martedì 21 maggio 2024

Per non dimenticare


Una marcia durata sei giorni, attraverso i territori più depressi dell’isola, da Partanna a Castelvetrano, a Menfi, a Santa Margherita Belice, a Roccamena, a Partinico, a Borgetto, a Pioppo, a Palermo.

Una pagina indelebile di visionari alimentata da valori non barattabili.

Se non fosse per  il bianco e nero delle foto dell'epoca, sembrerebbe il racconto di qualche settimana addietro, a giudicare dai cartelli di protesta.

Un evento storico organizzato da Danilo Dolci e descritto da Peppino Impastato

Nel 1967 Peppino Impastato ha 19 anni ed ha cominciato il suo percorso politico di attenzione e di lotta verso i grandi temi che affliggono il Sud Italia, oltre che verso i conflitti che dilaniano il mondo. Lo troviamo accanto a un altro grande personaggio che dedicò la sua vita al riscatto della Sicilia. Assieme a un numeroso gruppo di manifestanti, con nomi di altissimo livello nazionale, organizzò, con il Centro Studi di Partinico, da lui creato, una marcia durata sei giorni, attraverso i territori più depressi dell’isola, da Partanna a Castelvetrano, a Menfi, a Santa Margherita Belice, a Roccamena, a Partinico, a Borgetto, a Pioppo, a Palermo. L’iniziativa univa il problema della pace, allora di grande attualità, per la guerra in Vietnam e quello del lavoro, caratterizzato dallo sfruttamento più bestiale da parte dei mafiosi e dei vari ricchi proprietari di terreni, oltre che dalla mancanza di sovrastrutture, strutture, mezzi di lavoro, strade e soprattutto l’acqua. Alla protesta era legata anche la speranza che attraverso la lotta le cose potessero migliorare. Peppino aderì all’iniziativa e vi partecipò come “corrispondente” del suo giornalino dattiloscritto “L’Idea”.


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Passaggio della “Marcia della protesta e della speranza” (1967) a Partinico. Peppino è in fondo a destra con un cartello dov’è scritto “Pace al Vietnam – Libertà ai popoli oppressi – Lavoro ai siciliani”


LA MARCIA DELLA PROTESTA E DELLA SPERANZA

Servizio di Giuseppe Impastato
Il 5 di marzo, domenica, un grande convegno popolare, presieduto da Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Corrado Gorghi (consigliere nazionale della D.C.), Salvo Riela, Bruno Zevi, Angelo Ganazzoli (presidente dell’E.S.A.) e Leonardo Di Salvo, nella sala del cinema “Nuovo” di Partanna, analizza con attenzione tutti i più gravi problemi che affliggono incessantemente le genti delle valli del Belice, del Carboj e dello Jato e mette dettagliatamente a fuoco gli obiettivi della manifestazione popolare che deve avere il suo inizio nella mattinata del giorno seguente. La relazione di base, nella prima parte della giornata, viene svolta da Lorenzo Barbera, dirigente del centro di pianificazione delle valli. Egli ribadisce innanzi tutto la necessità che vengano costruite o definite le dighe: Arancio sul Carboj, per ora funzionante al 50%, Poma sullo Jato, Garcia sul Belice destro, Cicio sul Modione, Malvello sulla sorgente Malvello. Definendo o costruendo queste dighe si verrebbero a creare infatti 36.100 posti nuovi in agricoltura.
Il suo secondo appunto è rivolto alla riforma agraria: in seguito alla vecchia riforma sono stati assegnati circa 1.400 lotti. La superficie investita dalla riforma è di circa il 2,8% dell’intera superficie della valle del Belice. Ogni lotto misura circa 4 ettari ed ha un reddito lordo scarsissimo che va dalle 200 alle 350 mila lire annue. Tutto questo naturalmente perché sono stati assegnati i terreni peggiori, senza possibilità alcuna di trasformazione.
Di questi 1.400 lotti circa 670 sono stati forniti di case coloniche che sono a loro volta rimaste per molti anni prive di ogni servizio come l’acqua, la scuola etc. Tra il 1952 e il 1958 sono stati spesi circa 2 miliardi e 700 milioni di lire per munire di attrezzature queste abitazioni, ma attualmente delle 670 case soltanto 260 sono abitate con una certa stabilità. Soltanto uno di tutti i villaggi è effettivamente abitato e funzionante: Piano Cavaliere, che la D.C. utilizza come propaganda del suo regime con frequenti fotografie su certe riviste.
Terzo punto messo in evidenza da Barbera è quello delle scuole per tutti: nei 35 Comuni che aderiscono alla manifestazione gli abitanti sono complessivamente 342.000. Gli analfabeti sono circa 103.000.
Nei prossimi cinque anni è quindi auspicabile un piano atto ad istruire almeno 54.000 persone, per cui sono necessarie 2200 classi di scuole popolari. Nella zona a sua volta il corpo insegnanti è presente nel numero di circa 5000 di cui quasi 4000 sono disoccupati. Il piano per l’istruzione popolare verrebbe quindi ad occupare gli insegnanti disoccupati. Dopo il Barbera sono intervenuti più o meno brevemente Michele Mandillo, Salvo Riela ed Angelo Ganazzoli; a quest’ultimo si deve un duro e frontale attacco alla mafia. «Non è arrestando Liggio e Panzeca che si combatte la mafia - ha detto - bisogna colpire i colletti duri, cioè le persone che stanno dietro gli esecutori. Solo così possono venir fuori i nomi di uomini politici, di professionisti, di notabili».
Nel pomeriggio di poi, sotto la presidenza di Bruno Zevi, è intervenuto per primo Simone Gatto ribadendo con fermezza la necessità di ristrutturare la Sicilia in Comuni e in comprensori di Comuni, eliminando così le ormai superate province. Sono intervenuti tra gli altri M. Pantaleone e V. Giacalone.
Il 6 di marzo, lunedì, alle 10 circa da Partanna, parte il lungo corteo della marcia della protesta e della speranza per la pace e per lo sviluppo socio-economico della Sicilia occidentale. Guidano la colonna Danilo Dolci, Bruno Zevi, Ernesto Treccani, Antonio Uccello, Lorenzo Barbera ed il piccolo e timido vietnamita VO VAN AI, eroe della resistenza del suo popolo contro i francesi, delicato poeta e sociologo di indiscussa preparazione. Lungo il percorso che da Partanna porta a Castelvetrano, punto di arrivo della prima tappa, alla vistosissima schiera di marciatori si aggiungono gruppi di gente, contadini, operai della valle del Belice. Hanno portato “pane e tumazzu” per fare colazione durante le soste della estenuante marcia. Dai loro volti segnati dalle fatiche del lavoro e dalle lunghe sofferenze traspaiono fermezza e soddisfazione: uno stato d’animo veramente sorprendente per la gente di questa zona che conosce molto da vicino la prepotenza di certi personaggi, il “bavagghiu” alla bocca e la lupara.


