martedì 28 agosto 2012

GeniusLoci De.Co. Sicilia


MENFI -AG-
Percorso di progettazione partecipata per la valorizzazione dell’identità 
dei luoghi attraverso le De.Co. (Denominazione Comunali)


La Denominazione Comunale (De.Co.) impropriamente dette anche Denominazione comunale d’origine, è la nuova frontiera sulla quale possono operare le amministrazioni comunali per salvaguardare l'identità di un territorio legato ad una produzione specifica, con pochi e semplici parametri, il luogo di “nascita” e di “crescita” di un prodotto e che ha un forte e significativo valore identitario per una Comunità.
 Si tratta  di un sistema che vuole difendere il locale rispetto al fenomeno della globalizzazione, la quale tende ad omogeneizzare prodotti e sapori.
Nelle arti e non solo, il "GeniusLoci" rappresenta concettualmente quello "spirito" percepibile, quasi tangibile, che rende unici certi luoghi ed irripetibili i momenti: uno spazio, un edificio, un monumento. Non solo: il Genius Loci è anche nelle immagini, nei colori, sapori e profumi dei paesaggi intorno a noi, che tanto spesso, anche all'improvviso, ci stupiscono ed emozionano.  
Il Percorso di progettazione partecipata GeniusLoci De.Co.Sicilia non è il tentativo vano di catturare ciò che non può essere in alcun modo sintetizzato per mezzo di linguaggio naturale o meno, ma di proporre spunti di riflessione  da vivere in prima persona, attraverso dei mezzi di trasporto fisici o virtuali della modernita‘.  L’obiettivo,  riuscire a realizzare una rete dei comuni  De.Co. per  valorizzare quei prodotti di nicchia che  inducono gli appassionati  viaggiatori   ad andare ad acquistare e degustare i prodotti nelle loro zone di produzione,  per promuovere l’offerta  integrata “del” e “nel” territorio, piuttosto che mettere su strada le merci.
Il  percorso, promosso dalla Libera Università Rurale Saper&Sapor Onlus di Sambuca di Sicilia, e destinato a  un gruppo di “stakeholder” (liberi cittadini,  pro-loco, associazioni, organizzazioni professionali di categorie, assessori comunali e provinciali, giornalisti,  Gal,  e  gruppi informali) 
L’obiettivo dell’iniziativa: spirito di squadra, tutela dell’identità dei luoghi,
in un’ottica sempre più glocal
 L’identità é un valore incommensurabile,  il prodotto può essere copiato, l’identità di un territorio no.
Se pensi che puoi dire la tua, unisciti al gruppo inviando un email lurss.onlus@virgilio.it    (nome cognome, associazione, e/o logo in JPEG 

