sabato 10 gennaio 2026

Analisi Strategica: Accordo UE–Mercosur

 Analisi Strategica: Accordo UE–Mercosur

 La chiave del successo per l'Italia risiederà nella capacità di monitorare l'applicazione delle "clausole specchio" e di utilizzare i fondi di compensazione per assistere  le filiere più fragili, ma sopratutto le aree rurali già in difficoltà. E' bene ricordare che il settore agricolo è uno dei pochi settori prettamente assistiti dalle politiche UE. Un esempio? chi vuole realizzare un impianto di vigneto, ottiene con l'OCM vino il contributo all'impianto, con il PSP il contributo all'acquisto delle trattrici e accessori, sempre con il PSP il contributo se aderisce all'agricoltura biologica, se poi vuole promuovere il vino ha diritto al contributo con OCM per la promozione. E' questo da sempre, chiaramente, quindi la differenza la fa la capacità di ottenere tutti i set di finanziamenti/assistenza/sussistenza UE. Il vero problema è proprio questo non tutte le aziende possono beneficiare dell'assistenza pubblica UE                 Come era prevedibile l'accordo ha creato un'ampia discussione tra favorevoli e contrari,   chiaramente non da ora, ma da sempre, incapace però di centrare il vero problema della questione.                           L'accordo rappresenta una delle manovre di politica commerciale più ambiziose e discusse degli ultimi decenni, mirando a creare un'area di libero scambio che interessa oltre 700 milioni di persone.




Opportunità e Criticità per il Sistema Italia

1. Sintesi dell'Accordo (Dati 2026)

Dopo anni di stallo, l’accordo ha ricevuto un impulso decisivo all'inizio del 2026. L'Italia ha espresso un voto favorevole,  L'obiettivo è l'abbattimento progressivo dei dazi sul 91% delle merci europee esportate e la protezione reciproca degli standard qualitativi.


2. Le Opportunità per il "Made in Italy"

L'Italia, con la sua forte vocazione all'export, è tra i Paesi che potrebbero beneficiare maggiormente dall'apertura di un mercato storicamente molto protezionista.

  • Export Agroalimentare: Si stima una crescita potenziale del +50%. Attualmente, i dazi su prodotti come vino (27%), formaggi (28%) e cioccolato (20%) limitano fortemente la penetrazione commerciale.

  • Tutela delle Indicazioni Geografiche (IG): L'accordo prevede la protezione di 57 Indicazioni Geografiche italiane (26 prodotti alimentari e 31 vini), ponendo fine alla produzione e vendita di imitazioni locali ("Italian sounding").

    • Esempi di prodotti protetti: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, Prosecco, Chianti.

    • Meccanismo di Phasing Out: Le imitazioni locali (come il "Reggianito" argentino) dovranno essere eliminate gradualmente in un periodo compreso tra 5 e 10 anni.

  • Settore Meccanico e Industriale: L'Italia è leader nell'export di macchinari agricoli e industriali verso il Sud America. L'azzeramento dei dazi (attualmente fino al 14-18%) renderà la tecnologia italiana estremamente più competitiva rispetto a quella cinese o statunitense.

  • Accesso alle Materie Prime: L'accordo facilita l'approvvigionamento di materie prime critiche (litio, rame) essenziali per la transizione energetica italiana.


3. Le Criticità e i Rischi per il Settore Agricolo

Nonostante le opportunità, il mondo agricolo esprime forti preoccupazioni legate alla asimmetria degli standard produttivi.

  • Concorrenza Sleale (Prezzi vs Qualità): I produttori del Mercosur operano con costi di produzione inferiori, grazie a standard ambientali, sociali e di benessere animale meno rigidi di quelli europei.

  • Settori Sensibili:

    • Carni Bovine e Avicole: Il massiccio afflusso di carne sudamericana a basso costo minaccia la redditività degli allevamenti italiani (soprattutto nel Nord Italia).

    • Zucchero ed Etanolo: La produzione intensiva di Brasile e Argentina potrebbe destabilizzare il mercato interno UE.

    • Riso e Agrumi: Ulteriori settori esposti alla pressione competitiva.

  • Standard Fitosanitari: L'uso di pesticidi e fitofarmaci vietati in Europa rappresenta un rischio sia per la salute dei consumatori che per la tenuta competitiva dei nostri agricoltori, obbligati a normative molto più restrittive (Farm to Fork).


4. Il "Compromesso Italiano": Misure di Salvaguardia

Per mitigare i rischi, l'Italia ha negoziato pacchetti di protezione specifici, approvati nel vertice di gennaio 2026:

MisuraDettaglio Tecnico
Soglia di SalvaguardiaAbbassata dall'8% al 5%. Se le importazioni superano questa soglia, scattano indagini rapide (21 giorni) per il ripristino dei dazi.
Fondo di EmergenzaStanziamento di 6,3 miliardi di euro a livello UE per sostenere le filiere agricole colpite da eventuali shock di mercato.
Clausole SpecchioObbligo (in fase di implementazione) per i prodotti importati di rispettare standard di sicurezza alimentare equivalenti a quelli UE.
FertilizzantiAzzeramento dei dazi sull'import di fertilizzanti dal Mercosur, per ridurre i costi di produzione degli agricoltori europei.

5. Conclusioni e Prospettive

L'accordo UE-Mercosur è un'arma a doppio taglio che richiede una vigilanza costante. Se da un lato apre mercati pronti a pagare un premium price per l'eccellenza italiana, dall'altro mette a dura prova la tenuta sociale delle aree rurali europee.

 

 

 

UE–Mercosur, in tanti festeggiano.


  il paradosso che protegge l’industria chimica e scarica i rischi sui consumatori


L’accordo commerciale UE–Mercosur porta alla luce una delle contraddizioni più gravi delle politiche europee su agricoltura, salute e commercio. L’Unione Europea vieta l’uso di pesticidi ritenuti pericolosi per la salute e per l’ambiente, ma continua a consentirne la produzione nei propri stabilimenti e la loro esportazione verso Paesi terzi. Oggi, con l’apertura del mercato europeo ai prodotti agricoli del Mercosur, quegli stessi veleni rischiano di rientrare legalmente nell’Unione sotto forma di residui negli alimenti importati.




Sostanze come Atrazina, Paraquat e Clorpirifos sono state bandite in Europa dopo valutazioni scientifiche ufficiali che ne hanno evidenziato effetti cancerogeni, neurotossici o di interferenza endocrina. Eppure, secondo i dati dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA), queste molecole continuano a essere prodotte in Europa, anche in Italia, ed esportate legalmente verso Paesi dell’America Latina. L’Europa non ne vieta la produzione, ma soltanto l’uso nei propri campi, proteggendo di fatto l’industria chimica e scaricando altrove i costi sanitari e ambientali.

Il paradosso è evidente: ciò che è giudicato troppo pericoloso per gli agricoltori europei diventa accettabile se utilizzato altrove, salvo poi rientrare nel mercato europeo attraverso le importazioni. Il sistema di allerta rapido europeo per alimenti e mangimi (RASFF) documenta ogni anno numerosi casi di prodotti bloccati alle frontiere per la presenza di pesticidi non autorizzati, spesso provenienti da Paesi del Mercosur. Non si tratta di un rischio teorico, ma di una dinamica già in atto.

