venerdì 25 settembre 2026

Dall'antica Roma alla rivoluzione di Santa Ninfa

La Festa dell’Agricoltura di Santa Ninfa quest’anno non si farà. La decisione è stata assunta dall’Amministrazione comunale dopo un confronto con gli agricoltori, con i membri dell’Associazione Partito Agricolo di Santa Ninfa e con il rappresentante del direttivo della Cia Sicilia Occidentale, 


Una scelta dettata dalla volontà di esprimere vicinanza a un comparto che sta attraversando una fase di grave crisi. Secondo l’Amministrazione, in questo momento non ci sono le condizioni per vivere in maniera festosa una manifestazione che ha proprio negli agricoltori i suoi principali protagonisti. Che sia chiaro nessuno imbraccerà un bel nulla, quella di Santa Ninfa è una scelta etica coraggiosa di immensa solidarietà, che solo amministratori straordinari sanno compiere In un contesto di profonda crisi come si fà a festeggiare?  scelta che altri sindaci non hanno saputo e voluto compiere, per non turbare la quiete pubblica.... Proprio come veniva fatto in epoca romana. Ripassiamo la storia

Sintesi analitica

Nel contesto romano antico, la carestia non fermava la macchina festiva dello Stato. Al contrario, la religione di Stato e la pragmatica politica imperiale imponevano di svolgere le festività con rigore. Il popolo soffriva le privazioni e alterava il proprio stile di vita sul piano alimentare e di ordine pubblico; i regnanti adottavano misure draconiane di espulsione e calmieramento, ma usavano i ludi come un formidabile dispositivo di stabilizzazione sociale per scongiurare il collasso delle istituzioni.

 Nelle fasi di acuta scarsità alimentare (inopia o caritas annonae), la società romana conosceva profonde alterazioni nelle dinamiche sociali, nelle condotte politiche e nelle abitudini quotidiane. La minaccia della fame non rappresentava soltanto un'emergenza materiale, ma incideva direttamente sull'ordine pubblico, sulle pratiche religiose e sul legame fiduciario tra i regnanti (magistrati o imperatori) e la plebs urbana.


1. Il comportamento dei Regnanti: Gestione dell'emergenza, espulsioni e pressione sociale

Per i governanti romani, la carestia era prima di tutto una crisi di legittimità politica. In un sistema in cui l'approvvigionamento di grano era percepito come un dovere primario dello Stato (cura annonae), il deficit alimentare rischiava di sfociare in aperta rivolta.

L'espulsione delle "bocche improduttive"

Nei momenti di emergenza, la misura governativa più drastica ed emblematica era l'allontanamento coatto dalla città delle popolazioni considerate "non essenziali" per preservare le riserve di grano:

  • L'imperatore Augusto (6 d.C.): A seguito di una gravissima carestia che colpì la capitale, Augusto ordinò l'espulsione temporanea da Roma degli schiavi messi in vendita, dei gladiatori e di tutti gli stranieri (peregrini), a eccezione dei medici e dei maestri di scuola (Svetonio, Augustus, 42; Cassio Dione, LV, 26). Ridusse inoltre il seguito dei magistrati ed esportò parte della corte fuori città.

  • Tardo impero (384 d.C.): Lo storico Ammiano Marcellino (Res Gestae, XIV, 6, 19) narra con sottile ironia che, durante una grave carestia a Roma, vennero scacciati celermente dalla città filosofi, professori e cultori delle arti liberali. Al contrario, furono autorizzati a rimanere ben tremila ballerine (saltatrices) con i relativi cori e musicisti, giudicati indispensabili per il divertimento e la calma della massa plebea.

Controlli sui mercati e punizione degli speculatori

I regnanti intensificavano il controllo sui prezzi. Venivano perseguiti severamente i dardanarii (gli accaparratori e speculatori di grano che nascondevano le scorte per far salire i prezzi). Imperatori come Tiberio e Caligola interruppero o calmierarono le tasse sui trasporti marittimi per incentivare i mercanti, mentre Claudio giunse ad assumersi personalmente i rischi finanziari delle navi onerarie danneggiate dalle tempeste invernali.

Pressione della piazza sul potere

La figura pubblica dell'imperatore non era immune da contestazioni fisiche. Svetonio (Claudius, 18) e Tacito (Annales, XII, 43) raccontano che durante una scarsezza di frumento nel 51 d.C., una folla esasperata accerchiò Claudio nel Foro, insultandolo e tirandogli croste di pane raffermo, costringendolo a rifugiarsi a fatica nel palazzo imperiale prima di varare riforme navali d'urgenza.

