domenica 8 gennaio 2012

“Sud. Un sogno possibile”




                                           Un exministro venuto dal Nord lancia la sua profezia per il Sud. L' exministro è il veneziano Renato Brunetta, e la sua visione per il Meridione è stata affidata al volume  Sud. Un sogno possibile  Un sogno che l'ex ministro per la Pubblica amministrazione definisce «possibile» perché ora più che mai ci sono le premesse storiche, economiche e sociali per la fuoriuscita del Mezzogiorno dal tunnel: perché la crisi è quasi finita e perché nella geografia politica si sta formando una nuova importante macro area, quella mediterranea, che comprenderà i Paesi del vecchio continente come tutti quelli che dall’Africa e dall’Asia minore si affacciano su questo mare “Ogni libro sull’arretratezza del nostro Sud dovrebbe essere l’ultimo.

 Questo, invece, è il mio secondo, e ciò segnala un evidente fallimento della politica”. Il Ministro Renato Brunetta apre il suo saggio “Sud. Un sogno possibile”, con un’ammissione di colpa. La politica per il Mezzogiorno è stata troppo parolaia e declamatoria. Ha prodotto progetti e idee, ma anche nuova burocrazia. Soprattutto, non ha inciso sul destino economico di un territorio così ampio ed importante per l’Italia e non solo. E l’autore non è tipo da ammorbidire i bilanci con frasi di circostanza. Nel libro, diviso in due parti, l’autore dapprima analizza empiricamente i motivi delle difficoltà e dei fallimenti antichi e recenti, e poi propone la sua personale ricetta. In due parole: un forte investimento nel capitale umano e nella Pubblica Amministrazione; una stagione di impegno civile e politico talmente poderoso da essere paragonabile ad una nuova “spedizione dei Mille”, che questa volta non si limiti a conquistare territori per poi lasciarli così come sono, ma sappia costruire il loro sviluppo. È in questo quadro che la questione meridionale si presenta in una nuova luce: per la prima volta come un’opportunità non solo per se stessa ma anche per il Nord e per l’Europa.Ma come attuare il rinnovamento? “La qualità di un territorio la fa la sua gente”, sostiene Brunetta, ipotizzando un “programma poliennale di investimenti anche e soprattutto in capitale umano, che abbia come obiettivo il superamento del gap di legalità e fiducia nelle aree più a rischio del Mezzogiorno”. Secondo il ministro “serve una nuova spedizione dei Mille”, un’invasione che dovrà puntare soprattutto alla Pubblica Amministrazione  Occorre anche l'investimento in legalità, inteso come produzione di "beni relazionali", beni intangibili, concepibili come "quell'insieme di culture, rapporti, interconnessioni e sinergie che accrescono la produttività media sociale”. “Aiutiamo il Sud a sviluppare i suoi beni relazionali e gli avremo fatto il più bello dei doni”, afferma Brunetta.  Ovviamente il rilancio del Sud non può prescindere da un sistema pubblico che funzioni, che sia cioè in grado di operare con efficienza, efficacia e trasparenza, in modo da garantire la competizione e il mercato. Scrive il ministro: “L’amministrazione pubblica è parte importante del contesto sociale ed economico e della cultura della legalità e del merito. Laddove lo Stato non funziona, dilagano la corruzione e l’illegalità, e i mercati, fatti di concorrenza ed innovazione, non possono funzionare”.
Con un monito finale, che è insieme una preghiera e una speranza: “Gli uomini e le donne del Sud devono rendersi conto che ‘più legalità e più capitale umano  vogliono dire più sviluppo, più benessere vero, più libertà, più cittadinanza. Meno dipendenza e più responsabilità. Ed un Sud avviato su un sentiero virtuoso di crescita fa bene all’Italia e fa bene all’Europa”.     Visto che si parte così da lontano, dal sogno in parte tradito del Risorgimento, possiamo concludere che è giunta l’ora di rispondere al principe di Salina per cui “tutto deve cambiare perché nulla cambi”. Questa volta, nel sogno possibile del ventunesimo secolo, la spedizione dei Mille dovrà cambiare davvero le condizioni della crescita ed aprire una pagina nuova dell’economia e della vita civile del Sud Italia.   
                           Concludiamo con due domande per i nostri lettori, ma al Sud serve ancora una ricetta esogena ?....e ancora la gente del  Sud l’ha capito che lo sviluppo di un territorio, non scende più solo dal cielo?    O forse serve un idea di sviluppo, affidata a uomini che sappiano coniugare le risorse del territorio con la consapevolezza di saper fare e di saper essere nel tempo  e nei luoghi  in cui viviamo.
……………………e il popolo siciliano ? ……. Il popolo, continua a sonnecchiare,  come sempre !!!!

sabato 7 gennaio 2012

Nutrizione e Innovazione

Strategia di ricerca per la valorizzazione della Dieta Mediterranea e lo sviluppo futuro della Green e della Blu Economy
 



