domenica 11 agosto 2013

Miss italia, ambasciatrice a furor di popolo

 

Mentre infuriano le polemiche su uno dei concorsi che più piacciono alle famiglie medie italiane, a  Porto Palo di Menfi,  la sua Città,   Miss Italia Giusy Buscemi, diventa Ambasciatrice dell'identità territoriale  del percorso dei Borghi DeCo 

 

 

 “Sono molto orgogliosa - ha esclamato la Miss Italia 2012 Giusy Buscemi - per il riconoscimento ricevuto. Peraltro fin dalla mia elezione a Miss Italia mi sono mostrata disponibilissima a promuovere tutte le potenzialità del nostro territorio. E continuerò a farlo con tutte le mie energie”.
                                                
   Alla serata hanno preso parte il Sindaco della Città di Menfi Enzo Lotà,  Giuseppe Bivona Presidente della Lurss Onlus, Roberta Urso responsabile delle pubbliche relazioni delle Cantine Settesoli,  tante immagini e ottima musica, una bella serata condotta da Lilian d’Anna, e chiaramente  Miss Italia.  Prima del  brindisi finale     la consegna del   riconoscimento  da parte del Presidente della Libera Università Rurale, Giuseppe Bivona, e  del gioiello "SICILIA" di Marilena Barbera
Le parole di chi  aveva commentato l’esclusione di Miss Italia dal palinsesto Rai come una scelta “moderna e civile”, mal si conciliano con il pensiero di un territorio vivo e orgoglioso, oltre che  non hanno  trovato il consenso di Giusy Buscemi, che difende a spada tratta il concorso organizzato e curato da Patrizia Mirigliani.
Intervistata da Redattore Sociale, Miss Italia ha respinto le accuse che tacciano la competizione di bellezza di esaltazione eccessiva del corpo femminile, presentato come oggetto. “Il concorso è cambiato col tempo – ha dichiarato -. In esso non c’è proprio niente di spinto, anzi è una gara molto casta e tradizionalista”.
“La fisicità – continua Giusy – è un elemento di bellezza e non c’è niente di male nell’esibirla. Una delle parole chiave dell’Italia è “bellezza”, da quella delle opere d’arte a quella della natura. Anche la bellezza femminile fa parte di questo concetto. Non ci vedo niente di incoerente in tutto questo. Le belle donne fanno parte del patrimonio del nostro Paese”.
“È da sfatare il mito secondo cui l’esibizione della bellezza porta a considerare la donna come un oggetto – conclude -, l’importante è non arrivare all’esagerazione”.
Il riconoscimento “Ambasciatore dellʼidentità territoriale” rappresenta uno degli steps del percorso di Borghi  De.Co. Un percorso condiviso e da condividere con il territorio, che molte amministrazioni lungimiranti stanno percorrendo.
Ci sono luoghi in cui il genius loci è associato ad un monumento, ad un personaggio. Tuttavia le persone “respirano” il genius loci di un luogo, di un ambiente, quando ne hanno piena coscienza. Ognuno di noi è attaccato ad un luogo d'infanzia, ad un ricordo, ad un affetto, a un dolce, ad un piatto. Ecco per noi il percorso significa anche recuperare l’identità di un luogo, attraverso le prelibatezze dei luoghi, afferma Nino Sutera, si tratta  di un sistema che vuole difendere il locale rispetto al fenomeno della globalizzazione, la quale tende ad omogeneizzare prodotti e sapori.
Questa mentre  la motivazione del riconoscimento  a Giusy Buscemi Miss Italia 2012,” interpreta  una identità riconosciuta, una bellezza straordinariamente condivisa,  in un territorio ricco di storia, tradizioni, risorse ambientali, di giacimenti enogastronomici”.  Menfi, già Inycon, la sua Città, ha così voluto attribuirgli il riconoscimento di   “AMBASCIATRICE DELL’IDENTITA’ TERRITORIALE”








sabato 3 agosto 2013

Miss Italia AMBASCIATRICE DELL’IDENTITA’ TERRITORIALE


             Porto Palo di Menfi, ospiterà domenica 4 Agosto  la serata in onore di Miss Italia 2012 Giusy Buscemi all’interno delle manifestazioni estive organizzate dal l’Amministrazione comunale di Menfi.

Giusy Buscemi Miss Italia 2012, interpreta una identità riconosciuta, una bellezza straordinariamente condivisa, in un territorio ricco di storia, tradizioni, risorse ambientali e di giacimenti enogastronomici. Menfi, già Inycon, la sua Città, ha così voluto attribuirgli il riconoscimento di “AMBASCIATRICE DELL’IDENTITA’ TERRITORIALE”


Il riconoscimento “Ambasciatore dell’identità territoriale” rappresenta uno degli steps del percorso  per la De.Co  , elaborato dalla Libera Università Rurale Saper&Sapor Onlus, presentato al Poster Session del Forum Pa 2013 che si è svolto presso il palazzo dei congressi di Roma.
Attraverso la De.Co. Denominazione Comunale il "prodotto" del territorio acquista una sua identità”. Le De.Co rappresentano uno strumento di marketing e di sviluppo del territorio e devono spingere ad invogliare i consumatori ad apprezzare i prodotti del territorio nel territorio stesso d'origine. E' ovviamente una presa di coscienza che, coinvolge aspetti come Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità e Trasparenza, in una sola parola CULTURA.


Giusy, va ad aggiungersi a Gaetano Basile e Bonetta Dell’Oglio già insignite del riconoscimento.

venerdì 12 luglio 2013

Lo spazio urbano ed i luoghi rurali


Giuseppe Bivona

                                                         Lo “spazio “ si addice alle città: geometrico, misurabile  attraverso  unità di misure fredde e impersonali,le forme  definite  e funzionali  ,res extensa  cartesiana, oggetto di accatastamento e di proprietà,categoria comune  agli ingegneri  ed ai geometri, dove il deserto non è differente in qualità dalla terra abitata,Nel mondo rurale  valgono i luoghi, ovvero spazi vissuti ,intersecati dal tempo, animate dalle comunità di persone compresenti , protagoniste come tutto ciò che le circonda, dove silenziosamente vive  la realtà immateriale che sta dietro e sotto quell’intersezione , vistosamente traspare in ogni manifestazione simbolica.


