venerdì 12 ottobre 2012

Le fattorie sociali, uno strumento di valorizzazione del territorio



Le fattorie Sociali, uno strumento di valorizzazione del territorio" Convegno a Piazza Armerina . L'appuntamento segue l'istituzione con decreto del Tavolo tecnico permanente riguardante le "Fattorie Sociali". Si tratta di imprese economicamente e finanziariamente sostenibili che svolgono l'attività produttiva in maniera integrata con l'offerta di servizi culturali, educativi, assistenziali, formativi e occupazionali a vantaggio di soggetti deboli, e in collaborazione con istituzioni pubbliche e con il vasto mondo del terzo settore. Lo scopo delle "Fattorie Sociali", è di realizzare un confronto ed un dialogo tra le parti sociali, pubbliche e private, al fine di individuare soluzioni e formulare proposte in merito all'implementazione del sistema.
A tal fine Confartigianato Donna Impresa e l'associazione Aurora onlus hanno organizzato il convegno “Le fattorie sociali, uno strumento di valorizzazione del territorio”   a Piazza Armerina  al quale hanno preso parte   Maria Concetta Cammarata - Confartigianato Sicilia, Salvatore Cacciola - Presidente Rete Fattorie Sociali Sicilia,  Nino Sutera - Assessorato Regionale Risorse Agricole e Alimentari, Maurizio Stellino - Agronomo Fattoria Sociale Il Mandorleto, Ivana Calabrese - Presidente Associazione Aurora Onlus


  