giovedì 23 agosto 2012

“Peppe di mare” e i barbari domestici



                   Giuseppe Bivona


“ Mediocri e normali sembrano non avere che una sola aspirazione: annusare le ascelle al potere”
Da “Nel segno dei gemelli”
Lo chiamavano con questo curioso soprannome “Peppe di mare” non era però un pescatore, bensì un contadino , povero quanto e forse più dei marinai del luogo. Possedeva buona parte della collina che sovrastava l’antico borgo marinaro, che come un ambio terrazzo si affacciava nello stupendo mare tra le “ solette” e la “conca della regina”. Suo nonno l’aveva comprata dai principi Pignatelli per pochi denari ,nessuno  aspirava  a possedere quella  “bella” ma sterile collina. Ma al povero Peppe  quella “ bellezza “ non  lo incuriosiva più di tanto, in fondo l’incanto  suscitato  per le attrattive paesaggistiche  è stata  tutta una” invenzione” della modernità, lui come suo padre non si lasciava distrarre da questo paesaggio mozzafiato, impegnati  come erano,  da mattina a sera ,con la schiena curva, a zappettare il grano  in primavera  o a mieterlo nel mese di giugno. Quel grano cresceva a stento ,vuoi per la cattiva natura del terreno, prevalentemente argillosa , ma ancor più, per le sferzate di vento carico di salsedine che flagellava le colture. Così come  la vegetazione costiera , per  difendersi cresceva  poco e restava  bassa quasi strisciante e raramente le spighe riuscivano ad arrivare a buon fine . All’epoca  c’era un tempo per ogni cosa:  dopo la mietitura e la successiva trebbiatura i lavori agricoli  si placavano, perciò arrivava il tempo   di andare al mare .
La partenza era sempre  movimentata , al vocio chiassoso dei ragazzi si imponeva l’ordine perentorio degli adulti ai quali spettava il compito di caricare sulla mula ,la brocca  con l’acqua, gli ombrelli grandi e neri, le seggiole basse  e tante altre cose  ritenute di pratica utilità. Dalla vecchia casa posta sulla sommità della collina la “carovana” seguiva il vecchio Peppe che con la sua mula faceva da battistrada giù per lo stretto  viottolo ,   sospeso tra cielo e mare, dopo infinite curve finiva, quasi di sorpresa,a ridosso della  mitica spiaggia delle “ solette”. Un tratto di arenile a forma di mezzaluna  si estendeva alla fine di un profonda vallata, mentre poco distante, nel mare aperto, una serie di rocce affioranti   piatte e irregolari  si allungavano  di fronte a noi  come tante piccole isolette( o come diceva il vecchio Peppe “solette” ovvero come le  suole delle scarpe)
Questi “luoghi” appartenevano a Peppe e ai   pochi abitanti  della zona:
“suoi” erano le giornate invernali,  quando  la pioggia insistente e violenta , si abbatteva  inesorabilmente su quel sottile strato  di  suolo  argilloso ,”suoi”  i venti  infuocati di tramontana che puntualmente arri vavano nei mesi più caldi, “suoi” lei raffiche  di scirocco  carichi  di salsedine che danneggiavano irreparabilmente la vegetazione, suoi le fatiche quotidiane ,il sudore per strappare a quella terra un misero raccolto
Così, come  “suoi” erano  le prime brezze che nelle giornate più assolate sentiva salire dalla costa,carichi di profumo di mare impregnate  delle essenze floreali ,  “suoi” erano i   chiari di luna che scopriva  la mattina presto,una luna piena e rotonda, che prima di tramontare,  si specchiava  nell’argenteo mare ,”suoi”era il silenzio  , tanto silenzio , interrotto a tratti dal  canto degli uccelli o dal rumoreggiare del mare, “suo” era questo tratto di spiaggia,questo mare….
Tutto questo rappresentava per il vecchio contadino il suo   patrimonio, materiale ed immateriale , tutto quanto costituiva l’”asse” ereditario da trasmetterlo per intero  ai propri figli e nipoti.  Questa terra diceva il vecchio Peppe era  la sua“croce e delizia” 
 Di certo  questo  paesaggio sembrava non dovesse avere mai fine ,anche perché alla fine degli anni settanta fu incluso all’interno della istituenda   riserva del “ Fiume Belice e dune limitrofe”. Ma il “ sogno” durò pochi anni . Scellerati amministratori  non ebbero alcun scrupolo nello stralciare dal decreto istitutivo, il versante orientale  della riserva che ricadeva per intero nel comune di Menfi. Alla stoltezza  segui  l’avidità, senza alcun pudore “ liberalizzarono” quei luoghi  che inesorabilmente finirono nelle fauci   di abili speculatori.
Ora la breccia si è  aperta, nessun ostacolo si opponeva  all’assalto dei nuovi barbari nostrani , con pochi spiccioli comprarono    ogni lembo di terra che si affacciava sul mare, anche qui  con qualche anno di ritardo e un po’ meno selvaggiamente, l’assalto alla costa in pochi anni ebbe il suo epilogo.
Ora, i nuovi barbari  dal cuore a “forma di salvadanaio”  avvezzi  ad usare abilmente  lo “sterco del diavolo”, dimorano sulla collinetta che un tempo fu di “Peppe di mare” .Costruirono le case quanto più fosse possibile vicino all’arenile , sventrarono la collina,la livellarono  , abbatterono ogni ostacolo che ostruisse la vista del mare , ostentavano sfacciatamente  senza ritegno  la “ricchezza”  in tutte le sue manifestazioni.
  Predoni , calarono veloci  come rapaci, si appropriarono  delle “delizie” il meglio che questi luoghi potevano esprimere  , ne  fruiscono per soli  pochi mesi estivi   , distratti , annoiati, efflorescenze senza radici. 
Eppure i “luoghi” hanno un’anima dice Hillman, e sono  sedi di uno spirito  del luogo “ genius loci”. Peppe di mare e i suoi  si sono  “guadagnati” l’anima di questi luoghi  attraverso il deposito di accumulazione di affetti  ,che viene operato dalle diverse generazioni  di persone che li hanno abitate, rispettando la natura , il senso del limite,la sobrietà ,l’interiorità , la forma .
Peppe possedeva un rapporto intimo e cosciente con quel “luogo”, aveva consolidato una cultura stabile e “sostenibile” che aveva alle spalle centinaia di anni , la sua esistenza era segnata dalla ciclicità , costellata da una intensa vita cerimoniale e rituale. Per Peppe abitare vuol dire permettere all’anima dei luoghi di manifestarsi  in chi vive in quel posto, che l’assorbe in se , rispettandola , rilasciandola in modo creativo , cosi che l’abitare diviene un atto “sacro”. Gli antenati di Peppe  circondavano di pietre i luoghi che ritenevano sacri per proteggerne lo spirito e  la loro identità : cosi nascevano i templi consacrati alla divinità.
I barbari nostrani, non hanno “storia”, senza passato ,ne memoria  sono portatori  di un modello civilizzato in palese contrasto  con il mondo di Peppe:
idolatrano una razionalità strumentale, un tipo  riduttivo di praticità  che ha disincantato  ogni aspetto della vita ,l’esigenza  per un funzionamento razionale  cela l’interiorità dei luoghi , vedono solo  ciò che appare , le facciate ostentando sicurezza ed  arroganza  .
L’economicismo , la devastazione ambientale , la meschinità  dei comportamenti interessati ,  il gigantismo, l’insignificanza dei suoi “non luoghi”, l’anestetico arredamento razionalista….. Sono solo  alcuni dei sintomi  della repressione della bellezza , effettuata dal protagonismo.  Sono il derivato della perdita  di quel sentimento  di  misura  ed armonia  ,di pudore e grazia.
Non c’è bellezza se non si conserva la memoria
    