La Dieta Mediterranea è stata recentemente acclamata come patrimonio culturale della umanità dall’ Unesco quale stile di vita, ciò in quanto rappresenta uno stile di vita di antica origine .
Tale riconoscimento segue dopo 50 anni gli studi condotti tra il 1957 ed il 1960, dal nutrizionista americano Ancel Keys , denominati “Mediterranean seven contries studies”, che furono svolti nella base di ricerca di Nicotera in Calabria, con i quali dimostro’ l’efficacia della Dieta Mediterranea nel prevenire le malattie dell’ invecchiamento quali, reumatismi, cardiopatie obesità e diabete. (1),(2)
Evidentemente oggi non è fattibile tornare all’ alimentazione dei nostri nonni contadini i quali mangiavano ciò che producevano, cioè prodotti alimentari degli anni ’50 , realizzati senza usare fertilizzanti e sistemi attuali di produzione e confezionamento industriale nelle manifattura dei cibi.
Comunque è decisivo rammentare ancora ciò che è noto fin dai tempi di Ippocrate di Kos, il quale riconobbe l’importanza del rapporto tra dieta alimentare e salute. Pertanto malgrado l’ ottima indicazione promozionale dell’ Unesco oggi è del tutto evidente che normalmente la dieta alimentare mediterranea, che è stata alla base dell’alimentazione dei Paesi che si affacciano su questo mare è difficilmente riproducibile anche se a tutt’oggi la Dieta Mediterranea permane caratterizzata dal consumo equilibrato di alimenti contenenti pochi grassi animali e caratterizzata dalla presenza di alimenti capaci di ottimizzare la qualità nutritiva, quali,  frutta, verdura fresca, legumi, olio di oliva e pesce.
Pertanto il modello alimentare della Dieta Mediterranea promosso all’ Unesco, rimane una indicazione ottimale e di rilevo salutistico internazionale, ma di fatto generica, ciò in quanto il mediterraneo bagna diversi paesi con abitudini alimentari molto diverse dalle nostre, in particolare rispetto al consumo di farinacei ed altri carboidrati ma principalmente in quanto l’ accelerazione dello sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche e le strategie innovative dell’ industria agricola e della vendita commerciale, necessitano oggi una strategia di ricerca e sviluppo per la valorizzazione della Dieta Mediterranea, rivisitata sotto un nuovo profilo concettuale innovativo, che si colloca nel quadro della necessità di un notevole cambiamento culturale ed ambientale della società contemporanea. (3)