Questa impostazione produce una doppia ingiustizia. Da un lato, gli agricoltori europei sono obbligati a rispettare standard sempre più stringenti, con costi crescenti e redditi in calo; dall’altro, i consumatori rischiano di vedere ridotte le garanzie sulla qualità e sulla sicurezza del cibo. A beneficiare di questo sistema sono le multinazionali chimiche e le filiere agroindustriali globali, mentre vengono penalizzate le piccole e medie aziende agricole e il diritto collettivo a un’alimentazione sicura e trasparente.

Consentire la produzione e l’esportazione di pesticidi vietati e, allo stesso tempo, aprire il mercato europeo a prodotti coltivati con quelle stesse sostanze non è una necessità tecnica, ma una scelta politica precisa. Una scelta che solleva una domanda inevitabile: se una sostanza è giudicata troppo pericolosa per essere usata nei campi europei, perché è considerata accettabile produrla in Europa, esportarla e poi ritrovarla nel cibo che arriva sulle nostre tavole?

Fonti

Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) – Regolamento PIC: https://echa.europa.eu/information-on-chemicals/pic

Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) – Clorpirifos: https://www.efsa.europa.eu/en/topics/topic/chlorpyrifos

Corte di Giustizia dell’Unione Europea – Sentenza T-229/04 (Paraquat): https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:62004TJ0229

Sistema di Allerta Rapido UE per Alimenti e Mangimi (RASFF): https://webgate.ec.europa.eu/rasff-window/portal/

Public Eye – Inchiesta sui pesticidi vietati prodotti in Europa: https://www.publiceye.ch/en/topics/pesticides

giovedì 8 gennaio 2026

La libertà dei figli e la legge dei padri


Peppino Bivona

Belice di Mare 

Primavera 2024



(il vitello grasso non fu contento del ritorno del figlio prodigo)


 La nostra condizione attuale ci consente un privilegio quasi esclusivo: essere stati figli, divenire genitori e…ora anche nonni!

 Nella nostra memoria la  condizione di figli,  

la figura “paterna” rappresentava il potere del padre,  a volte anche un padrone col bastone a cui ci consegnavamo per raddrizzarci in quanti  per  definizione: “viti storti” bisognevoli di un “tutore”. La figura del padre che guida le nostre vite, le difende, li protegge magari ricorrendo alle recinzioni e  obbliga a seguire certi tracciati. Per due filosofi francesi Gil Deleuze e Felix Guatteri,è questa figura patriarcale che schiaccia la nostra libertà e di cui Dio è la matrice teologica. In fondo il 68 fu una rivoluzione contro i padri sia nella versione simbolica, che in quella reale: Il padre un despota, un tiranno autore della repressione delle libertà. Da qui il radicale rifiuto di tutte le espressioni padronali del potere dei padri!

Ma davvero il “padre” è il simbolo della prigione della libertà dei figli come pensavano Deleuze e Quatteri?

La nostra cultura ha due fondamentali radici, una greca e l’altra giudaica-cristiana. In ognuna vi sono delle storie di figli che fanno parte  della nostra base educativa - formativa.

La prima figura è quella di Edipo, cosi come ci viene raccontata nella tragedia di Sofocle in “Edipo Re” . La storia la conosciamo: Edipo, figlio di Laio e Giocasta, al momento della nascita l’oracolo predice che questo figlio da grande ucciderà il padre e giacerà con la madre, mettendo al mondo figli-fratelli, insomma una mostruosità! Il re Laio non ha dubbi, la tragica profezia lo  induce a sopprimere il neonato, affidandolo nelle mani di un pastore che lo avrebbe buttato giù da una montagna. Ma il pastore mosso da pietà decide di non ucciderlo e lo affida ad un altro pastore , in una terra lontana, che lo cede a sua volta ad una coppia di reali che non hanno figli, dove viene cresciuto come un figlio naturale. Edipo ormai giovanotto, una sera  a cena con gli amici, qualcuno ,avendo alzato un po' troppo il gomito, confessa che Edipo non è il figlio legittimo dei reali di Tebe. Con questo dubbio il giovane principe non prende sonno e l’indomani si reca dall’oracolo per sapere la verità sulla sua origine. L’oracolo conferma l’originaria profezia, ovvero ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre. Sconvolto Edipo fugge lontano dalla sua città, ma lungo la strada ad un incrocio incontra  una piccola carovana di cui uno dei tre uomini ,che con fare spavaldo pretende di aver diritto di precedenza, anzi  alza la frusta. Edipo si difende ed uccide i tre uomini. Da qui prende avvio la tragedia vera e propria che come sapete culminerà con l’accecamento di Edipo e l’impiccagione di Giocasta.

Ma quello che a noi interessa è la vicenda iniziale, quando  Laio non “accetta”  che un proprio figlio possa ucciderlo!  Ma questo non è forse il destino di tutti i padri? Ogni volta che mettiamo al mondo dei figli e li osserviamo crescere  in tutta la loro struggente bellezza, non ci avvisano della nostra morte? Non ci costringono ad entrare “nell’avvicendamento della vita”? Non suona la campana per ricordarci  che stiamo avviandoci al“ tramonto”?.

Laio il padre orco, non vuole tramontare, anziché rispettarla legge della natura si macchia di un crimine: figlicidio. Non vuole cedere lo scettro, si sente intramontabile, non sopporta essere superato dal figlio. Applica la simmetria, la specularità!

 

Poi ,in radicale contrasto, col padre greco troviamo il padre biblico nel racconto di Luca :il figlio prodigo o meglio come lo chiama Papa Francesco: il figlio ritrovato. La storia è arcinota: un padre ha due figli e un giorno il più piccolo dei due, si rivolge al padre con tono perentorio:” Dammi la parte di eredità che mi spetta…!” Il padre poteva avvalersi della legge ebraica che vietava ai figli di chiedere parte dell’eredità se prima il vegliardo non fosse deceduto. Questo padre invece senza alcuna obbiezione gli da quanto pattuito della sua parte di eredità. Il padre Lucano, lascia libero il figlio, nessuna predica, nessun discorso moralistico, ”sospende” l’applicazione della legge, si avvale di una legge non scritta: quella del cuore ,dell’amore!Gli fa un dono ,un vero dono: la libertà! .

La storia sappiamo come va a finire. Il giovinastro in poco tempo sperpera al gioco e a buttane, l’intero patrimonio. Una imprevedibile carestia lo porta a competere il cibo, ovvero le ghiande ,con i porci: Rendendosi conto che nell’azienda di suo padre i servi vivevano meglio decide di rientrare  Non ha alcuna pretesa  ne di farsi perdonare ne chiedere pietà, il suo intento è fare il servo a casa sua. Il padre  vedendolo arrivare gli va incontro e lo abbraccia, ordina ai servi di lavarlo , preparare un lussuoso banchetto , uccidere il vitello grasso e fare festa.