      


lunedì 13 agosto 2012

La cultura è un investimento economico

  di Anna Fucarino 


 
“La cultura è un investimento economico”. Con queste parole di apertura pronunciate da Rosanna Cancellieri, presentatrice della serata, ha avuto inizio ieri sera 9 agosto la IX edizione del Premio Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nella magnifica cornice del terzo cortile del palazzo Filangeri Cutò a Santa Margherita di Belìce (AG).
La manifestazione, dai toni eleganti ma pacati, ha premiato lo scrittore israelita Amos Oz, con il testo “Il Monte dei cattivi consigli”. Nell’intervista Oz ha sostenuto di sentirsi onorato di ricevere questo premio letterario e ha detto che, pur non essendo mai stato in Sicilia prima di questa occasione, sente tuttavia di esserci già stato nei suoi sogni. Le sue parole, commoventi per certi versi, hanno rivelato un uomo profondamente legato alla madre terra e coscio dei problemi  che la affliggono,  pur tuttavia avendo chiari i presupposti  che potrebbero favorirne una rinascita pacifica e civile.
Nel corso della serata si sono susseguiti ospiti di particolare rilievo, dal Maestro Mariano Deidda, che ha musicato i versi di Cesare Pavese e di Fernando Pessoa,  a Katia Ricciarelli, e, a conclusione della manifestazione  è salito sul palco il “Siciliano non Siciliano più conosciuto nel mondo” , Luca Zingaretti che ha letto ed interpretato la parte finale dell’opera “La Sirena” di Tomasi di Lampedusa. Con singolare maestria, in un crescendo sentimentale e passionale, l’attore ha saputo cogliere i tratti intrinseci dell’opera ed esporli al pubblico, accattivandone l’attenzione e rendendolo partecipe dell’opera stessa, quasi a vederne presenti i personaggi e le loro caratteristiche emotive e fisiche.
 La serata ha visto la presenza di migliaia di partecipanti, e molti di loro hanno dovuto assistere alla manifestazione dall’esterno in quanto il cortile era gremito di gente. Segno dell’importanza e della valenza che una tale manifestazione può avere come mezzo di valorizzazione e di promozione culturale e come volano di sviluppo economico del territorio.
Aggiungo, in maniera del tutto personale, che i presenti ne hanno beneficiato anche nello spirito. La cultura è il nutrimento dell’anima.
Complimenti vivissimi all’intero staff organizzativo.

