giovedì 23 agosto 2012

“Peppe di mare” e i barbari domestici



                   Giuseppe Bivona


“ Mediocri e normali sembrano non avere che una sola aspirazione: annusare le ascelle al potere”
Da “Nel segno dei gemelli”
Lo chiamavano con questo curioso soprannome “Peppe di mare” non era però un pescatore, bensì un contadino , povero quanto e forse più dei marinai del luogo. Possedeva buona parte della collina che sovrastava l’antico borgo marinaro, che come un ambio terrazzo si affacciava nello stupendo mare tra le “ solette” e la “conca della regina”. Suo nonno l’aveva comprata dai principi Pignatelli per pochi denari ,nessuno  aspirava  a possedere quella  “bella” ma sterile collina. Ma al povero Peppe  quella “ bellezza “ non  lo incuriosiva più di tanto, in fondo l’incanto  suscitato  per le attrattive paesaggistiche  è stata  tutta una” invenzione” della modernità, lui come suo padre non si lasciava distrarre da questo paesaggio mozzafiato, impegnati  come erano,  da mattina a sera ,con la schiena curva, a zappettare il grano  in primavera  o a mieterlo nel mese di giugno. Quel grano cresceva a stento ,vuoi per la cattiva natura del terreno, prevalentemente argillosa , ma ancor più, per le sferzate di vento carico di salsedine che flagellava le colture. Così come  la vegetazione costiera , per  difendersi cresceva  poco e restava  bassa quasi strisciante e raramente le spighe riuscivano ad arrivare a buon fine . All’epoca  c’era un tempo per ogni cosa:  dopo la mietitura e la successiva trebbiatura i lavori agricoli  si placavano, perciò arrivava il tempo   di andare al mare .
La partenza era sempre  movimentata , al vocio chiassoso dei ragazzi si imponeva l’ordine perentorio degli adulti ai quali spettava il compito di caricare sulla mula ,la brocca  con l’acqua, gli ombrelli grandi e neri, le seggiole basse  e tante altre cose  ritenute di pratica utilità. Dalla vecchia casa posta sulla sommità della collina la “carovana” seguiva il vecchio Peppe che con la sua mula faceva da battistrada giù per lo stretto  viottolo ,   sospeso tra cielo e mare, dopo infinite curve finiva, quasi di sorpresa,a ridosso della  mitica spiaggia delle “ solette”. Un tratto di arenile a forma di mezzaluna  si estendeva alla fine di un profonda vallata, mentre poco distante, nel mare aperto, una serie di rocce affioranti   piatte e irregolari  si allungavano  di fronte a noi  come tante piccole isolette( o come diceva il vecchio Peppe “solette” ovvero come le  suole delle scarpe)
Questi “luoghi” appartenevano a Peppe e ai   pochi abitanti  della zona:
“suoi” erano le giornate invernali,  quando  la pioggia insistente e violenta , si abbatteva  inesorabilmente su quel sottile strato  di  suolo  argilloso ,”suoi”  i venti  infuocati di tramontana che puntualmente arri vavano nei mesi più caldi, “suoi” lei raffiche  di scirocco  carichi  di salsedine che danneggiavano irreparabilmente la vegetazione, suoi le fatiche quotidiane ,il sudore per strappare a quella terra un misero raccolto
Così, come  “suoi” erano  le prime brezze che nelle giornate più assolate sentiva salire dalla costa,carichi di profumo di mare impregnate  delle essenze floreali ,  “suoi” erano i   chiari di luna che scopriva  la mattina presto,una luna piena e rotonda, che prima di tramontare,  si specchiava  nell’argenteo mare ,”suoi”era il silenzio  , tanto silenzio , interrotto a tratti dal  canto degli uccelli o dal rumoreggiare del mare, “suo” era questo tratto di spiaggia,questo mare….