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Passaggio della “Marcia” a Partinico. Si nota il cartello portato da Peppino


Attraverso Castelvetrano la colonna conclude la prima tappa alla diga Delia alle 16.
Il giorno successivo, 7 di marzo, martedì, la suggestiva marcia da Castelvetrano raggiunge Menfi, dove i pubblici discorsi di Dolci e di Lucio Lombardo Radice tracciano i programmi e le caratteristiche della manifestazione, auspicando un maggiore benessere per i lavoratori e per i contadini siciliani che lottano per una Sicilia nuova.
Il mercoledì 8 marzo, la colonna arriva a conclusione della terza tappa della marcia, a S. Margherita Belice. L’incontro tra la popolazione della cittadina ed i marciatori avviene in uno stanzone fresco di intonaco posto sul corso principale.
Dopo il solito discorso chiarificatore di Dolci, prende la parola Ernesto Treccani dichiarando con commossa semplicità e con grande chiarezza il suo scopo preciso, che è quello di contribuire con i suoi mezzi alla rinascita ed al risveglio della povera gente di Sicilia e spiegando quale è il senso del lavoro di un pittore, come esso può contribuire attraverso il segno grafico a dare una spinta di vita sociale. È intervenuto quindi Carlo Levi parlando delle sue esperienze compiute nel 1935 nei paesini della Lucania dove egli fu costretto ad abitare per lunghi anni come esiliato politico. Il mondo già espresso nei suoi libri “Cristo si è fermato ad Eboli” e “Le parole sono pietre” è venuto così fuori in un discorso di estrema semplicità.
È intervenuto infine lo scultore palermitano G. Baragli che ha accomunato la sua esperienza di “emigrato” a quella ancor più grave dei contadini presenti in sala che sono stati costretti in questi anni ad espatriare all’estero.
Il giovedì 9 marzo si giunge, nel tardo pomeriggio, a Roccamena.
L’incontro con il pubblico del paese viene interamente dedicato alla pace. Si proietta un documentario sulle atrocità che gli americani compiono nel Vietnam e vengono letti alcuni stralci di reportages e di testimonianze di questa guerra balorda:
«Prendono un Viet e gli fanno mettere le mani sulle guance, poi prendono un filo di ferro e glielo fanno passare attraverso la guancia, fin dentro la bocca, poi fanno passare il filo attraverso l’altra guancia e l’altro mano, poi tirano il filo». La voce è di Vito Cipolla.
Si conclude a Partinico in piazza Garibaldi la quinta e penultima tappa, senza dubbio una delle più dure (30 Km), nella serata del venerdì 10 marzo con un pubblico incontro tra gli organizzatori ed il popolo della cittadina e con la lettura di un messaggio d’adesione e di solidarietà inviato da Roma ai manifestanti dai pittori Renato Guttuso e Corrado Cagli. Altrettanto lunga ed estenuante è l’ultima tappa che da Partinico, attraverso Borgetto, Pioppo e Monreale, conduce i marciatori a Palermo. La colonna, che durante il percorso si era vistosamente infoltita diventa nutritissima alle porte della città. Gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace ed allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti che per il corso Calatafimi scende rumorosamente, e per le grida di protesta e per le richieste, fatte ad alta voce, del diritto alla vita ed alla libertà, verso il centro della città.
In piazza Kalsa alle 17,30 avviene il festosissimo incontro tra i marciatori e la Palermo operaia.
È una grande manifestazione popolare il cui significato si individua in due punti essenziali: condanna aperta della attuale classe dirigente per l’inefficienza ormai lungamente dimostrata nel risolvere i problemi più urgenti e vitali dell’isola; ferma volontà di rompere con un mondo, con una maniera di condurre la cosa pubblica, tutte cose che puzzano di marcio.
Per primo dalla tribuna interviene D. Dolci leggendo alla cittadinanza la risoluzione del convegno di Partanna e ribadendo in secondo luogo la necessità che la commissione parlamentare antimafia renda pubblici gli atti in suo possesso.
Altri interventi fanno registrare Nino D’Angelo, Sergio Rapisardi, Lorenzo Barbera e Carlo Levi che definisce la manifestazione «un Parlamento democratico, che è sorto come presa di coscienza che rappresenta una realtà unitaria».


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Arrivo e comizio in Piazza Kalsa.
Riconoscibili: Hans Deichmann, Danilo Dolci, Ignazio Buttitta, Salvo Riela, Lorenzo Barbera, Peppino Impastato, Franco Alasia, Francesco Calcaterra, Orazio De Guilmi - con camicia bianca e braccio ingessato -, in basso lo storico fotografo di cronaca di Scafidi). Peppino è al centro, quasi coperto, tra Ignazio Buttitta e Danilo Dolci.


Conclude la serie di interventi molto drammaticamente Vo Van Ai: «Tutta la mia infanzia e quella della mia generazione non ha conosciuto che la guerra. A tredici anni ho conosciuto la prigione. La prima notte che mi hanno arrestato, nella camera degli interrogatori ho visto coi miei occhi cinque miei compatrioti torturati fino alla morte. Ho visto donne violentate, villaggi incendiati, bambini gettati nel fuoco. Ma tutte queste immagini esprimono soltanto la milionesima parte di quanto avviene attualmente nel Sud Vietnam, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Avete mai visto dei bambini napalmizzati? Avete mai visto madri divenire folli davanti ad atrocità incommensurabili? Immagi¬nate il cielo della Sicilia tutta ad un tratto stracciato da migliaia di aerei della morte, il cui solo rumore dei motori ci rende folli? Immaginate le vostre case e le vostre spiagge divenire d’un tratto basi militari? Ora nel Sud Vietnam una prostituta può nutrire quattro persone (la ruffiana che l’alberga, il protettore, l’uomo che col triciclo le porta il cliente e lei stessa), mentre un operaio specializzato non ha il lavoro per guadagnarsi il suo pane. Ci sono ragazze che scambiano il loro corpo per un pezzo di pane o per una bottiglia di latte. E chi deve ricevere aiuti governativi vede che le sue somme attraversando tante mani burocratiche divengono un niente.
Né la libertà, né democrazia ora esistono nel Sud Vietnam. Chi parla di pace e di neutralismo viene tacciato come comunista, imprigionato ed ucciso.
Affinché una soluzione sia realizzabile, è necessario che tutti i popoli del mondo facciano pressione sui loro governi perché questi all’unanimità domandino:
1) La cessazione immediata di tutti i bombardamenti americani nel Viet¬nam.
2) La cessazione del sostegno americano al governo Ky nel Sud Vietnam.
3) La costituzione al Sud di un governo civile eletto dal popolo, indipendente da tutte le ingerenze straniere, che possa lavorare effettivamente per la pace, negoziando per la cessazione delle ostilità e tendendo alla riunificazione.
Voi avete sentito che i nostri problemi sono anche vostri; come io sento che i vostri problemi sono anche i miei. La soluzione dei problemi fondamentali nel Vietnam, nella Sicilia, in ogni paese del mondo è necessaria non solo al singolo paese ma a ciascuno al mondo. Viva il Vietnam e la Sicilia». Jerry Cooper, cantante negro ha cantato infine uno spiritual.
(Dal giornale “L’Idea” (1967)