Nella storia dell’arte c’ è un’opera di Rembrand, che raffigura la scena: un vecchio stanco che si china sul figlio straccione , posa le sue grosse e grandi mani sullo schiena del figlio, come dire “ Ora ci sono io a proteggerti!”. Il figlio non ci capisce niente, rimane come un pugile suonato, vuole chiedere qualcosa ma frastornato : ”Possibile che possa essere successo tutto questo?”

Il racconto di Luca coinvolge l’altro fratello ,il maggiore che di ritorno dal lavoro, a vedere questo spettacolo si indigna:” Ma come, io che ho lavorato come un mulo ,neanche un capretto da consumare con gli amici e arriva questo scavezzacollo e mio padre ordina di uccidere addirittura il vitello ingrassato da alcuni mesi?”

Noi no abbiamo alcuna simpatia per i fratello maggiore, cresce come fotocopia del padre, non deroga, non entra in conflitto col padre! Eppure  i figli hanno il diritto-dovere  di entrare in uno scontro dialettico coi genitori, il loro mestiere è essere critici magari di rivoltasi come fa il secondogenito I padri di dargli la libertà ,anche di sbagliare!

In questi ultimi anni la figura del padre come si dice “è evaporata” ha perso spessore ,consistenza ,generazione senza padri!. La verità che abbiamo commesso un errore imperdonabile: abbiamo buttato l’acqua sporca col bambino! La figura del padre rappresenta la “legge”, non quella patibolare, ma la legge umanizzata che sa anche “sospendersi” che non è scritta nei codici, ma nella carne viva del cuore. 

E’ quello che ci insegna questo padre del racconto lucano. 

giovedì 27 novembre 2025

Neoruralità: necessità, status symbol, sogno proibito,o utopia?

NinoSutera

Nel 2021 l'Assessorato Regionale all'Agricoltura ha istituito l'Osservatorio Neorurale 







La neoruralità rappresenta uno dei tratti culturali caratteristici della nostra epoca,
una reazione alla crisi della società occidentale: crisi che è insieme ecologica, sociale
etica e morale. La manifestazione più vistosa è il movimento a favore della
rinaturalizzazione urbana e le iniziative di valorizzazione residenziale e turistica  creativa
del territorio rurale, ma soprattutto alla riscoperta delle radici dell’antica
civiltà contadina. In molti Paesi europei compresa l'Italia, si moltiplicano le
esperienze ed è in continua crescita il numero di cittadini che abbandonano le città e
vanno ad abitare in campagna dove possono godere di una casa individuale con
abbondante verde circostante, di cibi genuini, e ritmi tranquilli.
Oggi sono quasi ventitré milioni gli italiani (il 40% del totale) che vivono in comuni
definiti rurali (con meno di trecento abitanti per chilometro quadrato): circa
cinquecentomila in più rispetto a dieci anni fa. Il territorio italiano è di 30 milioni di
ettari: 12,7 milioni sono coltivati, 10,5 milioni sono costituiti da boschi, 2,7 milioni è
fatto di città.
Fenomeno di questi anni è Downshifting, cioè per cui molti lavoratori stanno
scegliendo di andare a vivere in campagna, dove fanno un lavoro con un salario più
basso, minori impegni e maggior tempo libero. Datamonitor, agenzia londinese che si
occupa di ricerche di mercato, stima che in tutto il mondo i lavoratori inclini a fare
downshifting sono 16 milioni. Ogni anno, circa 260 mila cittadini britannici fanno
una scelta di vita che va in quella direzione. Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali
australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone, tutte comprese nella
fascia di età tra i 25 e i 45 anni, che hanno deciso di scalare una marcia. La stragrande
maggioranza (circa il 79%) lo ha fatto non solo cambiando lavoro, ma anche
scegliendo di abbandonare la città per trasferirsi al mare e in campagna. 
In Francia,
infatti, li chiamano néo-ruraux, neorurali: uno studio di Ipsos France dice che erano
100 mila nel 2008 e quasi il triplo l’anno successivo.

Per il sociologo Corrado Bareris, autore del libro La rivincita delle campagne
(Donzelli): «Per i protagonisti dell’esodo, cinquanta, sessant’anni fa, la città era il
paradiso: coppie costrette a vivere in ammucchiata si amarono in riservatezza; le
donne decisero cosa mangiare senza chiederlo alla suocera; perfino la fede fu
praticabile senza il controllo del parroco. Poi ci si è accorti che, se si ricreano alcuni
aspetti dell’antica società fuori del suo contesto di miseria, le persone con cui si
litigava erano quelle con cui si scherzava e rideva; l’occhio che faceva i conti nelle
tasche del vicino era quello che lo proteggeva anche dai ladri».
Secondo le stime il mercato dei casali di campagna resiste alla crisi del mercato
immobiliare, con quotazioni stabili rispetto a un anno fa. Le soluzioni più richieste
sono i rustici da restaurare, con terreno, e le cascine già ristrutturate secondo il gusto
moderno. Il prezzo di immobili di questo tipo può variare molto da zona a zona. . La
più cara è la Toscana (tra i 3 mila e i 4 mila euro al metro quadrato per stabili
ristrutturati, tra i 1.300 e i 1.800 per quelli da ristrutturare)
Un’area neorurale è il luogo ideale dove il futuro, nascosto e mimetizzato, si innesta
su un territorio antico e incontaminato, tra mare e monti, si integra perfettamente con
le aziende e le imprese, contornati da giacimenti enogastronomici d’eccellenza, in un
ottica multifunzionale dell’azienda agricola

sabato 8 novembre 2025

La sinistra e ...Peppe Urpi

 Peppino Bivona


Belice di Mare  Luglio 2024


             Nei pomeriggi estivi, caldi e assolati, i “soci”  della Biblioteca comunale “Santi Bivona”, la cui apertura era esposta a mezzogiorno, erano soliti fruire dell’ombra  dell'altro lato della strada, dove aveva sede il Circolo Universitario e di ….Cultura.

 Di tanto in tanto veniva a sedersi l’ing. Bilello ,  vecchio dirigente  della locale sezione del partito  comunista e nel dopoguerra sindaco di Menfi. Negli ultimi anni si era ritirato a vita privata dedicandosi alla pollicoltura, ovvero all’allevamento dei polli nella sua tenuta di “Pupo Rosso”.

Fu così che un tardo pomeriggio estivo, non ricordo bene, se    nell’anno 73 o 74 ,l’ing. Bilello con la sedia della biblioteca venne a sedersi nell’ampio marciapiede prospicente la sede del circolo Universitario, accanto a noi giovani . Questo vecchio dirigente comunista era stimato dalla base e riconosciuto da tutti oltre che per la sua onestà e correttezza, per la sua vasta e profonda cultura. Noi giovinastri sessantottini rispettavamo questa figura storica, ma non più di tanto:  a nostro parere il PCI aveva “tradito” la sua vocazione rivoluzionaria , si era imborghesito , divenuto un partito riformista.