Tutto questo rappresentava per il vecchio contadino il suo   patrimonio, materiale ed immateriale , tutto quanto costituiva l’”asse” ereditario da trasmetterlo per intero  ai propri figli e nipoti.  Questa terra diceva il vecchio Peppe era  la sua“croce e delizia” 
 Di certo  questo  paesaggio sembrava non dovesse avere mai fine ,anche perché alla fine degli anni settanta fu incluso all’interno della istituenda   riserva del “ Fiume Belice e dune limitrofe”. Ma il “ sogno” durò pochi anni . Scellerati amministratori  non ebbero alcun scrupolo nello stralciare dal decreto istitutivo, il versante orientale  della riserva che ricadeva per intero nel comune di Menfi. Alla stoltezza  segui  l’avidità, senza alcun pudore “ liberalizzarono” quei luoghi  che inesorabilmente finirono nelle fauci   di abili speculatori.
Ora la breccia si è  aperta, nessun ostacolo si opponeva  all’assalto dei nuovi barbari nostrani , con pochi spiccioli comprarono    ogni lembo di terra che si affacciava sul mare, anche qui  con qualche anno di ritardo e un po’ meno selvaggiamente, l’assalto alla costa in pochi anni ebbe il suo epilogo.
Ora, i nuovi barbari  dal cuore a “forma di salvadanaio”  avvezzi  ad usare abilmente  lo “sterco del diavolo”, dimorano sulla collinetta che un tempo fu di “Peppe di mare” .Costruirono le case quanto più fosse possibile vicino all’arenile , sventrarono la collina,la livellarono  , abbatterono ogni ostacolo che ostruisse la vista del mare , ostentavano sfacciatamente  senza ritegno  la “ricchezza”  in tutte le sue manifestazioni.
  Predoni , calarono veloci  come rapaci, si appropriarono  delle “delizie” il meglio che questi luoghi potevano esprimere  , ne  fruiscono per soli  pochi mesi estivi   , distratti , annoiati, efflorescenze senza radici. 
Eppure i “luoghi” hanno un’anima dice Hillman, e sono  sedi di uno spirito  del luogo “ genius loci”. Peppe di mare e i suoi  si sono  “guadagnati” l’anima di questi luoghi  attraverso il deposito di accumulazione di affetti  ,che viene operato dalle diverse generazioni  di persone che li hanno abitate, rispettando la natura , il senso del limite,la sobrietà ,l’interiorità , la forma .
Peppe possedeva un rapporto intimo e cosciente con quel “luogo”, aveva consolidato una cultura stabile e “sostenibile” che aveva alle spalle centinaia di anni , la sua esistenza era segnata dalla ciclicità , costellata da una intensa vita cerimoniale e rituale. Per Peppe abitare vuol dire permettere all’anima dei luoghi di manifestarsi  in chi vive in quel posto, che l’assorbe in se , rispettandola , rilasciandola in modo creativo , cosi che l’abitare diviene un atto “sacro”. Gli antenati di Peppe  circondavano di pietre i luoghi che ritenevano sacri per proteggerne lo spirito e  la loro identità : cosi nascevano i templi consacrati alla divinità.
I barbari nostrani, non hanno “storia”, senza passato ,ne memoria  sono portatori  di un modello civilizzato in palese contrasto  con il mondo di Peppe:
idolatrano una razionalità strumentale, un tipo  riduttivo di praticità  che ha disincantato  ogni aspetto della vita ,l’esigenza  per un funzionamento razionale  cela l’interiorità dei luoghi , vedono solo  ciò che appare , le facciate ostentando sicurezza ed  arroganza  .
L’economicismo , la devastazione ambientale , la meschinità  dei comportamenti interessati ,  il gigantismo, l’insignificanza dei suoi “non luoghi”, l’anestetico arredamento razionalista….. Sono solo  alcuni dei sintomi  della repressione della bellezza , effettuata dal protagonismo.  Sono il derivato della perdita  di quel sentimento  di  misura  ed armonia  ,di pudore e grazia.
Non c’è bellezza se non si conserva la memoria
    
      


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