Perciò i luoghi  sono  la terra della memoria , il suolo fertile della conoscenza, dove nessuno è proprietario ma solo e solamente abitante, se volete anche viandante, testimone oppure custode. Eppure i luoghi  dovremmo provare a guardarli  come un testo (textum) tessuto appunto, dove si intrecciano  orditi e trame,  riconoscere  gli elementi che che, uniti  l’uno all’altro, ne possono permettere la lettura .
Cosi come una  lettera  isolata è solo il segno di un suono , mentre unita con altre lettere  può formare  una parola ed essere veicolo  di un significato , allo stesso modo  una parola s’impoverisce di senso se è estrapolata, isolata  astratta dalla frase dove è inserita , cosi come le cose e gli accadimenti  in un luogo  possono essere letti  all’interno di un lessico  o di una sintassi locale per certi aspetti,e universali per altri.
Cosi  fuori dal “testo” accade che le chiese  non sono che edifici , le sorgenti polluzioni di semplice acqua , i terrazzamenti  strisce di terra coltivate sostenute da muri a secco . Anche la comune finestra se la astraiamo dalla luce non rimangono che i soli componenti : legno e vetro.
Se ci spostiamo fuori dal “testo” le parole sono suoni e i segni restano indecifrabili,non  ci sono i luoghi ,ma solo territorio ,oggetto di misurazione geometrica,talvolta  può esserci  il paesaggio , ma ridotto a manufatto per una semplice e banale fruizione estetica: mancano le testimonianze ,manca il racconto!
Ma quali segni tracciano le lettere che compongono  i luoghi della ruralità?
Alcuni  introducono  ai confini “mobili”  tra campi coltivati e quelli, magari adiacenti, incolti : storie domestiche, dove gli elementi  di divisione prevalgono sull’unità familiare o il buon senso .
Altre si prestano  per una lettura politica  della comunità ,raccontano le lotte di competizioni per l’accesso  alla terra:  sono i tanti fazzoletti di terra, tutti della stessa misura, sottratti  con la lotta alla insolente  proprietà latifondista .
Molte altre restano legate alla trasmissione di conoscenze e consuetudini : valga per tutti il linguaggio delle campane, la benedizione delle case ,compresa quella   degli animale.
Tutto si muove su piani apparentemente diversi , che non si escludono , anzi si compenetrano , si spiegano reciprocamente e concorrono a tracciare un glossario  del mondo rurale organizzato attraverso  comportamenti e manufatti che testimoniano  saperi consolidati nel tempo da generazioni.
Restavano ancora  nel mondo rurale , anche se poco visibile ,le tracce del sacro , debole ma ancora viva la Provvidenza, chiamata a rispondere alle innumerevoli necessità . affidarsi  ad essa  se ne sentiva un gran bisogno: per sostenere l’incertezza dei raccolti , i capricci del tempo,l’incombenza delle malattie o degli infortuni .  Oggi mutata in Previdenza sociale , in medicine per le malattie , le polizze assicurative e alle previsioni metereologi che dettate dal satellite .
 Ormai tutto è prevedibile, quasi tutto è garantito e quello che non risponde alle nostre certezze e contraddice la superbia , va rimosso  come un tumore   .
Ma nel mondo rurale il cielo è ancora visibile, il vento spirito che soffia, le mani più facilmente possono toccare gli elementi che radicano alla vita: la terra, l’acqua, le piante…
Negli spazi urbani tutto è mascherato e contraffatto  dalle materie estratte  dai recessi del sottosuolo , si vive stretti  tra il bitume che ha pietrificato la terra  e la caligine  che ha oscurato il cielo, in mezzo: cemento,  silice,acciaio e scorie indecomponibili. 
Nei luoghi dove ancora rimangono le tracce  residuali della ruralità ,ancora esistono le stagioni: quelli del giorno, dell’anno e della vita. Mentre nella spazio periferico quasi non si conoscono le stagioni del giorno,perché spesso non si riesce a distinguere la luce del sole da quella artificiale, né quella dell’anno, come pare normale trovare gli stessi prodotti  in ogni mese, ma paradossalmente anche quella della vita, dove non si accusa alcun imbarazzo forzare i bambini ad imitare goffamente gli adulti , cosi come non arrossiscono gli anziani nel comportarsi da adolescenti.  

venerdì 5 luglio 2013

“Aspettando Expo 2015” Workshop itineranti




Nella cornice del Parco delle Madonie si è svolto il Workshop “Aspettando l’Expo 2015 – Identità Salute e Sviluppo” presso l’Eremo di Liccia, a Castelbuono (PA).




Il Workshop, realizzato grazie alla creazione di un forte partenariato tra il Parco delle Madonie e l’Istituto della Dieta del Mediterraneo(I.Di.Med.) e con la collaborazione di Enti di Ricerca, di Formazione e di servizio, pubblici e privati, sotto il patrocinio dell'Assessorato Regionale alle Risorse Agricole e Alimentari, ha come caratteristica peculiare la divulgazione agli operatori del settore delle innumerevole potenzialità di sviluppo, promozione e valorizzazione dell’identità territoriale con particolare attenzione agli “stili di vita sani” come Modelli di sviluppo sostenibile.
L’incontro, ha affrontato una serie di problematiche insite nella creazione di strategie di marketing territoriale propulsive per la vocazione turistica e migliorare le condizioni occupazionali degli operatori del settore per favorirne l’adattabilità e, quindi, la permanenza nel mercato del lavoro.
Oggi le malattie del Benessere (diabete, ipertensione, ipercolesterolemia, obesità, sindromi metaboliche …) rappresentano una vera a propria Pandemia che esorta a “riscrivere” lo sviluppo socio-economico della nostra Sicilia, terra dove nasce il modello esportabile di salute costituito dalla: la dieta tradizionale mediterranea.
Sono stati inoltre programmati una serie di  Workshop itineranti su  “Aspettando l’Expo 2015 – Identità Salute e Sviluppo”   aventi come ambiti di intervento 
-          La Comunità ha coscienza  del valore del suo “territorio e del suo stile di vita”;
-          Gli operatori e i Giovani sono pronti a scendere in campo per trasformarsi in catalizzatori di sviluppo;
-          I prodotti agroalimentari   sono pronti per essere internazionalizzati;
-          Le strutture di accoglienza   (alberghi, ristoranti, Agriturismi, B&B) sono pronte ad accogliere i turisti;
-          Le risorse e i beni materiali e immateriali  del territorio  sono facilmente fruibili;
-          Le istituzioni sono garanti e registi di sviluppo etico, integrato, sostenibile e partecipato.

