lunedì 30 agosto 2021

Strumenti a confronto: Slow food e Borghi GeniusLoci DeCo

Elisa Fabris

Alcune Amministrazioni delegano lo sviluppo ai strumenti di Slow food, altre utilizzano e si appropriano della vision e mission della DeCo  (unico strumento nelle prerogative dei Sindaci) per valorizzare i territori amministrati Vediamo insieme perchè

Abstract
Il contributo analizza il  confronto tra Slow Food e il modello della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., (2013) evidenziandone convergenze e differenze nell’ambito delle politiche di sviluppo rurale. L’attenzione si concentra sul ruolo dei sindaci e sulle prerogative amministrative comunali quali leve per la valorizzazione dell’identità territoriale.


 Introduzione
Negli ultimi decenni, il paradigma dello sviluppo rurale ha progressivamente superato un approccio meramente produttivistico per orientarsi verso modelli integrati fondati su identità, sostenibilità e partecipazione comunitaria. In tale contesto, emergono due esperienze significative: da un lato Slow Food, quale strumento di valorizzazione economica; dall’altro il sistema delle Denominazioni Comunali (De.Co.) reinterpretato nel percorso dei Borghi GeniusLoci, quale strumento di governance locale, per valorizzare gli elementi identitari della comunità amministrata. I due percorsi non si incrociano mai, Slow  food mette sotto i riflettori un prodotto "presidio"  la vision e mission dei Borghi  GeniusLoci  DeCo mette al centro l'intero territorio amministrato

 Slow Food: un modello di proprietà di slow food
Fondato sui principi del “buono, pulito e giusto”, Slow Food promuove la tutela della biodiversità  , operando attraverso presìdi, comunità del cibo   La sua azione si colloca prevalentemente  contribuendo a orientare comportamenti di consumo e a influenzare indirettamente le politiche pubbliche¹. Un percorso tecnocrate  che appartiene   a slow food

  La De.Co. Borghi GeniusLoci come atto politico dei Sindaci lungimiranti   
Diversamente, la Denominazione Comunale (De.Co.), nella visione originaria di Luigi Veronelli, si configura come atto pubblico attraverso cui il Comune riconosce un prodotto, una tradizione o un sapere come espressione identitaria della comunità locale².
Nel quadro normativo italiano, tale strumento trova fondamento nelle competenze attribuite agli enti locali dal Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo Unico degli Enti Locali), che riconosce ai Comuni autonomia statutaria e regolamentare (artt. 3 e 7) e la possibilità di promuovere lo sviluppo economico e sociale del territorio³. La regia appartiene ai Sindaci

 Differenze e complementarità tra i due modelli
La distinzione principale tra Slow Food e il modello De.Co. GeniusLoci risiede nella natura degli strumenti adottati:
– Slow Food opera esclusivamente con gli strumenti  in uso e diretti da slow food;
– la De.Co. rappresenta uno strumento politico  attivato dal sindaco quale autorità locale.

Nel modello GeniusLoci, il sindaco assume un ruolo centrale quale “custode istituzionale” dell’identità territoriale, esercitando una funzione politica che si traduce in atti amministrativi (delibere, regolamenti, registri identitari). Tale funzione si inserisce nelle prerogative di cui all’art. 50 TUEL, che attribuisce al sindaco la rappresentanza della comunità e la responsabilità dell’amministrazione locale⁵.

 Innovazione del modello Borghi GeniusLoci De.Co.
Il percorso dei Borghi GeniusLoci introduce un approccio sistemico alla valorizzazione territoriale, un percorso culturale fondato su  12 strumenti operativi quali:
– la “Banca del GeniusLoci De.Co.”, quale archivio identitario;
– il Manifesto dei Valori;
– la scheda scientifica del Genius Loci.
- premio annuale TERR@
- Atlante del cibo locale
ect  
E' comunque il Sindaco a determinare il programma, secondo le specificità del comune amministrato.

 



Tali strumenti consentono di trasformare il riconoscimento simbolico in leva di sviluppo locale, integrando dimensioni culturali, turistiche e produttive in un ecosistema coerente. In questo senso, la De.Co. si configura non come marchio di qualità assimilabile a DOP o IGP (disciplinati dal diritto dell’Unione europea), ma come dispositivo identitario e narrativo a scala comunale⁶.


 

 Conclusioni
Il confronto tra Slow Food e la Rete dei Borghi GeniusLoci De.Co. evidenzia che i due strumenti non sono concorrenziali ma  complementari: il primo opera su indicazioni dell'Associazione Slow Food; il secondo  attua il percorso di politiche pubbliche, nelle prerogative dei Sindaci, per valorizzare il territorio nel suo insieme  
La valorizzazione dell’identità territoriale emerge così come funzione politica pienamente esercitabile dai sindaci, nel rispetto delle competenze normative vigenti. La sfida futura risiede nell’integrazione di queste due dimensioni, al fine di costruire modelli di sviluppo rurale sostenibili, partecipati e radicati nelle specificità locali.


Note

  1. Cfr. Petrini, C., Buono, pulito e giusto, Torino, Einaudi, 2005.
  2. Veronelli, L., Il pensiero gastronomico, Milano, varie edizioni.
  3. D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (TUEL), artt. 3, 7..
  4. Regolamento (UE) n. 1151/2012 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari.
  5. Cfr. Sutera A  I Borghi GeniusLoci DeCo 2013

 


martedì 6 luglio 2021

A Fernando Famiani, la mensione d'onore al concorso internazionale, il Moscow International Foto Awards

 

                                                                                                                                        NinoSutera

 

Incontriamo   Fernando Famiani  Funzionario Direttivo dell’Assessorato Agricoltura con la passione della fotografia paesaggistica , insignito recentemente con  la   mensione d'onore al concorso internazionale, il Moscow International Foto Awards

Fernando, allora come nasce la passione per la fotografia?

Fotografo fin da quando ero bambino quando con la macchinetta di topolino e il rullino da 12   scattavo foto ad animali e paesaggi, abito a San Teodoro un paese all’interno del meraviglioso Parco dei Nebrodi a 1.150 metri sul livello del mare, e non  mancano le occasioni per immortalare attimi unici.

In pratica un’autodidatta?

Allora ti racconto la storia di un’autodidatta, come lo chiami tu.

Circa 20 anni fa il Dipartimento Agricoltura  decide di formare un gruppo di Divulgatori Agricoli Polivalenti  che avesse competenze tecniche anche in campo di immagine, visto che, come lavoro, realizzavamo spesso opuscoli divulgativi e libri su pratiche agricole sperimentali.

 Partecipo quindi i primi corsi di fotografia, di videoripresa e di giornalismo anche con personale della RAI.

Dopo questi corsi compro la mia prima reflex digitale e da li comincia la mia avventura più interessante nel mondo della fotografia. Partecipo a  diversi corsi a Roma con Giovanna Griffo, una fotografa paesaggista esperta anche di tecniche di postproduzione.



In effetti autodidatta si addice poco, diciamo che  entri nella sfera dei fotografi appassionati  e che succede?