Proprio in quegli anni usciva per l’Einaudi un saggio di Sidney Tarrow,”Partito Comunista e contadini nel Mezzoggiorno”,la cui tesi di fondo era abbastanza chiara: se  in Cina ,in Iugoslavia o nell’Andalusia spagnola i contadini costituirono la forza dirompente  tale da sovvertirne l’ordine costituito, perché nel sud dell’Italia questa imponente forza sociale e politica costituita da braccianti e mezzadri e contadini poveri,   giunti ad occupare i feudi, non  fu guidata verso la rivoluzione socialista? Perché non si realizzò la storica saldatura auspicata da Gramsci, tra operai del Nord e contadini del Sud?

L’ing. Bilello pur non frequentando la sezione del partito, sapeva che alcuni giovani manifestavano insofferenza per l’autorità dei “padri”, sia quelli genitoriali che quelli simbolici: erano critici verso la scuola, la chiesa, la famiglia, le istituzioni e non si salvava neanche il partito. Perciò quando gli esposi la tesi del sociologo americano, sembrava preparato a questa domanda, tanto più che nel dopoguerra aveva diretto per qualche anno la “Federterra “regionale. Bilello fece un profondo respiro , si avvicinò la sedia perché la sua voce per sua natura flebile potesse arrivarmi bene alle orecchie. “Pippinè capisco la vostra insofferenza giovanile, anch’io sono stato giovane ,ma spesso dimenticate che il nostro partito con la svolta di Salerno , aveva abbandonato la strategia leninista della presa del potere e si pose come interlocutore paritetico nei confronti delle democrazie occidentali, accettandone la dialettica parlamentare”. Il vecchio saggio Bilello aveva ragione, ( eppure questa semplice verità non era stata compresa   dai gruppi estraparlamentari  che negli anni successivi divennero “Brigate Rosse , Prima Linea e tanti  giovani disperati, sommersi da un equivoco di fondo  che caratterizzò   la doppia  “identità” del Partito Comunista). Ma torniamo a noi.

Ciò nondimeno l’occupazione delle terre, l’esproprio dei feudi non erano di per sè atti “ sovversivi” tali da stravolgere gli assetti sociali ed istituzionali!? Pensa che non siamo riusciti ad applicare la stessa legge di Riforma Agraria ,votata dall’ARS il 22 novembre del 1950, in particolare nei titoli”I”e “II” che proponeva un limite alla proprietà e taluni obblighi  come le trasformazioni fondiarie ,la buona coltivazione, l’imponibile di manodopera!”

 Mi resi conto che avevo  di fronte un testimone importante che poteva comunque raccontarci un tratto della nostra storia menfitana inerente la Riforma Agraria e in particolare l’occupazione delle terre e il ruolo svolto da un indiscusso protagonista di quegli anni, ovvero Giuseppe Volpe ,“Peppi Urpi”. L’ing.Bilello si assestò sulla sedia, fece una piccola smorfia di disappunto, quasi a dirmi che l’argomento non era uno dei suoi preferiti. Ora dopo tanti anni non ricordo bene i particolari ma in sintesi la versione  dei fatti secondo Bilello era questa.

 Noi non abbiamo avuto una vera Riforma Agraria, se si eccettuano l’esproprio del feudo Fiore e qualche sporadica assegnazione di lotti, del tutto irrilevanti. L’esproprio del feudo Fiore fu un “capolavoro “ di “Peppi Urpi” anche se bisogna dire che contribuirono al successo talune vicende politiche che caratterizzarono opposte fazioni negli anni successivi il primo dopoguerra negli anni 1918-22.

 Le vicende successive al dopoguerra, dal 48 in poi sono complessi, turbolenti e di non facile lettura. Intanto il partito fu colto di sorpresa dalla partecipazione massiccia  e la mobilitazione da parte dei lavoratori della terra.Si era rotto di colpolo storico “sonno” di gattopardiana memoria.

 Dopo gli eccidi di Melissa in Calabria , la parola d’ordine era occupare le terre incolte o mal coltivate. Si riaprì di colpo l’annoso problema delle terre nel  nostro Mezzogiorno, riaffioravano ancora i ricordi di usurpazioni  di beni demaniali , di proprietà della “mano morta” e di proprietari con precario o nullo titolo di proprietà( per tutti leggasi “Il Consiglio d’Egitto” di Leonardo Sciascia) . Ma lo scenario non era completo: gli “agrari” non avrebbero ceduto facilmente i terreni, tantè che non esitano a ricorrere alla mafia , assoldano bande come quella di Giuliano,mobilitano i loro pastori e i gabelloti. Ma fanno di più: assoldano studi legali più in vista come,Virga, Orlando Cascio Ferro, Scaduto , attuano un fronte detto ,”l’offensiva della carta bollata”    Insomma mandano a dire chiaro e tondo che venderanno cara la pelle! I risultati di quegli anni sono sotto gli occhi di tutti: l’eccidio di Portella della Ginestra e decine di sindacalisti uccisi, tra cui il nostro vicino saccense Accursio Miraglia.

In questo contesto a Menfi si radicalizzano due posizioni nettamente distinte: La prima del Partito Comunista che occupando le terre chiede l’esproprio e l’assegnazione ai contadini poveri, mezzadri, braccianti. L’altra di”Peppi Urpi” che apre un varco di mediazione nel fronte degli “agrari” i quali sono disposti a vendere le loro proprietà e attraverso mutui ventennali( formazione della  piccola proprietà contadina). In un contesto così” fluido” e ingarbugliato, per la sinistra Peppi Urpi” appariva un” traditore” perché  traduceva il grande movimento per la riforma agraria in una  accomodante vendita da parte de grossi proprietari che venivano ristorati e rifocillati  dal denaro pubblico e da quello privato. La faccenda non è di poco conto perché nella transazione con i proprietari    la assegnazioni di lotti o di quote richiedeva un minimo di anticipo che i contadini poveri non disponevano, mentre i piccoli e medi  proprietari disponevano di risparmi tali da consentire loro di aggiudicarsi diversi lotti. Ai proprietari terrieri non fu strappato neanche un palmo di terra, essi vendettero a prezzo pieno di mercato. Insomma la tesi di Biello è che i proprietari fecero un affare. Di fronte al rischio concreto di una possibile confisca dei loro beni, ne uscirono con le tasche piene. Un esempio interessante è la vicenda del feudo di Belice dei Pignatelli. Un resoconto lo troviamo nel saggio di Vincenzo Lotà” Uomini senza Cappotto” ,  dove l’autore raccoglie la testimonianza della buonanima di Baldassare Li Petri. Qui mentre la Commissione provinciale verificava lo stato di incolto e mal coltivato del feudo per l’esproprio, “Peppi Urpi”concorda con l’amministrazione del feudo la divisione in lotti e la successiva vendita in violazione della legge e in affido a cooperative. Le ragioni addotte sono risibile : l’esproprio avrebbe dato la possibilità ai contadini di Castelvetrano di reclamarne il diritto, per il semplice motivo che il feudo ricadeva nel loro territorio. Non a caso lo stesso “Peppi Urpi” nella sua intervista a Danilo Dolci  nel libro “Spreco”, confessa che i proprietari terrieri nei suoi confronti manifestavano  benevolenza e stima se non ammirazione!.