Il modello della doppia piramide Alimentare-Ambientale suggerito dal “Barilla Center for Food & Nutrition ” , mette in evidenza la necessità di considerare la Dieta Mediterranea come un buon metodo di ricerca e sviluppo per raggiungere  un ‘equilibrio sia dal punto di vista nutrizionale  sia in termini di riduzione dell’impatto ambientale del cibo.
Pertanto il cambiamento dello stile di vita alimentare associato a quello della produzione di qualità comporta oggi l’ esigenza di attuare una profonda trasformazione delle concezioni consuete sulla nutrizione e di divulgarle ampiamente proprio in quanto una delle maggiori sfide per l’economia globale è la lotta alla malnutrizione che si associa a strategie di Bio & Green-Economy (4) in relazione alla innovazione in Agricoltura e di Blu -Economy (5) in relazione all ‘ inquinamento del mare.
–> Pertanto coscienti del fatto che la malnutrizione comporta gravi danni sulla salute e che, con l’allungarsi della vita media e lo sviluppo delle “malattie del benessere” nei paesi sviluppati produce costi sanitari sempre più insostenibili alle collettività, mentre conduce al disastro e alla miseria le popolazioni delle economie in via di sviluppo, congiuntamente il Laboratorio di Ricerca Educativa (Nutra-Scienza) della Università di Firenze (6) e il Format “Bellessere” di Massimo Lucidi di divulgazione per educare alla nutrizione per lo sport (7), hanno iniziato, fin dall’ anno 2005, a condividere una originale attività di sviluppo di una piattaforma concettualmente innovativa in difesa della Dieta Mediterranea e del suo sviluppo. (8)
L’ obbiettivo del programma congiunto è anche oggi quello di favorire la crescita di consapevolezza dei processi di produzione e nutrizione alimentare,  sviluppando momenti di confronto e riflessione tra esponenti della scienza e della cultura, della politica e dello sport e dell’ impresa su come migliorare il rapporto tra salute del pianeta e dell’ uomo presentando nuove soluzioni e aggiornamenti scientifici e tecnologici che conducano nel contempo a ri-valutare le culture e le tradizioni locali.
La strategia di ricerca e di valorizzazione della Dieta Mediterranea che abbiamo perseguito è iniziata all’ insegna dello slogan “CALORIE: NO GRAZIE“. Una caloria infatti è sempre la stessa sia che provenga da carne o da patate o frutta … , così evidentemente proponendo le diete in termini di quantità caloriche, ogni riferimento alla qualità del cibo ingerito viene perduta. Pertanto l’ alimentazione tradotta sistematicamente in quantità di calorie ha eluso ogni riferimento alla qualità effettiva degli alimenti e di conseguenza ha permesso di acquisire l’idea che ogni “schifezza” fosse buona per procurarci energia dall’ alimentazione ed in tal modo abbiamo importato i Fast Food, che di certo non hanno contribuito ad elevare il livello culturale sull’ apprezzamento della Dieta Mediterranea nel favorire un rapporto ottimale tra cibo e  salute. (9)
Una seconda linea strategica per favorire la comprensione dell’ importanza di ottimizzare le conoscenze  per valorizzare la Dieta Mediterranea è stata intrapresa nel quadro delle iniziative Bellessere//Nutra Scienza , al fine di aprire l’ attenzione di imprese e consumatori sulla una nuova frontiera della “NUTRIGENOMICA” ( = lo studio della interazione dei nutrienti con la genetica ). Tramite tale approccio le varie iniziative intraprese hanno recentemente dato sviluppo ad una nuova sensibilità sulle nuove metodologie scientifiche sulla nutrizione , imperniate sul rapporto tra DNA e Dieta per la prevenzione di malattie metaboliche e neurovegetative ed anche neoplastiche . (10) ,(11) .
Datosi che il DNA si esprime differentemente nei vari organi vitali, diviene importante comprendere che i vari alimenti sono utili per il funzionamento e la ricostruzione delle varie funzioni dei diversi organi; cosi ad es. il latte e i suoi derivati per il loro contenuto di calcio, in forma bio-disponibile, sono utili per il rafforzamento delle ossa, mentre un bicchiere di vino ad ogni pasto, come suggerisce la Dieta Mediterranea, fa bene al  cervello ed al cuore essendo un ottimo vasodilatatore delle vene, mentre l’ acqua, che non è portatrice di
calorie, è necessario berla in abbondanza,  non solo quando si ha sete. proprio perché è importante per il corretto funzionamento di tutti gli organi vitali. (12)
In particolare il vino rischia oggi, nelle percezione comune, di essere assimilato agli effetti negativi di una droga, cosi che conseguentemente rischiano il fallimento, gran parte delle industrie enologiche storicamente importanti nel settore chiave dell’ alimentazione e del turismo dell’ area Mediterranea.
Purtroppo si dimentica che il vino assunto regolarmente in piccole quantità fa bene al cervello proprio in quanto ha un metabolismo diverso da quello del fegato . Mentre il fegato trasforma l’ alcool in acetilcolina , il cervello riesce a trasformare il poco alcool che è nel bicchiere di vino, direttamente in glucosio, che utilizza principalmente per accelerare la produzione del neurotramettitore “dopamina”, rendendoci più allegri disinibiti, soddisfatti e sinceri nel donarci un’ impagabile sensazione per esistere nella vita e resistere alle
sue difficoltà. Inoltre è ampiamente dimostrato che bere moderatamente ogni giorno un piccola quantità di alcolici; in particolare il vino rosso che contiene il “resveratrolo” ed alcuni polifenoli anti-ossidanti, favorisce in generale la neurotrasmissione cerebrale, riducendo i rischi in vecchiaia delle malattie neurovegetative in quanto la miscela molecolare contenuta nel vino, si interpone all’ azione nefasta dei radicali liberi riducendo i rischi di problemi cardiaci e di ictus, aiutando il cervello a sviluppare al meglio le proprie funzioni cognitive.
Tale impostazione di diffusione delle conoscenze, ci ha permesso di indurre l’ attenzione della gente verso il superamento dei troppo semplici calcoli quantitativi in proposito delle diete alimentari e quindi ha favorito una riflessione più attenta, di livello genetico e molecolare, sulle proprietà salutistiche dei componenti essenziali della Dieta Mediterranea, quali dell’ olio di oliva extravergine, per l’ alto contenuto di acidi grassi vegetali (mono-insaturi) nel controllo della quantità di colesterolo nel sangue, e pertanto nella protezione
della arterie e nel ridurre i rischi di infarto, il pesce perché ricco di Omega 3 e di altri acidi grassi essenziali così importanti per la nostra salute, mentre i legumi sono fondamentali per l’ apporto di proteine vegetali e l’ alto contenuto di fibre alimentari essenziali per lo svolgimento di vari funzioni organiche, così come nel valorizzare l’ importanza della frutta e dei vegetali freschi per l’ elevata presenza di vitamine e di minerali e di molecole anti-ossidanti che permettono di ridurre i rischi della concentrazione nel sangue e di radicali liberi e di colesterolo, elementi altamente deleteri per tutti e in special modo per chi fa sport e vuole migliorare la propria salute e il bellessere psico-fisico. (13) In vero oggi la chiave di comprensione del nostro benessere e bellessere in funzione del cibo necessita di una maggior consapevolezza di ciò che si mangia, sia mediante una più elevata comprensione di quali siano le “molecole bioattive” e le loro funzionalità in relazione alle dosi assunte, che determinano le capacità nutritive degli alimenti per la ricostruzione metabolica dei vari organi nella loro relazione con l’ espressione della informazione genetica sia del DNA nucleare che del DNA  Mitocondriale dove quest’ultimo presiede al metabolismo alimentare (14). Pertanto sotto questo innovativo profilo di valorizzazione dei benefici della Dieta Mediterranea si aprono strategie incentivanti della ricerca e sviluppo associate ad evidenti forme di elevata responsabilità politica e sociale necessarie per favorire futuri scenari di sviluppo sostenible dell’ agricoltura Mediterranea, nel quadro di sviluppo cognitivo e manageriale della Green Economy e per quanto riguarda il settore della pesca nel Mediterraneo, nel quadro della strategia di recupero della vitalità dell’ ecosistema marino, per recuperarne sistematico degrado ed impoverimento della vita del mare, causato dall’ inquinamento del “Mare-Nostrum“ denominata Blu-Economy.

