Dal convento, 30 Gennaio
Non ho voluto lasciare passare il mese
senza scriverti. Tu avresti potuto credere che io sia triste, infelice, mentre
qui, ai piedi degli altari, nelle pratiche austere del nostro rito ho trovato,
se non la pace, almeno la calma del cuore.
È vero. Si prova uno sgomento
invincibile entrando qui, sentendosi chiudere alle spalle quella porta,
vedendosi mancare ad un tratto l'aria, la luce, sotto questi corridoi, fra
questo silenzio di tomba e il suono monotono di queste preci. Tutto rattrista
il cuore e lo spaurisce: quelle fantasime nere che si veggono passare sotto la
fioca luce della lampada che arde dinnanzi al crocifisso, che s'incontrano
senza parlarsi, che camminano senza far rumore come se fossero spettri, i fiori
che intristiscono nel giardino, il sole che tenta invano [di] oltrepassare i
vetri opachi delle finestre, le grate di ferro, le cortine di saia bruna. Si
ode il mondo turbinare al di fuori e i suoi rumori vengono ad estinguersi su
queste mura come un sospiro. Tutto quello che viene dal di fuori è pallido e
non fa strepito. Son sola in mezzo a cento altre derelitte.
Ho perduto anche la consolazione della
famiglia; non posso vederla che in presenza di molta gente, in una gran sala
oscura, attraverso la doppia grata che difende la finestra. Le nostri mani non
possono stringersi scambievolmente. L'intimità sparisce. Non restano che
fantasmi che si parlano attraverso le gelosie, e ogni volta domando a me stessa
se quello è mio padre, quel padre che mi sorrideva e mi abbracciava, s'è quella
stessa Giuditta che saltellava con me, s'è quello stesso Gigi ch'era così vispo
e allegro. Ora son serî, freddi, malinconici; mi guardano attraverso le grate
della gelosia come viventi che si affacciano alla tomba per vedere cadaveri che
parlano e si muovono.
Eppure tutte queste privazioni, tutte
queste austere pratiche servono a distaccare il cuore dalla fragilità della
terra, ad isolarlo, a farlo pensare a sé stesso, a dargli quella mutua calma
che viene da Dio e dal pensiero che così si abbrevia il nostro pellegrinaggio
sulla terra. Mi son confessata. Ho detto tutto! tutto! Quel buon padre ha avuto
compassione del mio povero cuore malato. Mi ha confortato, mi ha consigliato, mi
ha aiutato a strapparmi il demone dal seno. Mi sento più libera, più
tranquilla, più degna della misericordia di Dio.
Domani entrerò in noviziato. Hanno
voluto indugiare ancora pochi giorni perché la mia salute è malferma. Non mi
son rimessa mai intieramente dalla malattia che soffersi lassù a Monte Ilice.
Ogni due o tre giorni ho la febbre e tossisco tutte le notti. Ma Dio mi darà la
forza di sopportare la
prova del noviziato. D'ora innanzi però
non potremo vederci che assai di raro e non potrò scriverti perché non vedrò
tanto spesso Filomena, quella buona sorella laica che si è incaricata di
trasmetterti le mie lettere.
Non vedrò più nemmeno il mio povero
babbo!... Sia fatta la volontà del Signore!
Marianna, raccomandami a
Dio perché io subisca codesta prova con rassegnazione
Da “ Storia di una capinera” di Giovanni Verga
La storia dei conventi, da non confondere coi monasteri, è una
pagina triste, oscura, della chiesa.
I conventi di clausura custodiscono
giovane donne sepolte vive, dove l’alterazione della ragione ha fin troppo facile gioco, sconfinando
spesso nella follia.
E’ una perversa anomalia che
obbliga la natura a percorrere sentieri
insoliti ed inauditi, che paradossalmente riesce a coniugare,
tristemente, la sessuofobia della chiesa
cristiana e la protervia di una classe
nobiliare, disposta fino
all’inverosimile a difendere per “intero” l’accumulazione della ricchezza.