Queste vicende furono occasione  di una amara riflessione sulla strategia del partito comunista nel sud e in particolare in Sicilia La posizione di Bilello si scontra con quella di Li Causi ,capisce che il movimento contadino è espressione di una variegata manifestazione di interessi disparati , spesso difficile contemplarli in un'unica strategia onnicomprensiva . Ci siamo infilati in un “cul di sacco”: esiste una palese contraddizione tra le scelte strategiche del partito a livello nazionale e le spinte radicali offerte dall’occupazione delle terre.Non si capiva bene se “ le cavalcate” verso i feudi  avessero un valore folkoristico tale solo per mostrare i muscoli, o di vera dirompenza sociale e politica. Qui  il vecchio dirigente comunista fa una riflessione teorica marxiana di elevato spessore culturale, e indirettamente risponde a Tarrow:”Ricordati” Pippinè “che le classi proletari , gli operai, e a maggior ragione le masse contadine , hanno “bisogno” della mediazione della borghesia! I salti nella storia non sono ammessi!”

Comprendo alla fine della chiacchierata che al vecchio dirigente comunista  gli costa molto ammetterlo, ma la strategia scelta da “Peppi Urpi” in fin dei conti, risultò vincente,  perché era di buon senso: questo vecchio contadino aveva realizzato una rivoluzione pacifica , alla fine tutti potevano, volendo ,disporre anche di un fazzoletto di terra ,  e  chi credeva nella terra, non si lasciò sfuggire l’occasione, era sufficiente  a fungere da “lievito” che, con le successive opere di bonifica e l’irrigazione, nel breve tempo di una due generazione, ha consentito a gran parte dei vecchi contadini di risvegliarsi imprenditori e comunque tali da cambiare scenario nelle campagne menfitane.

     

lunedì 20 ottobre 2025

Alimentazione, mangiare è ancora un atto agricolo?

 Peppino Bivona

Belìce di Mare Gennaio 2024

                                           “Der  mensch ist vas er isst “ l’uomo è ciò che mangia dice  Ludwig Feuerbach. Le nostre popolazioni rurali con altrettanto praticità  rispondevano:  “adinghi la panza , adinghila  puru di spini “ ( riempi la pancia , riempila anche se,di spine) .  