giovedì 4 ottobre 2012

Il “miracolo” del fico




Giuseppe Bivona


Matteo cap 21; 18
 “La mattina tornando in città , Gesù , ebbe fame. E visto un fico lungo la strada, gli si avvicinò, ma non trovandovi altro che foglie disse” Da te non nasca più frutto in eterno” E subito il fico seccò.
I discepoli nel vedere questo , rimasero stupiti  ed esclamarono: “ Come mai questo fico si è seccato all’istante” Gesù rispose dicendo loro: “ in verità vi dico : se avete fede e non esiterete , farete non solo come è stato fatto a questo fico , ma quant’anche diciate a questo monte: levati di là e gettati a mare , sarà fatto”
Secondo l’evangelista Marco . Gesù  si avvicinò al fico per mangiarne i suoi frutti , ma no ci trovò che foglie “ Perché non era tempo di fichi “  e dirigendogli la parola disse: “ Che nessuno mangi  più dei tuoi frutti “.
Gli apostoli ripassarono di buon mattino e videro che il fico era secco fin dalle radici.
L’evangelista Luca , ci racconta la sua versione ponendola  sotto forma di  parabola: “Un uomo aveva un fico piantato nella sua vigna . Andò a cercare i frutti , ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo. “ Ecco, sono già 3 anni che vengo a cercare  frutti da questo fico e non ne trovo; taglialo. Perché deve occupare  il terreno inutilmente?!” Il vignaiolo gli rispose :” Signore  ,lascialo solo quest’anno  per darmi il tempo di scavare tutt’intorno e mettergli il concime, se farà dei frutti bene; se no, lo taglio.”
Nel quarto vangelo,di Giovanni , l’episodio scompare di sana pianta. Giovanni , intelligentemente comprende il pericolo ideologico insito nella storiella: “ fai quello che voglio io, o ti distruggo”.
Questo comportamento , insolito in Gesù somiglia molto al Dio degli ebrei , che manda il diluvio universale per annientare tutte le genti, che  colpisce con pestilenze gli egiziani, annienta intere città come Sodoma e Gomorra .
Il povero fico è colpevole  di non aver soddisfatto le voglie di Gesù e per questo  merita di seccare.
Diviene poco importante dire se era stagione dei fichi o meno, diviene  essenziale sottolineare  come il fico, malvagio e insensibile alla fame di Gesù, non aveva fichi da donare!
E se , metti  caso, fosse passata  poco prima , la mia amica Clara, gran divoratrice di fichi , mangiandoseli tutti , senza lasciarne alcuno, cosa  avrebbe dovuto fare il povero fico? Impedire  alla golosa  Clara di prendersi tutti i frutti, perché sicuramente di li a poco sarebbe passato un tal  Gesù  con una gran voglia di farsi una scorpacciata di fichi?
No, l’albero del fico  non merita una così ingiusta condanna  anche se si tratta di una stupida favoletta . Gli evangelisti Marco e Matteo  s’inventarono questa  stravagante storiella  per piaggeria verso i Farisei.
Il fico è una pianta straordinaria , umile e sobria capace di adattarsi alle condizioni più estreme e difficili, regalandoci frutti  di eccezionale  squisitezza proprio  nel pieno della calura estiva.
Eppure, malgrado la “condanna” evangelica , per strano che possa sembrare , il miracolo del fico  esiste davvero !
A svelarcelo è il fisico Kervran , osservando le profonde modificazione  quali –quantitativi che avvengono in tutti i frutti sottoposti all’essiccazione , si badi bene ,  da effettuarsi lentamente  ed al sole!.
In un capitolo  del suo libro “Prove  in biologia delle trasmutazioni a debole energia” riferisce come nella frutta  secca e in particolare nei fichi essiccati al sole  ,il rapporto tra gli elementi  cambia rispetto  a quella fresca  e, pure di molto . Il processo innesca reazione enzimatiche complesse che  trasformerebbero gli elementi di partenza.
Kervran  sostiene  che , curiosamente queste modifiche “strutturali” sono sotto gli occhi di tutti  e  si possono  leggere  in tutte le tabelle nutrizionali dove  presenterebbero  dei bilanci  vistosamente “ errati” .
Nessuno  ha mai mosso una, se pur minima obiezione , ma  di fatto questo  conferma  e consolida  i risultati  delle analisi e  delle scoperte effettuate  da Kevran .
Osserviamo i valori  degli elementi  in questa tabella , si riferisce a 100 grammi di fichi freschi e successivamente essiccati.
Non conosciamo la diminuzione in peso  durante il processo di essiccazione, ma non ci interessa più di tanto. E’ importante la variazione dei rapporti  fra i vari elementi che dopo l’essiccazione   che risultano  vistosamente mutati
Elemento                           fresco                          essiccato                            variazione
Calcio( Ca)                         35mg                                 70mg                                  x2
Ferro(Fe)                            0,37mg                             0,88mg                               x2,38
Magnesio(Mg)                  17mg                                 29mg                                  x 1,7
Fosforo(P)                          14mg                                 29mg                                  x 2,1
Potassio(K)                         232mg                               294mg                               x1,27

Le popolazioni rurali del bacino del mediterraneo , dalla Grecia alla Turchia, dalla Tunisia alla Sicilia hanno trovato nei fichi secchi un valido sostentamento  energetico  particolarmente durante i mesi invernali
. Ma vi è di più .La popolazione  femminile  delle aree particolarmente impegnate nella coltivazione e conservazione dei fichi , come alcune zone pedemontane della Sila, della Basilicata e del Cilento, fino a qualche decennio fa  sconoscevano i sintomi dell’osteoporosi , la loro massa ossea fino a tarda età non subiva  alcuna decalcificazione .   Oggi con la rivoluzione del sistema agro-alimentare ,siamo inondati da cibi ultraraffinati  ,dagli odori e sapori sapientemente accattivanti , vistosamente confezionati. Usciamo dal supermercato con il carrello stracolmo di cibo spazzatura  per poi completarne il percorso con voluminosi sacchetti per la “spesa”, nella vicina farmacia.
Il matrimonio con i fichi secchi , resta un nostro  lontano, sbiadito ricordo. Erano tempi  dominati  dall’ abbondanza frugale , dove mancava il superfluo e i  bisogni   coincidevano con l’essenziale.
Eppure il futuro  era carico di speranza e si aveva piena fiducia nell’avvenire, il domani era visto con ottimismo .
Oggi , deridiamo, satolli, il cosi detto “matrimonio con i fichi secchi” ma il futuro  ci appare carico  di incertezze, viviamo  assediati  dall’angoscia, dall’ansia di non essere all’”altezza”.
Ma per fortuna il nostro fico  esiste ancora, se ne sta calmo  e paziente sotto i raggi del sole infuocato.
Ci aspetta al varco, sa che questa follia consumistica “ha da passà”, come  a ricordarci , che presto un giorno raccoglieremo uno ad uno i suoi preziosi frutti , senza lasciarne alcuno a terra.