Una prima sezione del Workshop intende affrontare i temi forti intorno ai quali concentrare l’attenzione 
·        Expo 2015: internazionalizzazione e strategie per lo sviluppo del territorio - progetti transazionali IRES;
·        Salute e Benessere della comunità. Ricerca e sviluppo - -  I.Di-Med.;
·        Progetti di sviluppo integrato e sostenibile –So.Svi.Ma. S.p.A.;
·        Export internazionale dei prodotti siciliani. L’esperienza nel settore - ISAS Palermo.
·        Le identità territoriali: il genius loci –   Libera Università dei Saperi e dei Sapori di Menfi  (LURSS Onlus).

Il workshop rappresenta un punto di avvio.  In fatti è stato  sottoscritto un protocollo di intesa funzionale alla realizzazione di un programma di interventi condiviso e partecipato in vista dell’Expo 2015, per sensibilizzare e creare strumenti innovativi di gestione delle imprese nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, al fine di favorire la crescita di competitività delle aziende del territorio.  


sabato 29 giugno 2013

Le radici recise


( abbiamo perso i contatti: siamo in pericolo!)
Giuseppe Bivona


….Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che
fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria3 cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che
egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò - appena sbucato all'aperto - sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia;
aprì le mani nere in quella chiarità d'argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E
che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna...
C'era la Luna! la Luna!
’Ciaula scopre la luna” di Luigi Pirandello

Il bambino seduto nel sedile posteriore  della macchina, vedeva scorrere , quasi fuggissero veloc,i le case basse della periferia della grande città . Ora le case non c’erano più o almeno divenivano sempre più rari , sostituite da lunghe file di alberi che come le case scappavano via chissà sa dove.
Ad un tratto la macchina rallentò una lunga colonna di macchine li  costrinse a muoversi a passo d’uomo,facendolo  quasi annoiare . Ma ad un tratto vide una cosa stranissima, si alzò in piedi  sul sedile e non credendo ai suoi occhi  cercò di pulire  più che potesse il vetro del finestrino. No, non poteva essere vero  e con voce meravigliata ed incredulo, quasi gridando esclamò. : “ Papà , papà  guarda qui fuori sulla tua sinistra, che cosa strana, hanno appeso  tante, tantissime pere agli alberi!”
Viviamo in un mondo intessuto come  di fili che magicamente legano  ogni cosa e dove tutto vive legato con cosa è stato  e con cosa è per essere. Ciascuno di noi è legato  a tutto e a tutti.
E’ un mondo di relazione che ci suggerisce sensazioni talvolta sottili e sfuggenti, come il senso di familiarità con qualcosa  che si sa di non avere mai conosciuto , che si mostra inconsueto e pur tuttavia non estraneo.
E’vero  ognuno di noi sente in modo diverso , qualcuno sente ogni cosa che pulsa ,che vive  , gli animali ,fino alle piante , altri addirittura arrivano a sentire una impronta emotiva anche nelle cose inanimate.

Gli animali sentono il pericolo prima che arrivi , ci sembra naturale, ormai lo ripetiamo senza stupore. Ma gli animali vivono a diretto contatto con il mondo ed è un contatto non mediato.
I ruminanti abituati al pascolo sanno quali erbe  debbono mangiare per non  sentirsi male e addirittura avvelenarsi . Diciamo che è un sapere innato , istintivo, pur non sapendo bene casa significhi.
Invece gli animali  che nascono e vivono  al chiuso di una stalla  e sono alimentati  col solo mangime, se per caso escono  al pascolo sono in serio pericolo perché non sanno riconoscere le erbe  da non mangiare.
Hanno perso il contatto. Sono in pericolo!
Noi   tutti , non come individui, ma collettivamente, come popolo, cultura ,siamo passati  in breve tempo da una rete  fitta di connessioni  con il mondo e i diversi piani della realtà ,  di legami con la terra e con il cielo, con chi ci ha preceduto e con chi è per venire o sta per arrivare.  Alla fine ,per approdare  ad uno stadio di solitudine, senza contesti, sedati  nella distrazione, un po’ oscillanti tra noia , stordimento ed eccitazione, sotto un cielo che si è solidificato  come una calotta di cemento  e, come una morsa si è chiusa sopra di noi che non sappiamo ne possiamo più vedere le stelle.
Abbiamo perso contatto. Siamo in pericolo!

Quando il deserto cresce dentro di noi  non rimaniamo che gusci vuoti , magari lucidi,performanti, come oggi si usa dire.
Ma a quel tessuto di fili che unisce tutto a tutti , si sostituiscono  informazioni innumerevoli e ridondanti , che affaticandolo ci riempiono il cuore, come paglia per l’imbalsamatore

domenica 9 giugno 2013

La vita contadina nel cerchio del tempo


                
Giuseppe Bivona  

  Sorge il mattino in compagnìa dell’alba
innanzi al sol che di poi grande appare
su l’estremo orizzonte a render lieti
gli animali e le piante e i campi e l’onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
letto cui la fedel sposa, e i minori
suoi figlioletti intepidìr la notte;
poi sul collo recando i sacri arnesi
che prima ritrovâr Cerere, e Pale,
va col bue lento innanzi al campo, e scuote
lungo il picciol sentier da’ curvi rami
il rugiadoso umor che, quasi gemma,
i nascenti del sol raggi rifrange.
Allora sorge il fabbro, e la sonante
officina riapre, e all’opre torna
l’altro dì non perfette, o se di chiave
ardua e ferrati ingegni all’inquieto
ricco l’arche assecura, o se d’argento
e d’oro incider vuol giojelli e vasi
per ornamento a nuove spose o a mense.

      Ma che? tu inorridisci, e mostri in capo,
qual istrice pungente, irti i capegli
al suon di mie parole? Ah non è questo,
signore, il tuo mattin. Tu col cadente
sol non sedesti a parca mensa, e al lume
dell’incerto crepuscolo non gisti
jeri a corcarti in male agiate piume,
come dannato è a far l’umile vulgo.

