lunedì 7 marzo 2016

Ecco i cibi che proteggono dal cancro

  
I  pomodori sono protettivi i broccoli, le arance, la zucca, i cavoli, i fagiolini verdi, la carota, le verdure a foglia verde, i legumi, l’aglio, la cipolla, i piselli, i peperoni, le patate, i cetrioli, il prezzemolo, i finocchi, gli asparagi, i carciofi, i funghi, i ravanelli, le erbe aromatiche. E poi le fragole, le albicocche, i lamponi, l’uva, il melone, l’anguria, i mirtilli, le castagne. Ancora: il tè verde, lo yogurt, i crostacei, i molluschi, il pesce in generale, l’olio d’oliva.

Nel prezioso laboratorio della natura ce n’è per tutti i gusti, e adesso incominciamo a scoprire che ce n’è per tutti i Dna, la doppia elica che contiene le nostre informazioni genetiche.

La scienza sta studiando la dieta personalizzata
Sta nascendo una nuova scienza, la nutrigenomica: cerca di capire in che modo un alimento modifica il funzionamento dell’organismo a livello molecolare e punta a elaborare un’alimentazione che in un prossimo futuro terrà conto del profilo genetico di ogni individuo. Il vecchio adagio che «l’uomo è ciò che mangia» può avere ormai una controprova scientifica.
La nutrigenomica avrà un ruolo centrale e si è già data obiettivi che sono ambiziosi ma non impossibili: chiarire i meccanismi molecolari alla base degli effetti deicibi sulla salute; studiare l’impatto del genotipo sugli effetti dell’alimentazione, cioè comprendere come ciascuno reagisce ai cibi e come questi possano influenzare la comparsa di determinate malattie. Vorrà dire, per esempio, che per la signora Rossi la salsa di pomodoro sarà un alimento essenziale, e che per il signor Bianchi sarà invece raccomandabilissimo un grande consumo di agrumi.
Ma quali sono le sostanze che fanno bene contenute negli alimenti? Si chiamano composti fitochimici e non apportano calorie, ma sono, e lo dimostrano migliaia di studi scientifici, uno scudo protettivo nel nostro organismo mettendolo al riparo dal rischio cancro.
Perché, bisogna ricordarlo, soltanto il 4% dei tumori è causato da ciò che respiriamo (cioè dall’inquinamento atmosferico) e ben il 30% da ciò che mangiamo. Non solo. Questi micronutrienti ci proteggono anche da altri mali, come il diabete, le malattie cardiache, il processo degenerativo delle cellule che per esempio sfocia nell’Alzheimer.
I composti fitochimici sono classificati in grandi famiglie, a loro volta suddivise in classi e sottoclassi.
I polifenoli rallentano l’ossidazione cellulare
La più numerosa è la famiglia dei polifenoli, tra le cui classi la più diffusa è quella dei flavonoidi. Sarebbe troppo lungo addentrarsi in questo popolo di guerrieri benefici. Basti sapere che ciascuna di queste sostanze ha dimostrato la sua capacità di proteggerci.
Come? Principalmente stimolando nel nostro organismo reazioni biochimiche che hanno un grande potere antiossidante, in grado cioè di limitare o bloccare del tutto i radicali liberi, che nascono dal processo di ossidazione.
L’ossidazione all’interno delle nostre cellule è la stessa reazione chimica che fa scurire una mela tagliata o fa arrugginire un chiodo: ogni volta che respiriamo, l’ossigeno che mettiamo in circolo entra a far parte dei processi di ossidazione che si svolgono in tutte le cellule del nostro corpo. Da questa ossidazione (ma anche dal fumo, dall’inquinamento, dall’alcol in eccesso, dalle radiazioni) nascono pure i radicali liberi, molecole che perdono un elettrone e che così diventano «spaiate». Questi radicali liberi cercano di tornare in equilibrio «rubando» elettroni alle altre cellule, e possono danneggiarle, dando inizio a un tumore.
Ecco, gli antiossidanti combattono il rischio con un meccanismo semplicissimo: cedono ai radicali liberi l’elettrone che a loro manca, e quindi disinnescano la miccia. Per questo l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha lanciato la formula five a day, cioè cinque porzioni di frutta, legumi e verdura al giorno, e per questo i nutrizionisti consigliano secondi piatti in cui a predominare siano verdura, uova, pesce e formaggi, mentre la carne rossa sia assente o presente in misura ridotta.