Il   4 dicembre del 2015 succede un evento che mi rimarrà sempre negli occhi e nel cuore, l’Etna fa un eruzione spettacolare con una nuvola di fumo enorme che si alza per chilometri nel cielo e che prende la forma di un fungo atomico. Ero in ufficio a lavoro, mi chiama un mio vicino e collega di ufficio e mi  informa che l’Etna sta eruttando in modo esagerato. Chiedo un ora di permesso e scappo a casa a prendere la reflex e riesco a immortalare l’evento.

Quasi per gioco pubblico la foto su facebook e istagram e la gente impazzisce,    commenti e apprezzamenti e le foto condivise da centinaia di siti italiani e stranieri. Decido quindi di provare a mandare la foto ad alcuni concorsi internazionali per vedere cosa ne pensa una giuria di esperti.

La foto fa un successone:

Quindi riepiloghiamo, da principiante fotografo ad  appassionato autodidatta ad apprezzato fotografo paesaggista,  o sbaglio?

Si essere finalista ai Magnum Photography Award del 2016, un concorso che vede la partecipazione di migliaia di fotografi da 134 paesi nel mondo, non è che capita a tutti.

 La commissione poi pubblica le foto vincitrici e finaliste in una pubblicazione che viene spedita a tutti i fotografi e gallerie e poi propone gli scatti per un anno in tutte le più grosse manifestazioni fotografiche nel mondo, quindi la foto viene vista veramente in tutto il mondo.

 E poi?

Secondo Classificato nella categoria Landscape nel 2017 al TIFA (Tokyo International PhotoAward)

Terzo classificato nella categoria Landscape nel 2017 al MIFA (Moscow International Foto Award)

Mensione d’Onore ai ND Awards (Neutral Density Photography Awards)

Mensione d’onore al Gran Prix della Fotografia di Parigi nel 2016

e vincitrice di altri premi in manifestazioni a livello regionale.



  Un curriculum di tutto rispetto.

 Non ho finito, le mie foto sono anche state pubblicate su giornali specializzati di foto come la Rivista Photo Professional Canon, sul mensile I love Sicilia, sul calendario ufficiale del Parco dei Nebrodi e in modo non ufficiale su chissà quanti siti e riviste. Nel 2018 Una mia foto è stata anche acquistata dalla Clementoni che ne ha realizzato un Puzzle che ha riscosso molto successo.

  Riconosco  che sembra una storia da sceneggiare con un film

 Debbo ringraziare tanto Giovanna Griffo che nel primo corso che feci a Roma disse alla classe questa frase...”innamoratevi del bello, abituate gli occhi a vedere il bello che vi circonda, leggete riviste,  libri di arte, visitate musei, pinacoteche, allenate il vostro sguardo come se foste in palestra con i pesi e vedrete che riuscirete a cogliere i momenti più belli della natura nelle vostre foto” e così effettivamente ho fatto. Adesso guardo con occhi nuovi e con meraviglia tutto quello che mi circonda e che negli anni passati neanche notavo e ricevo spunti fotografici a iosa. Mia moglie e mia figlia mi supportano e mi sopportano perché a volte quando vedo qualcosa che debbo assolutamente fotografare scappo via per andare a prendere la reflex lasciandole da sole , ma ormai lo sanno e fanno buon viso a cattivo gioco.

Arriviamo a questi giorni, il Dipartimento riavvia il Magazine di informazione Terrà  e che succede?

Mi hanno  chiamato dalla redazione, anticipandomi che Dario Cartabellotta mi ha affidato una rubrica  su Terrà “la Sicilia in un clik”  Ho fotografato di tutto,  ma amo i paesaggi e i suoi colori,  voglio far viaggiare l’immaginazione dei lettori, in attesa che la pandemia ci abbandoni e possiamo ritornare a viaggiare  Penso che è vero quello che dicevano i nostri nonni e cioè che apprezzi le cose quando le perdi… questo periodo ci sta insegnando che i piccoli gesti quotidiani o le uscite con gli amici che davamo per scontate erano invece importanti e ci mancano .

domenica 28 febbraio 2021

Le De.Co da Veronelli ai Borghi GeniusLoci De.Co.

 

Le  De.Co  da Veronelli ai Borghi GeniusLoci De.Co.

di

NinoSutera

Direttore

 Libera Università Rurale


 Il percorso Borghi GeniusLoci De.Co., è un percorso culturale, che mira a salvaguardare e valorizzare il “locale”, rispetto al fenomeno della globalizzazione, che tende ad omogeneizzare prodotti e sapori. Il Genius Loci rappresenta l'essenza, l'identità di un territorio; ad esso appartengono le immagini, i colori, i sapori ed i profumi dei paesaggi. Obiettivo del Percorso GeniusLoci De.Co. è recuperare l’identità di un luogo, attraverso anche le valorizzazione delle produzioni di eccellenza e delle tradizioni storiche e culturali dello stesso, al fine di ottimizzarne la competitività.

Per garantire la sostenibilità del percorso  occorrono tuttavia  quattro principi, la storicità  e l'unicità, l’interesse collettivo, condiviso e diffuso e a burocrazia e a costo zero Il mito che circonda la maggior parte dei territori rurali di successo, assomiglia a una favola vera fatta di personaggi e di eccezionalità, e di unicità. Aspetti importanti che collocano l’idea dei Borghi GeniusLoci De.Co. all’interno di un percorso culturale e di pensiero innovativo volto alla difesa delle peculiarità territoriali. Non potendo legare l'azione di forza alla qualità normata dai Reg. comunitari, sta nell'unicità dell'identità l'azione vincente.

Il “Genius Loci", definito da Luigi Veronelli quale intimo e imprescindibile legame fra uomo-ambiente-clima-cultura produttiva. «Effetto GeniusLoci» è la capacità che deve avere un territorio, di « produrre », grazie al saper fare dell’uomo che possiede il gusto del territorio nel quale riconosce in modo permanente la singolarità ed il valore .

Le De.Co. (Denominazioni Comunali) nascono da un’idea semplice e geniale del grande Luigi Veronelli, che così le spiegava:  “Attraverso la De.Co. il "prodotto" del Territorio acquista una sua identità.” Rappresenta un concreto strumento,   un’importante opportunità per il recupero e la valorizzazione delle identità e le unicità locali. La De.Co. è “un prodotto del territorio” (un piatto, un dolce, un sapere, un evento, un lavoro artigianale, etc) con il quale una comunità si identifica per elementi di unicità e caratteristiche identitarie,  deve essere considerata come una vera e propria attrazione turistica capace di muovere un target di viaggiatori che la letteratura internazionale definisce “foodies” viaggiatori sensibili al patrimonio culinario locale e non solo. 


Il valore di una De.Co.(Denominazione Comunale) è quello di fissare, in un dato momento storico, ciò che identifica quel Comune, a memoria futura oppure come occasione del presente, per cogliere un’opportunità di marketing. I prodotti agro-alimentari e artigianali racchiudono al loro interno tradizione, cultura, valori, conoscenza locale e, forse la cosa più importante, l’autenticità del loro territorio di origine.