sabato 22 settembre 2012

Le radici del mito : dalla Grande Madre a Demetra e Kore, alla nascita dell’agricoltura




Giuseppe  Bivona


                     Nel Paleolitico la religiosità più diffusa e prevalente è quella della Grande Madre,espressione teologica dell’archetipo dell’eterno femminino. Una grande dea  senza volto ,raffigurata con i simboli che si sono  profondamente radicati  nell’inconscio collettivo e interiorizzati nell’immaginario umano( vedi  la Grande Madre junghiana) 
 L’uomo paleolitico sente impellente l’esigenza  di ricercare un “principio” ovvero  la fonte della vita. Incredulo osserva la donna, la sola a possedere il segreto della vita , il potere di generare , nutrire accudire. L’uomo  non ha ancora la piena  consapevolezza del suo ruolo nel processo fecondativo  ,non connette  alcuna correlazione  tra  l’atto copulatorio e l’ingravidamento , tanto  che considera agenti fecondanti  il raggio della luna, o eventi atmosferici  quali , il vento ,l’acqua…
Cosi nei graffiti  rinvenuti nelle caverne,   l’uomo si ispira alle divinità , raffigura con particolari tratti iconografici  le Veneri  del Paleolitico, oppure le modella :  tutte  comunque ritratte gravide e dai seni prosperosi e prorompenti  . Una divinità onnipotente , onnisciente , una dea partenogenetica  che crea dal nulla  la vita , perpetua la specie, assicura la continuità dell’esistenza.
Perciò  il Paleolitico è dominato dal matriarcato ovvero dal ” potere” femminile  .
Con il passaggio  dal Paleolitico al Neolitico   accade una rivoluzione epocale. L’ uomo  affina le sue capacità  di addomesticare  alcuni animali , alleva in cattività il bestiame  e curiosamente  nell’assistere all’ accoppiamento  tra i sessi ,  prende coscienza  del suo ruolo decisivo  nel generare  una nuova vita , correla l’atto sessuale con la fecondità femminile. Il disincanto ha un prezzo non indifferente .La figura  dell’antica Madre senza volto viene rielaborata , trasformandosi in divinità poliedrica che si carica di valenze simboliche . Nascono d’ora in poi le figure maschili divine : il “paredro” della dea , suo figlio e fecondatore  che muore come spirito della vegetazione , per rinascere la primavera successiva. Lentamente ma inesorabilmente prelude il passaggio dalla società matriarcale  a quella patriarcale
Ora , prende avvio la divisione  sessuale del lavoro. L’uomo si dedica alla caccia, mentre la donna oltre ad accudire la prole, diviene raccoglitrice, di frutti, tuberi, radici e semi. Sono in particolare questi ultimi  ad attrarre l’interesse  perché costituiscono una riserva strategica per la sopravvivenza della comunità nei lunghi mesi invernali. Tuttavia i cereali selvatici mal si prestavano alla raccolta ,nel loro habitat naturale , ovvero spontanee,  non sono in grado di trattenere i semi, li lasciano cadere  facilmente, basta una leggera brezza .Le donne raccoglitrice, camminando  nei campi aperti , malgrado tutte le attenzioni e le accortezze del caso , non riuscivano che a raccogliere il 10-20%  della reale disponibilità  messa a disposizione dalla natura .
Finchè un giorno  una donna ,successivamente poi divinizzata Demetra , non scorse tra le migliaia di spighe  “una” in particolare caratterizzata da una peculiarità, ossia  non-disperdeva i suoi semi. Essi restavano   attaccati al rachide ,  avvolti  e protetti dentro gli involucri, anche se venivano scosse con forza
.Questo fu  il dono che Demetra fece agli uomini!
 Questa apparente  banale  osservazione  della donna-Demetra è la vera grande rivoluzione del neolitico. Appare ovvio che questo carattere non-disperdente dei nuovi semi di grano  non poteva sopravvivere senza la coltivazione , ossia senza l’operosità dell’uomo,  per la semplice ragione che i “nuovi”  chicchi  hanno perso molti meccanismi di sopravvivenza ,in particolare  la capacità di disperdere i semi .
I semi del grano  di Demetra , sono  di dimensioni maggiore, maturano uniformemente, ma hanno perso alcuni dispositivi di difesa, compreso i necessari  tempi  di quiescenza. Ecco, allora, che  interviene un’altra donna, successivamente divinizzata Kore, figlia di Demetra. Il seme va sotterrato in autunno-inverno  per  poi risvegliarsi rinato, come nuova pianta , in primavera. Prende avvio cosi il “ciclo del grano”. La semina, le prime mietiture con la rozza falce di selce, il trasporto al villaggio , la battitura e poi il vento che ripuliva i dorati chicchi dalla pula….. Ma cosa sarebbero mai i Misteri eleusini  se non le pratiche agricole che avviavano l’iniziazione verso  i primi modelli  che compendiassero le pratiche agricole?
I miti , i riti e i simboli , nascondono  pratiche  estremamente concrete  Eppure ogni atto, può  e deve  essere il supporto di una elevazione interiore, perciò era estremamente importante per i primi raccoglitori- contadini essere in sintonia con le forze cosmiche, con le quattro fasi della  luna e con quelle del sole, con i ritmi delle stagioni . L’origine “sacra”  dell’agricoltura.
Il culto di Demetra si radicò profondamente e si diffuse capillarmente in Sicilia , in modo  particolare,in quelle aree feraci di messi  che facevano dell’isola una delle terre più note per la produzione di grano. 
La dea di Morgantina    è di certo Demetra , la dea dalle braccia “giunoniche “,  non ha alcuna identificazione con  Afrodite  . manca  quella prorompente sensualità. Quel chitone che  maliziosamente scivola  sulla spalla .
Demetra di Morgantina  ha una fisicità matura , lontana dalla snellezza sensuale  della dea dell’amore , la sola a cui sembra rendersi funzionale. No. Demetra  ha una bellezza  “organica”  la sua possenza   corporea   non inficia  l’armonia del fisico , il vento sembra accarezzare la veste ,sospingendola dal di dietro,  senza comprometterne il pudore.
Demetra , è l’archetipo femminile delle  nostre “giovani” nonne , belle, mature  dal fascino  materno , segnate ,non più di tanto, dalle fatiche domestiche o dai lavori dei campi, dai capelli naturalmente cenerei ,segni indelebili di una vita vissuta E noi,  nell’ammirarli ,li fissavamo  estasiati . Ad ogni trascorso  , sembrava che la loro bellezza da “fuori “ migrasse lentamente, con grazia ,verso “dentro”. Si arricchivano  di una bellezza interiore fatta di  saggezza, equilibrio ,armonia,bontà….. 