Foto di copertina: Danilo Dolci e Peppino Impastato alla “Marcia della protesta e della speranza” (1967). La foto è scattata forse nei pressi di Partinico.

lunedì 20 maggio 2024

Per non dimenticare

 Furono 22 le vittime che 81 anni fa nel quartiere Addolorata persero la vita a seguito di un bombardamento aereo americano il 21 maggio 1943

Domani se ne parlerà al Circolo Universitario e di Cultura di via della Vittoria presentando il libro di Leonardo Balistreri.


A dibattere su quel particolare momento storico il Dott. Giuseppe Bivona e l'autore Dott. Leonardo Balistreri
Il 21 maggio 1943 un bombardiere americano sgancia il suo carico di morte a Menfi in via della Vittoria, nella zona compresa tra il Calvario e la Chiesa Addolorata .

Le vittime furono 22 .
Alongi Antonina 20, Alongi Giuseppe 27, Bonacasa Antonina 22, Bruno Margherita 67, Cusumano Rosa 43, D'alessandria Caterina 65, Giarraputo Giuseppe 22, Giarraputo Leonarda 31, Giarraputo Maria 29, La Sala Francesco 35, Li Petri Liboria 81, Libasci Giovanna 8, Libasci Margherita 1, Libasci Pietro 4, Mandracchia Liboria 15, Marrone Gioacchino 5, Mulè Ninfa 2, Perricone Giuseppe 5, Sutera Leonarda 48, Vetrano Antonina 13, Vetrano Francesca 5, Vetrano Silvestro 11.
Accenno al contesto storico Nel febbraio del 1941 la Deutsches Afrikakorps (DAK), al comando del feldmaresciallo Erwin Rommel viene inviata in Libia, con lo scopo di sostenere le forze italiane messe a dura prova dall'8ª Armata britannica. A supporto del DAK, il Xº Corpo Aereo Tedesco, Xº CAT, si trasferisce in Sicilia già alla fine del 1940 negli aeroporti isolani tra i quali Castelvetrano e Sciacca. E’ lì che i tecnici tedeschi installano le loro apparecchiature radiotelemetriche (radar), sia per l’assistenza al volo degli aerei dell’Asse, che per controllare i movimenti di aerei nemici.
Una di queste apparecchiature viene installata a Menfi. Si trattava, con buona probabilità di FuMG 450 Freya A/N con portata di un raggio di 200 Km. L’antenna con il sistema meccanico di rotazione viene collocata alla periferia ovest di Menfi in fondo alla Via Giuseppe Mirabile, in un punto elevato di circa 100 m s.l.m. In quegli anni, la zona a valle di quella via, a differenza di oggi, era un’ampia area di campagna tale da permettere allo sguardo di scorgere facilmente diversi chilometri di costa.
Oltre all’antenna, il sistema doveva comprendere un generatore elettrico per l’alimentazione dell’apparato radiotelemetrico; un camion cabinato con tutte le apparecchiature necessarie per le emissioni e le decodificazione dei segnali; un bus per il trasporto del personale militare tedesco, nonché parecchi fusti di carburante necessari per alimentare il generatore elettrico della postazione di rilevazione.
I tecnici della postazione, una volta decodificati i segnali, li inviavano, con un cavo elettrico lungo circa 600 m. fissato ai balconi della via Della Vittoria, a degli ufficiali tedeschi, che avevano la loro base a Palazzo Varvaro, vicino la Chiesa del Collegio che sulla torre dell’orologio montava un’antenna radio. Ed è proprio da questa base che i dati venivano recepiti e trasmessi con apparecchiature enigmatiche alle stazioni radio degli aeroporti di Sciacca e Castelvetrano.
L’apparato radiotelemetrico era stato posizionato a Menfi, località equidistante dai due aeroporti e punto strategicamente importante per le attività dell’Asse; infatti il sistema di controllo aereo dei due aeroporti ha contribuito alla riuscita della missione del corpo di spedizione Deutsches Afrikakorps (DAK) che ha raggiunto ed operato in Libia dal febbraio 1941 al marzo 1943.
La buona mimetizzazione dei luoghi faceva ritenere alla popolazione locale, che in quel punto non ci fosse altro che un normale deposito di carburanti con le presenza di mezzi e personale militare per la custodia. Sicuramente i servizi dell’intelligence americana conoscevano l’importanza di quella installazione, tale da essere ritenuta obbiettivo militare da sopprimere.
La perdita del Nord Africa da parte delle truppe dell’Asse, permise agli americani di creare nuove basi aeree in Libia, in Tunisia oltre a quella di Malta, tali da colpire con più facilità le infrastrutture sia civili che militari della Sicilia, nell’imminente preparazione dello Sbarco.
Il 21 maggio del 1943 infatti, dalle 10 alle 10.30 del mattino, l’aeroporto di Sciacca di C.da Schunchipani venne bombardato con decine di morti e feriti; contestualmente nella stessa giornata, all’imbrunire un bombardiere americano sgancia le bombe a Menfi per colpire quella installazione radiotelemetrica.
Ma le bombe esplodevano a circa 300 m dall’obiettivo uccidendo 22 inermi cittadini...


lunedì 6 maggio 2024

Il Miracolo

 Belice di  Mare, maggio 2024

                                       Peppino Bivona

 

Turiddu, il sacrestano della chiesa del Soccorso, pedalava a fatica, affannato,ansimante  lungo la ripida strada che saliva dritta verso la chiesa, scarsamente illuminata da radi lampioni gialli. La luna era quasi piena e sembrava toccare la cima del campanile.