A differenza dei fratelli minori, che avevano la possibilità di
intraprendere oltre alla scelta monastica( e mai di clausura), anche quella
militare, per le disgraziate figlie
femmine esisteva la sola violenta
sistemazione in convento. La dote con
cui si accompagnava la sventurata erano le briciole del patrimonio di
famiglia. Ma, come se non bastasse, le sciagurate, quasi sempre erano accompagnate da sventurate figlie di contadini al servizio
della famiglia nobiliare, destinate a
divenire nel gergo isolano “li criate”, ovvero, la condizione più infima ed
infelice della scala sociale. Le povere sventurate, segregate, senza
vocazione, subiscono la violenza dell’imperante principio del maggiorascato, a
cui la chiese porge, senza indugio, il
suo fianco.
Ora, accade che, a partire
dai primi del cinquecento, con l’introduzione del più pratico ed efficiente
zucchero, il saccarosio sostituisce
sempre più il miele, prende così avvio
una svolta epocale nella pasticceria. Le
suore, aiutate dalle converse, creano dolci
che non si limitano a soddisfare
il palato, ma vanno più in là,
tentano di sedurre la vista e con
le forme e l’estetica, pure la….. fantasia! Le monache pasticciere prestano molta attenzione agli ingredienti,
mettono una cura meticolosa nella decorazione, curano all’inverosimile i
particolari.
Gli esempi abbondano nelle tante elaborazioni tradizionali a cui
sono legati gli innumerevoli dolci tipici
che disseminano i nostri
paesi, la cui ricchezza e variabilità,
oggi, possiamo stimarla scorrendo le vetrine delle nostre pasticcerie.
Ma vien da chiederci: perché
queste figlie sventurate, nel chiuso delle cucine, al riparo di sguardi
indiscreti, decisero di elaborare dolcezze
strepitose, una esaltazione esasperata della dolcezza senza pari, sfruttando, senza alcun ritegno,
le allusive forme anatomiche intimr ,
come metafore?
Cosa sarebbe il “cannolo”, le “ minne di vergini”, le “
cunchiteddi”.
Ma le suore vanno oltre,
con la frutta di “martorana “, intendono piegare la natura, la stessa che ogni giorno, ogni notte si
ribella dentro il loro corpo ,la loro carne. Gli elementi naturali semplici , glucosio e fruttosio sono
artificiosamente estratti concentrati
,stabilizzati ,sbiancati , ma il processo muta la sua natura ,diviene uno
strano disaccaride, il saccarosio. Puro “zucchero”senza i limiti e protezioni
della natura può essere lavorato , manipolato decorato….un vero e proprio
cavallo di Troia!
Una sicura trappola per i
palati dei loro parenti nobiliari, una
dolcezza così intrigante e accattivante
che non avrebbe risparmiato alcuno, in particolare i tanti prelati che venivano
a far visita e quanti altri che con calcolo
freddo e meschino avevano deciso della loro sorte. Le suore non avevano alcun amore per questo mondo
, anzi lo odiavano, detestavano i loro congiunti a cui periodicamente inviavano i dolci,
con la speranza che, presi per la “gola”, finissero tutti nel sesto
girone dell’inferno dantesco in compagnia di Ciacco. Qui le pene erano tanto
severe quanto intolleranti, la pioggia
di fango li avrebbe coperto, e il fetore nauseabondo annullato l’olfatto e il
gusto .
Ma oggi la vendetta delle
sventurate sorelle, alla luce delle odierne conoscenze, lascia un segno più
profondo , minando dal di “dentro” la salute dei golosi
Questo candido estratto ,isolato dal suo contesto naturale ,altera
molte delle funzioni metaboliche , provoca danni irreparabili al nostro
organismo e come se non bastasse, si comporto come una droga, inducendo
dipendenza
Le disgraziate sorelle di clausura forse non avevano la piena
consapevolezza dei danni arrecati alla
salute , volevano solo spedire
all’inferno tutti coloro che avevano contribuito a rendere infelice la
loro esistenza su questa terra.