martedì 28 agosto 2012

GeniusLoci De.Co. Sicilia


MENFI -AG-
Percorso di progettazione partecipata per la valorizzazione dell’identità 
dei luoghi attraverso le De.Co. (Denominazione Comunali)


La Denominazione Comunale (De.Co.) impropriamente dette anche Denominazione comunale d’origine, è la nuova frontiera sulla quale possono operare le amministrazioni comunali per salvaguardare l'identità di un territorio legato ad una produzione specifica, con pochi e semplici parametri, il luogo di “nascita” e di “crescita” di un prodotto e che ha un forte e significativo valore identitario per una Comunità.
 Si tratta  di un sistema che vuole difendere il locale rispetto al fenomeno della globalizzazione, la quale tende ad omogeneizzare prodotti e sapori.
Nelle arti e non solo, il "GeniusLoci" rappresenta concettualmente quello "spirito" percepibile, quasi tangibile, che rende unici certi luoghi ed irripetibili i momenti: uno spazio, un edificio, un monumento. Non solo: il Genius Loci è anche nelle immagini, nei colori, sapori e profumi dei paesaggi intorno a noi, che tanto spesso, anche all'improvviso, ci stupiscono ed emozionano.  
Il Percorso di progettazione partecipata GeniusLoci De.Co.Sicilia non è il tentativo vano di catturare ciò che non può essere in alcun modo sintetizzato per mezzo di linguaggio naturale o meno, ma di proporre spunti di riflessione  da vivere in prima persona, attraverso dei mezzi di trasporto fisici o virtuali della modernita‘.  L’obiettivo,  riuscire a realizzare una rete dei comuni  De.Co. per  valorizzare quei prodotti di nicchia che  inducono gli appassionati  viaggiatori   ad andare ad acquistare e degustare i prodotti nelle loro zone di produzione,  per promuovere l’offerta  integrata “del” e “nel” territorio, piuttosto che mettere su strada le merci.
Il  percorso, promosso dalla Libera Università Rurale Saper&Sapor Onlus di Sambuca di Sicilia, e destinato a  un gruppo di “stakeholder” (liberi cittadini,  pro-loco, associazioni, organizzazioni professionali di categorie, assessori comunali e provinciali, giornalisti,  Gal,  e  gruppi informali) 
L’obiettivo dell’iniziativa: spirito di squadra, tutela dell’identità dei luoghi,
in un’ottica sempre più glocal
 L’identità é un valore incommensurabile,  il prodotto può essere copiato, l’identità di un territorio no.
Se pensi che puoi dire la tua, unisciti al gruppo inviando un email lurss.onlus@virgilio.it    (nome cognome, associazione, e/o logo in JPEG 

