lunedì 28 settembre 2026

Tra piazze in festa e trattori in protesta e l'anestetico dei "circenses"

 


Mentre l'agricoltura affonda e i produttori scendono in strada, molti amministratori continuano ad allestire sagre paesane e tagliare nastri. La decisione del comune trapanese di annullare la storica Festa dell’Agricoltura spezza la retorica della vetrina e dimostra che la vera politica si fa con la condivisione del dramma, non con l'illusione delle luminarie, ballerine e giocolieri e mangiafuoco

C’è uno stridore profondo, quasi fastidioso, che attraversa i nostri territori. Da un lato ci sono le strade bloccate dai trattori, la disperazione di una classe agricola stritolata da costi di produzione insostenibili, prezzi all’origine umilianti, siccità devastante e mercati senza tutele. Dall’altro, la risposta automatica di tanti, troppi amministratori locali: il cartellone estivo da rispettare ad ogni costo, le degustazioni guidate, le orchestrine di piazza e il teatrino delle comparse sotto i riflettori.

 



In questo panorama di sconcertante anestesia istituzionale, la notizia arrivata da Santa Ninfa, nel cuore della Valle del Belìce, assume una portata che supera di gran lunga i confini provinciali. La decisione di annullare la storica Festa dell’Agricoltura — concordata dall'Amministrazione comunale guidata dal sindaco Carlo Ferreri con i produttori, il Partito Agricolo locale e la CIA Sicilia Occidentale — non è un banale atto amministrativo di cancellazione. È una scelta politica di rara levatura etica.

Il coraggio di spegnere i riflettori

Quando chi lavora la terra non ha nulla da festeggiare, trasformare quello stesso lavoro in una passerella folcloristica per turisti e passanti non è promozione del territorio: è un’offesa.

 



Santa Ninfa ha scelto la strada del silenzio attivo e solidale. Un silenzio che rifiuta la finzione della cartolina felice quando la propria comunità produttiva attraversa l'oscurità. Ha dimostrato che la misura della leadership pubblica non sta nella capacità di riempire una piazza di folla distratta per qualche ora, ma nel coraggio di spegnere la giostra quando il tessuto sociale ed economico sfilaccia.

Eppure, questa scelta isolata risalta proprio perché svela, per contrasto, la desolante miopia di molti altri primi cittadini. Amministratori che, pur di non incrinare la facciata di una finta "normalità" o di non rinunciare al ritorno d'immagine di una sagra, scelgono di ignorare il malessere della propria gente.

Da Roma imperiale alle "Tre F": la festa come anestetico del potere

L'atteggiamento dei sindaci che tirano dritto tra giocolieri e degustazioni risponde a un riflesso condizionato antico e pericoloso.

Nelle fasi di acuta carestia (inopia o caritas annonae), il potere nella Roma imperiale non sospendeva la macchina dello spettacolo; al contrario, la potenziava. La motivazione formale richiamava la sacralità della pax deorum — guai a interrompere i Ludi Ceriales dedicati a Cerere proprio mentre scarseggiava il grano. Ma la sostanza era di un cinismo glaciale: poiché il pane scarseggiava, occorreva raddoppiare lo spettacolo (circenses) per incanalare la rabbia della plebs, addormentarne la coscienza e tenerla lontana dai palazzi del potere.

Secoli dopo, la logica di governo borbonica avrebbe sintetizzato questa stessa strategia nel celebre e disincantato trittico delle "Tre F": Feste, Farina, Forca. Un modello di controllo sociale fondato sulla distrazione di massa per mascherare l'incapacità di risolvere i problemi strutturali.

Oggi, molti primi cittadini agiscono con la medesima attitudine. Di fronte al crollo dei redditi agricoli e alla disperazione dei campi, scelgono di "non turbare la quiete pubblica". Continuano a offrire la versione contemporanea del panem et circenses pur di stendere un velo d'oblio sulle sofferenze reali. Il messaggio implicito inviato ai lavoratori della terra è spietato: "Soffrite pure, ma fatelo in silenzio, senza disturbare il nostro palcoscenico".

La politica della responsabilità

Governare un territorio significa guidarlo nelle sue tempeste, non organizzare feste mentre la nave imbarca acqua. La scelta di Santa Ninfa — sostenuta anche da reti di cittadinanza rurale come l'European Rural Parliament Italy — dimostra che esiste un'alternativa all'anestetico del folklore. Anziché spendere risorse per una passerella di facciata, il comune trapanese ha scelto di promuovere un tavolo di ascolto e confronto politico per portare le istanze dei produttori sui tavoli della Regione e del Governo.

Questa è la differenza sostanziale tra chi allestisce uno spettacolo e chi governa una comunità. La lezione etica che viene dal Belìce è un monito rivolto a tutta la classe politica: il rispetto per il lavoro e la terra non si declama con un bicchiere di vino in mano durante una sagra, ma si dimostra stando al fianco di chi produce quando il lavoro diventa un calvario. Resta da vedere quali e quanti altri sindaci sapranno raccogliere questo esempio e ritrovare la stessa dignità istituzionale.

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