Quando il cibo viene ancorato in maniera identitaria ad un territorio, smette di essere un momento culinario e diventa esperienza totale. In questo modo coinvolge immediatamente i quatto sensi, vedere, annusare, gustare e toccare; ma quando un cibo è veramente ancorato ad un territorio tocca anche l’udito, perché si racconta e racconta il territorio. Quando arriva nel piatto, quel cibo ti ha detto tante cose e quando lo assapori diventa esperienza avvolgente, coinvolgente e identitaria di quel luogo. Il termine genius loci, di origine latina, definisce letteralmente il “genio”, lo spirito, l’anima di un luogo è caratterizza l’insieme delle peculiarità sociali, culturali, architettoniche, ambientali e identitarie di una popolazione e l’evoluzione di quest’ultima nel corso della storia. E’ quell’unicum che caratterizza la destinazione, quella particolare atmosfera che rende un posto così speciale agli occhi del visitatore.

Per trovarlo bisogna saper ascoltare, osservare, riconoscere. Tutto questo rientra nei cosiddetti “fattori di attrazione” di una luogo, nelle attrattive di un territorio che portano poi il turista a scegliere un posto piuttosto che un altro. Identificare il genius loci di un luogo non è cosa semplice, prevede un percorso culturale che miri ad indagare e studiare a fondo la cultura autoctona, le sue peculiarità, le sue problematiche.

 

sabato 27 febbraio 2021

Historias de Tango di Nuccia Vona

 

Historias de Tango

 di Nuccia Vona

" un romanzo da leggere e ascoltare  in compagnia  

da un calice di vino rosso"

L'Autrice  è stata insignita del prestigioso riconoscimento di 
""Custode dell'Identità Territoriale"
per aver saputo esprimere in "Historias de Tango" 
l'intimità di un popolo

 


La prestigiosa agenzia giornalistica nazionale Nove Colonne, la scorsa settimana si è occupata del romanzo, attraverso una lusinghiera recensione.  

- Tanti sono i personaggi che popolano le “historias” narrate dall’autrice che, sebbene al debutto letterario, vanta una padronanza espressiva mirabile. Oggi è l’Italia, invece, a rappresentare un porto di approdo per chi nasce dall’altra parte del Mediterraneo: emigrazione e immigrazio... (© 9Colonne - citare la fonte)

                     

Una scrittura scorrevole e delicata, che racconta l’intimità di un popolo, tra speranza, angoscia, passione ed eros, a servizio di un romanzo storico che offre al lettore anche numerosi spunti di riflessione sull’epoca contemporanea.

Estimatrice della bellezza, Nuccia Vona – di Caltagirone, in provincia di Catania – ama le arti e la cultura ed è attivamente impegnata per la loro salvaguardia e valorizzazione. 

Nei mesi scorsi, la Libera Università Rurale dei Saperi e dei Sapori, diretta da Nino Sutera, ha insignito la scrittrice del prestigioso riconoscimento di “Custode dell’Identità Territoriale”.

Un premio che la Onlus assegna a coloro che, a vario titolo,  promuovono la storia, le tradizioni e il patrimonio culturale dei luoghi, una risorsa di  inestimabile valore che racchiude le specificità locali  

Il libro offre al lettore l’opportunità di approcciare l’essenza di un popolo di emigrati in Argentina che determinarono la nascita del ballo, descrivendo i sentimenti dei protagonisti che, in  momenti diversi, hanno vissuto il tempo del tango nel profondo della loro intimità, attraverso un itinerario introspettivo ed emozionale di forte impatto.

Tanti sono i personaggi che popolano le “historias”  narrate dall’autrice che, sebbene al debutto letterario, vanta una padronanza espressiva mirabile.

Oggi è l’Italia, invece, a rappresentare un porto di approdo per chi nasce dall’altra parte del Mediterraneo: emigrazione e immigrazione, dunque, rappresentano facce diverse della stessa medaglia, seppure in contesti storici diversi.Una lettura consigliata a chi ama il tango ma anche a coloro che volessero riflettere sui fenomeni dell’emigrazione e dell’immigrazione: il libro tocca infatti il tema dei flussi che dall’Italia si dirigevano verso lidi lontani  e della gente che andava alla ricerca di nuove opportunità per sé e per i propri figli.

Ad impreziosire la narrazione, le foto che documentano il contesto storico, congiuntamente ai testi delle canzoni e alle citazioni.

Di particolare rilievo la ricerca, doviziosa e attenta, curata anche nei minimi dettagli. Il merito dell’autrice è soprattutto quello di condurre il lettore attraverso un viaggio immaginario che termina con un finale per nulla scontato, che desta curiosità e sollecita la lettura del capitolo successivo.

Filo conduttore del romanzo, articolato in diversi racconti, è proprio il tango quale elemento identitario del popolo argentino. Un tesoro di così grande valore da essere dichiarato dall’UNESCO, nel 1990, patrimonio dell’umanità come “Bene Culturale Immateriale”.

venerdì 12 febbraio 2021

cucina & disabilità

 cucina&disabilità

di

GiovanniMontemaggiore



E' con vero piacere che aspettiamo l'arrivo a Sciacca nei giorni del 16/17/18 p.v. del neo- associato chef Anthony Andaloro: “Non ci vedo dalla fame ma...”... ma ci vedo con i Sensi” (questo il suo motto!) poichè è uno dei quattro chef al mondo non vedenti che opera correntemente ed imperterritamente, in barba alla Sua disabilità tra i fornelli. Mette in opera la non proprio semplice "Arte Culinaria", organizza corsi di cucina e programmi video. La venuta a Sciacca, da Sua iniziativa ci fà molto piacere ed onore in quanto inizia con Noi una carrellata di trasmissioni di cucina collegata al Territorio con una particolare attenzione alle caratteristiche dei luoghi, dei prodotti e dei piatti tipici. Saranno tre le giornate dedicate al Nostro territorio, con performance di cucina a quattro mani. La prima con lo chef Gianluca Interrante per preparare le "Ova a' murina" (tipico ed unico dolce di Sciacca) da realizzare presso il Baglio Antico Loco di Giovanna Barna. Il secondo giorno, assieme allo chef Giovanni Lorenzo Montemaggiore, a bordo mare, una experience per preparare le "linguine alla Ferdinandea" che richiamano sul piatto la conformazione e la caratteristica vulcanica dell' Isola che non c'è, ma c'è, in quanto a pochi metri sotto il pelo dell'acqua!

Avremo anche il piacere di parlare del Distretto del bio Terre sicane delle
StradadelVino Terre Sicane
e dei vini Sambucesi.
Si parlerà anche di olio nutraceutico con il dott. Nino Sutera (anche lui socio della Delegazione siciliana dei Disciple). Nelle giornate che vedono gradito ospite il collega Anthony ci sarà una visita presso il Comune di Sciacca, organizzata dalla professoressa Gisella Mondino nella veste di Vice-sindaco, comprendente anche una visita guidata per la Città. Coorganizzatrice dell'evento la proprietaria del B&B Garibaldi Angela De Michele. Nei giorni a seguire, un altro incontro con i Disciple Chef Salvatore Gambuzza nel Suo ristorante "La scogliera" a Siculiana marina ed un altro con lo chef Tonino Butera (segretario regionale) del Bahia di Capo Russello a Realmonte.
Il programma ideato da Helga Corrao &
Pippo Scattareggia
, prodotto da mediaproduction e distribuito da EventiMessinaweb. Ancora un occasione ed un opportunità per parlare e mettere in risalto Sciacca ed il Suo Hinterland.
Con l'occasione, consegneremo allo chef Anthony, le insegne dei Disciple regionali e relativa tessera, nominandolo fiduciario regionale per il "settore disabilità

sabato 9 gennaio 2021

2021 Anno internazionale della frutta e della verdura


L’Assemblea Generale dell’ONU ha dichiarato il 2021 "Anno Internazionale della Frutta e della Verdura"- International Year of Fruits and Vegetables
La cosa migliore di frutta e verdura? La loro diversità!