2. Mutamenti negli usi e costumi del Popolo (Plebs)

Per la gente comune, gli anni di carestia comportavano modifiche repentine alla dieta, al tessuto morale e al clima di sicurezza urbana.
  • Degrado della dieta quotidiana: Il grano tenero (triticum) veniva sostituito con cereali inferiori come la segale, il farro o la crusca scartata dalla molitura. Nei casi più disperati, le fonti documentano il ricorso a farina di ghiande, erbe di campo e persino legnosi succedanei, con conseguente diffusione di intossicazioni alimentari (come l'ergotismo da cereali parassitati).

  • Tensioni sociali e criminalità: Aumentavano i furti e i saccheggi ai depositi di grano (horrea). La plebe si concentrava nei luoghi di distribuzione gratuita (frumentationes), dove la calca e l'attesa snervante degeneravano frequentemente in rissa.

  • Resurrezione della superstizione: La carestia veniva interpretata secondo la mentalità romana come una rottura della pax deorum (l'armonia tra la città e le divinità). La popolazione intensificava le visite ai templi, i voti privati e la partecipazione alle consultazioni dei Libri Sibyllini.

3. Si continuavano a celebrare le Feste e i Ludi durante le carestie?

La risposta storica è sì, le feste e i giochi si svolgevano ugualmente e, in molti casi, venivano persino potenziati.

Questa continuità apparentemente paradossale obbediva a due precise logiche istituzionali e religiose:

1. Il dovere religioso della Pax Deorum

I ludi (giochi del circo, corse dei carri, rappresentazioni teatrali) e le feriae non erano meri intrattenimenti laici, ma veri e propri atti di culto pubblico. Annullare una festa sacra durante una carestia sarebbe stato considerato un atto di empietà che avrebbe ulteriormente adirato gli dei.

  • Le Cerealia (festa dedicata a Cerere, dea del grano e dei raccolti, celebrata in aprile) si mantenevano con rigore anche in periodi di magra. Interrompere i Ludi Ceriales proprio mentre scarseggiava il frumento era impensabile: si offrivano sacrifici (come la scrofa porca praecidanea) e si organizzavano corse al Circo Massimo per implorare il ritorno dell'abbondanza.

  • In momenti di gravissima calamità nazionale venivano addirittura istituiti nuovi giochi espiatori. È il caso dei Ludi Taurii o dell'intensificazione dei Ludi Saeculares, celebrati per purificare la città da epidemie e carestie.

2. La funzione politica di controllo sociale (Panem et Circenses)

Quando il cibo (panem) scarseggiava o scendeva a razioni minime, la seconda componente della celebre formula di Giovenale, ovvero lo spettacolo (circenses), diventava uno strumento indispensabile di governo.

  • Offrire spettacoli gratuiti consentiva di canalizzare la rabbia della massa, distrarla dalla morsa della fame e radunare la popolazione in spazi controllati (il Circo Massimo o i teatri) dove i magistrati e l'imperatore potevano mostrare la propria presenza e misurare l'umore popolare.

  • Spesso, in occasione dei giochi tenuti durante periodi difficili, i sovrani organizzavano i missilia (lanci di tessere di legno distribuite al pubblico che davano diritto a premi, cibo o piccoli doni in denaro) per placare gli animi dei partecipanti.

Che cosa cambiava nei festeggiamenti?

Se i ludi religiosi e imperiali venivano confermati, a cambiare era la natura dei banchetti privati e il grado di sfarzo esibito:

  • Riduzione del lusso privato: Durante le carestie venivano applicate rigorosamente le leggi suntuarie (leges sumptuariae), che limitavano la spesa massima per i banchetti privati (convivia), proibivano la vendita di cibi esotici o carni prelibate nei mercati e vietavano la somministrazione di bevande alcoliche ed eduli elaborati nelle popinae (le osterie pubbliche).

  • Conversione dei banchetti pubblici: I grandi banchetti pubblici gratuiti (epula) legati a certe festività venivano talvolta convertiti in distribuzioni dirette di monete (congiaria) o di razioni essenziali, per evitare lo spreco di materie prime e contenere le manifestazioni ostentative di ricchezza da parte dei patrizi.


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