Un regime sano allontana anche altre malattie
È l’alimentazione che fa prevenzione, e non solo contro il cancro, ma in favore del buon funzionamento del cuore, del cervello e di tutti i nostri organi. Ci sono due meccanismi principali con cui un alimento naturale è in grado di rallentare il processo tumorale: uno è quello di inibire la crescita delle cellule cancerose; l’altro è quello di facilitare l’apoptosi, che s’innesca spontaneamente nel nostro organismo in presenza di cellule mutate.
Le crucifere, ovvero cavolfiore e broccolo, cavolo cappuccio, cavolo verza, per esempio, favoriscono l’eliminazione delle sostanze tossiche e sono ricche di due sostanze: il sulforafano, che è stato isolato per la prima volta nel 1959, e che insieme al caratteristico odore di cavolo, ha un grande potere protettivo nei confronti di tumori al colon, alla prostata, di leucemia e neuroblastoma; l’indolo 3 carbinolo, che ha dimostrato una efficace funzione contro il rischio di carcinoma alla mammella e più in generale alla crescita del tumore.
Poi c’è l’aglio, il condimento più diffuso del mondo e una delle erbe medicinali più antiche, che con la cipolla, il porro e lo scalogno stabilizzano il Dna delle cellule sane e svolgono un’azione preventiva molto efficace contro il tumore dell’esofago, dello stomaco, della prostata.
Mentre lamponi e fragole sono ricchi di acido ellagico, che impedisce alle cellule tumorali di creare vasi sanguigni da cui nutrirsi. L’elenco è lungo ma incompleto perché la nutrigenomica è soltanto ai primi passi: quasi ogni giorno da qualche laboratorio di ricerca arriva la notizia di un nuovo composto fitochimico di cui si scopre quanto e come faccia bene.

giovedì 3 marzo 2016

A Giada Bellanca il riconoscimento della lurss.onlus “Ambasciatrice dell’Identità Territoriale”

Alla Dott.ssa   Giada Bellanca il riconoscimento della lurss.onlus  “Ambasciatrice dell’Identità Territoriale”

  La consegna del prestigioso riconoscimento avverrà in occasione della II° edizione di Donne&Territorio  organizzato dal Comune di Sambuca di Sicilia il prossimo otto Marzo alle ore 17.30 al Teatro Idea  
                    Giada Bellanca, 31 anni, siciliana di Sciacca, medico specializzato in emergenze e disastri, lavora da due anni per il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta con cui ha accompagnato le operazioni «Mare Nostrum» e «Triton», al largo della Libia. Dal 15 dicembre scorso fa parte dell’equipaggio della «Responder», la nave in missione di soccorso nell’Egeo  

Il suo è un racconto in prima linea, giorno e notte con turni di un mese a contendersi con il mare la vita di chi fugge dalla morte: «L’Egeo è diverso dal Mediterraneo, lì intervenivamo anche a 200 miglia di distanza, qui i tempi di salvataggio sono brevi, due ore in tutto. Ma per paradosso è più pericoloso, perché è un mare chiuso dove le correnti cambiano rapidamente e perché i migranti vedono la riva e pur non sapendo nuotare contano di farcela mentre basta un po’ di vento perchè affondino nelle acque gelide a pochi metri da terra». 
«Una mattina all’alba ci chiama la guardia costiera greca, erano i primi giorni di gennaio, un freddo infernale. Tempo tre minuti e noi del team medico più due soccorritori siamo a bordo della lancia diretti al luogo del naufragio, davanti ad Agathonissi, l’isola detta degli spilli perché gli scogli sono a pelo d’acqua e i gommoni si squarciano come fossero di carta. Mi accorgo al volo che tra quelle 50 persone, quasi tutte famiglie siriane, c’è una mamma con in braccio un bambino di due mesi in ipotermia profonda. Un altro di tre anni è già morto, ci sono diversi ragazzini sanguinanti sulla riva. La donna urla in arabo, ha accanto il marito e altri 4 figli, è ferita come tutti ma il piccolo non respira, il cuore tace, la pelle ha un colore bluastro, marezzato. In casi così la salvezza è questione di istanti, una lezione che insegna solo l’esperienza. Lo portiamo in un capanno pieno di cani, c’è un tavolaccio ma almeno siamo a terra. Mi getto a rianimarlo e non smetto fino al primo battito, un’ora dopo, uno sforzo fisico enorme. Poi il bambino reagisce, apre gli occhi, è fuori pericolo...».  

Da quando è in mare la dottoressa Bellanca ha soccorso 14 mila persone, siriani, malesi, eritrei, un matematico senegalese che voleva continuare l’università: «Il bimbo siriano e la sua famiglia li ho rivisti due giorni dopo a Samos, cercavano il centro di accoglienza, gli ho dato dei biscotti, erano poveri. Dopo li ho persi, come tutti, quando congedandoci ci diciamo “insciallah” non posso e non voglio sapere più nulla, ho fatto un giuramento e non m’importa chi salvo, da dove viene, cosa fa. Li porto a terra mostrando loro la riva, “l’Europa”, e ripetendo “you are safe”, 