Ormai erano trascorsi tanti anni da quando ragazzino affetto da polio, sua madre l’aveva affidato alla benevolenza di don Saverio il prete della parrocchia, assegnandone i compiti di sacrestano.

Turi, in verità anche se  non molto sveglio, svolgeva con dedizione i compiti assegnati e tutto sommato don Saverio non ebbe mai motivo di lamentarsene.

Tuttavia il nostro Turi da un po' di tempo sembrava mostrare segni di insofferenza verso i fedeli della parrocchia. Aveva un atteggiamento quasi scontroso,rispondeva a tono. Orbene dovete sapere che la prima nicchia appena si entra nella chiesa a destra, quasi opposta al fonte battesimale,era stata collocata la statua della bella e giovane Madonna Azzurra ,dal volto atteggiato ad un mesto sorriso e dagli occhi, ovviamente azzurri, da cui sgorgavano una dolcezza, una pietà che le parole umane non sarebbero mai riuscite a rendere appieno; persino il manto celeste, che scendeva in larghi panneggi le donava una grazia divina. Eppure a giudizio di Turi , la gente  non si curava della vergine,in verità neanche il parroco testimoniava particolare attenzione. Questa indifferenza generalizzata aveva acuito in Turi la sensazione  di una  palese “ingiustizia” quasi un sopruso da parte degli altri santi! Perché si chiedeva Turi ,la Madonna dell’0ro era oggetto di una venerazione,di grande devozione, esaltata quasi fanatica; come se solo Lei fosse in grado di aiutare le anime in pena, di consolare gli afflitti, di operare miracoli!Cosi come se non bastasse il 12 di settembre  di ogni anno per la festa della Madonna dell’Oro si riversavano in piazza migliaia di fedeli! Che cosa cercavano quelle folli di pellegrini? I più ci andavano a implorare un miracolo( che non succedeva mai o quasi mai).Forse attratti dal luccichio di tutto quell’oro che ammantava la Madonna!

 Invece 8 maggio la festa della Madonna Azzurra, i vecchi restavano a casa davanti la televisione o sedevano al bar a giocare a carte e i giovani a bere birra o in discoteca. La piazza restava vuota e muta.

Turiddu da troppe notti dormiva poco e male,ma in una di queste l’immagine della Madonna Azzurra gli era apparsa in sogno; aveva il volto rigato di lacrime e lo guardava dolcemente, muta come a volergli comunicare qualcosa. Il poveretto  di quello sguardo pietoso diede una sua personale chiave di lettura!

Avevamo lasciato Turiddu che pedalava la sua bicicletta e  finalmente raggiunge stremato il portone della Chiesa ,lascia fuori le bicicletta, non prima di sganciare dal manubrio la grossa e pesante  sporta di vimini .Il grosso portone cigolò due volte aprendosi e richiudendosi dietro di lui. Si diresse deciso verso la statua della vergine dove erano rimasti accesi due lumini rossi. Turiddu  si fermava in ascolto, tratteneva il respiro, inquieto, allarmato, con il cuore in tumulto. Appoggiò la borsa  sul gradino della lapide ai piedi della balaustra di marmo rosa,badando che il contenuto non si rovesciasse per terra, tolse i vasi con i fiori e versò il contenuto alla base della statua. Le cipolle ricoperte di una pellicola lucente si sparsero, quasi con ordine. Il sagrestano non perse tempo, si mise a tagliarle a più non posso,non importava se venivano fuori pezzi piccoli e pezzi grandi. Il prodigio ( l’effetto)  si verificò quasi subito: gli occhi della statua si arrossarono e li coprì un velo di lacrime .No, pensava turi, l’apparizione  di quella notte in sogno non l’aveva ingannato!Usava il coltellaccio calandolo sulle cipolle con fendenti rapidi e precisi dall’alto in basso. A Turiddu il cuore gli batteva sempre più forte, all’unisono con i movimenti delle braccia:finché udi distintamente un leggero sospiro, quasi un singhiozzo: levò gli occhi al cielo e sul volto della madonna ora scendeva una grossa lacrima,rotolò dolcemente lungo la guancia,  simile ad una perla:rimase un istante in bilico sull’orlo del mento, poi riprese a rotolare seguendone la curva interna sul collo, sul petto lungo una piega del mantello. Turiddu era riuscito nel suo intento,coprì con un grosso panno  scuro e si precipitò a suonare le campane a stormo e a spalancare le porte della chiesa al sole che si levava radioso. Da ogni parte la gente occorreva, prima i paesani ,poi quelli che venivano da lontano. Si assiepavano in chiesa pressati come sardine per vedere la statua miracolosa della Vergine Azzurra. Mentre fuori si allungava la fila interminabile di fedeli.

Ora  però le lacrime della Madonna “miracolosamente” divennero vere la poverina di fronte a quello spettacolo Pianse!

Pianse per quelli che si buttavano in ginocchio, chi bocconi .Gridavano ,Piangevano. Alcuni esaltati quasi venivano alle mani. Molti si sentivano male ,altri svenivano

La Madonna pianse lacrime amare  vedendo in lontananza un serpente di auto  e di pullman che si snodavano  dalla strada verso la sua Chiesa.

La madonna pianse per i tanti mercanti che industriavano: self-service,bazar,bancarelle traboccanti di souvenir, oggetti dell’artigianato,cartoline, piccole statuine della Madonna.

Pianse per quella distesa di cantieri edili gru che ruotavano nel cielo per costruire alberghi ed ospedali

Pianse per tutti quegli infelici che cercavano una speranza, gli oppressi la libertà, i ciechi la vista gli storpi e gli sciancati , di raddrizzarsi.

Ma cosa avevano capito questi poveretti? Cosa aveva capito nel sogno Tiriddu?

Ora ai piedi della statua ardevano una distesa di ceri,salivano verso il suo viso sottili fili di fumo nerastro acre, tanto da provocare nuove lacrime.

Maria pianse a lungo, nella solitudine della notte, immersa in un mistero  a Lei altrettanto oscuro!

venerdì 3 maggio 2024

Le radici profonde dell’identità


Giuseppe Bivona

Nella cultura popolare contadina i prodotti della terra ,in particolare l’olio,il vino,il formaggio e il pane, erano considerati  “sacri” in quanto espressioni autentici della terra,  portavano inconfondibilmente impressa la traccia del “luogo”  ovvero la qualità essenziale.