 di Paolo Manzelli  e Massimo Lucidi

martedì 3 gennaio 2012

Tra Cielo e Terra



                                                      La “spagliata” era una pratica antica che permetteva al contadino di separare il grano dalla paglia. Il protagonista unico e incontrastato era il vento, moderatamente intenso e costante: “iddu” sospingeva  fuori dall’aia la pula e  ancora più in là ,la  paglia, ove formava un deposito semicircolare  “la marvunata” somigliante per la sua forma semicircolare alla mezzaluna. La stessa che splendeva nelle notti d’estate:” Che fai tu , luna in ciel , dimmi che fai, silenziosa luna?” Ma  i nostri contadini  potevano permettersi simili meditazioni, pervase di tal pessimismo cosmico di leopardiana memoria? No, di certo no!
 Scrivono Paterna e Scalisi nel “Ciclo del grano nella terra di Demetra” : “ Spesso si verificava che i contadini rimanessero inoperosi anche per diversi giorni a causa della mancanza di vento . Essi in quel caso trascorrevano con ansia e preoccupazione le giornate ,passando anche la notte, dormendo nell’aia accanto al grano per non abbandonarlo, svegliandosi al primo alito di vento ,nella speranza che riprendesse a soffiare con una certa forza …” E per letto, quei poveretti, utilizzavano un morbido giaciglio di paglia, il cuscino, la parte bassa della “marvunata”, modellata ad arte dal vento a cui i contadini avevano sospinto in aria con tridenti dai lunghi rebbi  il grano misto a paglia . Dopo la frugale cena e  prima di abbandonarsi al riposo-sonno per l’inumana fatica della giornata,gli occhi  volgevano lo sguardo al “tetto di stelle” e scorgevano nel cielo la “viulata” ,un caotico e confuso, disordinato ammasso di stelle che da sud si allungava “nebulosamente” verso nord. Tutta colpa di san Giacomo (San Jacu)! Sostenevano i contadini.  Costui  all’atto della creazione del firmamento ,aveva avuto l’importante incarico,dal Padreterno,, di sistemare le stelle e ..cose similari, e posizionarli al giusto posto nella volta celeste,  secondo un preciso ordine cosmico  che , a noi umani però resta ignoto .Ma il poveretto era per sua natura, distratto e mal destro e,   nella circostanza  della confusione,”s’impappinò” alcune stelle li ammucchiò ….altre  li perse per strada, così  gli astri si posizionarono  alla rinfusa   senza ordine e logica,” ne capa ne cuda”.  Anzi  nella fretta alcune le lasciò cadere e…  ancora  continuano a cadere nelle notti ,senza luna, sulla terra: le lacrime del cielo . Si ! Le stelle cadenti , quelli che solcano il cielo  all’improvviso, il tempo di avvistarli che scompaiono . E così i contadini, “li pisatura”, nelle “limpide”  serate estive ,prima di addormentarsi cercavano di  leggere e interpretare la volontà divina ,attraverso la miriade di  segni  disegnate su quel tetto di stelle. Eppure , curiosamente la stessa “viulata”, scrive Agostino Spataro ,qualche tempo fa sul giornale la” Repubblica,”  si forma lungo i viottoli e le trazzere per il trasporto della paglia dall’aia al paese a casa, fin sopra, nella “pagliarola”. Un percorso disseminato di fuscelli di paglia che cadono,  accidentalmente dai “rituna” i grossi contenitori a rete . Una lunga scia  lasciata dai carretti o dal basto dei muli,che come una lunga serie si snodavano ,al chiaror della luna fino alle prime luci dell’alba ,dalla campagna al paese.
Ma torniamo alla luna. Il nostro contadino,  contrariamente al pastore errante di Leopardi , non fa domande  così complicate alla luna . Le soluzioni li trovava nel vissuto quotidiano , adattando e adeguando le soluzioni alle circostanze ,coniugando le ragioni del cielo con quelle terrene  . In fondo il cielo non è poi così distante dalla terra! Pure i santi possono avere “malu versu”.Tuttavia quel mondo contadino doveva avere buone ragioni per”sopravvivere”  ,dovevano essere abbastanza solide, profondamente e radicate  perché potesse sopportare indicibile fatiche quotidiane e le ingiustizie più vessatorie  o le avversità naturali. Il buio della notte e il silenzio li maturava nella riflessione, ne alimentava la saggezza  preservando una primitiva ingenuità : la semplicità contadina.
Oggi che abbiamo dischiuso e svelato la volta celeste, distinte le costellazioni, misurato le distanze,  viviamo il disincanto ,non riusciamo più ad emozionarci guardando un cielo stellato …..e cosa più grave , … non solo quello!

  Giuseppe Bivona


lunedì 19 dicembre 2011

A tutti i nostri lettori Auguriamo un Buon Natale e Felice Anno Nuovo…..con un racconto



 La buona novella…a lieto fine

                                             Ormai  era notte fonda , alla periferia del paese non si vedeva anima viva ,faceva freddo, ma sinceramente non era quello che volevano farci credere le previsioni  metereologi  del giorno precedente. In quel tugurio a forma di  grotta, in  una mangiatoia ,veniva alla luce il bambino di Giuseppe e Maria. Il bue e l'asino  erano dal tardo pomeriggio in quella stalla ,riposavano dopo una giornata di lavoro massacrante e ormai davano le ultime boccate  al saporito fieno ,odoroso, quasi voluttuoso.... "Toh, cosa ci tocca vedere" ,disse  l'asino al bue. Questi un po’ più sveglio del compagno, capi subito la estrema necessità ed urgenza : diede alcune affettuose leccate al pargolo  che giaceva  disteso nel presidio alimentare,cosi come avrebbe fatto con il suo vitellino. Il bambino aveva una straordinaria vitalità  , dopo il primo vagito sembrava sereno e  quasi sorridente. Eppure Maria , nei mesi precedenti non aveva fatto alcuna ecografia , non aveva visto medici  che l'avessero consigliata sulle diete , integratori , vitamine calcio ,fosforo...
Poi negli anni successivi , non ebbe alcuna visita ne controlli da parte di pediatri...niente vaccinazioni , ne crisi da svezzamento . Quando emise i primi dentini da latte Giuseppe le pose tra le mani  la "scarpetta" di un pane di circa 15 giorni : non la lasciava un secondo, succhiava e masticava quasi come le offrisse un straordinario  piacere ! 
Il ragazzo crebbe sano e robusto, chissà quanti anni poteva campare! Se non fosse stato  per quella crocefissione... a soli 33anni nel pieno della sua vitalità! 
E se poi invece fossero stati 90 o 120 anni! Che stramberia è questa!
Ebbene  si,  ci crediate o  no ,ma in un regione impervia della penisola indiana è stata scoperta una tomba bi millenaria di un certo Giosufa ,che ha tutta l'aria di essere la stessa persona con Gesù.
 A testimonianza che Ponzio Pilato seppe fare qualcosa di più e di meglio, di quanto raccontatoci dalla "storia" ufficiale,qualcosa di diverso che limitarsi a lavarsi le mani , a conferma delle perentorie richieste di sua moglie che non lo molla un istante , perché aveva a cuore la sua salvezza di Gesù detto il Cristo!