lunedì 14 dicembre 2015

Quelli che…………


gli agrigiani,                                                           agricoltori tradizionali, colti e innovatori.
                                                             E’ presto per dire se siamo entrati in un profondo cambiamento nel rapporto tra giovani e mondo dell’agricoltura, con un “ritorno alla terra” fondato su motivazioni di carattere economico, professionale e culturale, ma è certo che i “nuovi contadini” non hanno più nulla a che vedere con quella “agricoltura dell’assurdo” stigmatizzata da Manlio Rossi Doria nell’immediato dopoguerra: un modello produttivo votato all’autoconsumo, in cui la sproporzione tra l’impegno lavorativo e i risultati concreti aveva l’effetto di rendere l’attività diseconomica e faticosa, al punto di indurre ad emigrare in cerca di condizioni di lavoro e vita più soddisfacenti. Oggi, invece, l’agricoltura è fatta di idee, innovazione, creatività, cultura, professionalità ed è ancora una delle poche vere eccellenze che sono rimaste al nostro paese.
Con l’affermarsi dell’Agricoltura ecologica la figura dell’agricoltore si riappropria di molte delle competenze e dei saperi taciti e informali legati alle pratiche agricole del passato che vengono poi integrati con quel plus di competenze formali derivate da percorsi di studio e di formazione. Si origina così la figura dell’Agrigiano, il neologismo che individua una nuova figura professionale di agricoltore che è il più delle volte laureato (quasi mai in materie agronomiche) e che grazie al suo sistema di competenze introduce in azienda innovazioni sia rispetto ai metodi di coltivazione – biologico e biodinamico – che rispetto a tutte quelle funzioni pregiate – come la comunicazione, il marketing, il design, la formazione…. – che supportano progetti imprenditoriali indirizzati ai nuovi mercati ed ai nuovi consumatori ….


Quella di Casa Mulè è una storia straordinaria, da raccontare.
Lui agricoltore da sempre, nonni agricoltori, padre  agricoltore, Lei Antonietta, Laurea in Giurisprudenza che hanno deciso di lavorare per la  salvaguardia della tradizione e dell’identità del  territorio delle Terre Sicane 

  Casa Mulè di Menfi è uno di quei esperimenti che il territorio dovrebbe adottare giornalmente. Gaspare,   produce il grano, lo molisce a pietra e con un lievito madre decennale, in un forno agricolo a legna, produce un pane unico al mondo, grazie ad un microclima, a dei grani e dei semi tipici del territorio in cui opera l'azienda, la moglie cura le pubbliche relazioni. L’amore e la passione per la propria terra ha fatto il resto, tanto che sono stati insigni anche del prestigioso riconoscimento “Custodi dell’Identità Territoriale”della LiberaUniversitàRuraledeiSaperi&deiSapori Onlus .

domenica 29 novembre 2015

Ecco l'agricoltura contro natura

                   Vi riportiamo un'articolo sulla nuova programmazione, che fa molto riflettere sul futuro dell'agricoltura.
di Roberto Bartolini
L’Europa ci ha messo cinque anni per delineare le linee di sviluppo per l’agricoltura nei prossimi cinque anni, ma gran parte di questo tempo è stato speso per individuare i punti di debolezza che caratterizzano l’agricoltura di oggi.

I principali punti deboli del nostro tessuto produttivo agricolo

Per quanto riguarda l’Italia, i punti critici più rilevanti individuati dall’Europa sono i seguenti:
  1. Scarsa gestione professionale dell’impresa agricola.
  2. Redditività decrescente delle aziende che porta al rischio di abbandono.
  3. Scarsa flessibilità dell’impresa per eccessiva specializzazione e bassa diversificazione.
  4. Dimensione media in SAU meno elevata rispetto ai competitor europei.
  5. Presenza di un parco macchine in larga parte obsoleto con elevati costi di manutenzione; impossibilità di applicare le più recenti innovazioni e le tecniche agronomiche meno impattanti e più redditive.
  6. Età elevata dei conduttori e limitato cambio generazionale che frena l’innovazione.
  7. Individualismo dei conduttori agricoli con difficoltà a cooperare e quindi a sfruttare le economie di scala tramite la gestione consorziale dei principali mezzi di produzione.
  8. Limitata cooperazione tra le imprese agricole e di trasformazione, con approcci poco manageriali nei rapporti interpersonali e nella gestione delle filiere.
  9. Volumi di sofferenze bancarie superiori alla media e insufficienza nella documentazione contabile e finanziaria disponibile per definire con correttezza la finanziabilità delle imprese agricole.
  10. Scarsa patrimonializzazione delle imprese agricole.
  11. Elevati costi di gestione degli allevamenti per scarso utilizzo dei concetti di benessere animale, biosicurezza e sostenibilità.
  12. Perdita di sostanza organica e del potenziale produttivo dei suoli.
  13. Elevati volumi di acqua utilizzata con sistemi di irrigazione a bassa efficienza.
  14. Livelli elevati di emissioni come gas serra (metano, protossido di azoto) e di azoto ammoniacale.
Abbiamo trascurato tanti altri aspetti critici rilevati, in particolare per quanto riguarda le aree marginali, montane e collinari, la selvicoltura e la gestione delle aree non produttive, la biodiversità eccetera; ma i punti sopraindicati sono comunque sufficienti per far riflettere tutti gli attori del comparto agricolo e cercare tutti insieme la strada per correre al più presto ai ripari.

Ci sarà un cambio di rotta dal 2020 in poi?