 Frutta e verdura sono

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mercoledì 11 novembre 2020

la storia della viticultura moderna

 

Vite e vino nella Sicilia  

Frappato di Vittori, tavola del 1890

Frappato di Vittoria, tavola del 1890

 

Nel corso del XIX secolo la viticoltura e l’enologia siciliana sono state oggetto di profonde trasformazioni, conseguenti al simultaneo sviluppo di eventi e processi del tutto nuovi rispetto a quelli maturati con molta gradualità nei secoli precedenti. A voler cogliere in estrema sintesi quelli più rilevanti, si devono evidenziare almeno i seguenti:

- Lʼespansione della vite, come si dirà più avanti, assunse un carattere tale da consentirle il sorpasso su qualunque altra coltura e di attestarsi al secondo posto ‒ dopo i cereali ‒ per superficie dedicata.

- Il perfezionamento degli studi di ampelografia, stimolati in modo significativo dagli scritti di eminenti autori francesi, diede impulso alla formazione in tutto il Paese di collezioni viticole, ad opera di proprietari sia aristocratici che borghesi, sempre più interessati a comprendere le differenze tipologiche tra le diverse varietà di viti sia indigene che importate da altre regioni o stati esteri. Ciò, ovviamente, non era finalizzato solo a sviluppare le conoscenze agronomiche specifiche, ma anche a valutare le rispettive potenzialità sul piano dei risultati enologici.

- La nascita di un vino nuovo, il marsala ad opera dei mercanti-imprenditori britannici già presenti nellʼIsola dalla fine del Settecento; un vino “conciato”, cioè alcolicamente potenziato in cantina. Il marsala non era il primogenito della categoria dei vini liquorosi “creatiˮ dagli inglesi; il porto, il madeira, il malaga, lo sherry erano già disponibili da decenni nel mercato britannico, tutti accomunati dalla maggiore robustezza perché rinforzati con acquavite di vino.

- La nascita dei primi vini da tavola, a partire da metà Ottocento, nel tentativo di emulare i più rinomati di Francia, assecondando un nuovo orientamento di consumo e associando il prodotto a una diversa modalità di considerare “il bere” come parte integrante dello stile di vita non più solo aristocratico ma borghese.

- La proliferazione di riviste e periodici specializzati in tutte le province dalle quali si rileva una notevole capacità di analisi dei problemi del settore e una forte tensione allʼammodernamento dei criteri colturali e di vinificazione.

- La separazione netta tra le competenze viticole e quelle enologiche, tra il mondo dei vignaioli e quello degli imprenditori vinicoli che si registrerà ‒ prima che in ogni altra regione italiana ‒ proprio a partire dalla provincia di Trapani, dove i mercanti britannici costituiranno l’avanguardia degli industriali del vino.

- Non ultima, la diffusione di gravi malattie della vite, dallʼoidio alla peronospora e, soprattutto, alla fillossera, che comporterà l’avvio della sperimentazione della Vitis rupestris americana come porta innesto per salvare la Vitis vinifera europea. 

Questi, dunque, alcuni dei dati di fatto che ci portano a considerare lʼOttocento come il secolo della svolta epocale per la viticoltura.

Phylloxera vastatrix, tavola fine secolo XIX

Phylloxera vastatrix, tavola fine secolo XIX

In Sicilia, nel 1853, a conclusione dei lavori per la compilazione del catasto borbonico, l’estensione complessiva del vigneto veniva calcolata intorno a 145 mila ettari, sui quali si stimavano circa 744 milioni di viti. Trent’anni dopo, in occasione dell’Inchiesta agraria parlamentare, negli atti relativi alla Sicilia, pubblicati nel 1884, la superficie destinata a quella coltura risultava più che raddoppiata, quasi 322 mila ettari. Mediamente, quindi, in quel trentennio, vennero destinati a vigneto, ogni anno, 5.900 ettari di terre, estirpando soprattutto decine di migliaia di ulivi. Sulla spinta, infatti, di sollecitazioni economico-commerciali, a partire da una certa data, lʼobiettivo quantitativo dellʼincremento della produzione enologica, andò inevitabilmente a detrimento della qualità; la crescita tumultuosa condizionava la selezione delle varietà viticole e contribuiva a mantenere i criteri di vinificazione a un livello primitivo.

All’interno di una logica così poco lungimirante, il viticoltore imboccava la scorciatoia: aumentare la resa di uve da vino, scegliendo le varietà in grado di assicurare maggiore succosità e grado alcolico. La forte dipendenza della produzione isolana dall’andamento della domanda estera e continentale di vini da taglio si rafforzò a metà degli anni Settanta dell’800, in conseguenza del crollo della viticoltura francese che era stata colpita dalla Phylloxera vastatrix, che non si era ancora propagata nella nostra penisola.

Nel decennio 1871-1880 il vino siciliano esportato all’estero passava da circa 100 mila ettolitri lʼanno a più di 760 mila. Le enormi quantità di vino esportate, per esempio, da Giarre-Riposto non potevano ritenersi pregiate; era vino dozzinale ma resistente, la cui commercializzazione costituiva la maggior parte della ricchezza del territorio di Mascali. Lo notava chiaramente nel 1878, il presidente della Commissione ampelografica della provincia di Catania, Michele Turrisi Scammacca: «alcune uve senza dubbio eccellenti e che un tempo erano piuttosto diffuse sono invece oggi trascurate, cedendo il posto ad altre di qualità assai più scadenti» [1].

Ancora tre anni dopo, l’agronomo professor Gregori osservava che, nonostante la coltivazione della vite in Sicilia fosse praticata con abilità e con amore, tuttavia la commistione all’interno di uno stesso vigneto di varietà completamente diverse tra loro, rappresentava un errore grave e persistente: «È imprescindibile la specializzazione dei vigneti […]. La parola illuminata del commendatore Zerilli a Milazzo e gli studi del barone Mendola di Favara, nei suoi possedimenti in provincia di Girgenti, sono troppo individuali e isolati, perché si possa sperare che i loro conterranei ne accettino e adottino sollecitamente i dettami» [2].

Si era ancora in una fase nella quale, accanto a una ristretta cerchia di viticoltori aristocratici e borghesi molto esperti e lungimiranti, continuavano a operare proprietari e mezzadri poco consapevoli dei progressi e delle conoscenze che andavano maturando nella cura del vigneto.

