo insaziabili , voraci , ci rapisce ....
Eppure  la gran massa degli organi interni dal fegato al pancreas ai reni  , questi zuccheri “nudi”  imperiosi  e fulminei  sono una  vera e propria…calamità .
Il buon padreterno non aveva congegnato questo nostro “motore” per ricevere un simile “ carburante” . Perciò non sa  cosa farne , cerca di demolirlo ,  allerta  i sistemi di allarme, accende tutte le spie
Eppure, appena varcate la soglia di un supermercato  siete investiti  ambo i lati   da una montagna di confezioni di dolciumi  della peggiore spazzatura. Madri ignare  fanno incetta…” i miei figli ne vanno matti”. Si,matti da legare! Obes, fin da piccoli e con valori analitici del sangue al limite, affrontano il resto degli anni in una perenne precarietà salutare , in un incessante andirivieni  tra l’ambulatorio de medico  di famiglia ,che ormai  ha esaurito il ricettario e la farmacia ovvero  big pharma, che come un pozzo senza fondo divora  i bilanci nazionali.
Non di meno   le buone pasticcerie locali  insistono  con  caparbietà  a sfornare  dolci  a “km zero”,
 senza eccessive raffinazioni , freschi quanto  lo richiedono  la naturale decadenza  dei prodotti , con  materia prima di sicura e facile rintracciabilità  .
Sarebbe  troppo  sognare , in questi giorni  ancora primaverili   osservare lunghe file di scolaresche  intrattenersi al banco delle pasticcerie del paese  e chiedere  all’unisono:” Per favore mi dia   una “minna di virgini “. Poi allontananti dalla pasticceria  aprire lo zaino e buttare  nelle cassette dell’immondizia le confezioni di  brioscine   e dolciumi industriali , alla stregua  come si fa con la comune  peggiore spazzatura     

lunedì 7 maggio 2012

Il desiderio di ebbrezza( ovvero la forza dell’oblio)

(parte terza)
      
Giuseppe Bivona

 Chi non sa sedersi sulla soglia dell'attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai cos’è la felicità, e peggio ancora non farà mai qualcosa che rende felici gli altri."
(F. Nietzsche)