La necessità di mettersi al lavoro senza perdere tempo è dettata dal fatto che dal 2015 al 2020 la politica agricola concede ancora alcune centinaia di euro per ettaro agli agricoltori che intendono rispondere positivamente alle indicazioni europee, ma non è detto che la stessa situazione di sostegno si ripeta dal 2020 in poi.
Nelle segrete stanze di Bruxelles, infatti, non sono pochi coloro che stanno guardando con attenzione e condivisione a ciò che hanno stabilito di recente gli Stati Uniti per i loro agricoltori a proposito di sostegni al comparto. Negli Usa è stata abolita qualsiasi forma di sostegno diretto e indiretto all’agricoltore, seguendo un concetto molto semplice: “Sino a oggi sei stato finanziato affinché tu potessi raggiungere un grado di efficienza produttiva capace di farti stare sul mercato con la possibilità di guadagnare; ma da oggi in poi la musica cambia: lo Stato interverrà in tuo aiuto solo di fronte ad abbassamenti sotto determinate soglie dei prezzi di mercato delle commodities“.
La morale è chiara: caro agricoltore, l’efficienza economica della tua impresa deve essere ormai un dato di fatto, cioè una condizione indispensabile per essere imprenditore agricolo; e quindi avrai finanziamenti dall’amministrazione pubblica solo se le condizioni di mercato saranno molto critiche.
Attenzione dunque, perché gli Stati Uniti aprono nuove strade e di solito l’Europa li segue a ruota dopo alcuni anni.

Nei nostri nuovi Psr ci sono tutti i punti chiave della nuova politica agricola

I nuovi Piani di Sviluppo Rurale, al di là del burocratese che li contraddistingue e dai meccanismi troppo complessi che sono alla base della richiesta di finanziamento, costituiscono un “libro bianco”, cioè un vademecum importante per l’agricoltore che vuole capire cosa deve fare nella pratica per poter diventare o rimanere competitivo.
Nelle oltre mille pagine di ciascun PSR regionale sono indicate infatti con molta accuratezza tutte le azioni che occorre mettere in campo, che sono sostenute con aiuti specifici, ma che in ogni caso vanno applicate nei prossimi anni, anche senza ricevere il finanziamento.
È questo il punto da chiarire bene: ciò che andiamo a specificare qui di seguito l’agricoltore deve metterlo in pratica anche senza il finanziamento regionale, altrimenti tra cinque anni sarà tagliato fuori dal mercato.

Le tre priorità per chi fa agricoltura

  1. Essere competitivi sui mercati.
  2. Produrre ciò che serve ai cittadini (quantità e qualità).
  3. Applicare in campo la sostenibilità ambientale ed economica.

Cosa fare in concreto

L’agricoltore può prima fare un esame critico di quello che fa oggi, e poi concentrare la sua attenzione sui seguenti aspetti, per capire dove e quali sono le criticità della sua impresa, ragionare sui margini di miglioramento possibile e individuare i giusti correttivi.
  • Aumentare la fertilità dei suoli.
  • Valorizzare la diversificazione colturale.
  • Incrementare le produzioni/ettaro.
  • Salvaguardare sanità e qualità dei raccolti.
  • Diminuire gli input energetici e le emissioni.
  • Utilizzare meglio l’acqua di irrigazione.
  • Creare filiere a tracciabilità totale e favorire le aggregazioni.

Perché lo si deve fare

Le principali motivazioni che giustificano le azioni sopra citate sono le seguenti:
  • I terreni presentano livelli di sostanza organica ai minimi storici.
  • I prezzi e i mercati sono sempre più volatili.
  • La popolazione e la richiesta di cibo aumentano.
  • Il consumatore è disposto a spendere per la qualità globale e certificata.
  • La Pac chiede l’intensificazione «sostenibile».
  • Le risorse per produrre sono sempre meno.
  • L’industria pretende garanzie sulla tracciabilità.

Come lo si fa?

Quanto detto finora è da praticare con una gestione imprenditoriale dell’azienda agricola e con l’applicazione dell’innovazione tecnologica. Sono tre i punti chiave sui quali agire:
  1. Suolo
  2. Precisione
  3. Gestione dell’irrigazione
Il suolo agricolo è il bene più prezioso che abbiamo e dobbiamo fare di tutto per aumentare la sua fertilità globale.
Il suolo agricolo è il bene più prezioso che abbiamo e dobbiamo fare di tutto per aumentare la sua fertilità globale.

Il suolo è il bene più prezioso

“No tillage” (NT, semina su sodo) e “Minimum tillage” (MT, minima lavorazione compreso strip-till) salvaguardano la struttura del terreno, migliorano la stabilità chimico-fisica dei suoli, aumentano il tasso di sostanza organica, favoriscono il ritorno dei microrganismi utili del suolo, la circolazione dell’acqua e dell’aria necessari alla vita delle piante. Oltre a contrastare i fenomeni erosivi, a sequestrare carbonio e limitare le emissioni di gas in atmosfera.
Questo è ciò che pensano coloro che hanno scritto la nuova politica agricola. E infatti per la prima volta tutti i PSR regionali sostengono, pur con diversità e anche qualche contraddizione tra una regione e l’altra, gli agricoltori che applicano d’ora in poi la semina su sodo, la minima lavorazione, lo strip-till e le cover crops (colture di copertura).
Ma, ripetiamo, le lavorazioni conservative del suolo vanno applicate anche se l’agricoltore non riceverà i finanziamenti. Se non vuole o non può cambiare il parco macchine, ci sono i contoterzisti che sono già ben attrezzati in questa direzione.