Un motto che nella sua semplicità   assicurava che tutto ciò che era naturale poteva essere considerato alimento,  era commestibile ,insomma il “cibo” era tutto ciò che poteva essere mangiato .  C’erto erano tempi in cui l’ingiustizia sociale faceva da corollario alla  povertà e alla  fame. Eppure  la povertà alimentare rurale spesso non era disgiunta da una “abbondanza frugale”  un apparente ossimoro ma  contrariamente alle condizioni di oggi ,che  pur paradossale che possa sembrare, al limite della illogicità , siamo perennemente  satolli e sovralimentati, ma  …sottonutriti.. La quantità primeggia sulla qualità ,i macronutrienti prevalgono  sui micronutrienti. Insomma in questi nostri  tempi moderni non abbiamo un buon  rapporto  col cibo, ( e non solo!) un giusto e misurato equilibrio:  viviamo  in  una perenne  esasperata apprensione  ,una fame insaziabile!.Le ragioni sono molte e complesse, le dinamiche economiche  che caratterizzano le vicende storiche dell’ultimo secolo ,non hanno risparmiato il cibo, l’alimento, che da un bene atto a soddisfare un bisogno diviene merce , cosi il suo valore di scambio prevale  o sopprime il valore d’uso.
Ma che cosa è successo alla nostra agricoltura? Quali profonde modifiche abbiamo apportato alla filiera alimentare?Cosa hanno di diverso i nostri alimenti rispetto a quelli consumati dalle nostre nonne?  Comprendere  la natura di tali cambiamenti  può aiutarci  a capire  come potremmo modificare il nostro rapporto con il cibo, per il nostro benessere e la nostra salute. Fin dai tempi fondativi dell’evoluzione degli ecosistemi, convergenti verso una sempre maggiore complessità, l’atto del “mangiare” è stato una relazione tra specie all’interno di sistemi che oggi chiamiamo catene o reti alimentari, oggi, vanno dall’uomo  e scendono giù fino al terreno. Le specie vegetali ed animali  sono entrati in una interattività ,  una relazione”coevolutiva” , si evolvono congiuntamente con quelle di cui si nutrono, sviluppando un legame di interdipendenza.
 Dicono le piante : “io ti nutrirò se tu propagherai i miei geni” . Un adattamento reciproco trasforma progressivamente una mela  in un frutto nutriente e gustoso  per un animale, e col tempo  attraverso tentativi ed errori  la pianta in generale  diventa più appetitosa ,dolce e attraente  al fine di catturare l’attenzione dell’animale e appagare i suoi bisogni, i suoi  desideri .Al tempo stesso l’animale acquisisce gradualmente gli strumenti digestivi come ad esempio gli enzimi. Nella catena alimentare è fondamentale  che gli elementi abbiano un buon grado di benessere  perché un disturbo potrebbe ripercuotersi su tutti gli altri organismi che  ne fanno parte. Cosi, se un suolo è malato   non strutturato o in qualche modo carente di qualche elemento nutritivo, si ripercuoterà sull’erba che vi cresce sopra, debole e malaticcia . La stesso varrà per le mucche che brucano quell’erba  e infine per le persone che bevono il loro latte .La lunga familiarità  tra certi alimenti e i loro consumatori ha dato luogo ad elaborati sistemi di comunicazione,sia verso l’alto che verso il basso della catena ,cosicché gli organi di senso finiscono per riconoscere i cibi che conviene mangiare dall’odore ,dal colore dal sapore .Perciò la maturazione dei frutti e spesso segnalata da un odore caratteristico,un colore brillante,un sapore tipicamente dolce, ma che opportunamente corrisponde al momento in cui i semi della pianta sono pronti  per andare via e germinare e non a caso coincide con la massima concentrazione di nutrienti e digeribilità . Oggi ,invece i cibi sono espressamente progettati  per ingannare i nostri sensi, attraverso aromi artificiali e dolcificanti sintetici depistando  il nostro odorato e l’olfatto .Con l’avvento dell’agricoltura ,diecimila anni fa , avvenne un grande mutamento  che peggiorò la salute  dell’uomo,provocando ogni sorta di carenza nutrizionale e non poche malattie infettive , messe sotto controllo solo nell’ultimo secolo. Ma il vero disastro lo abbiamo commesso nell’ultimo secolo : dal terreno fino ad arrivare al piatto sulla tavola, l’agricoltura industrializzata ha operato in una sola direzione , ovvero la semplificazione sia chimica che biologica . La nutrizione delle piante è affidata a tre macronutrienti  N,P,K , trascurando l’importanza dell’attività biologica del suolo , il contributo alla salute delle piante, dal complesso sistema sotterraneo  di batteri ,lombrichi ,funghi micorrizici. Le piante oggi sono più vulnerabili ai parassiti e alle malattie  e sembra si siano ridotte le loro qualità nutrizionali . Questa agricoltura ha “estratto “ dalla terra i macronutrienti  con un apporto di calorie non indifferente , ma questo guadagno quantitativo è avvenuto a spese della qualità Cosi  la vitamina C è diminuita del 20%  il ferro del 15% ,il calcio del 16% e le riboflavine del 38% , una vera inflazione nutrizionale  tanto che  tra qualche tempo dovremmo mangiare tre mele per avere la stessa quantità  micronutriente di una . Ma al declino della qualità  ha contribuito  la genetica e la selezione, indirizzata prevalentemente in funzione delle rese .Le nuove varietà di frumento nell’ultimo mezzo secolo hanno triplicato le rese  ma ridotto ,per esempio il ferro del 28%  ,lo stesso dicasi per gli ortaggi  come per le  mucche da latte . Ma non è finita , perché al peggio non c’è limite! La sciagura alimentare l’abbiamo compiuto negli ultimi decenni ,passando dalla “foglia” al seme” ovvero dall’utilizzo a fine alimentare  dalle strutture foto sintetiche “dirette”  alle  strutture conservative tipo  cariossidi delle piante
Ebbene, ci siamo chiesti perché il 75% del fabbisogno calorico e soddisfatto da 4 colture : mais, soia, grano e riso  e le loro coltivazioni interessano buona parte della superficie del pianeta? Per la semplice ragione che sono particolarmente adatti alle esigenze del capitalismo agroindustriale in particolare il mais e la soia . Queste piante sono eccezionalmente efficienti (mais c4) nel trasformare  l’energia del sole , i fertilizzanti ,l’anidrite carbonica e l’acqua in carboidrati ,lipidi e proteine racchiuse nel seme  i quali possono essere vantaggiosamente convertiti in carne, latticini, uova ecc. I semi possono essere facilmente trasportati per lunghe distanze , stoccati  per prolungati periodi e lavorati  nei modi più disparati ( vedi mais)
Ma, il diavolo fa le pentole ma si dimentica i coperchi, infatti la convenienza dell’agroindustria non coincide con le esigenze nutrizionali dell’essere umano che si è visto stravolto il modello alimentare  dalle fondamenta ,le cui conseguenze solo da poco tempo riusciamo a coglierne le implicazioni   . Ma cosa hanno di particolare le “foglie” intese nella loro eccezione di frutta ,verdura ortaggi che i semi (cariossidi ) non hanno?
 Le foglie forniscono nutrienti essenziali al nostro organismo  come antiossidanti ,fitonutrienti, fibre e soprattutto acidi grassi omega 3 . Ma gli omega 3 non si trovano nel pesce?  Si ma la ricchezza di questi acido grasso lo troviamo in alcuni tipi di pesce( azzurro) che  si nutrono di piante verdi  specificatamente di alghe .Ma, benedetto iddio, se lo producono le alghe, piante primitive  perché non dovrebbero produrlo le foglie di cavolo ,lattuga o spinacio? Ebbene ,si ,le foglie delle piante verdi producono questi acidi grassi nella membrana cellulare dei cloroplasti  dove contribuiscono alla captazione delle radiazioni luminose . Invece  i semi ,i cereali in genere sono ricchi  di omega 6 che servono come riserva di energia per lo sviluppo dell’embrione, ovvero della futura piantina.
Per  capire il  ruolo di questi due acidi, omega 3 e omega 6 bisogna leggere l’affascinante libro  di  Susan Allport :”The Queen of fats “. Questi due acidi essenziali hanno funzioni diversi nel nostro organismo . gli omega 3  hanno un ruolo importante nello sviluppo funzionamento del cervello nella permeabilità delle pareti cellulari, nel metabolismo del glucosio , nel controllo delle infiammazioni ecc. . Gli omega 6 sono implicati nell’accumulo dei grassi nella rigidità delle pareti cellulari  nella coagulazione del sangue . Poiché i due acidi competono tra di loro per lo spazio nelle membrane e per l’attivazione dei vari enzimi , è di estrema importanza è il mantenimento di un giusto rapporto tra i due acidi. Ebbene nella dieta delle nostre nonne il loro rapporto era di 1/3 , oggi siamo  arrivati a 1/12.
Ciò che vale per noi  e valso per gli animale ,i quali  sono stati privati del loro cibo naturale ovvero erba e foglie e sono stati rimpiazzati con sfarinati ipercalorici a base di mais e soia. Con quale risultato?  A parte lo stato di salute precario e il costante ricorso a sulfamidici e antibiotici,sono diminuiti ,nelle carni ,nel latte e nelle uova  gli omega 3 e aumentate gli omega 6 , inoltre spesso la selezione  delle piante coltivate ha un tenore in omega 3 nettamente inferiore a quelle spontanee vedi il caso della Portulaca o di alcune chenopodiacee.
Molti studiosi sono convinti    che questi livelli storicamente bassi di omega 3  e di contro,invece sensibilmente alti per gli omega 6 , siano responsabili di buona parte delle malattie croniche( cardiovascolari, diabete ecc.), sono da  associare esclusivamente al  nostro modello  di agricoltura e allo stile alimentare .
Una alimentazione degli animali a base di erba ,ovvero pascoli ,magari polifite cambiano radicalmente il profilo nutrizionale dei prodotti  come la carne, il latte formaggi e le uova . Non sono assolutamente commensurabili con quelli provenienti da allevamenti a stabulazione fissa e nutriti con sfarinati di soia e mais , perennemente ammalati e imbottiti preventivamente di antibiotici.
“ mangiare è un atto agricolo” disse con felice espressione Wendell Berry . Noi possiamo non essere solo semplici consumatori passivi, ma compartecipi  della creazione dei sistemi che ci nutrono
Secondo come spendiamo il nostro denaro nell’acquisto dei cibi, possiamo sostenere una agricoltura industriale  indirizzata alla quantità ,alla sola  convenienza, i cui “valori”  sono indifferenziati ,omogeneizzati ,banalizzati. Possiamo, di contro, spendere il nostro denaro per alimenti  trasparenti  intrisi di “valori” come la qualità e  salute .Si, salute, nel senso più ambio del termine. 

sabato 11 ottobre 2025

Il cavaliere Giuseppe Volpe


Il cavaliere Giuseppe Volpe
(Peppi  Vurpi)





di Peppino Bivona   
Belice  di Mare  2018
  
Al circolo Universitario quel pomeriggio  le ore trascorrevano   lente e pigre, quando in lontananza sentimmo il rumore delle
saracinesche abbassarsi con  sincronica sequenza, l’ultima, quella più rimbombante, che destò i più intorpiditi, arrivò dalla
rivendita di tabacchi  di don Lillo  Tavormina, di fronte al nostro Circolo.  
 Ricordo che la buonanima di Filippo Alesi,a cui la curiosità non faceva difetto, si alzò, apri l’ampia  vetrata che dava sulla strada ed esclamò 
“Si portano a Peppi Vurpi|!”
 I più, noncuranti, non si distrassero più di tanto, continuarono la lettura del giornale, ma Filippo mi rivolse lo sguardo e dal segno della testa, compresi ch’era doveroso tributare un ultimo saluto a questo singolare personaggio che per più di mezzo secolo fu protagonista delle vicende menfitane .
Ci accodammo allo striminzito corteo funebre , poche persone , ancor meno la presenza di  parenti.
  