Lionardo Vigo, ritratto di Antonino Bonaccorsi

Lionardo Vigo, ritratto di Antonino Bonaccorsi

Uno dei contributi più originali della prima metà dell’Ottocento venne da una personalità del mondo letterario quale è stato il poeta e filologo di Acireale Leonardo Vigo, il quale intervenne sulla questione della decadenza enologica siciliana, spostando l’attenzione sulla priorità di una buona viticoltura senza la quale sarebbe stato illusorio pretendere la produzione di buoni vini: «Da Trapani a Messina a Pachino possediamo cento varietà della vitis vinifera atte a’ vini bianchi, neri, dolci, asciutti, leggieri, violetti, alcoolici, bruschi, abboccati, navigabili o no, […] e ignoriamo quali siano, ove come si coltivino, quale delle usate colture è preferibile, quali siano i cento modi come si fabbrica il vino nelle 300 comunità siciliane» [3].

Ma il contributo del barone Mendola di Favara eccelle su tutti. In particolare, con Giuseppe Antonio Ottavi, fondatore del prestigioso periodico «Il Coltivatore» che si pubblicava a Casale, avviò un’intensa collaborazione, che si tradusse, fra l’altro, nell’incarico ufficiale – conferito dal Consiglio provinciale agrigentino, proprio su proposta di Mendola – di redigere un progetto per impiantare un Istituto per il miglioramento dell’agricoltura: «Accettai l’incarico – scriveva Antonio Ottavi – e già sullo scorcio di aprile 1865 io scendeva [sic] a Porto Empedocle coll’intento di percorrere, come feci, in vario senso la Provincia. Stesi, alcune settimane dopo, una breve relazione, alla quale seguì poscia l’accennato progetto» [4] che sarebbe stato accettato dal Consiglio. I ripetuti incontri di lavoro avuti da Ottavi con Giuseppe Inzenga, a Palermo, e con Antonio Mendola e i proprietari terrieri marchese Cafisi e barone Genuardi, a Favara e Agrigento, portarono anche a un altro importante risultato: la pubblicazione di una monografia di Principii generali di agricoltura per le regioni calde con applicazioni alla provincia di Girgenti, che l’agronomo Ottavi realizzò proprio grazie ai sopralluoghi compiuti in quella provincia.

Giuseppe Inzenga

Giuseppe Inzenga

Da cosa nasceva la reciproca stima tra questi due personaggi così culturalmente e geograficamente diversi e distanti? Il Mendola aveva cominciato a creare nei suoi possedimenti una delle più grandi e importanti collezioni di viti provenienti da ogni parte del mondo, oltre che dalle diverse regioni italiane, che avrebbe raggiunto il ragguardevole numero di circa tremila varietà. Già nel 1868, Mendola aveva pubblicato un primo elenco della sua collezione riguardante circa 1200 diverse viti coltivate nei poderi di Favara, dove dedicava tempo e intelligenza a sperimentare e a studiare i risultati delle ibridazioni, cioè dell’incrocio tra soggetti della stessa specie per ottenere viti migliori.

Come ricordava il professor Salvatore Accardi, «[…] creò nuove varietà, talune delle quali pregiatissime. Al professor Cerletti dedicò il Catarratto moscato Cerletti» [5], ottenuto da seme di Catarratto bianco fecondato artificialmente con Zibibbo. Sue creature furono anche il Catarratto bianco Caruso, in onore del professor Girolamo Caruso; la Malvasia nera Rovasenda, il Mantonico nero Inzenga, il Moscato Pulliat e l’Olivetta nera Marès, in onore dei tre grandi ampelografi Giuseppe di Rovasenda, e dei francesi Victor Pulliat e Henri Marès, nonché del suo primo maestro, Giuseppe Inzenga, direttore dell’Istituto Agrario Castelnuovo di Palermo.

Il contributo dello studioso favarese si rivelò altrettanto prezioso e fondamentale nella predisposizione della documentazione ampelografica che integrava la relazione di Abele Damiani, per la parte riguardante la Sicilia, negli atti dell’inchiesta agraria pubblicati nel 1884. Il relatore parlamentare non esitava a riconoscere che, nelle province a forte connotazione viticola, «si dà molta importanza al piantamento e alla coltivazione della vigna, che del resto praticasi con metodi diversi. Quanto alla scelta dei vitigni ancora si è indietro. Spesso non viene data la preferenza ai migliori» [6]. I dati sulle varietà delle diverse province furono in maggior parte forniti dal Mendola e cioè, per ciascuna provincia, con esclusione di quella di Palermo, erano le seguenti: Caltanissetta-Enna 36; Catania 21, Girgenti 95, Messina 46, Siracusa-Ragusa 39 e Trapani 41; non considerando, quindi, i dati della provincia di Palermo, si segnalavano le denominazioni di 278 varietà! Si badi, a quella data gli effetti della fillossera nellʼIsola non si erano ancora fatti sentire.

Francesco Minà Palumbo

Francesco Minà Palumbo

In Italia, l’allarme era stato lanciato nel 1870 dalla «Rivista di Agricoltura, Industria e Commercio» di Firenze, con la notizia dell’avvenuta infestazione delle viti francesi e con le informazioni allora disponibili sul comportamento del parassita. A novembre dello stesso anno il medico castelbuonese Francesco Minà Palumbo mostrava di essere già ben  documentato, come rivela la sua prima corrispondenza sull’argomento, inviata al direttore del bollettino del Comizio agrario di Noto. E quando ancora in Italia molti si illudevano che la fillossera non avrebbe varcato le Alpi, lui scriveva – nel 1874 – di resistenza delle viti americane e indicava una possibile soluzione al male con il quale presto o tardi ci si sarebbe dovuti confrontare.

In una lettera da Castelbuono dellʼaprile 1880, pubblicata in «L’Agricoltura Italiana», dell’Istituto agrario dell’Università di Pisa, riferiva del primo focolaio di infezione scoperto in Sicilia nel territorio di Riesi, manifestando la convinzione dell’avvenuta diffusione in altre zone non ancora individuate. Come noto, la legislazione adottata in Italia prevedeva che si procedesse tempestivamente a limitare le zone infette e a distruggere le piante colpite e buona parte di quelle prossime.

Concreto e pragmatico, Minà Palumbo proponeva di accordare premi e incoraggiare gli studi sulla biologia dell’insetto, lasciando liberi i proprietari di introdurre vitigni resistenti al parassita. Sul terreno della divulgazione si rivelò molto impegnato compilando, nel 1881, per il  periodico dell’Istituto agrario pisano, una rassegna sull’argomento di 265 titoli, tra monografie e articoli di riviste, pubblicati in Italia dal 1868 al 1880.

Quando finalmente ci si rese conto dell’inutilità del sistema distruttivo regolato dalla legge e si cominciò a investire sulla creazione di piante resistenti mediante incroci tra varietà americane e indigene, Minà Palumbo diede il suo contributo pionieristico. Le sue indicazioni erano ispirate a concretezza e prudenza; ogni esperimento andava ponderato e verificato ripetutamente, nella consapevolezza che non esistesse la soluzione universale applicabile a tutti i terreni e che la compatibilità tra “piede americano” e vite locale da innestare sarebbe stata trovata solo dopo innumerevoli prove. I suoi interventi sulla stampa specializzata erano sempre improntati alla necessità di svolgere una funzione didattica nei confronti dei viticoltori che in larga parte affrontavano la ricostituzione dei propri vigneti con approssimazione e scarsa competenza, come ebbe a lamentare nelle pagine del periodico del Comizio agrario palermitano, mettendo a disposizione una selezione ragionata delle principali caratteristiche di alcune varietà americane.