Agricoltura di precisione: cosa significa?

Ma l’agricoltore deve anche applicare l’intensificazione sostenibile, che significa produrre di più e con un impiego più efficiente delle risorse e dei mezzi tecnici.
Cosa si deve fare per questo?
  1. Aumentare la conoscenza per ettaro.
  2. Quantificare la variabilità del suolo e delle produzioni.
  3. Correlare le cause agli effetti della variabilità.
  4. Gestire le colture e i mezzi tecnici in funzione della variabilità.
Tutto questo, riassunto in un solo concetto, è “Precision farming” o “Agricoltura di precisione“.
Esempio di attrezzatura trainata da un quad che misura la resistività elettrica dei suoli e produce la mappa in cui si identifica la diversa tessitura del terreno (sabbia, limo e argilla).
Esempio di attrezzatura trainata da un quad che misura la resistività elettrica dei suoli e produce la mappa in cui si identifica la diversa tessitura del terreno (sabbia, limo e argilla).

Mappe del suolo, di produzione e di prescrizione

“Conoscenza per ettaro” significa disporre delle mappe del suolo (vedi articolo) e delle mappe di raccolta realizzate dalla mietitrebbia. Dalla combinazione delle due conosciamo finalmente, punto per punto, come è fatto il nostro appezzamento e cosa produce.
Ci saranno zone dove si produce di più e zone dove si produce di meno, e sovrapponendole con le caratteristiche del suolo (sabbia, limo e argilla) già si ottiene una prima indicazione di quelle che sono le cause-effetto della variabilità produttiva.
Il computer di bordo consente di impostare e monitorare la distribuzione differenziata di sementi, concimi e agrofarmaci.
Il computer di bordo consente di impostare e monitorare la distribuzione differenziata di sementi, concimi e agrofarmaci.
A questo punto si realizzano le mappe di prescrizione, cioè si imposta una strategia per l’anno successivo dove, per esempio, si prevede di aumentare l’investimento a ettaro di mais, di soia o di altre colture nelle zone più fertili, dosando in maniera differenziata la concimazione per verificare cosa succede sulle rese. Lo stesso vale per l’irrigazione o il diserbo.
Ovviamente per fare questo occorre disporre di attrezzature, seminatrici, spandiconcime, barre e sistemi irrigui capaci di dialogare con sistemi informatici che ordinano all’attrezzo di comportarsi in modo variabile zona per zona. Non è fantascienza: chi lo fa già, anche da anni, ha ottenuto vantaggi economici considerevoli.
L’irrigazione di mais e soia con l’ala gocciolante è uno dei sistemi più efficienti e razionali per distribuire acqua alle colture.
L’irrigazione di mais e soia con l’ala gocciolante è uno dei sistemi più efficienti e razionali per distribuire acqua alle colture.

Quale irrigazione?

L’agricoltore deve razionalizzare l’uso dell’acqua che, dopo il suolo, è il principale fattore di produzione, attraverso:
  1. Sistemi di monitoraggio delle disponibilità idriche nel suolo e dei fabbisogni delle colture.
  2. Nuovi sistemi di distribuzione più efficienti, come per esempio le ali gocciolanti.
  3. Applicazione della distribuzione avvalendosi di sistemi di precisione.
Anche in questo campo le innovazioni tecnologiche sono innumerevoli e potete trovare degli spunti in alcuni articoli pubblicati sul nostro portale.

Le conclusioni su cui meditare bene

Oltre ai tre principi di matrice strettamente agronomica che sono indicati in maniera prioritaria nella nuova politica agricola, ce ne sono tanti altri che riguardano le strategie commerciali, l’aggiornamento professionale, la trasformazione, i rapporti di filiera e via dicendo. Invitiamo dunque gli agricoltori a scaricare i PSR dai portali delle Regioni e leggerseli piano piano, indipendentemente dal fatto che si richieda un finanziamento o meno. Si tratta di una lettura istruttiva che rafforza quello che è l’obiettivo di fondo della nuova politica agricola europea per i prossimi 5 anni, e cioè:
Favorire la fuoriuscita dal mercato delle imprese agricole che non sono competitive, cioè le imprese che mostrano bassi livelli di produttività e di innovazione e che non rispettano la sostenibilità ambientale.

venerdì 13 novembre 2015

La neoruralità e i cibi tradizionali

               Dott. G. Bivona  
              Dalla fine della seconda guerra mondiale la nostra agricoltura ha subito un cambiamento profondo e radicale ,una vera rivoluzione paragonabile a quella avvenuta nel neolitico più di diecimila anni fa. Dalla meccanizzazione alla genetica,dalla concimazione alla difesa delle piante, fino alla gestione del suolo.