giovedì 23 agosto 2012

“Peppe di mare” e i barbari domestici



                   Giuseppe Bivona


“ Mediocri e normali sembrano non avere che una sola aspirazione: annusare le ascelle al potere”
Da “Nel segno dei gemelli”
Lo chiamavano con questo curioso soprannome “Peppe di mare” non era però un pescatore, bensì un contadino , povero quanto e forse più dei marinai del luogo. Possedeva buona parte della collina che sovrastava l’antico borgo marinaro, che come un ambio terrazzo si affacciava nello stupendo mare tra le “ solette” e la “conca della regina”. Suo nonno l’aveva comprata dai principi Pignatelli per pochi denari ,nessuno  aspirava  a possedere quella  “bella” ma sterile collina. Ma al povero Peppe  quella “ bellezza “ non  lo incuriosiva più di tanto, in fondo l’incanto  suscitato  per le attrattive paesaggistiche  è stata  tutta una” invenzione” della modernità, lui come suo padre non si lasciava distrarre da questo paesaggio mozzafiato, impegnati  come erano,  da mattina a sera ,con la schiena curva, a zappettare il grano  in primavera  o a mieterlo nel mese di giugno. Quel grano cresceva a stento ,vuoi per la cattiva natura del terreno, prevalentemente argillosa , ma ancor più, per le sferzate di vento carico di salsedine che flagellava le colture. Così come  la vegetazione costiera , per  difendersi cresceva  poco e restava  bassa quasi strisciante e raramente le spighe riuscivano ad arrivare a buon fine . All’epoca  c’era un tempo per ogni cosa:  dopo la mietitura e la successiva trebbiatura i lavori agricoli  si placavano, perciò arrivava il tempo   di andare al mare .
La partenza era sempre  movimentata , al vocio chiassoso dei ragazzi si imponeva l’ordine perentorio degli adulti ai quali spettava il compito di caricare sulla mula ,la brocca  con l’acqua, gli ombrelli grandi e neri, le seggiole basse  e tante altre cose  ritenute di pratica utilità. Dalla vecchia casa posta sulla sommità della collina la “carovana” seguiva il vecchio Peppe che con la sua mula faceva da battistrada giù per lo stretto  viottolo ,   sospeso tra cielo e mare, dopo infinite curve finiva, quasi di sorpresa,a ridosso della  mitica spiaggia delle “ solette”. Un tratto di arenile a forma di mezzaluna  si estendeva alla fine di un profonda vallata, mentre poco distante, nel mare aperto, una serie di rocce affioranti   piatte e irregolari  si allungavano  di fronte a noi  come tante piccole isolette( o come diceva il vecchio Peppe “solette” ovvero come le  suole delle scarpe)
Questi “luoghi” appartenevano a Peppe e ai   pochi abitanti  della zona:
“suoi” erano le giornate invernali,  quando  la pioggia insistente e violenta , si abbatteva  inesorabilmente su quel sottile strato  di  suolo  argilloso ,”suoi”  i venti  infuocati di tramontana che puntualmente arri vavano nei mesi più caldi, “suoi” lei raffiche  di scirocco  carichi  di salsedine che danneggiavano irreparabilmente la vegetazione, suoi le fatiche quotidiane ,il sudore per strappare a quella terra un misero raccolto
Così, come  “suoi” erano  le prime brezze che nelle giornate più assolate sentiva salire dalla costa,carichi di profumo di mare impregnate  delle essenze floreali ,  “suoi” erano i   chiari di luna che scopriva  la mattina presto,una luna piena e rotonda, che prima di tramontare,  si specchiava  nell’argenteo mare ,”suoi”era il silenzio  , tanto silenzio , interrotto a tratti dal  canto degli uccelli o dal rumoreggiare del mare, “suo” era questo tratto di spiaggia,questo mare….