sabato 17 dicembre 2011

Da “Il segreto della domanda”


La morte di Dio non è passata invano sulle vicende umane, e tanto meno su quella vicenda di tutte le vicende che è l’umano patire, a conforto o a rimedio del quale, sono state senza fine ideate pratiche di cura.
Ultima in ordine di tempo è la pratica filosofica che, nonostante quanto comunemente si pensa, non contende lo spazio alle altre terapie, perché non è una terapia. Non crede infatti che dal dolore si possa guarire, perché pensa che il dolore non sia un inconveniente che capita all’esistenza come effetto di una causa conscia o inconscia a cui si può porre rimedio con una cura, ma ritiene che il dolore non sia separabile dall’esistenza e, in quanto suo costitutivo, non suscettibile di guarigione, ma governabile con la cura di sé.
Del resto, a differenza degli animali, l’uomo non è corredato di istinti, ossia di risposte rigide agli stimoli, e perciò la sua esistenza, non essendo pre-codificata, è posta come compito. Eludere questo compito è rinunciare alla condizione umana, è perdere la propria vita prima che sopraggiunga la morte, che a questo punto suggella la fine non di un’esistenza, ma di un semplice percorso biologico.
Evocando la morte, il vero rimosso della cultura occidentale, evochiamo il limite costitutivo dell’esistenza umana, la sua finitudine, di cui la sofferenza che costella la vita, la vita di tutti, è anticipazione e ineludibile richiamo. Diciamo “di tutti”, anche di chi al momento non soffre, perché, di fronte alla sofferenza, fa breccia anche in lui, inquietante, la possibilità di soffrire.
Nasce da qui la domanda circa il senso della sofferenza, che poi si estende alla domanda che chiede il senso della vita, se è vero che la sofferenza le è costitutiva. Il senso, infatti, è come la fame che si avverte non quando si è sazi, ma quando manca il cibo. È l’esperienza del negativo a promuovere la ricerca, è la malattia, il dolore, l’angoscia, non la felicità, sul cui senso nessuno si è mai posto domande.
Lamentare la mancanza di senso significa allora lamentarsi del dolore, della malattia, della morte, per cui la “domanda di senso” è un’espressione nobile che nasconde il rifiuto da parte dell’uomo dell’esperienza del negativo, la non accettazione della propria finitezza, del proprio limite. Ma indaghiamolo questo limite e soprattutto vediamo di capire cosa diventa il dolore, qualora fossimo in grado di interiorizzare e far pace con il nostro limite.
Qui si dividono Oriente e Occidente. L’Oriente dice che il dolore in cui si esprime la caducità dell’esistenza non ha una sua realtà, ma è solo apparenza. Essa nasce da un’errata posizione assunta nei confronti dell’esistenza, per cui è sufficiente cambiare atteggiamento nei confronti del mondo, rinunciare ad esempio alla dimensione volontaristica che vuol dominare tutte le cose, e il mondo del dolore appare per quello che è: pura apparenza.
L’Occidente, al contrario, è persuaso che la caducità dell’esistenza, come del resto di tutte le cose, non è apparenza, ma realtà, da cui il dolore scaturisce come sua conseguenza. A questo punto le due grandi visioni del mondo, quella greca e quella giudaico-cristiana, dalla cui confluenza l’Occidente è scaturito, divaricano.
Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è la conseguenza di una caduta dovuta a una colpa, che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. In questa visione il dolore è castigo e ad un tempo evento purificatore. Come tale concorre alla redenzione e alla salvezza. In questa prospettiva il dolore non è costitutivo dell’esistenza, ma della colpa dell’esistenza e insieme mezzo del suo riscatto. Una volta secolarizzata, questa visione religiosa del mondo porta all’interpretazione del dolore come un inconveniente dell’esistenza da cui si può anche “guarire”. La pratica psicoanalitica è per intero inclusa in questa visione religiosa del mondo.
Per la cultura greca il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma è il costitutivo dell’esistenza, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Qui il tragico appare in tutta la sua drammaticità, che non consiste nella contrapposizione tra la vita e la morte come nella concezione cristiana, per cui, dopo la resurrezione di Cristo, Paolo di Tarso può dire: “O morte dov’è la tua vittoria? O morte dov’è il tuo pungiglione?”, ma consiste nella contrapposizione tra la vita e la vita: la vita della natura che, per vivere, esige la morte delle singole esistenze, e la singola esistenza che, per vivere, deve allontanare la morte.
Il tragico coglie il conflitto non contrapponendo la natura a un’altra entità, quale potrebbe essere l’uomo o Dio, ma, all’interno della stessa natura, tra la sua economia generale, dove la morte delle singole esistenze è condizione di vita, e l’economia delle singole esistenze, dove la morte è la limitazione e la fine della loro vita.
Nel conflitto, l’uomo sa di dover morire, perché appartiene al ciclo della natura che è vicenda alterna di vita e di morte, ma al tempo stesso resiste alla morte, perché così vuole la vita che è in lui. Resistere non è rassegnarsi e consegnarsi passivamente al ciclo della natura, ma non è neppure atto temerario che pretende di valicare il limite della natura.
Resistere è contemperare la consapevolezza della morte con l’acquisizione delle conoscenze che consentono o di procrastinarla o di evitarla quando è evitabile. Una volta accolta la caducità dell’esistenza, occorre imparare a vivere tutta l’espansione della vita e tutto il suo rattrappimento, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione può modificare.
La pratica filosofica è iscritta in questa visione del mondo, e perciò non conosce speranze salvifiche e concomitanti disperazioni, ma solo la temperata saggezza che il dolore lo si può reggere, ed entro certi limiti dominare, non ipotizzando un mondo ultraterreno come nella tradizione giudaico-cristiana, ma percorrendo pazientemente le vie del sapere.