      A voi celeste prole, a voi concilio
di Semidei terreni altro concesse
Giove benigno: e con altr’arti e leggi
per novo calle a me convien guidarvi.

      Tu tra le veglie, e le canore scene,
e il patetico gioco oltre più assai
producesti la notte; e stanco alfine
in aureo cocchio, col fragor di calde
precipitose rote, e il calpestìo
di volanti corsier, lunge agitasti
il queto aere notturno, e le tenèbre
con fiaccole superbe intorno apristi,
siccome allor che il siculo terreno
dall’uno all’altro mar rimbombar feo
Pluto col carro a cui splendeano innanzi
le tede de le Furie anguicrinite.

      Da “Il giorno” di Parini



                                   
Per gli anziani contadini la più piccola unità di misura  del tempo  era …il battito del cuore che in quiete batte una volta al secondo  
Cosi come la misura dello spazio  era il passo del viandante  oppure della capienza ,erano le mani giunte  a conchiglia . infine lo sguardo , il solo metro che misurava il movimento del cielo  , le forme delle realtà e le dimensioni delle cose .  La “ cosa” che per essere misurata ha bisogno di una macchina ,non s’addice all’esperienza contadina  e ,fuori dall’esperienza  il mondo si dirada nelle estrazioni
 Il giorno inizia con l’alba quando il sole emerge dall’orizzonte  e termina con il tramonto quando il sole scende  dietro l’orizzonte , L’alba e il tramonto durano pochi minuti , quanto ci vuole perché il sole faccia un passo grande quanto il suo diametro .  Ma l’alba per in contadino è più intrigante , ha un suo sviluppo temporale   un divenire  partoriente tanto che lne conta…. “ sette” . Si le sette  albe!.
In questa complessa nascita del giorno ,il contadino si serve della complicità del gallo. Il pennuto percepisce la prima alba ,ovvero quando la parte più nera e profonda della notte …prelude al nuovo giorno. Non e più notte ma ancora non può definirsi giorno ,il gallo sporge la testa dall’uscio del pollaio ed osserva che le stelle non hanno più la stessa luminosità , il loro splendore scema lentamente, perciò inizia il suo primo canto. Il canto del gallo scandisce  attraverso l’intensità e la frequenza il divenire del giorno, le cose  cominciano ad assumere le prime forme ,i lineamenti divengono più precisi e infine mostrano il loro colore
 Accade con il crepuscolo  quando no è più giorno ,ma non è ancora notte . E un tempo mediano  dove i due mondi si incontrano e le ombre diventano vive  come le cose che le proiettano…anche dentro di noi : è il tempo per le riflessioni  il più adatto per entrare in contatto con i due mondi .
L’ultima luce del giorno ,al crepuscolo  è un piccolo raggio  bluastro ,  emesso come un lampo .
Si dice che il profumo dei fiori in questo momento è più intenso
La metafora del giorno si estende  per tutto quanto esiste  cosi come non c’è alcun dubbio che dopo la notte spunterà l’aurora  ,dopo l’inverno  il risveglio primaverile e dopo il sonno profondo il risveglio  .
Ma la nostra aurora, quel tempo che non è più notte ,ma ancora non è giorno,  non potrebbe coincidere  con il tempo che dal concepimento accompagna la nascita?
Questo nostro mondo moderno  sorretto dal tempo lineare  siamo perennemente tesi come una corda tra la nascita  e la morte  . Una freccia  scoccata verso uno bersaglio, tante freccie veloci quasi ad esorcizzare la morte.
Nel mondo contadino  domina l’armonia del tempo circolare  si accetta la morte  ma di fatto la “ morte” non esiste  e come per ciò che non esiste , forse no c’è  motivo  di averne paura
 Il cerchio del tempo  è fatto di stagioni . per tutto c’è un tempo : c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo : c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere , uno per abbracciare e uno per astenersi dagli abbracci , cosi è scritto nel libro  dell’Ecclesiaste
Il periodo di luce , dal chiarore  dell’aurora  fino all’ultima luce  del crepuscolo  è fatto per la veglia , quello del giorno per le occupazioni , quello  della notte  per la quiete ,il sonno .
Fuori dal cerchio , tutto diventa uguale  e senza il senso delle stagioni  si sveglia di notte e si dorme di giorno .
Fuori dal cerchio la morte esiste e fa paura . perciò  cerchiamo affannosamente di  rimuoverla ed allontanarla con l’inganno , fingendoci giovani quando non l’ho si è più , cancellando i degni del tempo come una vergogna , curando il corpo come un feticcio  per mantenerlo lucido e performante : un guscio refrattario al tempo ma anche alla nostra anima


La nostra stupida visione del tempo lineare , alla quale siamo addomesticati, ignora la verità profonda delle “stagioni” e il piacere del ritorno   

venerdì 31 maggio 2013

Chi ha rubato i semi dei contadini?


Giuseppe Bivona

Dobbiamo riportare i contadini a coltivare le varietà per la biodiversità, per loro stessi, per la sicurezza alimentare, per il futuro." - 
Vandana Shiva


Non abbiamo il diritto di consumare felicità senza produrne, proprio come non abbiamo il diritto di consumare ricchezza senza guadagnare

                                                       

Un tempo quando nelle menti albergava la ragione e il buon senso ,i  contadini  possedevano i loro semi,li selezionavano, li conservavano, li tramandavano, se li scambiavano, erano insomma  un patrimonio  della comunità. Selezionare i semi era un lavoro affidato quasi sempre ai più anziani, anno dopo anno venivano scelte i semi dai frutti  meglio coloriti , sani , resistenti .Erano  mediatori  , attenti e scrupolosi ,consapevoli  della necessità di non arrestare mai questo lungo e complesso processo di adattamento, sempre  in armonia  con il cambiamento climatico, con le condizioni  pedologiche  del luogo .