Pietro Doderlein

Pietro Doderlein

Non visse tanto da assistere al pieno successo delle sue intuizioni sulla validità della tutela delle biodiversità e della sperimentazione agronomica, ma i risultati conseguiti nel primo ʼ900 si devono anche alla sua visione moderna della botanica. Una nuova generazione di viticoltori avrebbe raggiunto il traguardo.

La Società di Acclimazione di Palermo, allora presieduta dal barone Sciacca della Scala, intervenne con analoga tempestività, dando incarico a due soci docenti universitari – lo zoologo Pietro Doderlein e il chimico Emanuele Paternò – di recarsi nel territorio di Riesi per accertare direttamente la vastità dell’invasione fillosserica. I due illustri studiosi, nel corso dell’ispezione, constatarono che l’arrivo del parassita poteva farsi risalire almeno a otto anni prima della “scoperta” ufficiale e che, ciò nonostante, i vigneti avevano continuato a essere produttivi. Ne deducevano non soltanto che la fillossera aveva mostrato di progredire con relativa lentezza rispetto ad altre zone d’Italia, ma anche che la distruzione dei vigneti prevista dalla legge avrebbe dovuto contemplare un’entità di risarcimento ai proprietari corrispondente al valore dei raccolti stimabili, caso per caso, almeno da uno a quattro annate di produzione. La distruzione immediata dei vigneti infetti e di quelli limitrofi apparentemente integri, comportava perdite effettive maggiori di quelle che si sarebbero prodotte non intervenendo affatto.

La sottolineatura del tema dei risarcimenti centrava in pieno uno dei nodi sociali della questione che la propagazione della fillossera stava generando: come era pensabile sviluppare unʼefficace campagna di sensibilizzazione e di prevenzione senza la convinta e generale collaborazione dei diretti interessati?

La distruzione dei vigneti disposta e praticata nel corso del 1880 – che prevedeva la recisione delle viti a 20-30 cm. dal suolo – nelle due province di Caltanissetta e di Messina, riguardò circa 51 ettari di vigneto, 17 dei quali nella zona di sicurezza, cioè di piante ancora integre, ma contigue a quelle infette. Le parti così recise venivano bruciate e i monconi imbiancati con latte di calce; si procedeva poi a irrorare le radici con il solfuro di carbonio (nocivo alla salute degli operatori, ma la sensibilità su questo aspetto era allora quasi inesistente), circa 40 grammi di insetticida per ognuno dei 5 fori praticati attorno a ciascuna pianta che, subito dopo, venivano richiusi per evitare dispersione dei vapori. Purtroppo questi interventi si rivelarono non solo inefficaci ad arrestare la propagazione del parassita ma anche molto costosi.

Antonio Mendola

Antonio Mendola

Nel 1882, Antonio Mendola, sollecitato a fornire un parere sulla validità dell’utilizzo delle viti americane, non esitava a dichiarare come l’unico modo di premunirsi contro la fillossera fosse proprio quello di confidare «nellʼimpianto di vigneti a viti americane resistenti». In particolare, consigliava «[…] come porta innesti resistentissimi la Vitis Solonis ed il York Madeira. Li coltivo da anni e prosperano egregiamente in Sicilia; […] Il Solonis è infruttifero – poco frutta il York Madeira – bisogna innestarli colle nostre viti. Da ciò nasce il ceppo bimembre cioè colla radice americana resistente e colla chioma europea fruttificante» [7]. Il barone aveva già imboccato una strada precisa e suggeriva di creare anche una collezione di ceppi “negativi”, cioè di innestare il Solonis, il York-Madeira e qualche altro vitigno americano su ceppi tra i più robusti di quelli indigeni.

A fine novembre 1883, la Società di Acclimazione palermitana deliberava di impiantare nel proprio giardino sperimentale un vivaio di viti americane e contemporaneamente di istituire una scuola pratica di innesto, per accelerare il processo di ricostituzione dei vigneti su ceppi resistenti. Ancora una volta, Mendola si rese parte attiva facendo dono alla Società di un gruppo di 36 varietà, con relativa nota descrittiva.

Due anni dopo, finalmente, il Governo deliberava di istituire tre campi sperimentali, due dei quali in provincia di Messina e uno in Calabria, sotto l’unica direzione del professor Leobaldo Danesi, direttore della Stazione Agraria di Palermo. Intanto, nel piantonaio governativo creato nel capoluogo siciliano a Villa Camastra, erano già disponibili 30 mila viti americane di Riparia, così come nelle terre del viticoltore De Grazia, a Messina.

Sul finire degli anni Ottanta dell’800, la virulenza del parassita fillosserico non risparmiò neppure la preziosa collezione di vigneti del Mendola e solo la metà delle migliaia di esemplari «poterono salvarsi, inviandoli al Professor Segapeli di Catania, che poté innestarli nel vigneto della Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia» [8].

Dal 20 al 26 maggio del 1888 si svolse a Palermo il 1° Congresso antifillosserico siciliano, La lunga tornata congressuale valse a fare il punto della situazione in ogni suo aspetto e a votare un ordine del giorno per chiedere al Governo di abbandonare «l’inutile sistema della distruzione» ed un altro presentato dal barone Mendola e dall’agronomo Alberti con il quale si chiedeva: «Che il vivaio di viti americane, oltre a offrire soggetti resistenti ottenuti per talee, [producesse anche] individui innestati belli e fatti e per opera di tecnici delegati all’uopo» [9]. Il congresso, alla presenza di numerosi viticoltori rappresentò la prima grande occasione per acquisire informazioni aggiornate e utili sull’utilizzo di viti americane, come quelle rese dal viticultore messinese, Giuseppe De Grazia.

Federico Paulsen

Federico Paulsen

Lʼaltro grande protagonista assoluto della rinascita del vigneto siciliano su piede americano fu senzʼaltro Federico Paulsen, nato a Roma nel 1861; laureatosi alla Scuola Agraria di Portici, si trasferì a Palermo nel 1885 a seguito della nomina ad assistente ai vivai di viti americane, pienamente operativo e scientificamente prolifico fino al 1937, anno del suo definitivo ritorno a Roma. Della folta schiera dei cosiddetti “americanisti” – tra i quali Antonio Ruggeri, Clemente Grimaldi, Corrado Montoneri, Vincenzo Prosperi, Giuseppe Ceccarelli, Angelo Longo, Domizio Cavazza, e Alberto Pirovano – Paulsen veniva considerato il capofila.