giovedì 26 luglio 2012

Manifesto dei principi dei doveri dei diritti della terra


La Libera Università Rurale dei Saperi  e dei Sapori  

PRINCIPI. L’agricoltura con le attività forestali è indispensabile alla sopravvivenza umana.
La campagna provvede a tutti i bisogni fondamentali di acqua, aria, biodiversità, cibo, energia, fibre (cotone, lana, lino ecc) e a tutti i materiali da costruzione. La terra è sacra, non l’abbiamo fatta noi. È la dimora naturale di ogni essere vivente. Sulla terra si fonda l’identità delle comunità umane se non è alienata, frammentata e non è basata su mere considerazioni utilitaristiche. Il suolo su cui camminiamo è mescolata la polvere dei nostri antenati; i nostri corpi, morendo, arricchiscono la terra dimostrando che essa non ci appartiene ma noi apparteniamo alla terra. La campagna è una comunità vivente di innumerevoli organismi e come un corpo deve essere nutrita, curata, fatta riposare. Si parla con lei attraverso il proprio corpo. La campagna è essenziale per rigenerare la società umana, perciò occorre arricchire le campagne, riscoprendone la sacralità.
Tutte le civiltà si basano sull’agricoltura, compresa quella industriale, ma nessuna è stata così distruttiva per la natura come la nostra che è perciò la più fragile di tutte.
Le tecnologie industriali applicate alla terra — prodotti chimici di sintesi come diserbanti, concimi chimici, anticrittogamici, macchine a energia fossile, sementi geneticamente manipolate, monocolture di merci per il mercato internazionale, che modificano il paesaggio per renderlo funzionale alle macchine — non sono agricoltura ma attività industriali, e non devono godere di privilegi per “pubblico interesse”.
Il furto anche di una sola mela è un reato punito penalmente, ma il saccheggio sistematico dell’eredità genetica e l’inquinamento dei cicli alimentari con conseguenze immense sulle popolazioni, non è considerato illegale dai governi, eppure viola i diritti fondamentali di tutti i popoli. Non c’è profitto derivante da questa distruzione che possa giustificarla.
La terra non è e non sarà mai una merce. È un bene comune. Il suo destino naturale è l’uso e il godimento comune.
Comune è l’aria che gli alberi e i venti rendono pura, comune è l’acqua che le radici delle piante, le rocce, le cascate rendono potabile e salutare come nessun impianto tecnologico può fare, comune è l’humus che si forma sotto gli alberi e nei campi ben coltivati perché arricchisce la catena alimentare, la quale è comune anch’essa insieme al polline dei fiori e a tutto ciò che serve a far vivere gli insetti, gli uccelli, gli animali e le piante selvatiche, delle quali comuni sono i semi spontanei così come quelli delle piante coltivate, selezionate dall’opera di tanti contadini e comunità indigene anonime che da sempre hanno lasciato in eredità gratuita a tutte le generazioni i risultati delle loro fatiche e scoperte. Comune infine è la terra per le popolazioni tribali. Ma anche nelle società contadine in cui è ben instaurata la proprietà privata, restano forme di usi civici e comuni sono le strade vicinali, la rete dei fossi, le sponde dei fiumi e i ruscelli, l’uso delle sorgenti liberamente aperto alla sete dei vicini e dei viandanti.
Coloro che conservano e trasmettono questa ricchezza insostituibile, obbedendo alle leggi naturali di alimentazione delle piante, migliorando la depurazione naturale e l’accumulo delle acque nelle falde, aumentando l’assorbimento di anidride carbonica e di acqua nelle biomasse sotto forma di humus, arricchendo i suoli, neutralizzando e trasformando le sostanze tossiche in utili e sane, proteggendo la terra dall’erosione, aumentando e migliorando la qualità degli alimenti per se stessi e le comunità locali, imprimendo sul paesaggio i segni della bellezza domestica, svolgono il lavoro fondante il pubblico interesse. Questo lavoro precede e supera quello degli stati e delle organizzazioni internazionali.
I contadini e i popoli indigeni non sono produttori di merci, sono guardiani della terra e della nostra sopravvivenza comune. Producendo beni strategici per la loro sussistenza, nutrono il paesaggio e lo umanizzano, cioè lo rendono domestico per la comunità di esseri, viventi o meno, a cui apparteniamo.
Le culture contadine e indigene sono orali, perché si basano su un’intelligenza e intuizione analogica e simbolica diretta, un linguaggio comune con la natura: scrivono nel paesaggio, con le piante, gli animali, gli strumenti e i beni che producono, non sulla carta. Nel loro operare lasciano spazio alle voci e al silenzio di tutti gli esseri viventi.