 Per strano che possa sembrare   ,le parole “ tramandare “ e  “mutare”   ci danno un segno tangibile del  mutamento e della tradizione. Il  cambiamento  che non conosce la continuità  genera  innovazioni senza radici , senza contesto , senza dare tempo alla comunità di accoglierlo, come un bene atteso , di apprenderne il corretto uso , e farne un bene comune .
 Di fatto le innovazioni  isolate, e distanti ,  generano una sorta  di eresia dalle  conoscenza .Non conosce il rispetto per il senso della vita
 Ma che senso avrebbe  la tradizione  senza il lento ,inesorabile  , cambiamento?
 Avremmo  espresso  una rigida  ripetizione  ,una monotona “clonazione”, buona per i musei o per alimentare nostalgie .
 No, la rigidità nega la vita , ne diventa inutile parodia , facendosi caricatura  del passato .
La Tradizione non è  conservatorismo  né fascinazione del passato  storico , niente è più lontano  dalla tradizione  di un museo folcloristico .” La verità  è che la tradizione non consiste    in un semplice trasmissione del sapere : è la trasmissione di un saper vivere . Il tradizionalismo  si contrappone  alla tradizione perché uccide  l’organismo vivente , per diventare un adepto  del fossile “  
 Il  percorso che accompagna la vita  delle varietà vegetali  , parte dalla selezione , lungo un intenerario  attraverso un   continuo adattamento . Ci ricorda che la natura  non esprime solo e solamente varietà agricole , cosi come noi le conosciamo ,ma che esistono le specie , le loro forme spontanee, , gli ecotipi , declinate  sulla  base delle condizioni climatiche,  agronomiche. Le varietà nella loro stretta accezione prendono  “forma”  da una precisa e definita attività umana , se volete “ comunitaria “ , come potrebbe accadere ad un “manufatto “ .
Le varietà ,a differenza degli ecotipi  non sono il prodotto di un incontro occasionale  , nel tempo , ma ben di più , ovvero  sono il prodotto  dell’incontro con la “ necessità “ con la cultura “ . Perciò sono varietà locali caratterizzate in modo originale e dinamico, sia nella loro modalità epigenetica , quale capacità di esprimere  una incessante capacita  di ridefinizione  del codice costitutivo , sia degli aspetti fenotipici  quali estensori di forma e di comportamento 
Cosi alla massima espressione genetica e diversità varietale   operata  dalle comunità rurali e contadine , assistiamo oggi  alla massima restrizione  genetica e fenotipica  dell’agricoltura industriale ,  semplificata e banalizzata  fino all’estrema  mortificazione  della diversità che sfocia nella pratica monoculturale  monovarietale.
 La monocoltura non appartiene al mondo contadino  essa è figlia  dell’agricoltura intensiva, di precisione , di ordine formale, industriale , quella che prima di produrre prodotti  coltiva profitti e contributi , ma produce erosione della terra e della diversità.
Oggi i prodotti  delle monocolture  , coltivate dalla “monocultura  delle menti” , odorano  di artificiosità , di moda , di intransigenza e fanatismo , di svalutazione  della diversità  della pluralità e dalla “contaminazione”  che in agricoltura sono elementi di ricchezza e in natura garanzie di sopravvivenza .
Le esigenze mercantile  legate all’uniformità  delle tecnologie colturali , di raccolta , confezione , distribuzione e vendita, hanno  sortito  un vero e proprio disorientamento identitario , un approccio astratto alla natura delle cose.
Quella della purezza  delle varietà  è una esigenza estranea al mondo contadino . Le nuove varietà commerciali  sono caratterizzate da uniformità , stabilita e distinguibilità . Sono requisiti  previsti  per l’iscrizione ai registri varietali , sono coordinate buoni  per i parametri ufficiali , definiscono i limiti per la commercializzazione delle sementi , sono caratteri conformi alla loro brevettazione, allo sfruttamento dei benefici commerciali  legati al loro uso .
 Quanto sono diversi e distanti dai campi dei contadini , dove le varietà si incrociano liberamente  dando vita a mescolanze di popolazioni!

Le ansie per la purezza varietale  tradiscono il misconoscimento  e la negazione  delle armonie  e dei movimenti  che spontaneamente e con sapienza anima la natura e ne sono rivelazione . Le ansie per la purezza  varietale tradiscono una volontà pianificatrice , una bonaria propensione alla separazione , al rigetto di cosa non è abbastanza puro  da compensare il disorientamento morale, estetico e ontologico che intesse la filigrana  della  modernità .         

giovedì 9 maggio 2013

Percorso di programmazione partecipata GeniusLoci De.Co per la Sicilia







Il percorso di programmazione partecipata GeniusLoci De.Co per la Sicilia, elaborato dalla Lurss.Onlus, è stato inserito al Poster Session del FORUM PA 2013 in programma a Roma dal 28 al 30 maggio 2013
Un Percorso per la valorizzazione dell'identità dei territori

La LURSS Onlus (libera università dei saperi e dei sapori) si ispira all’EuropeanRuralUniversity diffuse in Europa e in molte altre parti del mondo Nel corso degli anni e delle esperienze, il concetto di EuropeanRuralUniversity si è addensato e arricchito, come si accompagna un mondo rurale in profonda trasformazione.
L'Impegno della Lurss.Onlus, afferma il suo Direttore Nino Sutera,  è quello di diffondere la cultura e la sensibilità sui prodotti del territorio, lavorare assieme e collaborare a progetti culturali che valorizzino le tipicità, la qualità e l'identità del nostro territorio,  mantenendo ed esaltando  il legame territorio-storia-culture.
Il cuore dell'attività di FORUM PA è l'expo di maggio a Roma, da 24 anni punto di riferimento per la discussione suill'innovazione e modernizazzione del sistema pubblico italiano. FORUM PA è il partner delle Pubbliche Amministrazioni e dei più importanti player del mercato, in particolare del settore ICT, della consulenza e formazione, che operano con la Pubblica Amministrazione su progetti di innovazione.
GeniusLoci - Percorso di programmazione partecipata per la valorizzazione dell'identità dei territori, promosso da Libera Università rurale Saper&Sapor Onlus. ha l’obiettivo di realizzare una rete dei comuni De.Co. - Denominazione Comunale, per valorizzare quei prodotti di nicchia che inducono gli appassionati viaggiatori ad andare ad acquistare e degustare i prodotti nelle loro zone di produzione, per promuovere l’offerta integrata “del” e “nel” territorio, piuttosto che mettere su strada le merci.(D.Torcetta 2009)
Il percorso destinato ai “stakeholder” (liberi cittadini, pro-loco, associazioni, organizzazioni professionali di categorie, assessori comunali, giornalisti, Gal, e gruppi informali). Obiettivo dell’iniziativa è costruire spirito di squadra nei territori per la tutela dell’identità dei luoghi e per il recupero dell'identità territoriale come opportunità di arricchimento di significati e valori per l’economia locale.