Di Peppi Vurpi eravamo attratti  da una singolare curiosità, in modo   particolare dopo aver letto la sua intervista rilasciata a Danilo Dolci in “ Spreco” .Una personalità  dall’aspetto modesto e dai modi semplici, ma che inevitabilmente lo troviamo al centro dei nodi cruciali della vita politica menfitana, tra vicende storiche complesse  e talvolta complicate ,che per anni hanno animato  accesi
dibattiti  dando luogo a giudizi contrastanti.
Per anni lo abbiamo visto seduto dietro il bancone della rivendita di tabacchi in via della Vittoria, con lo scialle sulle gambe, premurosamente accudito dalla moglie e dalla
cognata santamariganterese.
 “ Cavalè ,una nazionale ed una esportazione senza filtro”  e lui calmo e docile apriva la bustina ed introduceva le due sigarette per 20lire. Dietro il bancone sembrava piccolo ,piccolo, eppure  per questo paese  era stato un “Gigante”
La lunga strada che porta al cimitero conta un paio di kilometri , non molti  ma neanche pochi ,in verità sufficienti a meditare sulla vita del defunto, quasi a consentirne un singolare bilancio, certo disgiunto  dalla pietà che si deve  per chi lascia  questo mondo.
“Resta nella storia” dissi rivolgendomi a Filippo e rompendo il silenzio “Che un ammanco di grano di diversi quintali sottratti alla Cooperativa Colajanni, nel dopoguerra, possa essere imputabile ai  passeracei voraci che ,cip cip ,giorno e notte  trasportavano attraverso una finestrella ,nei loro nidi gran parte del grano stoccato in magazzino”
Filippo, rallentò un poco il passo, poi riprese” La verità è che voi comunisti non l’avete mai “digerito” un uomo che non fosse legato ad alcuna ideologia, fuori dagli apparati, che pensa con la sua testa: vi risulta alquanto scomodo. L’esproprio del feudo Fiore  resta il suo vero “capolavoro” .Ti sei mai chiesto perché solo a Menfi il movimento “Reduci e Combattenti” divenne vincente? Perché a Ribera come in altri paesi non avvennero alcun esproprio? Peppi Vurpi ebbe l’intelligenza di motivare l’esproprio del feudo Fiore non solo per distribuire le terre ai combattenti ( come era stato promesso da Diaz sul fronte del  Carso) ma legarla ad una giustificazione di natura sanitaria ,ovvero quei terreni incolti o scarsamente coltivati erano la vera e principale fonte di malaria”
Restammo un po’ indietro  in previsione che la discussione potesse accendersi.
Replicai:”L’esproprio del feudo Fiore è ancora tutto da scrivere. Resta comunque il fatto che Peppe Vurpi non ha mai creduto alla Riforma Agraria, neanche quando nel dopoguerra militò nelle file del partito Comunista. Anzi molte delle sue azioni furono indirizzate a contrastare i pur minimi tentativi di espropriazione di terreni incolti o scarsamente coltivati”. Filippo si fermò accese la sigaretta e replicò “ Se dobbiamo dire la verità, e si eccettua qualche dirigente regionale ,come Li Causi, il partito Comunista nazionale non aveva capito niente dei problemi della terra e dei contadini. In fondo restava prigioniero della visione marxista-leninista, dove la classe operaia era la sola designata a realizzare la rivoluzione”
Ora si vedevano i primi alberi lungo la strada del camposanto. Capii che Peppi Vurpi, per meglio “decifrare” la sua vita avevamo bisogno di molti altri Kilometri            

 Il corteo si arrestò al cancello del cimitero , tra i pochi che si avvicinarono alla bara  scorsi
l’ingengnere “Sasa” Li Petri.  Alzo il suo lungo braccio, come a chiedere attenzione e con voce commossa rotta dall’emozione esclamò :
“ Peppe questo paese  ti ha lasciato  solo   non ha  avuto il “coraggio”  di riconoscere i tuoi meriti,il tanto bene che hai fatto per loro.
Sono rimasti a casa  hanno avuto “paura” di tributarti  l’ultimo saluto!
 Ma io sono certo  che un giorno i loro figli e nipoti ti saranno grati per quanto  hai saputo fare per questa  comunità.”
Il geometra Rosario Li Petri non parlava molto ma quel pomeriggio  aveva una gran voglia di raccontare come erano andati i fatti !
Tra i tanti che erano rimasti a casa c’erano alcuni che non hanno mai condiviso il trasformismo di Peppi Vurpi ,  considerandolo privo di una coerenza ideale e politica.
Resta innegabile che Il nostro Peppe da vero contadino  aveva saputo interpretare quell’atavica “fame “ di terra , Quella terra che quei “dannati “ se la sentivano addosso come una seconda pelle.  Questa terra da lavorare , che esigeva
fatiche quasi disumane,  da mattina a sera , col cado e con la pioggia o col vento, tutti i santi giorni:  doveva
essere  Sua,aveva il sacrosanto diritto di averne il pieno e totale possesso!
 Il frutto del suo sudore non andava spartito con nessuno!
 Oggi  a distanza di molti anni  attraversiamo  distratti  queste nostre campagne menfitane, godiamo di un paesaggio agricolo unico ed inconfondibile, espressione di una ruralità ,un  tessuto  sociale,  di una struttura  economica   felicemente  e armoniosamente  combinati.
Ebbene, Si, questo piccolo miracolo  lo dobbiamo in buona parte  a questo piccolo modesto lungimirante contadino

martedì 7 ottobre 2025

I barbari domestici

 


Peppino Bivona

Belice di Mare, Agosto 2024

 


   Il viandante che attraversa le nostre contrade è attratto  dalla campagna menfitana per un suo particolare  ed irresistibile fascino: interagisce,si articola, si lascia coinvolgere con lo sfondo azzurro del mare africano.

 Un panorama particolare,una scenografia accattivante  che si lascia godere appena si  abbandona l’entroterra  e si scende verso la costa. Un susseguirsi  ininterrotto di  ampi gradoni ovvero  di terrazze marine che leggermente degradano verso  il  mare aperto.

Se invece il viandante percorre la vecchia statale 115 da est ad ovest e viceversa , la scena appare più intrigante. Al susseguirsi di docili colline  che si alternano a fondovalle, si distendono  piccoli  appezzamenti regolari, delimitanti  i carciofeti, i pochi seminativi, qualche uliveto  e le ampie distese di vigneti.