Ora siamo qui a chiederci: Ma questi cambiamenti cosi tempestivi e incisivi nell’agro ecosistema, hanno modificato la qualità dei prodotti agricoli? L’incremento quantitativo ha avuto riflessi negativi sulla qualità? Insomma i cibi consumati oggi hanno la stessa valenza nutrizionale di quelli consumati dai nostri nonni?
La risposta è NO! Fino a qualche tempo fa potevamo affermare che i cibi e gli alimenti in generale di una volta erano più gustosi ,profumati ,insomma più appetitosi. Secondo alcuni in questo giudizio non era estranea l’influenza di una atavica fame, strettamente legata alla teoria della marginalità. Tuttavia oggi disponiamo di risultati di ricerca che ci dicono come la qualità ovvero la fertilità del suolo e intimamente legata allo stato sanitario delle piante che vi si coltivano e queste agli animale che se ne nutrono compreso l’uomo nella duplice veste di consumatore finale sia come vegetariano che carnivoro . Il suolo agrario oggi è stato espropriato della sua funzione “mediatrice” ,non fertilizziamo più il terreno , bensì ci rivolgiamo direttamente alle piante a cui forniamo sotto forma facilmente assimilabile i tre macronutrienti fondamentali N P K . . Abbiamo scavalcato e reciso tutti i complessi legami che legavano la pianta al suolo con tutta la ricchezza di batteri, funghi, micorrizie e,lombrichi ecc. alterandone il suo equilibrio. Perciò oggi le piante sono meno resistenti alle malattie ed hanno ridotto le loro qualità “nutraceutiche” . Le piante coltivate sono selezionate a fini di incrementarne le rese e soddisfano le sole esigenze “caloriche” ma sono divenute carenti per esempio del 20% di vitamina C, di 15% di ferro,del 30% di riboflavina per non parlare di enzimi ,fattori di crescita ecc. Un esempio abbastanza eloquente ci viene dai sistemi di allevamento e alimentazione degli animali domestici, Ebbene la qualità del latte, dei formaggi o delle uova è comparabile solo per il tenore proteico ma radicalmente dfferenti tra animali allevati allo stato libero e nutriti di erba fresca e quelli confinati perennemente a stabulazione fissa e nutriti di sfarinati. Nelle produzioni zootecniche di animali allevati secondo “natura” sono presenti i CLA e gli omega3 , tanto che in America sono in vendita le uova “arricchite” con omega 3. Noi non sappiamo ancora quanta incidenza abbiano questi nostri alimenti sulla salute e sul nostro benessere, una cosa è certa che parallelamente ad un radicale cambio dell’agricoltura sono mutate le qualità degli alimenti ….e sarà una coincidenza l’aumento di talune malattie. Per concludere,vorrei ricordare che sarebbe interessante che il vostro dolce Tipico fosse ancorato ad una rispettosa ricerca delle materie prime come ad esempio la zuccata. Infine ,questi brevi accenni costituiscono elementi di riflessione che assieme ad altre tematiche stanno suscitando l’interesse per il recupero della memoria,del buon senso, della frugalità, della sobrietà, in un modello culturale che abbiamo chiamato Libera Università Rurale Saper&Sapor attraverso un percorso condiviso di riflessione.


mercoledì 12 agosto 2015

PSR 2014/2020 misura 16

Buone notizie emergono dalla lettura dei nuovi PSR regionali. Finalmente la politica agricola spenderà parecchi euro a favore degli agricoltori che si mettono insieme per portare avanti un progetto comune di innovazione, vincolando il finanziamento alla presenza nel gruppo di uno o più enti di ricerca. Si tratta della misura M16, chiamata “cooperazione”, ma che in realtà riguarda l’aggregazione e non le cooperative.

Non guardiamo più il vicino di terra con sospetto

Dunque lo sviluppo dell’innovazione può essere in capo alle singole aziende, ma può avvenire anche attraverso l’integrazione e la cooperazione di più soggetti, cioè imprese agricole, di stoccaggio e di trasformazione, nonché ricercatori-divulgatori, sulla base della consapevolezza che un lavoro in comune determini maggiore efficacia, con ricadute più importanti sul territorio oltre che sui singoli.
Nel nostro mondo rurale purtroppo ancora oggi si guarda il vicino con sospetto e invidia, ma sarebbe bene voltare pagina alla svelta, altrimenti ancora una volta perdiamo una buona occasione e lasciamo per la strada parecchi milioni di euro.

La nascita del GO, il Gruppo operativo

La sottomisura 16.1 sostiene la costituzione e la gestione dei GO (Gruppi operativi) nell’ambito di ciascun PEI (Partenariato europeo per l’innovazione) in materia di produttività e di sostenibilità dell’agricoltura.

A che cosa servono questi raggruppamenti?

È ormai chiaro che il mercato con il quale si deve confrontare ogni giorno il nostro agricoltore impone di rafforzare un modo di agire non più isolato ma in comune, soprattutto con agroindustria e ricerca, per trasferire e implementare innovazione tecnologica, organizzativa e sociale al fine di poter sviluppare nuovi prodotti, nuovi processi produttivi, nuovi modelli organizzativi di servizi e di commercializzazione.
L’innovazione va perseguita attraverso la messa insieme “a sistema” del mondo produttivo con quello della ricerca (ovviamente quella parte di ricerca italiana ben finalizzata) per valorizzare e sfruttare in maniera pratica le relative conoscenze e competenze. Si tratta di un passo avanti notevole della politica agricola europea e italiana, che si è resa conto come ormai il singolo può fare ben poco davanti alle nuove sfide dei mercati globali.