L’interesse per la cannabis si riaccese intorno alla metà degli anni sessanta quando un giovane ricercatore israeliano isolò il composto chimico responsabile degli effetti psicoattivi:l delta-9-tetraidrocannabinolo ovvero il THC.
Qualche decennio dopo  fu scoperto il ricettore specifico del THC, una cellula nervosa alla quale si lega  ed apre come una chiave la serratura attivando una serie di neuroni  con le stesse modalità che coinvolgono la dopamina, serotonina e le endorfine.
La risposta del cervello diviene “non lineare” il segnale chimico inviato alle altre cellule innesca cambiamenti cognitivi , comportamentali e fisiologici. Insomma si sostituisce una nuova rete nel cervello ! Comprendere le ragioni  quale potesse essere la finalità di  una tale “ rete nuova”  ,richiede  un elenco di ragionevoli dubbi  che non è per niente peregrino : alleviamento del dolore,perdita della memoria  a brevissimo tempo,  piena tranquillità e lieve indebolimento  delle capacità cognitive.
“ Non ci posso credere “ avrebbe detto la mia amica Eugenia “  Immagina  per un istante, tutto ciò che quei poveretti di Adamo ed Eva, avrebbero desiderato dopo la cacciata dall’Eden !  La farmacopea non poteva inventarsi un farmaco migliore: alleviare ad Eva i dolori del parto  ed ad Adamo  di sopportare il duro lavoro fisico!”
Eppure un fiore , una pianta insignificante  cresciuta originariamente nell’Asia centrale ha la capacità di possedere  un complicato e complesso  meccanismo  neurologico  che presiede e nello stesso tempo determini   mutamenti  di aspetti della coscienza umana !
 Questa corrispondenza tra mente e natura  e qualcosa di miracoloso , eppure deve esserci una spiegazione  razionale!
 Una pianta non  compie uno sforzo  cosi singolare nel produrre  una molecola, se pur  unica e complessa , se  alla fin fine non trae  un evidente vantaggio  dal punto di vista evolutivo! Insomma perché la pianta di cannabis produce THC?  Non certo per regalare momenti di ebbrezza a potenziali esseri umani!
E se per un istante ipotizzassimo che che questa meschina e derelitta pianta  si fosse messa in testa di  sfruttare  a proprio vantaggio evolutivo  le proprietà psicoattive contenute nel THC? Che  in fi de conti  le ha consentito di difendersi ed evolversi?
In origine  botanica  era stata unica , solo diecimila anni fa  la canapa  coltivata per la produzione delle fibre o carta  si differenziò ,in un tratto dell’Asia centrale  i cannabis,  per divenire sempre più  diversa e distante,  selezionata per ragioni  medicinali e effetti  psicoattivi.
 Oggi la canapa e la cannabis sono come il giorno e la notte  con finalità distinte e  disparate : materiale e spirituale! La più fortunosa  è di certo la seconda per la sua proprietà ..dimenticare o meglio di non far funzionare la memoria a  breve termine.
Strano , ma il nostro cervello produce  un composto chimico  che interferisce con la  capacità di memorizzare  e ciò vale non solo per il ricordo del dolore.
No sarà che tutto si gioca su questa nostra capacità di dimenticare?
 Ne va della nostra sopravvivenza. Ricordare tutte le cose che vediamo o che ci accadano, sarebbe una tragedia  perciò necessita un capacità rigidamente selettiva.
La memoria è nemica dello stupore , che non alberghi in altro luogo che non sia il presente. Perciò le forti emozioni risiedono nei bambini che non hanno accora accumulato questa lunga ed opprimente colonna che come una pressione atmosferica ci sovrasta senza via di uscita. Siamo schiacciati da questa “ pressione della  realtà vissuta”  . Possiamo venirne fuori attraverso la “ valvola riducente della realtà” Nella  metafora di Huxley  la valvola riducente si apre  per ricevere le esperienze , il nostro dramma sta nel gestire il “ risveglio”.
“ In un modo o nell’altro tutte le nostre esperienze  sono condizionate dalla chimica  e se crediamo che alcune di esse siano puramente spirituali , puramente intellettuali  puramente estetici  e  perché non ci siamo presi la briga di  esplorare  l’organismo  nel momento in cui si verificavano le “reazioni”“
 I mistici hanno sempre  lavorato con assiduità e pazienza  alla modificazione della chimica del  cervello,  vuoi col digiuno , con l’autoflagellazione , la veglia , l’ipnosi  ,o la recitazione ripetitiva delle preghiere ecc .
Il cervello è in grado di drogarsi da solo  come succede con i placebo: produrre  una dose extra di serotonina in risposta allo stimolo mentale .
Ma noi occidentali , giudaici cristiani  abbiamo  espresso una sufficiente misura di sicurezza tra  natura e cultura   guardiamo con gelosia  i confini tra  materia e spirito
 La Chiesa nn andò per il sottile , condannò  al rogo streghe e presunte tali .
 Tuttavia le piante magiche  furono risparmiate , anche se il muovo monoteismo , che introdusse  nei suoi rituali  e spettacoli   molto della tradizione pagana , non poteva  rinnegare il bisogno  alla devozione  ancestrale verso le piante “strane”
Ecco, la storia del frutto proibito , raccontatoci dalla Genesi  dimostra come  non esisteva niente di più importante!
Strano che possa sembrare queste piante lanciano   una grande sfida  al monoteismo  perché  minacciano di deviare lo sguardo  della gente dal cielo  , dove si pensa risieda il nuovo Dio ,.
Eppure le piante magiche  restano la sola forza gravitazionale  che ci riconduce alla terra  alla materia, al presente  lontano mille miglia dalla promessa di salvezza cristiana.
Ma quale era la conoscenza  da cui Dio  voleva tenere lontani  Adamo ed Eva  nel giardino dell’Eden?
Il frutto proibito  conta meno del due di coppe quando la briscola è a denari, se almeno  ipotizzassimo  quale fosse l’albero che Dio volesse tener lontani Adamo ed Eva.
 Valeva invece  molto più  per la “ nuova “ religione  spezzare  il legame  magico del genere umano  con la natura, privare di fascino il mondo  delle piante e degli stessi animali , per dirigere  la nostra attenzione  verso un unico , solitari Dio  albergante in cielo . Tuttavia Yahweh non poteva  far finta che  l’albero della conoscenza  non esistesse  e meno che mai, con generazioni di pagani  adoratori di piante che conoscevano benissimo .
Fu cosi che “l’albero “  ebbe la concessione di crescere  nell’Eden, ma…circondato da un irremovibile tabù.
Le piante che hanno il potere  di modificare i nostri pensieri  e la nostra percezione , di provocare stupore  e creare metafore  sfidano la radicata credenza  giudaica cristiana .  La nostra coscienza , che si considera separata dalla natura , ha raggiunto una sorta di trascendenza.
E se l’ebbrezza dionisiaca   finirebbe per dominare, catturare , fino a rapirci?
Gli antichi  greci popolo serio e corretto  capirono  che la cosa non  andava  presa alla leggera,  da sperimentare   spesso e volentieri .
 L’ebbrezza era un rituale  accuratamente circoscritto , giammai uno stile di vita , perché avevano compreso  che Dionisio può  renderci  angeli  o animali  , dipende.
 Eppure lasciare di tanto in tanto   che la natura ci rapisca è sempre una cosa molto utile  anche solo per riportare sulla terra  , almeno ogni tanto , il nostro sguardo astratto  e stancamente, noiosamente, rivolto in alto.    
    

giovedì 3 maggio 2012

Il desiderio di ebbrezza( ovvero la forza dell’oblio) II°


(seconda parte)
Giuseppe Bivona

“ Un essere umano chiese una volta ad un animale:” Perché non mi parli della tua felicità e mi guardi soltanto?”
L’animale voleva rispondere e dire:” Il fatto è che mi dimentico sempre quello che sto per dire” . Ma subito dimenticò anche questa risposta e rimase silenzioso”
Friedrich Nietzsche