Il mare, come per gioco, vi  appare e poi subito scompare, ad una curva si cela per poi inaspettatamente  svelarsi ,mostrando tutta la sua calma distesa, il suo inconfondibile colore. Questa magia ci viene regalata  grazie  ai dodici kilometri di costa, che sommati  a quelli belicini,  fanno un tratto di campagna-costiera, dal Belice al Carboj , decisamente unico. Il verde dei  vigneti o il giallo dei seminati “sfociano “ nell’azzurro del mare.

Se la campagna mostra il suo fascino,l’agricoltura  di questi luoghi deve fare i conti con le frequenti mareggiate  che, trasportando goccioline di salsedine, non risparmiano  le coltivazioni litoranee. Perciò i contadini  hanno studiato tutta una serie di apprestamenti per difendere le loro coltivazioni. 

Lo chiamavano Peppe di Mare, un curioso soprannome ,perché  non era  un pescatore bensì un contadino , povero quanto e forse più dei marinai del luogo. Possedeva buona parte della collina che sovrastava l’antico borgo marinaro che come un ampio terrazzo, si affacciava nello stupendo mare tra le “ Solette” e la “Conca della regina”.

Suo nonno l’aveva comprata dai principi Pignatelli per pochi denari ,nessuno  aspirava  a possedere quella  “bella” ma sterile collina. Ma al povero Peppe  quella “ bellezza “ non  lo incuriosiva più di tanto, in fondo l’incanto  suscitato  per le attrattive paesaggistiche  è stata  tutta una” invenzione” della modernità. Peppe come suo padre non si lasciava incantare né  distrarre da questo paesaggio mozzafiato, impegnati  come erano,  da mattina a sera,con la schiena curva, a zappettare il grano  in primavera  o a mieterlo nel mese di giugno. Quel grano cresceva a stento,vuoi per la cattiva natura del terreno, prevalentemente argillosa , ma ancor più, per le sferzate di vento carico di salsedine che flagellava la coltura. Così come  la vegetazione costiera per  difendersi cresceva  poco e restava  bassa quasi strisciante, raramente le spighe di grano riuscivano ad arrivare a buon fine . Le buone annate nella vita di Peppe si contavano come le dita della mano !

 All’epoca  c’era un tempo per ogni cosa:  dopo la mietitura e la successiva trebbiatura, i lavori agricoli  si placavano, perciò arrivava il tempo   di “andare al mare” .

La partenza era sempre  animata, movimentata , al vocio chiassoso di noi ragazzi ,si imponeva l’ordine perentorio degli adulti ai quali spettava il compito di caricare sulla mula la brocca  con l’acqua, gli ombrelli grandi e neri, le seggiole basse  e tante altre cose  ritenute di pratica utilità. Dalla vecchia casa posta sulla sommità della collina la “carovana” seguiva il vecchio Peppe che con la sua mula faceva da battistrada giù per lo stretto  viottolo  e si snodava  tra gli asfodeli e le palme nane,  i giunchi,   sospeso tra cielo e mare. Dopo infinite curve, finiva, quasi di sorpresa,a ridosso della  mitica spiaggia delle “ solette”. Un tratto di arenile a forma di  mezzaluna che si estendeva alla fine di una profonda vallata, mentre poco distante, nel mare aperto, una serie di rocce affioranti   piatte e irregolari  si allungavano  di fronte a noi  come tante piccole isolette( o come diceva il vecchio Peppe “solette” ovvero come le  suole delle scarpe).

Questi “luoghi” appartenevano a Peppe e ai   pochi abitanti  della zona.

Era  tutto il suo mondo. ”Suoi” erano le  fredde giornate invernali,  quando  la pioggia insistente e violenta , si abbatteva  inesorabilmente sul suo volto e su quel sottile strato  di  suolo  argilloso  mentre cercava di affidare il seme al terreno.”Suoi”  i venti  infuocati di tramontana che puntualmente arrivavano nei mesi più caldi  ad abbrustolire le poche stoppie. “Suoi” le  raffiche  di scirocco  carichi  di salsedine che danneggiavano irreparabilmente la vegetazione. “Suoi” le fatiche quotidiane ,il sudore per strappare a questa avara terra un misero raccolto.

Così come  “Sue” erano  le prime brezze che nelle giornate più assolate sentiva salire dalla costa,cariche di profumo di mare, sature  di essenze floreali.  “Suoi” erano i   chiarori di luna che scopriva  la mattina presto,una luna piena e rotonda,che  prima di tramontare,   di tuffarsi , si specchiava  nell’argenteo mare .”Suo” era il silenzio , tanto silenzio , interrotto a tratti dal  canto degli uccelli o dal rumoreggiare del mare. “Suo” era questo piccolo  tratto di spiaggia,questo mare….

Tutto questo rappresentava per il vecchio contadino il suo   patrimonio  materiale e spirituale, tutto quanto costituiva la sua unica ricchezza che un giorno avrebbe trasmesso  per intero  ai suoi figli e nipoti.  Questa terra ,diceva il vecchio Peppe ,era  la sua “croce e delizia”.

Se i luoghi hanno un’anima, come dice Hillman, di certo sono sedi di uno spirito  del luogo,il”genius loci”.

Peppe di Mare e i suoi si erano  “guadagnati”  l’anima di questi luoghi  attraverso la lenta ma costante  accumulazione e deposito degli affetti, operata  per decenni  da diverse generazioni che li  l’avevano vissuto, rispettandone la natura, il senso del limite, la sobrietà , l’interiorità ,la forma.

 Peppe possedeva un rapporto intimo e cosciente con quel “luogo”, aveva consolidato una cultura stabile e “sostenibile” che aveva alle spalle una visione conservativa, la sua esistenza era segnata dalla ciclicità, costellata da una intensa vita cerimoniale e rituale. Per Peppe abitare voleva  dire permettere all’anima dei luoghi di manifestarsi  in chi vive in quel posto, assorbirla in sé, rispettandola e rilasciandola in modo creativo , cosi che l’abitare diviene un atto “sacro”.

 Molto probabilmente gli antenati di Peppe  circondavano di pietre i luoghi che ritenevano sacri per proteggerne lo spirito e  la sua identità : cosi nascevano i templi consacrati alle divinità.

 

 Di certo  questo scenario sembrava non dovesse avere mai fine .

Ma un giorno all’improvviso arrivarono i barbari,  alcuni venivano da lontano  ma i più erano nostrani .Predoni, come uccelli rapaci calarono dall’alto, comprarono tutto, si appropriarono delle “delizie”, il meglio che quei luoghi potessero esprimere. Scavarono, livellarono, costruirono con razionalità strumentale, con praticità riduttiva  e in nome della funzionalità squarciarono l’interiorità dei luoghi.

Ora ne fruiscono per soli pochi mesi estivi,distratti, annoiati :efflorescenze  senza radici!

 I barbari nostrani, non hanno “storia”, sono senza passato né memoria ,sono portatori  di un modello “civilizzato”  che privatizza il panorama che reprime la “bellezza”,  impedisce le emozioni offende il sentimento , prepara il deserto!