NinoSutera
C’è un filo rosso, sottile e tenace, che unisce la terra d’Italia alla sua burocrazia, un rapporto da sempre oscillante tra il misticismo dell’appartenenza e la tentazione del timbro postale. Al centro di questo groviglio geopolitico e sentimentale si colloca la De.Co. (Denominazione Comunale), uno strumento nato da un’intuizione poetica e libertaria, transitato per le maglie della codificazione istituzionale, naufragato talvolta nella farsa del marketing locale o peggio ancora inventate di sana pianta infine, salvato e ridefinito dalla suprema giurisprudenza costituzionale.
La differenza la fà la conoscenza, non l'arte "del taglia e incolla" dei neofiti della materia. Contro costoro, chi conosce la storia delle DeCo è obbligato a non girarsi dall'altro lato. E' una battaglia contro il qualunquismo e l'approssimazione, oltre a rende merito a chi ha immaginato una vision e una mission totalmente opposta.
L’origine: l’anarchia virtuosa di Luigi Veronelli
Per capire cosa sia una De.Co. bisogna tornare ai primi anni Duemila e alla voce ruvida di Luigi Veronelli. Il grande intellettuale e gastronomo non pensava a un marchio commerciale, né tantomeno a un bollino burocratico. Per Veronelli la De.Co. era un atto di "anarchia amministrativa" e di autodeterminazione: un Sindaco, d’intesa con la sua comunità, dichiarava con una semplice delibera che un determinato prodotto, una ricetta o un saper fare appartenevano storicamente a quel luogo.
Era uno scudo culturale contro l’omologazione della grande distribuzione e le rigide normative europee che rischiavano di soffocare i piccoli produttori. La De.Co. veronelliana era leggera, priva di pesanti disciplinari tecnici, fondata sull'onore e sulla memoria collettiva. Era l'attestazione di un legame d'amore tra un popolo e la sua terra.
La codificazione: il format ANCI e la Rete Nazionale dei Borghi
Con il passare degli anni, l'intuizione di Veronelli è stata intercettata dalle istituzioni. L’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ne ha promosso la diffusione sistemica, offrendo ai sindaci regolamenti-tipo e delibere standardizzate, corredate da tanto di disciplinare, commisiioni di super esperti (che però di super non hanno nulla) Se da un lato questo passaggio ha sdoganato lo strumento presso centinaia di amministrazioni, dall'altro ha introdotto il rischio della standardizzazione. La De.Co. ha iniziato a perdere quella carica utopica e ribelle per strutturarsi in commissioni comunali, albi e registri d'ufficio.
A fare da argine a questa deriva tecnocratica è nata nel 2013 la Rete Nazionale Borghi GeniusLoci De.Co. Questa realtà ha cercato di ricomporre la frattura tra l'efficacia amministrativa e l'istanza antropologica originaria. La Rete ispirata dal concetto di Genius Loci — lo spirito del luogo —, proponendo la De.Co. non come un fine (vendere un prodotto in più), ma come un mezzo: una "mappa emotiva" per riattivare le comunità, censire il patrimonio immateriale, favorire il passaggio intergenerazionale dei saperi e contrastare lo spopolamento dei piccoli borghi attraverso un'economia della cura e delle relazioni.
La deriva: le De.Co. "inventate di sana pianta"
Tuttavia, privata della tensione ideale veronelliana e ridotta a mero kit burocratico, la De.Co. ha finito per subire la sua più grave mutazione genetica: la deriva del marketing turistico d'assalto. Nel disperato tentativo di attirare flussi e conquistare un trafiletto sui giornali, molte amministrazioni hanno iniziato a inventare tradizioni a tavolino.
È nata così la stagione delle De.Co. "di fantasia": ricette create da consulenti di comunicazione, sagre nate dal nulla prive di qualsivoglia aggancio documentale o storico, e prodotti standardizzati ribattezzati con nomi vagamente dialettali, compresi quelli che ignorando l'origine della filosofia di Veronelli, la stravolgono aggiungendo alla De.Co fantasiosi quando inopportune terminologie e aggettivi, inventati di sana pianta. Questa rincorsa forsennata all'autenticità artificiale ha generato un'inflazione che rischia di danneggiare le esperienze reali.
La svolta: la Sentenza n. 75 del 2023 della Corte Costituzionale
A fare definitiva chiarezza e a salvare lo spirito originario dello strumento è intervenuta la Corte Costituzionale con la storica sentenza n. 75 del 2023. La Consulta ha tracciato una linea di demarcazione invalicabile. La De.Co. non è — e non può essere — uno strumento di certificazione tecnica né un marchio commerciale privato, ambiti di competenza esclusiva dello Stato e dell'Unione Europea (che già tutela i prodotti con DOP e IGP).
La Corte ha stabilito che la De.Co. è un atto pubblico di valorizzazione culturale . Il suo scopo non è garantire la conformità merceologica di un cibo sul mercato globale, ma certificare l'appartenenza storica di un patrimonio immateriale alla memoria collettiva di un territorio.
La Corte ha stabilito anche che all'acronimo De.Co non va aggiunto fantasiosi quanto inopportune aggettivi.
Questa pronuncia restituisce dignità alle Denominazioni Comunali. La De.Co. non serve per competere nei supermercati, ma per proteggere l'anima dei luoghi. È la legittimazione giuridica del sogno di Veronelli: uno strumento leggero che non crea barriere commerciali, ma custodisce la storia, tesse relazioni e ricorda a una comunità chi è e da dove viene.

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