Per questo il Greco elabora risposte attive all’ineluttabilità della morte. Il che significa farsi forte attraverso il dolore, tradurre la precarietà in impresa conoscitiva. Non rassegnarsi, non illudersi, ma conoscere. Conoscere innanzitutto la propria condizione e le tecniche per conservare la vita, onde evitare la morte che dovesse sopraggiungere per casualità e ignoranza.
Essere previdenti è il modo di non essere semplicemente in balìa della natura, le cui inesorabili cadenze possono essere in qualche modo controllate e procrastinate dalla conoscenza. Questo tratto, tipicamente greco, che nasce dallo sfondo tragico, segnerà il carattere dell’Occidente che per questo si distingue dalla passività dell’Oriente, e non cede alla tentazione cristiana di amare il dolore come pegno di salvezza. Il Greco non ama il dolore, ama la vita e tutto ciò che può concorrere ad accrescerla e a potenziarla, ma, a differenza di noi moderni, con misura (katà métron), perché, senza misura, ogni virtù degenera.
La virtù (areté) non ha per il Greco il significato della mortificazione e del sacrificio, ma, come la virtus latina, è la capacità di eccellere, di essere migliore, per cui non si dà virtù senza lotta. La lotta non si ingaggia solo col nemico, ma anche con lo stato di bisogno, con la necessità a cui occorre far fronte, con la sorte che, quando è infausta, è minacciosa. Per cui la virtù è la capacità di dominare il caso, di imprimere alla cattiva sorte una svolta positiva.
Per il Greco, dunque, dal dolore, visualizzato non nella modalità cristiana dell’espiazione della colpa, ma nella modalità tragica dell’ineluttabilità della legge di natura, nascono quelle due forme, non di rassegnazione, ma di resistenza al dolore che sono: il sapere (mathésis) che consente di evitare il male evitabile, e la virtù (areté) che consente, entro certi limiti, di dominare il dolore.
Perché la virtù, qui intesa come forza e coraggio di vivere al di là delle avversità, sia efficace, è necessaria la misura (métron), senza la quale anche la forza e il coraggio di vivere vanno incontro alla sconfitta, perché l’uomo che vuole andare oltre il proprio limite decide anche la sua fine. Quando diviene tracotante la sua forza volge in debolezza, la sua felicità in sciagura. Per questo la virtù chiede all’uomo di essere attento al suo limite, e questa attenzione i Greci l’hanno chiamata phrónesis, prudenza, saggezza.
Non bisogna provocare gli dèi. I Greci non credevano agli dèi, ma li hanno ideati come esseri non soggetti alla morte (athánatoi), solo per dire quello che l’uomo non è e non può essere, quindi per indicare una misura in un duplice senso: l’uomo non può diventare immortale come un dio, ma col modello immortale del dio deve restare in tensione, per generare, come dice Dante, riprendendo il mito greco di Ulisse, virtù e conoscenza.
Qui Dante coglie l’essenza della grecità che, per uscire dallo sfondo tragico, non escogita speranze di immortalità, sarebbe tracotanza (hýbris), ma virtù e conoscenza per alleviare il dolore e procrastinare la morte. E questo in omaggio alla vita che, nel suo limite, per il Greco non è “valle di lacrime”, ma bellezza.
La pratica filosofica vuole recuperare questa saggezza greca. Essa guarda l’uomo non come colpevole (cristianesimo) o malato (psicoanalisi), ma in modo più radicale come tragico. Di conseguenza non chiede la salvezza o la guarigione, ma il contenimento del tragico, attraverso le vie della conoscenza e della virtù, qui intesa come coraggio di vivere, nonostante tutte le avversità, grazie al governo di sé, secondo misura (katà métron).
Da queste considerazioni è nata l’esigenza di creare, grazie all’interesse della casa editrice Apogeo, una collana che raccogliesse i contributi non solo europei e americani, ma anche italiani dedicati alle pratiche filosofiche, a partire dalla persuasione che nell’età della tecnica la domanda di senso si è ulteriormente radicalizzata, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita come nell’età pre-tecnologica, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati.
All’interno degli apparati tecnici, l’individuo soffre per l’“insensatezza” del suo lavoro, per il suo sentirsi “soltanto un mezzo” nell’“universo dei mezzi”, senza che all’orizzonte appaia una finalità prossima o una finalità ultima in grado di conferire senso. Sembra infatti che la tecnica non abbia altro scopo se non il proprio autopotenziamento, per cui se nell’età pre-teconologica la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, nell’età della tecnica la vita e il mondo appaiono miserevoli perché privi di senso.
Di fronte a questa diagnosi, la psicoanalisi rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l’età della tecnica. La psicoanalisi, infatti, conosce il non-senso di una vita tormentata dalla sofferenza, ma non la sofferenza determinata dall’irreperibilità di un senso.
Qui occorre la pratica filosofica perché, fin dal suo sorgere, con Socrate, Platone, Aristotele, con lo stoicismo e l’epicureismo, la filosofia, prima di rinchiudersi nella turris eburnea delle aule accademiche e diventare autoreferenziale, si è applicata al mondo della vita per reperire le forme migliori per il governo di sé e il governo della città. E mentre la psicoanalisi, nei suoi momenti più alti, si è limitata a curare le sofferenze dell’anima provocate dalle condizioni del mondo, ottenendo come risultato una presa di distanza individuale dal vuoto di senso, la filosofia non ha mai esitato a mettere in questione il mondo, che oggi si identifica con la tecnica, in cui sono da reperire le radici dell’insensatezza.
Dall’insensatezza non si esce con una “cura”, perché il disagio non origina dall’individuo, ma dal suo essere inserito in uno scenario, quello tecnico, di cui gli sfugge la comprensione. E se il problema è di comprensione, gli strumenti filosofici sono gli unici idonei per orientarsi in un mondo il cui senso, per l’uomo, si sta facendo sempre più recondito e oscuro.
  Umberto Galimberti