La questione dell’adattabilità delle viti americane rappresentava lo snodo principale della strategia di ricostituzione dei vigneti, in quanto non si trattava di scegliere la più resistente al parassita tra la moltitudine di varietà, bensì quella e solo quella che risultasse miglior portainnesti. E Paulsen si sforzava di far comprendere ai proprietari di vigneti che dovere attendere anche 4 anni prima di essere certi di aver trovato il portainnesti compatibile con il proprio terreno non avrebbe dovuto né stupire, né scoraggiare.

Una delle prime esperienze da lui condotte fu quella di studiare le affinità che potevano esistere fra i principali vitigni americani e le diverse varietà di Vitis vinifera, coltivate nell’agro palermitano e, a tale scopo, 

«[…] tentai gli innesti di Perricone, Inzolia, Cataratto, Catanese, Nireddo, Zibibbo su Riparia, Yorck, Taylor, Clinton, Solonis, eseguendo gli innesti su talee, a tavolino, a spacco inglese, usando il coltello Kund. Da molti studiosi di questa materia è stato discusso se sia più vantaggioso innestare sul posto, ovvero di fare l’innesto a tavolino, e mettere quindi le talee innestate a vivaio per trapiantarle poi nell’anno seguente. […] io sono portato, in queste regioni, a consigliare sempre di dare la preferenza al piantamento diretto delle viti americane e all’innesto sul posto» [10].

Il Ministero di Agricoltura, fin dal 1888, aveva chiesto a Paulsen di occuparsi anche di ibridazione delle viti americane e Paulsen, allo scopo di ottenere un buon portainnesti per i terreni calcarei, iniziò a programmare sia gli accoppiamenti tra Berlandieri, Cinerea e Cordifolia con vitigni Rupestris e Riparia, sia di vitigni nostrali con Aestivalis e Rupestris.

Il 1° luglio del 1896, Paulsen fu nominato direttore di ruolo del “Vivaio Governativo di Viti Americane di Palermo” e, nell’agosto dell’anno successivo, direttore tecnico della “Associazione per lo sviluppo ricostituzione e miglioramento dei vigneti siciliani”, costituitasi per iniziativa di quella élite aristocratico-borghese, ancora influente a Palermo, composta da Giuseppe Lanza, conte di Mazzarino, Pietro Ballestreros, marchese di Bongiordano, Ignazio Florio jr., Giosuè Whitaker, il mazarese Vito Favara Scurto, Girolamo Settimo, principe di Fitalia, Giuseppe Artale, marchese di Collalto, l’agronomo Antonino Romano, Domenico Sommariva e Paolo Guerra.

Nel barbatellaio di Santa Flavia, da lui diretto con lʼassistente Nereo Maggioni, «gli innesti su talee di Berlandieri innestate con marze di Catarratto furono piantati dal 20 al 30 novembre 1897, e contemporaneamente furono piantate anche le talee di Berlandieri» [11].

Duca Enrico Alliata

Duca Enrico Alliata

Nella tenuta del principe di Butera, a Bagheria, si sperimentava, invece, la resistenza degli ibridi ottenuti a Palermo dallo stesso Paulsen. E nel territorio di Marsala, nel 1898, appena la fillossera venne rilevata, si costituì il “Consorzio Antifillosserico fra i Viticoltori marsalesi”, presieduto dal professor Ferdinando Vallese. Accanto a queste iniziative avviate da organismi di natura pubblica o da consorzi, si svilupparono anche quelle di singoli proprietari.

Nel 1899, Enrico Alliata duca di Salaparuta si rivolse al più importante vivaista privato dell’Isola che si trovava a Milazzo, e cioè Giuseppe Zirilli Lucifero, per lʼacquisto di 15 mila barbatelle di vite americana da fare innestare con le varietà indigene richieste: 

«Io vi fornirò – scriveva Zirilli il 30 dicembre 1900 – la quantità di barbatelle di Rupestris du lot che vi saranno necessarie, che voi farete piantare secondo le mie indicazioni e io m’impegno ad innestarvele, nel modo e nel tempo che crederò più opportuni, a mie spese, rischi e pericoli, dovendovele consegnare innestate e vegetanti a fine luglio p.v. […] È stabilito che fornirete agli operai che potrò mandar sul luogo l’alloggio coi relativi letti. Il vitigno nostrano che dovrò innestare sarà il catarratto bianco e non altro, e voi sarete tenuto ad apprestarmi le marze che mi saranno necessarie, sia legnose, sia erbacee secondo quanto le richiederò. Ove il terreno nel quale sarà piantata la vigna fosse irrigabile ed entrambi noi fossimo di accordo d’irrigare, le irrigazioni dovranno esser fatte quando e come io ordinerò, ben s’intende a vs. spese, non dovendo io, oltre la fornitura delle barbatelle, sostenere altra spesa che quella dell’innestatura» [12]. 

Le raccomandazioni, i consigli, il dettaglio dei rispettivi impegni formalizzati lettera dopo lettera, delineavano un rapporto non di mera compravendita di piantine e di assistenza per gli innesti, bensì una vera e propria direzione colturale a distanza da parte dello Zirilli, il quale forniva indicazioni utili a correggere i metodi in uso nell’agro palermitano, al fine di far rinascere il vigneto che la fillossera aveva compromesso: 

«Lo scasso a 50 cm – precisava il 3 gennaio – è assolutamente insufficiente. È invero peccato che nella vs. provincia, dopo che si spende tanto per ricostituire, sia invalso l’uso di meschinissimi scassi per non spendere un po’ dippiù! Credetemi non è un’economia; tutt’altro anzi! Io vi consiglio di arrivare ad un metro, per come molti lo abbiamo fatto qui in terreni anche duri come il metallo. Ma se a tale profondità non volete andare, spingetevi almeno a 85 centimetri; e ritenete che più profondamente scassate più economizzate. Finito lo scasso ed appianata la terra farete assestare la vigna con le canne e mi avviserete. Occorre però fare molta attenzione:
1° che i magliuoli siano perfettamente asciutti quando si conservano;
2° che la sabbia sia assolutamente asciutta, proprio secca, e se in quest’epoca è difficile farla seccare al sole, la si fa seccare in un forno. Purché la s’impieghi quando è ben raffreddata» [13]. 

La varietà ampelografica Catarratto era dominante da secoli, soprattutto nei vigneti della provincia di Trapani, ma non in quella di Palermo dove prevalevano Calabrese, Latina comune, Mantonico, Muscatello, Guarnaccia, e neppure in Sicilia orientale. La decisione quindi di impiantare nell’ex feudo del duca Enrico un tipo diverso di vite rispondeva evidentemente a un nuovo orientamento enologico che si intendeva adottare. Ciò, però, comportava dei problemi non indifferenti che lo Zirilli, con avvedutezza, segnalava in una lettera successiva: 

«Poichè il catarratto a Casteldaccia è quasi sconosciuto e poiché nel predetto caso io dovrò innestare le barbatelle in erbaceo, come farete voi a fornirmi a suo tempo le marze erbacee non avendo vigne di catarratto dalle quali tagliarle?» [14]. 