Tutto questo rappresentava per il vecchio contadino il suo   patrimonio, materiale ed immateriale , tutto quanto costituiva l’”asse” ereditario da trasmetterlo per intero  ai propri figli e nipoti.  Questa terra diceva il vecchio Peppe era  la sua“croce e delizia” 
 Di certo  questo  paesaggio sembrava non dovesse avere mai fine ,anche perché alla fine degli anni settanta fu incluso all’interno della istituenda   riserva del “ Fiume Belice e dune limitrofe”. Ma il “ sogno” durò pochi anni . Scellerati amministratori  non ebbero alcun scrupolo nello stralciare dal decreto istitutivo, il versante orientale  della riserva che ricadeva per intero nel comune di Menfi. Alla stoltezza  segui  l’avidità, senza alcun pudore “ liberalizzarono” quei luoghi  che inesorabilmente finirono nelle fauci   di abili speculatori.
Ora la breccia si è  aperta, nessun ostacolo si opponeva  all’assalto dei nuovi barbari nostrani , con pochi spiccioli comprarono    ogni lembo di terra che si affacciava sul mare, anche qui  con qualche anno di ritardo e un po’ meno selvaggiamente, l’assalto alla costa in pochi anni ebbe il suo epilogo.
Ora, i nuovi barbari  dal cuore a “forma di salvadanaio”  avvezzi  ad usare abilmente  lo “sterco del diavolo”, dimorano sulla collinetta che un tempo fu di “Peppe di mare” .Costruirono le case quanto più fosse possibile vicino all’arenile , sventrarono la collina,la livellarono  , abbatterono ogni ostacolo che ostruisse la vista del mare , ostentavano sfacciatamente  senza ritegno  la “ricchezza”  in tutte le sue manifestazioni.
  Predoni , calarono veloci  come rapaci, si appropriarono  delle “delizie” il meglio che questi luoghi potevano esprimere  , ne  fruiscono per soli  pochi mesi estivi   , distratti , annoiati, efflorescenze senza radici. 
Eppure i “luoghi” hanno un’anima dice Hillman, e sono  sedi di uno spirito  del luogo “ genius loci”. Peppe di mare e i suoi  si sono  “guadagnati” l’anima di questi luoghi  attraverso il deposito di accumulazione di affetti  ,che viene operato dalle diverse generazioni  di persone che li hanno abitate, rispettando la natura , il senso del limite,la sobrietà ,l’interiorità , la forma .
Peppe possedeva un rapporto intimo e cosciente con quel “luogo”, aveva consolidato una cultura stabile e “sostenibile” che aveva alle spalle centinaia di anni , la sua esistenza era segnata dalla ciclicità , costellata da una intensa vita cerimoniale e rituale. Per Peppe abitare vuol dire permettere all’anima dei luoghi di manifestarsi  in chi vive in quel posto, che l’assorbe in se , rispettandola , rilasciandola in modo creativo , cosi che l’abitare diviene un atto “sacro”. Gli antenati di Peppe  circondavano di pietre i luoghi che ritenevano sacri per proteggerne lo spirito e  la loro identità : cosi nascevano i templi consacrati alla divinità.
I barbari nostrani, non hanno “storia”, senza passato ,ne memoria  sono portatori  di un modello civilizzato in palese contrasto  con il mondo di Peppe:
idolatrano una razionalità strumentale, un tipo  riduttivo di praticità  che ha disincantato  ogni aspetto della vita ,l’esigenza  per un funzionamento razionale  cela l’interiorità dei luoghi , vedono solo  ciò che appare , le facciate ostentando sicurezza ed  arroganza  .
L’economicismo , la devastazione ambientale , la meschinità  dei comportamenti interessati ,  il gigantismo, l’insignificanza dei suoi “non luoghi”, l’anestetico arredamento razionalista….. Sono solo  alcuni dei sintomi  della repressione della bellezza , effettuata dal protagonismo.  Sono il derivato della perdita  di quel sentimento  di  misura  ed armonia  ,di pudore e grazia.
Non c’è bellezza se non si conserva la memoria
    