Cosi, ad esempio, mangiare i prodotti della terra che si attraversava o si visitava era un rito  quasi sacrale,  perché significava  arricchirsi  dell’energia  del luogo.
La scena ci rimanda alla figura del viandante , curioso ed insaziabile “ricercatore” colui che in ogni terra/luogo incontra ciò che è  sempre uguale e sempre diverso: la natura autentica della vita e  l’emozioni.
I prodotti del luogo si guadagnano nel tempo le loro identità attraverso  un lento processo  di “deposito” ed “ accumulazione” a cui partecipano intere generazioni delle popolazioni locali che costantemente  e diligentemente  hanno saputo  felicemente coniugare il  prodotto  con il processo, in una fusione quasi inscindibile che qualsiasi scellerato tentativo  di decolonizzarlo vanificherebbe i peculiari aspetti qualitativi.
Ma quali segreti meccanismi  legano cosi  strettamente il prodotto alla terra/luogo?
Quali  complessi e complicati processi  biochimici  si intrecciano in un sincronismo  cosi perfetto   da rendere unici , inimitabili , intrasferibili  certi prodotti  alimentari?
Se mi consentite , mi avvarrò di alcuni esempi  tratti  dalla realtà  di un angolo della nostra Sicilia, nella Valle del Belice : il pane nero di Castelvetrano, le olive verdi della Nocellara del Belice, la “vastedda” del Belice.
Il pane nero di Castelvetrano è stato l’orgoglio e vanto delle casalinghe di questo centro agricolo localizzato a pochi passi dalla greca Selinus. Qui per generazioni le “comare” all’interno dei cortili  si scambiavano  il “crescente”  ovvero il lievito madre  da cui prendeva avvio il complesso processo di acidificazione-levitazione. Le farine provenivano dalla molitura  di grani tradizionali , Capeiti, Biancolillo, Timilia  macinate con il mulino di pietra , lentamente  , per non surriscaldare e mantenere integri i “granuli “ di amido. La legna era quasi sempre la fascina proveniente dalla pota delle olive. I tempi  lunghi dell’impasto e una oculata  gestione del forno  ci regalano  questo eccezionale prodotto di questa terra.
L’olivo , varietà Nocellara del Belice, cresce  rigoglioso  in un triangolo  costituito dai  comuni di Partanna, Castelvetrano e Campobello di Mazara.  Qui il sottosuolo è prevalentemente costituito da calcarenite  che assicura alle drupe   una consistenza  tale da sopportare il processo  di conservazione in salamoia ,anche “schiacciata” per più di un anno senza mai perdere la croccantezza della polpa . Ma il suo inconfondibile flavuer  assicurato  da ceppi di batteri  indigeni  che attivandosi  avviano il processo di “ addolcimento “ al naturale   regalandoci  queste prelibate olive da mensa.
L’ allevamento della pecora nella Valle del Belice è abbastanza diffuso  e prevale quasi esclusivamente la razza locale. Ebbene in questi luoghi nei mesi più caldi dell’anno si raggiungono punte di 40-45 C con il frequente rischio  che i formaggi si guastano , perciò i pastori  li  rilavorano  in acqua calda e come per miracolo il formaggio inizia a “filare” e fanno  assumere successivamente la forma  rotondeggiante , come la pagnotta del pane.
Questi pochi esempi  che vi ho brevemente descritto,  servono a comprendere come  nel lungo tempo ,in questi  luoghi, si sono  differenziati e selezionati  ceppi di batteri  che in stretta coevoluzione con le tipiche produzioni locali  hanno permesso  si definire un “unicum”  a cui  restano indissolubilmente legati il luogo, il prodotto e il processo . Le popolazioni locali hanno nel tempo  adattato , modificato  fino all’ottimizzazione i diversi componenti , cercando ,più che stravolgere la natura , di assecondarla, piegarla , giusto quanto fosse necessario , anzi rispettandola  e spesso assicurandosi una sinergia con essa.

Molte elaborazioni di prodotti tradizionali  sono assecondate da un discreto , riservato , rituale , quasi che le popolazioni agricole volessero conciliare il difficile rapporto tra natura e cultura , sapevano che i lenti e complessi processi che coinvolgevano  le “ fermentazioni” subivano  l’influenza di molti fattori per cui era buona norma un rituale ben augurale.  Valga per tutti il segno della croce  delle massaie appena terminato l’impasto della farina  e l’avvio della lievitazione 

mercoledì 1 maggio 2024

Il segreto inconfessabile di Ulisse

 Peppino Bivona


                    Quella sera a cena Ulisse era particolarmente euforico, mangiava di buon gusto, ma soprattutto il suo calice faceva parecchi andirivieni dal capace cratere,colmo di buon vino. Penelope ,che assieme condivideva la cena non si meravigliava più di tanto, ormai erano diverse sere che l’eroe di Troia si attardava a tavola con la scusa di raccontare tutte le sue avventure durate l’assenza durata lunghissimi vent’anni. Tuttavia Penelope donna fedele ma non stupida, in tutto il resoconto Odisseo, c’erano alcuni aspetti della narrazione del marito che non la convincevano. Cosi pensò tra se e se” Vuoi vedere che questa sera sarà la volta buona per convincere Ulisse a chiarire alcuni punti oscuri del suo lungo peregrinare?”. Penelope non perse tempo, allungò una coppa di vino ad Ulisse e con parole amorevoli di moglie fedele gli disse:” Mio caro Ulisse,mio eroe, ormai hai raccontato tutto del tuo lungo viaggio,una storia cosi avventurosa ed appassionante, di cui pochi uomini possono vantarsene. Eppure ci sono alcuni episodi del tuo racconto che non mi convincono, ad esempio la storia di Circe, la maga che tramuta i tuoi compagni in “porci” e la tua lunga permanenza con Calipso. Ebbene, tralasciamo la faccenda di Circe, di cui posso ipotizzare cosa sia avvenuto realmente, malgrado la mia vita trascorsa chiusa tra queste mura, ricordati, che sono una donna e certe “perversioni” di voi maschietti non mi sorprendono. Ma ciò che mi riesce difficile, conoscendoti, come tu possa essere rimasto , otto, dico otto lunghi anni solo in uno scoglio in mezzo al mare ,con una sola donna, ripeto la stessa donna per otto lunghissimi anni!!”