Quale obiettivo per il GO?

Il finanziamento regionale sostiene la costituzione e l’attività di un GO (Gruppo operativo) che si pone l’obiettivo di risolvere un problema concreto con la messa in campo di un’innovazione. Quindi non si finanzia uno studio, bensì il trasferimento di una o più innovazioni già sul mercato per valutarne le reali ed effettive ricadute sul piano operativo.
Il piano operativo portato avanti dal GO ha una durata di tre anni e può essere finanziato, a seconda degli obiettivi, dal 70 al 100% della spesa prevista dal progetto presentato. Gli ambiti principali di intervento sono:
  • Uso sostenibile dell’acqua per l’irrigazione
  • Benessere nell’allevamento
  • Miglioramento qualità dei foraggi
  • Ottimizzazione dell’alimentazione animale
  • Agricoltura sostenibile (gestione suolo, distribuzione concimi e agrofarmaci, sistemi di precisione e tracciabilità)
  • Meccanizzazione nell’agroalimentare
  • Nuovi materiali di imballaggio
  • Pratiche di post raccolta
  • Innovazione di processo e organizzativa
  • Tracciabilità e certificazione ambientale dei processi produttivi
  • Analisi di mercato
Per ciascuno dei temi sopraelencati, più agricoltori insieme devono predisporre, supportati da un ente di ricerca, un progetto da presentare in Regione che si pone l’obiettivo, nel giro di tre anni, di verificare se l’innovazione implementata ha portato risultati, che possono essere positivi ma anche negativi.

Quali spese vengono finanziate?

  1. Funzionamento e gestione del GO
  2. Personale dedicato alle attività di gestione
  3. Spese relative a riunioni, incontri, affitto locali, inviti, eccetera
  4. Studi necessari alla realizzazione del progetto (di mercato, di fattibilità, eccetera)
  5. Costi inerenti la costruzione di prototipi e investimenti funzionali alla realizzazione del progetto
  6. Test e analisi di laboratorio
  7. Prove di campo
  8. Acquisto brevetti e licenze
  9. Acquisto di software indispensabili al progetto
  10. Costi di progettazione per nuovi prodotti/processi
  11. Costi di divulgazione dei risultati
Si tratta di un’occasione molto importante per il nostro mondo agricolo, che si dovrebbe utilizzare per imprimere una svolta nuova al modo di fare agricoltura, abbattendo una buona volta le mille barriere che ancora purtroppo tengono distanti più soggetti che, in fin dei conti, hanno lo stesso obiettivo in comune.


venerdì 24 luglio 2015

Le opportunità mancate

 La riconversione e il potenziamento dei porti di Marina di Ragusa e Porto Palo di Menfi nascono da una precisa strategia avviata dalla Regione Siciliana nei primi anni 2000. L'obiettivo era sviluppare la nautica da diporto attraverso il modello del Partenariato Pubblico-Privato (PPP) in Project Financing (Finanza di Progetto): la Regione copriva circa il 50% dell'opera con fondi pubblici ed europei, lasciando ai privati l'onere di completare l'investimento in cambio della gestione pluriennale della struttura.

Nonostante le premesse comuni, l'esito finanziario e realizzativo delle due infrastrutture è stato speculare.

 


1. Porto Turistico di Marina di Ragusa: Il successo del Project Financing

La struttura iblea è considerata a livello nazionale una delle principali best practice di finanza di progetto applicata alle infrastrutture portuali, essendo stata completata nei tempi previsti ed essendo oggi pienamente operativa.

  • L'investimento complessivo: Circa 61 milioni di euro.

  • Il finanziamento pubblico: 34 milioni di euro, interamente coperti dai Fondi Strutturali Europei a valere sul POR 2000-2006 erogati tramite la Regione.

  • La quota privata: La parte restante è stata investita dal concessionario privato (la società Tecnis S.p.A., le cui quote di gestione del porto sono state poi acquisite nel 2022 dall'imprenditore maltese Paul Gauci).

  • Ritorno economico: A fronte dell'investimento, al privato è stata concessa la gestione demaniale della struttura per 60 anni, potendo monetizzare i servizi legati a oltre 700 posti barca e alle ampie aree commerciali annesse.

2. Porto di Porto Palo di Menfi: L'iter arenato e la riconversione mancata

Per Porto Palo di Menfi era stato pianificato un intervento analogo a quello di Marina di Ragusa, finalizzato a trasformare il porticciolo in un moderno hub diportistico. Tuttavia, l'operazione finanziaria non è mai decollata.

 


  • Il piano originario: Prevedeva la trasformazione dell'approdo per una capienza finale tra i 150 e i 250 posti barca, con un quadro economico stimato tra i 20 e i 25 milioni di euro.