Mais les feuilles sont mortes ?



Quest’anno l’autunno non si decide ad entrare, sembra indugiare sul limite estremo dell’estate. La vegetazione qui in campagna è ancora verdeggiante come un paio di mesi fa. Alice esce dall’uscio della sua  casa estiva  mentre il sole invia i primi raggi. Si ferma  sotto l’ombroso  lontano alza gli occhi e  vede che sui rami si notano solo poche foglie ingiallite, pochissime cadute a terra. “Eppure siamo quasi alla fine di ottobre “ disse Alice rivolgendosi al Gufo “ Non sarà forse la temperatura  insolitamente mite e l’assenza  di vento e pioggia? Certo rispose il Gufo  “ La caduta delle foglie è per noi uno spettacolo, i botanici direbbero che un perfetto sincronismo, una felice coincidenza, tra le temperature che si abbassano, la luce  del giorno che si attenua  e …. la produzione di ormoni da parte della pianta  che decide di “abbandonarle” non prima di  averle consegnato  un po’ di….. spazzatura accumulata nei mesi primaverili - estivi.
Ad Alice lo spettacolo  delle foglie autunnali ha sempre trasmesso tristezza e senso di caducità , leggiadre creature  dai colori  variegati ,indefiniti , terrei , forse consapevoli di doversi  prima o poi  “staccarsi “ dal ramo , eppure quanta fierezza  esprimono in quell’atto!
 “Bè “ disse il Gufo,  attento come sempre alle note emozionanti di Alice “  a ben pensarci   le foglie autunnali, per strano che possa sembrare , trasmettono armonia e serenità. Sono giunte al termine della loro vita, si lasciano cadere  quasi senza opporre resistenza  , non si aggrappano a niente , anzi trasformano la loro caduta  in una danza di impareggiabile dolcezza ad eleganza.” 
Alice : “Invece noi non cessiamo di  attaccarci alle cose , bramosi di possedere , timorosi di perderli ,ansiosi nel difenderli, sempre più “avere” e sempre meno “essere”. Insomma facciamo esattamente tutto il contrario di quello che fanno  queste lievi, delicate, dignitose figlie dell’albero. Dovremmo imparare da loro!”
Il Gufo annuiva  , certo l’attaccamento alle cose materiali è un prodotto  culturale  della nostra mente ,dell’ego , di  una voglia insaziabile , irrequieta , indomabile  che sempre vuole, vuole ,né mai si accontenta ,incessantemente desiderosa  di altro , ancora ed ancora , sempre più a lungo , come se la vita  fosse una eterna corsa  agli acquisti , dove tutto è in vendita perché tutto ha un prezzo  “ Invece le cose di valore non hanno un prezzo , hanno appunto un valore  che è tutta un altra cosa :non si possono venderle , non si possono comprare , si possono cercare di meritarle  ,di esserne degni e custodirle fedelmente.” Disse quasi tutto di un fiato il Gufo.
 “Eppure” riprese Alice basterebbe essere più “modesti” : le foglie cadono al suolo ,ma senza disperazione , sanno che quello è il loro destino , ma sanno che continueranno a vivere in altre forme in altri corpi , in altre stagioni . Sanno che il loro “cadere” è necessario  perché tra qualche mese  possano sbocciare altre gemme  sul ramo , altre foglie si schiudono al tiepido sole di primavera . Cosi i vecchi debbono fare  altrettanto, lasciare il posto ai giovani , è una legge di natura  ,chi ha fatto il proprio tempo si distacca  perché altre  generazioni possano farsi avanti . E’ il ciclo perenne che eternamente si rinnova. A cosa servirebbe  alla vecchia foglia rimanere attaccata all’albero? Se non ad occupare inutilmente spazio . Ma il suo “sacrificio”  quando l’inverno finirà  e le piogge  avranno ridato forza e vigore  all’albero  nutrimento  ad una foglia nuova,  contribuendo a ridare il miracolo della fertilità”
Il Gufo ora  si era fatto pensieroso “ Non si può vivere solo per se stessi , la nostra vita ha senso ed un valore , nella misura  in cui riesce a rapportarsi col resto  che ci circonda: tutto questo ci dicono le foglie  gialle , arancio o  brune che siano, quando dopo una vita  intensa pienamente vissuta, cedono alla stanchezza , smettono di fare presa , permettono ad un lieve soffio di vento di portale via con se”
“Ma la foglia che  si stacca dal ramo  e cade a terra  “   disse sicura di se Alice” non  cessa di vivere , ma ritorna nel grembo della natura che l’ha generata  , riprende il ciclo della vita dallo stesso terreno che ospita e nutre la pianta ,perche essa stessa feconderà di nuova  energia vitale   e non sarà vissuta invano!”