Le comunità contadine e tribali applicano l’etica della sussistenza, cioè soddisfano i loro bisogni essenziali direttamente dalla natura, rispettandone l’ordine, in economie locali di circuito, fondate su pratiche di coltivazione e uso della terra ereditate da saperi e abilità ancestrali che comportano l’impegno continuo a mantenere e ricostruire equilibri naturali, sociali e culturali. Il ciclo alimentare è per sua qualità intrinseca locale, finalizzato alla sussistenza.
DOVERI NATURALI. Il lavoro dei piccoli contadini e dei popoli tribali che obbediscono all’etica della sussistenza, in quanto la protezione e cura che dedicano ai loro luoghi ha effetti sul mondo intero, adempie ai seguenti doveri:
- conservare e arricchire il suolo, usando le biomasse per moltiplicare l’humus;
- favorire il manto vegetale perenne sia di leguminose che di siepi e alberi, rispettando la necessaria e salutare convivenza del maggior numero di specie;
- aumentare la capacità di assorbimento delle acque nel suolo, nelle falde e sorgenti e proteggerne la potabilità locale e gli altri usi comuni;
- curare i suoli tramite la manutenzione e adattamento di fossi, viottoli, muri a secco, ciglionature, strade vicinali, campi terrazzati ecc.
- migliorare le varietà e il ripopolamento delle specie vegetali e animali adattate ai luoghi aumentando così la biodiversità ed evitando le monocolture;
- curare la pulizia delle loro abitazioni, la salute dei loro alimenti e territori che abitano senza prodotti tossici, di sintesi e di plastica;
- produrre alimenti ugualmente sani per se stessi e per gli altri;
- rispettare la sovranità alimentare, cioè l’autosufficienza regionale: infatti solo se ogni popolo si nutre coi prodotti della sua terra è sicuro della sua indipendenza politica e di non rubare alimenti agli affamati dei paesi poveri;
- fare la manutenzione delle parti comunitarie della terra, dell’accessibilità dell’acqua da bere per la sete dei viandanti, delle strade vicinali, dei boschi e degli altri percorsi tradizionali;
- praticare e trasmettere le loro culture orali, che non escludono nessun essere vivente, e difendono il silenzio come diritto di uso civico;
- tendere allo stadio climax e alla massima simbiosi degli esseri umani con le altre forme viventi e i loro sostrati minerali.
DIRITTI NATURALI DEI CONTADINI E DEI POPOLI INDIGENI. Conseguentemente, chi opera sulla terra in violazione dei suddetti doveri non può vantare alcun diritto di precedenza e non può indennizzare le popolazioni con esborsi economici ma solo ripristinando l’ecosistema locale o bacino imbrifero nelle condizioni precedenti ai danni.
Chi opera sulla terra per fini di profitto esercita un’attività industriale e deve essere sottoposto a ogni regolamento, certificazione, controllo sanitario ecc. riservato a tali attività, rispettando tassativamente i limiti imposti dalle leggi nelle forme indicate dallo stato in cui opera. Gli Stati agiscono illegittimamente ogni volta che garantiscono alle imprese industriali diritti che sono in conflitto coi diritti tradizionali dei contadini.
A coloro che, anche soltanto su un fazzoletto di terra, assolvono i suddetti doveri appartengono i seguenti diritti originari, inalienabili e imprescrittibili;
1. il diritto di conservare la prosperità e la natura comunitaria della terra che rende immorale e illecito ogni e qualsiasi esproprio, anche per pubblica utilità, in quanto la pubblica utilità di chi esercita i doveri di cui sopra è superiore a ogni altra utilità;
2. il diritto all’analfabetismo, cioè il diritto di vivere e comunicare per mezzo di una cultura orale in tutto ciò che riguarda la campagna e le sue opere, il che comporta il divieto di obblighi scritturali o elettronici o certificatori di alcun genere per le attività contadine che saranno esclusivamente a carico degli uffici burocratici, per i popoli tribali ciò comporta anche il divieto di pretendere una documentazione scritta di proprietà della terra, bastando l’uso prolungato ab immemorabili;
3. il diritto alla gratuità dello scambio e della selezione dei semi che comporta il divieto di brevettare esseri viventi ancorché manipolati dalla scienza e dalla tecnica. Le varietà adattate ai luoghi fin da tempo immemorabile sono state il risultato attività svolte gratuitamente per il bene della comunità;
4. il diritto di accesso all’acqua e il divieto di qualsiasi attività che comprometta le falde, privatizzi le acque e ne riduca la disponibilità per i piccoli contadini, le popolazioni indigene o gli residenti/utenti;
5. il diritto al regime di esenzione dalle norme igieniche imposte dai governi: gli organismi sanitari di controllo hanno l’onere della prova nel caso sostengano che specifiche pratiche tradizionali adottate dall’agricoltura contadina provochino danni alla salute del suoi utenti.
6. il diritto al regime di esenzione dalle norme commerciali in quanto le attività di vendita diretta al pubblico e a dettaglianti da parte dei contadini e indigeni sono sempre state libere e non considerate attività commerciali.
 