Ulisse anche se aveva bevuto tanto, era ancora in grado di capire bene certe cose e in particolare quella richiesta cosi decisa e perentoria avanzata dalla moglie Penelope. A primo acchito cercò di divagare ,sostenendo che la ninfa lo teneva prigioniero e da quello scoglio in mezzo al mare non sapeva dove andare. Ma Penelope non era donna da accontentarsi di queste mezze spiegazioni e insistendo sulla sua richiesta porse ad Ulisse l’ ennesima coppa di vino ,il quale non perse tempo a svuotarla. L’insistenza di Penelope non dava tregua a povero Ulisse che si sentiva in evidente difficoltà. Finché all’ennesima coppa di vino Ulisse “capitolò”.Ora aveva voglia di parlare,parlare a più non posso, anche se le parole le uscivano dalla bocca spezzettate, impastate , lascicate: “Mia cara Penelope, sposa devota,avrei preferito non entrare in questa vicenda, tenermela come un mio intimo segreto e portarmela nella tomba”.Il suo volto si fece serio ,cercava le parole giuste per raccontare quel singolare episodio della sua vita. Alla fine si rivolse a Penelope quasi intenerito: “ Mia cara,non giudicarmi male, ma devi sapere che Calipso è una divinità marina bellissima,figlia di Zeus a cui però si era rivoltata e per questo condannata a vivere sola su quello scoglio ai confini del mondo. I suoi rapporti sessuali con gli uomini erano rari e occasionali. Da Apollo ebbe un figlio chiamato Imene,Ti dice niente questo nome?” No” disse secco Penelope “Ognuno può chiamare il proprio figlio come meglio piace!”. Ulisse comprese che Penelope,donna intelligente ,su questo terreno faceva fatica a seguirla nel ragionamento.” Insomma cara Penelope” riprese Ulisse “Giove nel condannarla a vivere in quell’isolotto ,le fece,diciamo cosi,un dono particolare, ovvero malgrado i ripetuti rapporti sessuali con uomini ….restava vergine,insomma l’imene si ricomponeva,ossia tornava vergine come se non fosse successo niente!!.” Penelope cominciò a capirci qualcosa,ma non poté frenarsi:” E tu grullo, scimunito, hai insistito tutti questi anni nel vano tentativo di deflorarla?” “Io” riprese Ulisse “ avevo capito che qualcosa non andava, ma la troietta, mi sfotteva! Mi dava dell’incapace , di impotente, di scarsa virilità! Ora tu immagina se la notizia fosse arrivata in Grecia, ma anche nella Magna Grecia, in Sicilia,prendi caso al Circolo Universitario e di Cultura di Menfi,questa onta in bocca ai soci del sodalizio,a quelle malelingue , a quel covo di maldicenti . Dimmi tu come potevo ritornare a casa, cosa sarebbe rimasto della mia fama!!”

Ora il capo di Ulisse si chinò sul tavolo, stanco e amareggiato per la confessione. Penelope in piede, lo guardava dall’alto dondolando la testa: “Guarda un po' come può ridursi un Eroe,conquistatore di città come Troia ,un uomo che ha sfidato gli Dei, i flutti marini ,le tempeste inenarrabili, sfarinarsi,annullarsi divenire “poca cosa” di fronte ad una “pieghetta”!!

Si, per Penelope il suo eroe non sfuggiva alla condanna che accumunava tutti gli uomini. .Cominciano fin da piccoli a competere a chi la fa più lunga il getto della pipì per finire ossessionati, ingombrati dal fallo, dal “pezzo” che si ritrovano fra le gambe. Preoccupati quasi esclusivamente ad ubbidire e rispondere, nell’atto amoroso, ad una funzione “idraulica”: la sola che sembrano conoscere! Poverini non sanno quello che si sono persi!.

Penelope,chiama la vecchia nutrice per essere aiutata a mettere a letto Ulisse: L’eroe dell’antichità.


giovedì 11 aprile 2024

Menfi, Domenica 14 Aprile ore 17.30

 

Al Circolo Operai verranno presentati gli ultimi lavori dell’artista Tregor Russo.
Conversano con l'Autore Nino Sutera e Gregorio Viviani


Tripla presentazione dei lavori di Tregors Russo a Menfi.
Dal libro “Le Ferite dell’essere” al libro "Sicilia: L'incanto dell'estasi, epopea nel regno degli Dei" ai video: tre cortometraggi ed il nuovo videoclip della sua band Gates Eden.



TREGOR RUSSO  oltre ad essere artista internazionale, è insegnante di musica, compositore, arrangiatore, polistrumentista, cantante, scrittore, fotoreporter, poeta, saggista, attore, regista ,direttore artistico e radio speaker.

Ha già pubblicato 3 Libri di poesie, aforismi e saggistica: “Catarsi Redentrice” edito da La Zisa Edizioni nel 2018, “Al Rintoccar dei Sensi Assopiti” edito da Ex Libris Editore nel 2020   e  “Le Ferite Dell'Essere” edito da Melqart  Communication Editore nel 2021, oltre ad aver pubblicato in ambito internazionale i suoi 7 Album, Ep e Demo di Musica Metal dal 1997 al 2021.

martedì 9 aprile 2024

Collegamenti isole minori, cosa serve?

                               Sabrina Gianforte

ne parliamo con il professore Angelo Todaro

 Le isole minori soffrono, " la mancanza di continuità sui collegamenti verso le stesse isole, questa condizione non determina concrete opportunità di sviluppo per i territori che già soffrono dell' insularità, dello spopolamento e non riescono ad attrarre investimenti". 

Queste alcune considerazioni del professore Angelo Todaro, che con le sue aziende ha investito nell' isola di Ustica, per riqualificare la struttura  turistica, di Punta Spalmatore, che rappresenta il primo operatore per posti letto e servizi di accoglienza e intrattenimento per un investimento di quindici milioni di euro. l pubblici decisori, sottolinea  Todaro: " non possono non provvedere con le opportune azioni decisionali e con azioni di investimento per agevolare e favorire le condizioni di sviluppo,  incidendo nelle infrastrutture strategiche, l' interruzione dei  collegamenti marittimi e integrativi non può essere accettata" .  Pertanto continua Todaro, " si invita la politica tutta,  a intraprendere le giuste azioni per fare decollare l' economia. La così detta "politica degli annunci" sottolinea l' imprenditore Angelo Todaro, va abbandonata in favore di azioni che generano attrazione d'investimenti esteri,  lavoro, opportunità per le imprese e determinano l' aumento del PIL .

domenica 7 aprile 2024

L'acqua, una crisi annunciata

 Ai cittadini dell'isola viene raccomandato di risparmiare l'acqua e sui centri urbani si convogliano le esigue risorse idriche destinate alle campagne, sempre più in ginocchio, sempre piu' spopolate.  L'acqua per irrigare i campi non arriva ma le bollette aumentano, chiudono le piccole aziende e c'è il rischio che scompaia un intero settore, avvertono i produttori agricoli, schiacciati da una emergenza provocata non solo dal meteo ma da decenni di cattiva gestione.