Le anime dei vecchi ( Constantinos Kavafis)
Nei loro corpi decrepiti,consunti
stanno le anime dei vecchi. Poverine,
cosi stremate e malinconiche
per la grama esistenza che trascinano.
E che spavento hanno di perderla,e che bene
le vogliono queste anime dubbiose,inconseguenti
e tragicomiche - sistemate come sono
nelle loro frolle decrepite pelli

martedì 13 dicembre 2011

Un evento sorprendente



DA CITTÀ DEL VATICANO I GRANDI OLI DI OLIVA ENTRANO NELLA  CULTURA ALIMENTARE DEL TERZO MILLENNIO


                                                             L’olio d’oliva è un simbolo sacro della religione cristiana come anche delle altre grandi religioni del Mediterraneo, quella ebraica e quella islamica. L’unzione faceva parte della con-sacrazione di re e sacerdoti e la stessa parola “Cristo” , significa, nella sua etimologia greca “unto”, cioè consacrato e sacro. Anche la parola Messia significa in ebraico “unto”. L’unzione con olio di oliva rappresenta un simbolo del patto di alleanza dell’uomo con Dio e la religione cristiana se ne serve nel Battesimo, nella Cresima, nella unzione degli infermi, nella consacrazione dei sacerdoti e dei Vescovi, nella consacrazione degli altari.
Questi elementi di simbologia sacra hanno suggerito una singolare iniziativa dell’Accademia Pontificia delle Scienze in collaborazione con l’Accademia dei Georgofili di Firenze e cioè la organizzazione di un convegno sul tema “L’olivo ed il suo olio”. Il convegno si è tenuto a Città del Vaticano il 16 Dicembre. Il card. Giovanni Battista Re ha introdotto i lavori con una magnifica relazione sul valore simbolico, culturale e religioso, dell’olio.  Si è parlato poi di olivicoltura (Prof. Fiorino, Università di Firenze), di tecnologia dell’olio (prof. Servili, Università di Perugia) e del valore salutare dell’olio di oliva (prof. Visioli, Università di Parigi), ma forse l’intervento più innovativo e ricco di prospettive concrete è stato quello del prof. Claudio Peri, professore emerito dell’Università di Milano. Il prof. Peri ha presentato un sistema di certificazione dell’eccellenza dell’olio di oliva, basato sulle specificità delle varianti sensoriali dell’olio e sul valore “etico” del produttore in termini di capacità e trasparenza. Qualità dell’olio dunque, ma insieme qualità del produttore per un nuovo patto di fiducia con il consumatore. Il sistema illustrato dal prof Peri rappresenta il risultato di una sperimentazione durata tre anni nell’ambito della Associazione TRE-E, una associazione senza scopo di lucro, nata nel 2004 da una costola dell’Accademia dei Georgofili e avente come obiettivo la “valorizzazione degli oli di oliva di assoluta eccellenza”.Le tre E di Etica, Eccellenza ed Efficienza rappresentano il logo e la missione di questa Associazione. Suscitando grande interesse e curiosità nell’uditorio il prof. Peri ha anche descritto il sistema “olive to live” per servire i grandi oli nei ristoranti più qualificati e nelle famiglie più sensibili alla qualità di questo straordinario prodotto. E’ un sistema messo a punto da un produttore socio della Associazione TREE, il dr. Paolo Pasquali, titolare di uno splendido “Olive Oil Resort” a Villa Campestri, sulle colline del Mugello . Con questo sistema l’olio viene servito direttamente al momento del pasto da un dispenser che contiene serbatoi inviolabili in acciaio inossidabile nei quali le condizioni ottimali per la conservazione dell’olio vengono mantenute senza interruzione dal momento della produzione al momento dell’uso. E’ un sistema che abolisce le bottiglie e ogni altro tipo di contenitore.   Oli pregiati di vario profilo sensoriale e di varia origine, ma tutti selezionati e garantiti dalla TREE,  vengono forniti al ristorante o alla famiglia direttamente dalla Oleoteca di Villa Campestri con un servizio di consegna e ritiro dei contenitori, insieme ad un servizio di formazione permanente degli chef alla cultura dell’olio. La combinazione del modello TREE e di Olive-to-live rappresenta forse la via più innovativa e promettente di valorizzazione dei grandi oli.  
Così, nel luogo più sacro della nostra cultura religiosa, è stato presentato questo nuovo sistema, trasparente ed etico, di valorizzazione del prodotto più prezioso della nostra cultura alimentare.
                                                                                                                                         Giuseppe Bivona