sabato 21 luglio 2012

FATTORIE SOCIALI UN'OPPORTUNITA' PER LA SICILIA



Le fattorie sociali quale opportunità di sviluppo per la Sicilia, questa la sintesi che è emersa durante il seminario di studi che si è tenuto ieri venerdì 20 luglio presso la sala conferenza dell'Hotel President a cui hanno partecipato esperti e organizzazioni del terzo settore, del mondo dell'agricoltura e dell'associazionismo e che si sono confrontati sul tema delle fattorie sociali come strumento e metodologia di crescita socio culturale per soggetti svantaggiati.
Al convegno, organizzato dall'associazione Aurora Onlus e dalla cooperativa sociale Giorgio La Pira, sono intervenuti l'Assessore alla Famiglia Spampinato, l'assessore all'Agricoltura Aiello e l'Assessore al Territorio e Ambiente Aricò, che hanno rappresentato l'impegno istituzionale nei confronti del mondo sociale e della sinergia tra ambiente, agricoltura e cultura.
Fare rete, creare sinergie, dialogare, progettare e intercettare le giuste opportunità di finanziamenti comunitari sono tutti temi che verranno affrontati in occasione di un tavolo tecnico pubblico-privato convocato tempestivamente dall'Assessore Aiello e dall'Assessore Spampinato, per mercoledi prossimo, che prevede la firma di un documento congiunto di programmazione.

