lunedì 18 giugno 2012

L’INFLUENZA ARABA SULL’AGRICOLTURA SICILIANA



Giuseppe Bivona  


Chissà per quali oscure ragioni od inconsce motivazioni, sentiamo forte il richiamo per le vicende 
storico-culturali che coinvolgevano la nostra isola all’epoca della dominazione araba. Un lasso di  tempo, tutto sommato, relativamente breve, se paragonato all’esperienza Andalusa. Una conquista 
lenta e difficoltosa nella sua espansione verso la parte orientale dell’isola accompagnata da duri e 
violenti contrasti interni tra la componente araba  e quella berbera. Tuttavia, questa “tardiva” e 
“accidentale” invasione islamica coniugata alla successiva dominazione Normanna, costituisce uno 
di periodi più intensi, stimolanti e vitali per l’arte e la cultura nella nostra isola. 
Ma ciò che la contraddistingue e particolarmente ci coinvolge è l’aver avviato un radicale processo 
innovativo, quasi rivoluzionario, che investe l’agricoltura  e con essa il suo paesaggio che da 
quell’esperienza ne esce trasformato e rimodellato, tantochè molti dei suoi tratti caratteristici 
persistono ancora oggi. 
Così non potevamo farci sfuggire l’occasione offertaci dall’accademia dei Georgofili su un tema 
accattivante: “L’agricoltura e il paesaggio agrario della Sicilia nel periodo arabo-normanno”, 
affidandone la trattazione al Prof. Giuseppe Barbera della facoltà di Agraria di Palermo. 
In un tardo pomeriggio di fine novembre presso l’Aula Magna della stessa Facoltà, Barbera ci 
propone la rilettura di quel periodo attraverso una analisi per certi versi inedita o se si vuole 
inusuale per il tradizionale collocamento “ambientale”. 
Per Barbera la presenza araba in Sicilia avvia la prima vera “rivoluzione” agraria segnando 
un’epoca di intenso rinnovamento sia tecnico che produttivo. 
Dalla raccolta conservazione e distribuzione della  acqua per l’irrigazione, di cui ancora oggi 
persistono le tracce, mantenendone l’originaria espressione (catusi gebbia etc..)all’introduzione di 
colture come la canna da zucchero, il cotone, il sesamo ecc.. fino agli alberi da frutta con gli 
immancabili agrumi che caratterizzeranno d’ora in poi il “giardino mediterraneo”. Molte terre 
vengono bonificate e colonizzate recuperandole alla produzione,  ridistribuendo la terra e 
ridimensionando i patrimoni fondiari. Restano comunque immutate, nei suoi indirizzi cerealicoli, 
gran parte delle aree interne laddove le formazioni gessose solfifere non lasciano alternative. 
Elencando ed analizzando le innumerevoli opere frutto dell’operosità e dell’ingegno arabo , Barbera  
si chiede chi fossero questi protagonisti che fecero di Palermo una delle più splendide metropoli del 
Mediterraneo. Non certo i rozzi beduini, pascolatori di capre che risalirono la penisola arabica! 
Le opere, in particolare quelle di ingegneria idraulica realizzate per le dimore degli emiri hanno un 
comune stile, un’espressione architettonica riconducibili alla tradizione artistico-culturale indiana e 
persiana e le didascaliche immagini ne evidenziano la stretta assonanza con lo stile siciliano della 
Zisa, di Cuba e della piccola Cuba. 
Infine la tesi ardita  e…. affascinante,in cui Barbera propone la sostanziale continuità dall’epoca 
araba con il successivo periodo normanno. Due culture diversi e distanti che tuttavia riescono 
perfettamente ad integrarsi coniugando idealità ed pragmatismo, il bello con l’utile, il piacere della
fruizione col soddisfare i bisogni. Perciò avanza la proposta di non identificare questo periodo nella
tradizionale epoca arabo-normanna, ma  -togliendo il trattino- sostituirla con “arabonormanno”. 
La relazione di Barbera ci consente alcuni spazi di riflessione non strettamente legate al tema della 
serata. Forse per la prima volta abbiamo assistito ad una inversione di tendenza, che da sempre ha 
visto le discipline agrarie “soccombere” o assolvere al semplice ruolo di corollario od occasionali 
appendici utilizzate nelle analisi delle vicende storico-culturali. Una “ghettizzazione”che il mondo 
accademico non sembra dolersene più di tanto, impegnato com’è a soddisfare domande ancor che 
più “pratiche” e “concrete”. 

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