      


lunedì 13 agosto 2012

La cultura è un investimento economico

  di Anna Fucarino 


 
“La cultura è un investimento economico”. Con queste parole di apertura pronunciate da Rosanna Cancellieri, presentatrice della serata, ha avuto inizio ieri sera 9 agosto la IX edizione del Premio Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nella magnifica cornice del terzo cortile del palazzo Filangeri Cutò a Santa Margherita di Belìce (AG).
La manifestazione, dai toni eleganti ma pacati, ha premiato lo scrittore israelita Amos Oz, con il testo “Il Monte dei cattivi consigli”. Nell’intervista Oz ha sostenuto di sentirsi onorato di ricevere questo premio letterario e ha detto che, pur non essendo mai stato in Sicilia prima di questa occasione, sente tuttavia di esserci già stato nei suoi sogni. Le sue parole, commoventi per certi versi, hanno rivelato un uomo profondamente legato alla madre terra e coscio dei problemi  che la affliggono,  pur tuttavia avendo chiari i presupposti  che potrebbero favorirne una rinascita pacifica e civile.
Nel corso della serata si sono susseguiti ospiti di particolare rilievo, dal Maestro Mariano Deidda, che ha musicato i versi di Cesare Pavese e di Fernando Pessoa,  a Katia Ricciarelli, e, a conclusione della manifestazione  è salito sul palco il “Siciliano non Siciliano più conosciuto nel mondo” , Luca Zingaretti che ha letto ed interpretato la parte finale dell’opera “La Sirena” di Tomasi di Lampedusa. Con singolare maestria, in un crescendo sentimentale e passionale, l’attore ha saputo cogliere i tratti intrinseci dell’opera ed esporli al pubblico, accattivandone l’attenzione e rendendolo partecipe dell’opera stessa, quasi a vederne presenti i personaggi e le loro caratteristiche emotive e fisiche.
 La serata ha visto la presenza di migliaia di partecipanti, e molti di loro hanno dovuto assistere alla manifestazione dall’esterno in quanto il cortile era gremito di gente. Segno dell’importanza e della valenza che una tale manifestazione può avere come mezzo di valorizzazione e di promozione culturale e come volano di sviluppo economico del territorio.
Aggiungo, in maniera del tutto personale, che i presenti ne hanno beneficiato anche nello spirito. La cultura è il nutrimento dell’anima.
Complimenti vivissimi all’intero staff organizzativo.