lunedì 9 luglio 2012

LAVORO: DANNAZIONE DIVINA O GRATIFICAZIONE TERRENA


  DI G.BIVONA

 
“SE SI ESLUDONO ISTANTI PRODIGIOSI E SINGOLARI,CHE IL DESTINO  CI  PUO’ DONARE,
L’AMARE IL PROPRIO LAVORO( CHE PURTROPPO è PRIVILEGIO DI  POCHI)
COSTITUISCELA MIGLIORE  APPROSSIMAZIONE  CONCRETA  ALLA  FELICITA’ SULLA TERRA:
MA QUESTA è UNA VERITA’ CHE MOLTI NON CONOSCONO!”
PRIMO LEVI( LA CHIAVE A STELLA)


“POVERO,ALLEGRO E INDIPENDENTE! –QUESTE TRE COSE INSIEME SONO POSSIBILI;
POVERO,ALLEGRO E  SCHIAVO,ANCHE QUESTE SONO POSSIBILI- E ALLA  SCHIAVITU’  DI  FABBRICA NON SAPREI DIRE AGLI OPERAI NIENTE DI MEGLIO, POSTO CHE ESSI NON SENTANO IN GENERE COME IGNOMINIA L’ESSERE ADOPERATI , COME ACCADE A QUISA DI INGRANAGG IDI UNA MACCHINA E PER COSI’  DIRE COME TAPPABUCHI DELL’UMANA INVENTIVA.
CHE ORRORE, CREDERE CHE CIO’ CHE NELLA LORO MISERIA è “ESSENZIALE” , VOGLIO DIRE LA LORO IMPERSONALE CONDIZIONE DI SERVITU’ ,Può ESSERE  ELIMINATO CON UN SALARIO PIU’ ALTO!
CHE ORRORE LASCIARSI PERSUADERE CHE, CON UN POTENZIAMENTO DI QUESTA IMPERSONALITA’ ALL’INTERNO DEL COMPLICATO MECCANISMO DI  UNA NUOVA SOCIETà , LA VERGOGNA  DELLA SCHIAVITù POSSA ESSERE TRASFORMATA IN VIRTU’!
CHE ORRORE AVERE UN PREZZO PER IL QUALE NON SI è Più UNA PERSONA,MA SI DIVENTA UN INGRANAGGIO.
SIETE VOI I COSPIRATORI , NELL’ATTUALE IMBECILLITA’  DELLE NAZIONI,CHE VOGLIONO SOPRATTUTTO  PRODURRE IL Più POSSIBILE E ARRICCHIRSI IL Più POSSIBILE?
LA VOSTRA CAUSA SAREBBE DI PRESENTARE  LORO IL CONTO DI RISARCIMENTO  PER LE GRANDI SOMME DI VALORE” INTERIORE “ CHE VENGONO BUTTATE VIA PER UN TALE SCOPO ESTERIORE !
DOVE  STA’ ALLORA IL VOSTRO VALORE INTERIORE, SE NON SAPETE PIU’ CHE COSA SIGNIFICA RESPIRARE LIBERAMENTE? SE NON AVETE ,NEANCHE UN POCO,IN VOSTRO POTERE VOI STESSI?

F. NIETZSCHE (AURORA)



Il campetto di tennis per la settimana di ferragosto rimase tutti i giorni libero. L’impresa venuta dal nord nei mesi successivi al terremoto  del Belice,  aveva in appalto i lavori per la costruzione delle le baracche e per l’occasione,  aveva portato in paese questa “novità” Don Saverio  ,quella domenica  poco prima di mezzogiorno,in sella alla sua mula, ritornava  dalla campagna .Le trazzere  ,che   legavano il paese alla campagna, non erano ancora state divelte,  cancellate , annullate ,perciò  l’anziano contadino vide  di passaggio questo strano “apparato”  con due ragazzi che come forsennati inseguivano una polla di colore giallo. I “poveretti” erano sudati fradici  e talmente stanchi  che si sostenevano  a fatica aggrappati alla rete di recinzione .Don Saverio si fermo a debita distanza per non spaventare la mula,  tuttavia sufficiente a riconoscere che uno dei due giocatori era …..suo figlio, studente universitario. All’ora di pranzo ,mentre la moglie apparecchiava la tavola , don Saverio ruppe il silenzio e quasi a bruciapelo rivolgendosi al figlio , gli chiese: “ Vuoi spiegarmi perché quando  ti chiedo di venire, qualche giorno, a lavorare in campagna , occasionalmente d’estate, tu  imprechi come un satanasso, ti da fastidio il sudore, sbuffi come una locomotiva e non ti sembra l’ora di  andare subito via;  invece quando vai a giocare e resti per ore a rincorrere una stupida pallina di gomma, sudando e ansimando  come un animale da soma , non smetti finché  non  ti senti sfinito? Insomma cosa hanno di diverso le due” attività” visto che ambedue,  richiedono lo stesso sforzo muscolare e l’impegno fisico?” Il giovane studente li per li rimase perplesso,la domanda a primo acchito sembrava banale ,Tuttavia nascondeva ,una ….insidia. Perciò decise di dare una risposta articolata  prendendola alla “larga”