http://iniziative.forumpa.it/expo13/officine/geniusloci-percorso-di-programmazione-partecipata-poster-session

    Ci sono luoghi in cui il genius loci è associato ad un monumento, ad un personaggio. Tuttavia le persone “respirano” il genius loci di un luogo, di un ambiente quando ne hanno piena coscienza. Ognuno di noi è attaccato ad un luogo d'infanzia, ad un ricordo, ad un affetto, a un dolce, ad un piatto. Ecco per noi il percorso significa anche recuperare l’identità di un luogo, attraverso le prelibatezze dei luoghi, (un piatto, un sapere, un sapore, un evento,ect)
L’iniziativa è stata inserita tra le buone pratiche in rete, della rete rurale nazionale portale del MIPAF mentre Il percorso  GeniusLociDe.Co per la Sicilia     è   tra gli esempi virtuosi del -FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER LA TERRA E IL PAESAGGIO- “Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”



domenica 14 aprile 2013

Sviluppo, crescita, progresso ? ..No, grazie!




Giuseppe Bivona


Ci sono due categorie di persone che credono nello crescita illimitata: i pazzi e gli …economisti




















                                  Quel  mattino tutto il villaggio era in festa, il vecchio capo tribù africano era impaziente di riabbracciare il suo primogenito di ritorno dopo 5 anni di lontananza. Era andato ragazzino a studiare a Londra, voleva imparare la lingua dei bianchi e capire i loro usi e costumi, carpire il segreto del loro successo….
Il giovanotto , aveva l’aria intelligente, osservava con curiosità la vita nel villaggio,  in  particolare le fatiche quotidiane a cui erano sottoposti uomini e donne per attingere l’acqua dal pozzo poco profondo , insufficiente in alcune annate siccitose a dissetare pure il bestiame.
“ Padre “ disse  il giovane studente “ perché non proviamo  a trivellare  un pozzo cosi abbiamo acqua sufficiente per tutti, uomini, animali ed irrigare anche buona parte della terra per produrre foraggio!”
Il vecchio capo africano rimase per qualche minuto in silenzio, quasi pensieroso, poi rispose:
“ Vedi figliolo, l’idea non è di per se cattiva, anzi ammiro la tua sensibilità verso la sofferenza del tuo popolo, ma più acqua noi disponiamo, più foraggio possiamo produrre , cosi possiamo allevare più bestiame, il quale  chiederà più erba per nutrirsi e noi dobbiamo scavare altri pozzi, come dire più soddisfi il bisogno più questo si accresce. E’ una strana legge della natura, c’è sempre qualcosa  di troppo in confronto a quell’altro, un fattore che abbonda  che si alterna alla scarsità  di un altro. Una strenua  rincorsa  verso   la ricerca del suo improbabile  equilibrio!”

                                                                                 Noi  invece non abbiamo avuto alcun dubbio: lo sviluppo, la crescita, nonostante conseguenze devastanti sulla società e l’ambiente, resta il principale obbiettivo dei politici, delle agenzie internazionali, dei governi. La tesi  esposta in tutte le salse non cambia: lo sviluppo ed il libero commercio globale che lo alimenta,  può sradicare la povertà!
 Ma cosi non è, tanto che,  poco dopo la seconda guerra mondiale,  abbiamo avuto una performance senza precedenti. Appare evidente che se questi processi fossero  veramente una risposta alla povertà mondiale, allora questa dovrebbe essere stata ridotta  a poco più di un vago ricordo.
Stranamente per i fautori della crescita, la povertà non è vista come un problema isolato  in un preciso contesto, ma come la causa di tutti gli altri problemi, così se la gente ha fame è perché è povera e non può permettersi di comprare il cibo di cui ha bisogno,  oppure se si ammala e muore giovane, è perché è povera e non può permettersi di comprare le medicine.
La risposta più ovvia sia alla fame che alle malattie è perciò lo sradicamento della povertà, e dunque lo sviluppo.
Da qui l’ovvia conclusione che la povertà è equiparata al “sottosviluppo”, e solo lo sviluppo può eradicarla.
Nelle condizioni economiche in cui viviamo  definiamo la povertà in termini puramente monetari, un requisito indispensabile per soddisfare i bisogni reali. Ne siamo talmente convinti  che guardiamo tutti i nostri problemi con l’aberrante esperienza  di questa nostra realtà che ci hanno insegnato a considerare come ovvia e normale. E se ribaltassimo la “frittata”? E se fosse invece lo sviluppo, l’illusione della crescita, ad accrescere la povertà?
Per buona parte della vita sulla terra le famiglie e le comunità tradizionali  progettavano villaggi, costruivano case, il cibo veniva prodotto, preparato e distribuito, i bambini erano allevati ed istruiti, ci si prendeva cura dei vecchi e malati, si organizzavano e celebravano cerimonie religiose,  si svolgevano funzioni di governo, e tutto questo in forma completamente gratuita. Ciò era possibile perché, come sostiene lo storico dell’economia Karl Polary: “ in  tali società  l’economia era incastrata nelle relazioni sociali “. Tutte le funzioni che oggi consideriamo economiche erano compiute per ragioni sociali, vuoi per  soddisfare relazioni di parentela che per ottenere prestigio sociale.
 Lo sviluppo cambia e sovverte tutto, inizia con il graduale scioglimento dal loro contesto sociale  di tutte quelle funzioni svolte gratuitamente, monetizzandole e assorbite dallo stato e dalle corporazioni. D’ora in poi chi non ha soldi non può pagarsi il cibo, non può disporre di una casa e di altre necessità della vita. Così lo sviluppo ha creato a livello mondiale sempre più miserabili e disgraziati, e il loro numero è destinato a crescere con il progredire della  globalizzazione e dello sviluppo.
Ovviamente siamo stati addestrati a credere che i popoli pre-industriali erano  poveri, malati e infelici. Invece, quei popoli,  avevano una vita culturale e cerimoniale ricca, e nel complesso vivevano in un ambiente non guastato, di solito erano ben nutriti e in perfetta salute, fino a quando i loro modelli sociali ed organizzativi non furono scombussolati  dalla colonizzazione, e poi dallo sviluppo economico occidentale, e il loro ambiente naturale distrutto.
Quei popoli non si sentivano “poveri” malgrado vivessero in ambiente difficile e possedessero pochi beni. Povertà non significa, sostiene Latouche,  avere pochi beni, né è una relazione tra mezzi e fini, ma  è soprattutto una relazione tra persone, la povertà è uno stato sociale e come tale una invenzione della nostra società.
In questo senso la povertà non è associata alla mancanza di denaro, ma  piuttosto all’assenza di un rapporto sociale  che trova il suo terreno di coltura nella società individualista, possessiva, vogliosa di accumulare ricchezze.
I veri poveri sono gli anziani in gran parte abbandonati dalle famiglie e dipendenti da una miserabile pensione statale. Sono poveri le madri separati senza reddito. Sono tutte le persone che –secondo Durkheim-  soffrono di  anomia, ovvero, quando le loro vite sono vuote e senza scopo, prive di significative relazioni umane.
 Ma il principale contributo  dello sviluppo economico  all’aumento della povertà   nel mondo è la  produzione di sempre più grandi quantità di gas  responsabili dell’effetto serra  che causano il riscaldamento globale  del pianeta, è l’inquinamento del suolo, dell’aria, dei fiumi, del mare! Di certo lo sviluppo avrà eliminato la povertà  perché di fatto la terra sarà inabitabile  dagli esseri umani: ricchi e poveri saranno incapaci di sopravvivere. 