Tutte le culture umane ricorrono ad un ampia varietà  di piante per gratificare il desiderio di alterazione mentale. Stranamente ne adottano una e proibiscono le altre: tentazione e tabù sembrano procedere di pari passo,vedi il ruolo tradizionale del’alcol nell’ occidente e gli oppiacei nell’oriente.
Ma dove nasce questa inclinazione umana verso le droghe?
Qua’è l’ingegnoso espediente  che mettono in atto queste piante per produrre sostanze chimiche dagli effetti  cosi misteriosi sulla coscienza umana?
Per gli scienziati che studiano il nostro cervello  sembra che esso svolga due funzioni apparentemente distinte:  una capacità superiore di  risoluzione dei problemi,ed un sistema interno  di risposte “ chimiche” ,tali che se, per esempio, compiamo  un atto particolarmente utile o/e  eroico , il nostro cervello è inondato  di sostanze chimiche  che gli procurano benessere .Non ci volle molto a capire come far scattare  ,artificialmente una risposta piacevole da parte del cervello!
Gli antichi greci compresero , come la risposta alle domande  sulle sostanze inebriante , coinvolgevano altri grandi misteri della vita poteva avere risvolti sia positivi che negativi
Il vino di Dionisio , come altre droghe possono risultare vantaggiose e rivelarsi di grande utilità , se ingannando chimicamente il cervello  sono di sollievo  al dolore , o aumentano la capacità di concentrarsi e lavorare  o aumentarne la resistenza , rimuovono le inibizioni.
Oggi la farmacopea  ci propone una vasta gamma di assortimenti  con l’imbarazzo della scelta.
Ma che dire  delle piante più potenti , psicoattive che alterano l’esperienza  dello spazio e del tempo al punto da “trasportare “  l’ignaro consumatore  fuori dalla sua  vita quotidiana e addirittura fuori da “se tesso”?
Ora comprendiamo perche tutte  le culture , su questo tema , sono  molto caute : queste piante  e le loro fitomolecole rappresentano una minaccia  per “ l’ordine costituito “  ovvero per la convivenza la pace sociale.
Queste piante ,paradossalmente ebbero due distinti “destini”  essere  considerate sacre  e/o proibite.
Se l’esperienza religiosa è un atto di trascendenza  dalla realtà contingente  attraverso stati estatici  come essere trasportati altrove, o ad  aprire la porta di accesso ad un altro mondo ; curiosamente accade  lo stesso  utilizzando un gruppo di piante psicoattive , quale il cactus del peyota,l’amanita muscaria, la segala cornuta, l’uva fermentata , il papavero da oppio e la cannabis!
Forse una riscrittura  delle religioni  ci obbligherebbe a riconsiderare che l’esperienza umana  del divino  ha le sue  più profonde radici  nelle piante e nei funghi . Una insoddisfatta brama di trascendenza , cosi come era avvenuta con la bellezza per i fiori , ora  intesse e ricuce  materia e spirito ,le piante psicoattive come “ ponte” esteso dalla materia verso  lo spirito .
 Ma cosa accade oggi , nell’età moderna , quando liberiamo l’immaginazione ,ovvero alteriamo lo stato di coscienza?  
Scrive Lenson “ Per quanto la critica  abbia tentato di rendere asettico questo processo , dobbiamo riconoscere che alcuni dei nostri poeti e pensatori canonici ,quando parlano di immaginazione , in realtà si riferiscono ed una alterazione della coscienza . Ma, allora, perché escludere i molti pensatori  della Grecia classica tra cui Platone , Aristotele, Socrate, Eschilo ed Euripide che erano soliti  partecipare ai misteri eleusini, rituali estasiatici , ufficialmente  festa del raccolto in onore di Demetra?.
 Nasce in occidente e in particolare nella Grecia classica la metafisica ovvero   la convinzione  che ogni cosa di questo mondo  abbia la sua forma ideale  e reale in un altro mondo  al di là dei nostri sensi .
Curiosamente accade che alcune droghe  influiscono sulla nostra percezione  in modo da allontanarci  dagli oggetti che ci circondano  e  la cosa più affascinante, che  ogni oggetto  rappresenta con maggior chiarezza  tutti quelli della sua categoria: un albero è un albero indistinto tra milioni di alberi!
Richard Dawkins nel “Gene egoista”  introduce  il concetto di “meme”  ovvero di una unita organica  di informazione culturale memorizzabile . I memi stanno all’evoluzione  culturale come i geni stanno all’evoluzione biologica .
Ma da dove arrivano  i nuovi memi?
A volte spuntano improvvisi dalle menti di  artisti, poeti ,scienziati magari in relazione  degli effetti delle piante psicoattive  le cui conseguenze  non dissimili  dalle radiazione sul genoma!
 In buona sostanza ,sono  molecole chimiche  con il potere di alterare  i costrutti mentali , di proporre nuove metafore ,nuove teorie.
Fine seconda parte