”Devi, sapere che il lavoro è  una”invenzione” della borghesia , perché ce l’avevano a morte con l’aristocrazia e gli alti prelati della chiesa , ritenuti  degli oziosi,dei fannulloni, dei parassiti , insomma esseri nocivi che fino a quel tempo si sono indebitamente  appropriati dei beni di questo mondo. Presero a prestito una formula cara a san Paolo: “ Chi non lavora non mangia” I contadini e gli operai  ,su queste premesse ,solidarizzarono con la borghesia, puntando sul binomio lavoro-valore. La  contraddizione nasce nel  tempo , quando gli stessi borghesi non lavorarono neanche loro e si passa da un immaginario dell’uomo faber, dell’artigiano libero che vive del frutto della sua abilità  nel trsformare la natura ,verso una realtà sempre più alienata dominata dall’animal laborans tipica della condizione penosa degli operai e degli impiegati costretti ad un rapporto subordinato al capitale che asservisce e abbrutisce il lavoratore, senza avere  la pur minima speranza di diventare proprietario. Scrive Raul Vaneigem:” La borghesia, affrancata dal disprezzo con cui la schiacciava la pretesa nobiltà ,circonfuse il lavoro di una gloria ,che il proletariato-o quanto meno,i suoi rappresentanti- si affrettò a rivendicare, mentre ne era la più sventurata delle vittime. Un simile malinteso fu senz’altro meno estraneo di quanto non si creda alla lunga rassegnazione dei lavoratori”

 L’anziano contadino ascoltava  attento, tutto quello che diceva il figliolo, reduce dalla “barricate” del 68 ,parlava come un “libro aperto”.” Ma lu travagghiu”, intervenne don Saverio “è una cosa buona o cattiva?” Il giovanotto riprese sempre con calma.” Ora veniamo al punto. Via via che l’attività lavorativa si trasformava  in affare di carte e burocrazia e gli operai non erano che semplici ingranaggi  di una megamacchina infernale  il carattere ideologico ed immaginario  de lavoro  come intervento umano nella trasformazione della natura  avrebbe dovuto svanire. Ma non è stato cosi: tu stesso  quando usi il termine “travagghiu” non fai che  ridefinire il “ vero “ lavoro ( travail) come attività creatrice facendo un parallelo con il “travaglio”  del parto  separando il lavoro dal salario al quale era stato  sempre storicamente legato .Cercherò di essere più chiaro. La tua iniziale condizione di bracciante era vissuta in modo alienante quasi somigliava a quella degli operai della fabbrica. Funzionali ingranaggi della produzione  senza alcun rapporto con il” processo” e  men che mai con il “ prodotto”. Poi con n le lotte contadine e , metti pure con quell’aborto di Riforma Agraria, sei divenuto proprietario cosi hai realizzato  te stesso nel prodotto coltivato , e lo fai con tanta dedizione quasi ad identificartene.  Oggi  , il lavoro divenuto un diritto prima  ancora di essere un dovere  per il comune cittadino  è la garanzia di una “ciotola di riso” come si  suole dire in Cina Per strano che possa sembrarti in questa nostra “bacata “    realtà  il vero lavoro  si svolge nel tempo libero  . Non stupirti  , ma  il lavoro come realizzazione di se ,io lo vivo ….giocando.