Le obiezioni di Zirilli erano più che ragionevoli e, infatti, il duca Enrico convenne sulla soluzione di acquistare i magliuoli di Catarratto a Partinico e di attendere l’arrivo di un operaio di fiducia dello Zirilli per istruire i viticoltori locali: 

«Or siccome intendo non risparmiar nulla perché la vs. vigna riesca il meglio che sia possibile è mia intenzione mandare al momento del piantamento un giovane operaio di mia fiducia da qui il quale farà vedere al vs capo operaio come desidero che le barbatelle siano piantate e, iniziato il lavoro, dopo un paio di giorni se ne tornerà»[15]. 
Giuseppe Zirilli

Giuseppe Zirilli

Il giovane Antonino Anania, «fra i migliori giovani operai di cui io disponga», precisava Zirilli, fu effettivamente inviato a Casteldaccia a metà del mese di marzo con le casse di barbatelle di vite americana. A fine maggio del 1901, lo stesso operaio tornava a Casteldaccia per l’avvio delle operazioni di innesto delle marze di Catarratto, svolgendo allo stesso tempo attività di istruzione nei confronti dei lavoranti del duca. Inoltre, se necessario, lo Zirilli si dichiarava pronto ad inviare altri cinque innestatori da Milazzo, per completare le operazioni in un paio di settimane. Nel successivo mese di luglio sarebbe stato sul campo ancora Anania, «per sciogliere gl’innesti».

La scelta del duca di sviluppare due vitigni classici dell’area occidentale della Sicilia rappresenta un dato interessante: vitigni pressoché ignorati nel palermitano cominciarono a  essere coltivati dal duca Enrico nei primi anni del 900; 6.000 innesti di Catarratto e Inzolia vennero impiantati su piede americano di Rupestris Monticola. 

Nelle tenute del duca di Salaparuta, – scriveva una fonte giornalistica nel 1905 – i vitigni Inzolia, Catarratto, Sauvignon de Sauternes «sono tutti già ricostituiti su ceppi americani, e ci fa piacere vedere un appezzamento di vigna innestato personalmente dal Duca Enrico, che volle personalmente dirigere la ricostituzione dei vigneti distrutti dall’invasione fillosserica. […] Tra le molte varietà emerge una specie di vite creata dal Duca Enrico a mezzo d’ibridazioni, ed è veramente splendida per la gran quantità di grappoli che porta unitamente ad una fertilissima vegetazione» [16]. 

Nel 1933, l’infaticabile ultrasettantenne Paulsen compilava una relazione sull’andamento dei vigneti sperimentali il cui contenuto spiega meglio di qualunque indagine biografica la qualità e serietà scientifica del suo operato: 

«Le numerose ibridazioni eseguite in successivi anni nel Vivaio di Viti Americane di Palermo e che ammontano a più di una decina di migliaia, sono state prima, come ebbi occasione di dire in altre mie relazioni, passate in esame in terreni eminentemente fillosserati. Quivi sono state sottoposte a ripetute fillosserazioni, in modo da accertare la loro più o meno resistenza alla fillossera. Malgrado la maggior parte delle ibridazioni derivassero da incroci di varietà americane con altre americane, pur tuttavia la prova della resistenza alla fillossera ha fatto scartare inesorabilmente un gran numero di ibridi creati» [17]. 

Individuati i pochi più resistenti, si procedeva alla seconda selezione, impiantandoli in terreni calcarei (quelli prevalenti in Sicilia) per valutarne l’adattamento; infine, gli ibridi americani superstiti venivano innestati con i diversi vitigni locali: 

«Gli ibridi che avevano vittoriosamente superato queste prove sono stati da me in seguito distribuiti in molteplici vigneti sperimentali, sparsi nell’isola e rappresentanti le più svariate condizioni di terreno e di clima, per meglio fissare l’area di adattamento, continuando annualmente a raccogliere le osservazioni sulla resistenza alla fillossera, l’adattamento al terreno e l’affinità coi vitigni locali» [18]. 

La scelta “americanista” si sarebbe rivelata l’unica realmente efficace, pur se avrebbe richiesto anni di sperimentazioni e di verifiche. La diffusione della fillossera segnò una svolta epocale nella storia della viticoltura europea, non solo siciliana ed ebbe ripercussioni gravi sia sul piano agronomico, sia su quello economico e sociale, a danno di larghi strati della popolazione rurale. L’avanzata implacabile dell’afide travolse l’azione di prevenzione delle autorità pubbliche, le ipotesi iniziali della comunità scientifica sulla biologia del parassita e i rimedi per sconfiggerlo. Ma grazie a questo nutrito esercito di agronomi e di intelligenti e appassionati vignaioli la viticoltura siciliana tornò a rivivere. 

 
Note
[1] Primi studi ampelografici nei circondari di Catania e di Acireale, relazione a firma del presidente della Commissione ampelografica provinciale di Catania, Michele Turrisi Scammacca, e dell’ispettore Giuseppe Frojo, «Bullettino ampelografico», 1878, fasc. IX: 888.
[2] A. GREGORI, Viticoltura e vinificazione in Sicilia, «A. A. S.», vol. VIII, 1876: 201-202.
[3] L. VIGO, Dei bisogni della coltura e del commercio dei vini in Sicilia, «Foglio di Annunzj», anno I-1845, n. 2: 5.
[4] G. A. OTTAVI, Principii generali di agricoltura per le regioni calde con applicazioni alla provincia di Girgenti, Tip. E. Maffei, Casale 1866: 3.
[5] S. ACCARDI, In memoria del barone Antonio Mendola. Sunto del discorso commemorativo pronunziato il 12 ottobre 1912 in Favara, Stamp. Montes, Girgenti 1913: 4 e 6.
[6] Atti della Giunta per la Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma 1884, vol. XIII, t. II – Relazione del Commissario Abele Damiani, tomo I, fasc. I – Parte generale: 75-76.
[7] A. MENDOLA, Poche parole sulle viti americane resistenti, «G. A. S. A.», vol. XXII-1882: 150.
[8] F. ALFONSO, Necrologio del barone Antonio Mendola, «Nuovi Annali di Agricoltura Siciliana», vol. XIX, 1908: 249.
[9] G. PAOLINO-PISTONE, Congresso Antifillosserico, «Giornale del Comizio cit.», anno XX-1888: 155.
[10] F. PAULSEN, Andamento generale del vivaio governativo di viti americane in Palermo, «G. A. S. A.», vol. XXX-1890: 495.
[11] Le viti americane in Sicilia, «S. C. I.», n. 10, 5 marzo 1899: 1.
[12] Archivio di Stato di Palermo, Archivio Alliata di Villafranca, b. 1823, lettera di Giuseppe Zirilli Lucifero al duca di Salaparuta, Milazzo, 30-12-1900.
[13] Ivi, lettera di Giuseppe Zirilli Lucifero al duca di Salaparuta, Milazzo, 3-1-1901.
[14] Ibidem, Milazzo, 6-1-1901.
[15] Ibidem, Milazzo, 28-2-1901.
[16] Fattoria Corvo Casteldaccia, «S. C. I.», n. 26, 25 giugno 1905: 1.
[17] F. PAULSEN, Relazione sull’andamento dei vigneti sperimentali in Sicilia istituiti dal R. Vivaio di viti americane di Palermo, Tip. A. Giannitrapani, Palermo 1933: 5.