     



  

martedì 9 aprile 2013

La De.Co. Ambasciatore dell'Identità Territoriale


NinoSutera


Un modello di De.Co per la Sicilia, che valorizzi il territorio, ma soprattutto, a burocrazia zero e chiaramente a costo zero, per le aziende, per le istituzioni e per i cittadini, dove gli elementi essenziali di relazionalità sono Territorio-Tradizioni-Tipicità-Tracciabilità-Trasparenzache rappresentano la vera componente innovativa. La De.Co. Denominazione Comunale è un concreto strumento di marketing territoriale, ma è soprattutto un importante opportunità per il recupero e la valorizzazione delle identità locali. L’Italia, è il “paese dei Comuni”, ognuno di essi è un’occasione, di turismo, di cultura, di sapore… di unicità. Per garantire la sostenibilità di una De.Co. occorrono tuttavia due principi, la storicità del prodotto da promuovere, perchè si eviti improvvisazioni che possono nascere da meri interessi commerciali. e la De.Co. come espressione di un patrimonio collettivo e non a vantaggio di una singola azienda. Si tratta di un sistema innovativo che vuole difendere il locale rispetto al fenomeno della globalizzazione, la quale tende ad omogeneizzare prodotti e sapori. 
Per fare ciò bisogna coinvolgere tanti appassionati, tantissimi innamorati dei luoghi in cui dimorano, ed ecco gli ambasciatori dell’identità territoriale.

I produttori agricoli e zootecnici ma anche i pescatori, custodiscono sapientemente un giacimento inesauribile della dieta mediterranea, costituiscono il collante tra i prodotti della terra e del mare e il territorio. Rappresentano infatti gli ereditieri di un “savoirfaire” locale, portatori di valori specifici, artefici di una costruzione sociale e di una cooperazione che ha come risultato la qualificazione di un prodotto di cui i riferimenti sono l’identità del gusto. Le caratteristiche del prodotto sono irriproducibili in altri luoghi, cioè al di fuori di quel particolare contesto economico, ambientale, sociale e culturale, e pertanto uniche. Il prodotto del territorio è la risultante di questa interazione, e incorpora un sapere costruito nel tempo e condiviso all’interno di una collettività territorializzata e condivisa.Questo processo di accumulazione di conoscenza e di sedimentazione locale tramite interazione permette al prodotto di divenire l’espressione della società locale nella sua organizzazione, nei suoi valori, nelle sue tradizioni e nei suoi gusti adattati al contesto ambientale, economico, sociale e culturale del luogo. 
Gli ambasciatori dell’identità territoriale, sono quindi destinati ad assolvere a un ruolo fondamentale, comunicare e far conoscere il territorio, il quale assume un importanza crescente anche nei confronti del visitatore, e del viaggiante, che ritrova nel prodotto, un insieme di valori, ivi compresi quelli identitari.
In questo percorso , chef, gastronauti, giornalisti, sommelier, associazioni, pro-loco, intenditori e appassionati, sono partners privilegiati, candidati ideali a divenire Ambasciatori dell’identità territoriale.