  • Il finanziamento pubblico stanziato: La Regione Siciliana aveva stanziato e messo a disposizione del Comune di Menfi un finanziamento pubblico di 9 milioni di euro come quota di co-finanziamento.

  • I motivi del blocco: Tra il 2005 e il 2014, i bandi di gara per il Project Financing sono andati deserti. Gli investitori privati hanno ritenuto l'opera non sostenibile finanziariamente a causa dei vincoli ambientali, dei bassi fondali e dei costi eccessivi necessari a coprire la quota privata. A questo si sono aggiunte varianti progettuali non conformi che hanno portato alla definitiva perdita del finanziamento originario per la riconversione turistica


 La mancata riconversione del porto di Porto Palo di Menfi in un hub diportistico turistico rappresenta un caso emblematico di come la pianificazione infrastrutturale possa scontrarsi con la realtà fisica, economica e amministrativa di un territorio.

Di seguito viene sviluppata un'analisi critica del fallimento dell'iter e una disamina delle opportunità che la realizzazione dell'opera avrebbe potuto generare per la comunità locale.

Le Opportunità Mancate: Cosa avrebbe potuto significare l'opera

Se il progetto fosse andato a buon fine, l'impatto sulla costa menfitana e sul suo entroterra avrebbe ridefinito l'assetto economico della zona, muovendosi su tre direttrici principali:

  • Innalzamento della spesa turistica: Menfi vanta un turismo legato alle spiagge, alla natura e alle sue eccellenze agroalimentari, ma ha sempre sofferto di una stagionalità marcata e di flussi prevalentemente "mordi e fuggi" o residenziali. Un porto turistico da 150-250 posti barca avrebbe intercettato il turismo nautico internazionale (italiano, maltese, francese), un target ad alta capacità di spesa che necessita di servizi a terra, ristorazione di livello e logistica.

  • Una "Porta dal Mare" per le eccellenze del territorio: Il porto non sarebbe stato solo un parcheggio per barche, ma una vetrina. Avrebbe offerto lo sbocco ideale per collegare le rotte marittime del Mediterraneo centrale con le strade del vino, le produzioni agricole d'eccellenza e l'identità culturale dei borghi interni, trasformando il diportista in un consumatore diretto del patrimonio locale.

  • Risoluzione strutturale dei costi di manutenzione: Con l'ingresso di un forte partner privato e un investimento complessivo fino a 25 milioni di euro, le opere di difesa foranea e la gestione dei fondali sarebbero state a carico del concessionario per decenni. Questo avrebbe sollevato le casse pubbliche dall'eterna rincorsa ai fondi di emergenza per i dragaggi e la pulizia del bacino.

Analisi Critica: I motivi profondi del blocco

Il fallimento dell'operazione finanziaria e la desertificazione dei bandi tra il 2005 e il 2014 non sono stati casuali, ma il risultato di tre errori strategici di valutazione:

1. Il mito della standardizzazione (L'errore del copia-incolla)

L'errore principale è stato pensare che il modello di Project Financing di successo applicato a Marina di Ragusa fosse replicabile ovunque. Marina di Ragusa partiva da condizioni geomorfologiche favorevoli e spazi di manovra ampi. Porto Palo di Menfi è un ecosistema fragile, racchiuso in un anfiteatro naturale protetto, con fondali bassissimi (intorno a 1,5 metri) che richiedono un lavoro di scavo e manutenzione titanico. Il mercato privato ha capito subito che i costi di gestione avrebbero divorato i ricavi degli ormeggi.

2. La natura vissuta come ostacolo e non come limite

Il piano originario ha trattato i vincoli ambientali e la presenza della Posidonia oceanica come contrattempi burocratici da aggirare, anziché come dati di fatto strutturali. Costruire un porto turistico per yacht di medie dimensioni in una zona soggetta a insabbiamento ciclico significa sfidare la dinamica costiera. I privati hanno fatto un calcolo del rischio: il timore di costanti stop ai lavori dovuti ai vincoli ecologici e paesaggistici ha reso l'investimento finanziariamente non bancabile.

3. La trappola della burocrazia difensiva

La perdita definitiva del co-finanziamento pubblico di 9 milioni di euro a causa di "varianti progettuali non conformi" evidenzia il corto circuito tra la spinta politica all'opera e la capacità tecnica e amministrativa di gestirla. Nel tentativo di rendere appetibile il bando ai privati, sono state proposte modifiche al progetto che hanno finito per violare i piani regolatori o le linee guida regionali, allungando i tempi fino alla scadenza dei termini per l'utilizzo dei fondi europei.

In conclusione

La storia della mancata riconversione di Porto Palo dimostra che la finanza di progetto non può prescindere dal rispetto dell'identità fisica dei luoghi. L'infrastruttura sovradimensionata immaginata nei primi anni 2000 si è rivelata insostenibile per il territorio. La sfida attuale per l'approdo non è più quella di diventare una copia in miniatura dei grandi porti commerciali, ma quella di trovare una propria dimensione pubblica, capace di garantire sicurezza ai pescatori e accoglienza a un diportismo leggero e compatibile con lo stato di salute del mare.

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