Agricoltura in ginocchio dopo un inverno senza pioggia. I primi a lanciare l'allarme erano stati i produttori agricoli. Dopo mesi di siccità, interi raccolti erano andati perduti. La mancanza d'acqua non permette a frutta e ortaggi di sopravvivere, il grano non cresce, in assenza di pascolo i costi di mantenimento del bestiame diventano insostenibili e molte aziende agricole sono già state costrette a chiudere. Le spese sono superiori ai ricavi e per molti lavorare la terra è diventato un lusso che non ci si può permettere. 

Alla vigilia di un'estate che, a giudicare dalle temperature, sembra già arrivata, la situazione si aggrava. Gli allarmi e le preoccupazioni diventano realtà. L'acqua scarseggia sempre più,  il livello negli invasi, che era già ben al di sotto della media in periodo invernal,e ora è drammaticamente basso. La diga Poma, a Partinico,  progettata per garantire la fornitura d'acqua alle campagne della Valle dello Jato, ora convoglia le esigue risorse idriche sui centri urbani. La priorità è garantire gli usi domestici e ospedalieri e l'acqua nelle strutture ricettive già piene di turisti dalla settimana di Pasqua. Intanto però la siccità ha decimato le produzioni ortofrutticole e gli agricoltori già in sofferenza dopo un inverno senza pioggia sono in ginocchio. 

Decenni di errori, campi senz'acqua e bollette raddoppiate

In Sicilia l’acqua, anche quando c'è, si spreca o non viene distribuita, a causa di guasti, malfunzionamenti, perdite che arrivano in alcune zone a sfiorare il 70%.  Molti degli invasi non riescono a conservare l'acqua e quando si riempiono, perchè piove, sono costretti a scaricarla a mare, come è successo dopo le piogge di marzo nella diga Trinità di Castelvetrano, in provincia di Trapani, una delle province in cui sono scattati i razionamenti; quando il livello  si è alzato oltre i limiti consentiti, le paratie si sono aperte e l'acqua dispersa. Paradossi siciliani. Come i tre dissalatori, a  Trapani, Porto Empedocle,  Gela costati milioni di euro ma non utilizzati da vent'anni. I rubinetti del consorzio di bonifica, ente regionale nato nel 2006 e commissariato, restano chiusi ma le bollette arrivano sempre più care. "Nell'ultimo anno  le quote consortili, che vengono recapitate ai contadini come cartelle esattoriali delle Agenzie delle Entrate, sono raddoppiate anche se non abbiamo ricevuto una goccia. Io ho dovuto spendere migliaia di euro per comprare l'acqua e salvare parte del mio raccolto", dice Raffaele Casarubbia, imprenditore di Partinico. Schiacciati da spese sempre più alte rispetto ai ricavi molti di noi stanno gettando la spugna, molte aziende stanno chiudendo, decine e decine di ettari di terreni sono già stati abbandonati, con danni enormi, che si vedranno nei prossimi anni, un intero settore, che era un'eccellenza agroalimentare, sta scomparendo, nel silenzio delle istituzioni, della politica come dei sindacati".

sabato 6 aprile 2024

Dal mondo greco al mondo giudaico-cristiano


 

Peppino Bivona

 

Il mio amico e collega Felice Crescenti, da qualche anno alla direzione del Parco Archeologico di Selinunte,la scorsa estate in occasione degli eventi selinuntini, ebbe la felice idea di invitare due famosi filosofi e studiosi del mondo greco classico. Così nell’ora  del tramonto,mentre gli ultimi raggi di sole incidevano le calcarenitiche  colonne  doriche del tempio “E” nella collina orientale, regalandoci indescrivibili emozioni, due maitre à penser  Umberto Galimberti e Massimo Cacciari ci introducevano nel vasto mondo greco classico. 

Cacciari affronta il tema articolato e complesso del rapporto tra la filosofia  e la tragedia greca in particolare di  Eschilo,Euripide e Sofocle, con un linguaggio abbastanza comprensibile anche per  un  pubblico non addetto ai lavori. Ma è stata la serata con Galimberti  che ha galvanizzato il vasto uditorio  attraverso una esposizione del suo fervido  pensiero. Perciò cercherò di sintetizzarlo brevemente.

Per Galimberti i greci sono il popolo più intelligente mai apparso sulla terra per la semplice ragione che hanno guardato dritto   in faccia sia la morte che il dolore. La loro visione del tempo è ciclica,mentre la natura resta lo sfondo immutabile che nessun uomo, nessun dio fece che è stata, è ,e sempre sarà. La potenza della “ technè”, donata agli uomini da Prometeo ,è di gran lunga inferiore alla natura o meglio alla necessità ( anankè) .Recita il coro nell’Antigone:” la nave solca il mare, fende le acque, ma la calma trasognata li richiude”Nessuno può violare le leggi della natura, lo stesso sole se osasse uscire dal suo tragitto assegnato, verrebbe riportato al suo posto dalle Erinni. Tutto è governato dal buon senso e dalla giusta misura, chiunque eccede , ha la presunzione di superare il “limite” , diviene tracotante(hybris) e va punito. Per i greci il dolore fa parte della vita, non c’è alcun modo per esorcizzarlo, perciò quando stiamo bene…godiamocela la vita,sempre con moderatezza! Se poi arriva il dolore ,allora bisogna reggerlo e per quanto possibile contenerlo :“abstine” e substine”.L’uomo è destinato a morire, dal regno dei morti non si torna più indietro. Nei due poemi omerici,gli uomini vengono sempre chiamati”mortali”, cosi quando il coro nel “Prometeo incatenato”  gli chiede “ ma forse Tu agli uomini, oltre il fuoco, hai anche promesso vane speranze?” e Prometeo con un filo di voce:” Si ho dato loro vaghe speranze!” Allora il coro senza alcun accenno di pietà. “Ti sta bene restare incatenato e con l’aquila che ti mangia il fegato!”