mercoledì 3 aprile 2013

La “dolce” vendetta delle monache di clausura


di 
Giuseppe Bivona







Dal convento, 30 Gennaio

Non ho voluto lasciare passare il mese senza scriverti. Tu avresti potuto credere che io sia triste, infelice, mentre qui, ai piedi degli altari, nelle pratiche austere del nostro rito ho trovato, se non la pace, almeno la calma del cuore.
È vero. Si prova uno sgomento invincibile entrando qui, sentendosi chiudere alle spalle quella porta, vedendosi mancare ad un tratto l'aria, la luce, sotto questi corridoi, fra questo silenzio di tomba e il suono monotono di queste preci. Tutto rattrista il cuore e lo spaurisce: quelle fantasime nere che si veggono passare sotto la fioca luce della lampada che arde dinnanzi al crocifisso, che s'incontrano senza parlarsi, che camminano senza far rumore come se fossero spettri, i fiori che intristiscono nel giardino, il sole che tenta invano [di] oltrepassare i vetri opachi delle finestre, le grate di ferro, le cortine di saia bruna. Si ode il mondo turbinare al di fuori e i suoi rumori vengono ad estinguersi su queste mura come un sospiro. Tutto quello che viene dal di fuori è pallido e non fa strepito. Son sola in mezzo a cento altre derelitte.
Ho perduto anche la consolazione della famiglia; non posso vederla che in presenza di molta gente, in una gran sala oscura, attraverso la doppia grata che difende la finestra. Le nostri mani non possono stringersi scambievolmente. L'intimità sparisce. Non restano che fantasmi che si parlano attraverso le gelosie, e ogni volta domando a me stessa se quello è mio padre, quel padre che mi sorrideva e mi abbracciava, s'è quella stessa Giuditta che saltellava con me, s'è quello stesso Gigi ch'era così vispo e allegro. Ora son serî, freddi, malinconici; mi guardano attraverso le grate della gelosia come viventi che si affacciano alla tomba per vedere cadaveri che parlano e si muovono.
Eppure tutte queste privazioni, tutte queste austere pratiche servono a distaccare il cuore dalla fragilità della terra, ad isolarlo, a farlo pensare a sé stesso, a dargli quella mutua calma che viene da Dio e dal pensiero che così si abbrevia il nostro pellegrinaggio sulla terra. Mi son confessata. Ho detto tutto! tutto! Quel buon padre ha avuto compassione del mio povero cuore malato. Mi ha confortato, mi ha consigliato, mi ha aiutato a strapparmi il demone dal seno. Mi sento più libera, più tranquilla, più degna della misericordia di Dio.
Domani entrerò in noviziato. Hanno voluto indugiare ancora pochi giorni perché la mia salute è malferma. Non mi son rimessa mai intieramente dalla malattia che soffersi lassù a Monte Ilice. Ogni due o tre giorni ho la febbre e tossisco tutte le notti. Ma Dio mi darà la forza di sopportare la
prova del noviziato. D'ora innanzi però non potremo vederci che assai di raro e non potrò scriverti perché non vedrò tanto spesso Filomena, quella buona sorella laica che si è incaricata di trasmetterti le mie lettere.
Non vedrò più nemmeno il mio povero babbo!... Sia fatta la volontà del Signore!
Marianna, raccomandami a Dio perché io subisca codesta prova con rassegnazione

Da “ Storia di una capinera” di Giovanni Verga

                         La storia dei conventi, da non confondere coi monasteri, è una pagina triste, oscura,  della chiesa.
I conventi di clausura custodiscono  giovane donne sepolte vive, dove l’alterazione della ragione   ha fin troppo facile gioco, sconfinando spesso nella follia.
E’ una perversa anomalia  che obbliga la natura a percorrere  sentieri insoliti ed inauditi,  che  paradossalmente riesce a coniugare, tristemente, la sessuofobia  della chiesa cristiana  e la protervia di una classe nobiliare,  disposta fino all’inverosimile a difendere per “intero” l’accumulazione della ricchezza.  
A differenza dei fratelli minori, che avevano la possibilità di intraprendere oltre alla scelta monastica( e mai di clausura), anche quella militare, per le disgraziate  figlie femmine  esisteva la sola violenta sistemazione in convento. La dote  con cui si accompagnava la sventurata erano le briciole del patrimonio di famiglia.  Ma, come se non bastasse,  le  sciagurate,  quasi sempre erano accompagnate  da sventurate figlie di contadini al servizio della famiglia nobiliare, destinate a  divenire  nel gergo  isolano “li criate”,  ovvero, la condizione più infima ed infelice  della scala sociale.  Le povere sventurate, segregate, senza vocazione,  subiscono la violenza  dell’imperante principio del maggiorascato, a cui la chiese porge, senza indugio, il  suo fianco.
 Ora, accade che, a partire dai primi del cinquecento, con l’introduzione del più pratico ed efficiente zucchero, il  saccarosio sostituisce sempre più il miele, prende  così avvio una svolta epocale  nella pasticceria. Le suore, aiutate dalle converse, creano dolci  che non si limitano a soddisfare  il palato, ma vanno più in là,  tentano di sedurre  la vista e con le forme e l’estetica, pure la….. fantasia! Le monache pasticciere  prestano molta attenzione agli ingredienti, mettono una cura meticolosa nella decorazione, curano all’inverosimile i particolari.
Gli esempi abbondano nelle tante elaborazioni tradizionali a cui sono legati gli innumerevoli dolci tipici  che  disseminano i nostri paesi,  la cui ricchezza e variabilità, oggi, possiamo stimarla scorrendo le vetrine delle nostre pasticcerie.
 Ma vien da chiederci: perché queste figlie sventurate, nel chiuso delle cucine, al riparo di sguardi indiscreti, decisero di elaborare dolcezze  strepitose,  una esaltazione  esasperata della dolcezza  senza pari, sfruttando, senza alcun ritegno, le allusive  forme anatomiche intimr , come metafore?
Cosa sarebbe il “cannolo”, le “ minne di vergini”, le “ cunchiteddi”.
 Ma le suore  vanno oltre,  con la frutta di “martorana “, intendono piegare la natura,  la stessa che ogni giorno, ogni notte si ribella dentro il loro corpo ,la loro carne. Gli elementi  naturali semplici , glucosio e fruttosio sono artificiosamente estratti  concentrati ,stabilizzati ,sbiancati  , ma  il processo muta la sua natura ,diviene uno strano disaccaride, il saccarosio. Puro “zucchero”senza i limiti e protezioni della natura può essere lavorato , manipolato decorato….un vero e proprio cavallo di Troia!  
Una sicura  trappola per i palati dei loro  parenti nobiliari, una dolcezza così intrigante e  accattivante che non avrebbe risparmiato alcuno, in particolare i tanti prelati che venivano a far visita e quanti altri che con calcolo  freddo e meschino avevano deciso della loro sorte.  Le suore non avevano alcun amore per questo mondo ,  anzi lo odiavano,  detestavano i loro congiunti  a cui periodicamente inviavano  i dolci,  con la speranza che, presi per la “gola”, finissero tutti nel sesto girone dell’inferno dantesco in compagnia di Ciacco. Qui le pene erano tanto severe quanto intolleranti,  la pioggia di fango li avrebbe coperto, e il fetore nauseabondo annullato l’olfatto e il gusto .
 Ma oggi la vendetta delle sventurate sorelle,  alla luce  delle odierne conoscenze, lascia un segno più profondo , minando dal di “dentro” la salute dei golosi
Questo candido estratto ,isolato dal suo contesto naturale ,altera molte delle funzioni metaboliche , provoca danni irreparabili al nostro organismo e come se non bastasse, si comporto come una droga, inducendo dipendenza
Le disgraziate sorelle di clausura forse non avevano la piena consapevolezza  dei danni arrecati alla salute , volevano solo spedire  all’inferno tutti coloro che avevano contribuito a rendere infelice la loro esistenza su questa terra.