Tutto doveva armonizzarsi con le leggi della natura. Dice Platone “E tu piccolo uomo sarai nel giusto se ti aggiusterai alla complessa armonia della natura”

Poi come un fulmine a ciel sereno arriva il Cristianesimo, o meglio la versione paolina del vangelo di Cristo. Ora “toto cambia”. Il dolore che per i greci è privo di senso, per i cristiani ha una doppia significativa valenza:pagare il conto  per il peccato originale,ma paradossalmente diviene anche “caparra” per l’aldilà. Ma  il vero colpo di genio del Cristianesimo fu la parola d’ordine: “ non morirete più”. Dirà orgogliosamente San Paolo:”Ho morte ,ora dov’è il tuo pungiglione?”Il successo del Cristianesimo sul mondo pagano è dirompente ed inarrestabile!Con le buone o con le cattive,vengono sfrattate le ninfe dai boschi, i ruscelli non sono più sacri a Diana, il dio Pan non l’ascolta più nessuno: l’incanto per il mondo naturale ,fa posto al suo disincanto!.La natura è creatura di Dio e la consegna all’uomo nominandolo “possessor e dominator mundi”.Il tempo ciclico per i greci, con la rotazione delle stagioni , e i suoi raccolti, diviene lineare,un tempo escatologico,unidirezionale, si riempie di senso e diviene…storia. Ora tutto in occidente diviene cristiano , cosi  il passato è peccato,il presente diviene preghiera, il futuro è salvezza. Anche Marx in fondo è cristiano:il passato schiavitù, il presente lotta di classe,il futuro…sol dell’avvenir. Lo stesso dicasi per Freud o per la scienza in generale. Questo sguardo ottimistico sul futuro,non fu solo il colpo maestro per la religione cattolica, ma si trasmise con maggiore intensità nella nostra civiltà occidentale consentendoci di dominare il resto del mondo. Questo felice connubio, quasi indissolubile,tra civiltà occidentale e cristianesimo fino a quando durerà :ovvero l’occidente sopravvivrà alla fine del cristianesimo oppure il cristianesimo saprà resistere alla fine  dell’occidente?

Tutto prende le mosse dalla illimitata fiducia verso il futuro, sempre positivo, carico di speranza, sorretta dalla Provvidenza, fino alla sua metamorfosi più radicale. La “morte di Dio”come annunciato da Nietzsche apporta qualche variante, vengono introdotte nuove figure quali: l’ideologia  e la scienza. La potenza nefasta dell’ideologia l’abbiamo conosciuta durante il novecento col il fascismo, il nazismo, lo stalinismo. Resta ancora viva e vegeta la nuova religione rappresentata dalla scienza. Ma questa è una storia attuale

 

venerdì 5 aprile 2024

Per una riconversione agro-ecologica della zootecnia

 

 

La Sicilia è una delle prime regioni italiane per numero di allevamenti estensivi 

Il nostro sistema di produzione di carne, basato sugli allevamenti intensivi, è insostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico: divora risorse naturali e fondi pubblici, spinge fuori dal mercato le piccole aziende, e solo le più grandi si arricchiscono.

Per questo,  alcune Associazioni, hanno presentato una proposta di legge, sostenuta da un gruppo trasversale di parlamentari, per fermare con una moratoria l’espansione degli allevamenti intensivi e avviare un piano nazionale di riconversione agro-ecologica del settore zootecnico.

L’obiettivo è creare le condizioni per un sistema produttivo basato su piccola scala e con minori impatti, che garantisca margini di guadagno più equi per i produttori e l’accesso a cibi sani e di qualità.

Il sistema zootecnico europeo, compreso quello italiano, richiede una grande quantità di risorse naturali (due terzi dei terreni agricoli europei sono destinati all’alimentazione animale) e produce grandi quantità di sostanze inquinanti.

Gli impatti degli allevamenti intensivi, soprattutto nelle zone in cui queste attività sono più concentrate, come la Pianura Padana, sono ormai ampiamente documentati: riguardano principalmente le emissioni di ammoniaca (NH3) e il conseguente inquinamento da polveri fini (PM 2,5), responsabili ogni anno di migliaia di morti premature in Italia.

Le grandi quantità di azoto prodotto rappresentano inoltre un problema per l’inquinamento del suolo e dei corpi idrici, soprattutto nelle regioni ad alta densità zootecnica.

Da tempo il sistema zootecnico è soggetto a cicliche crisi in parte legate alle sue stesse caratteristiche: l’elevata dipendenza da input esterni (energia, mangimi, acqua) lo rende infatti particolarmente fragile, così come le condizioni di allevamento (tanti animali geneticamente simili rinchiusi in spazi ristretti) lo rendono vulnerabile alle epidemie sempre più frequenti. Questo ne fa un sistema non in grado di autosostenersi dal punto di vista economico, ma bisognoso di continui e ingenti aiuti pubblici, europei e nazionali.

La continua necessità di enormi quantità di mangimi rende il sistema zootecnico italiano fortemente dipendente dall’estero: quasi il 60% dei cereali e delle farine proteiche impiegate per produrre mangimi sono importati da Paesi extra UE, con un impatto ambientale enorme per la perdita di biodiversità a causa della distruzione delle foreste primarie e l’utilizzo di pesticidi, in particolare per la produzione di mais e soia in paesi del sud America come Argentina e Brasile.

Una domanda così alta non può trovare risposta in un aumento delle produzioni nazionali ed europee, dove circa 2⁄3 dei terreni agricoli sono già dedicati all’alimentazione animale, per questo è necessario cambiare il modello, superando il concetto di “allevamenti senza terra”.

La proposta di legge, promossa da Greenpeace Italia, ISDE, Lipu, Terra! e WWF, intende modificare in senso agroecologico proprio quelle caratteristiche del nostro sistema zootecnico che sono alla radice dell'insostenibilità ambientale ed economica del settore, a partire dai metodi di allevamento e dall’eccessivo numero di animali allevati, nonché dalla dipendenza dai prodotti farmaceutici (antibiotici), avendo come obiettivo anche quello di migliorare il benessere degli animali.

Scarica qui di seguito il testo della proposta di legge con la relazione illustrativa – “Disposizioni in materia di riconversione del settore zootecnico per la progressiva transizione agroecologica e il Manifesto Pubblico “Oltre gli allevamenti intensivi” 

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