giovedì 1 novembre 2018

Solo un spiacevole ....sproloquio!!



Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza.
(Daniel J. Boorstin)





               In questa festa di turno, a giudicare dal resoconto fattomi da Nicola, circa la serata letteraria svoltasi domenica scorsa, presso la B., un tale gioacchino... il quale forte del suo rigore storico non risparmia a Gaetano Basile una puntuale quanto pungente precisazione: il nostro comune non poteva ospitare alcun ebreo cacciato dalla Spagna nella seconda metà del quattrocento per la semplice ragione che Menfi …non era stata ancora fondata! 
















Restiamo sorpresi allorquando il nostro Gaetano nella sua disamina circa la venuta degli ebrei in Sicilia ed in particolar modo in provincia di Agrigento si lasci scappare …Menfi. 

Ora bisogna essere dei pedanti pizzicagnoli, per svalutare una bellissima analisi storica-antropologica regalataci dal Basile!

A Menfi gli ebrei ci sono stati ed io sono onorato di esserne amico degli attuali pronipoti: Giuseppe e Manfredi. Trattasi della famiglia Barbera che a metà dell’ottocento con il capostipite Renzo lasciarono Menfi per trasferirsi a Palermo dove continuarono ( e continuano) a commercializzare olio!


Ma non lasciamoci distrarre da queste meschine precisazioni, lasciamoli all’attenzione di gioacchino .... ! 


Invece abbandoniamoci alle seducenti argomentazioni, quasi delle disquisizioni dotti e sottili di Gaetano Basile circa il senso ed il valore della “festa” dei morti .Il nostro attento studioso e ricercatore del ricco patrimonio culturale non risparmia feroci giudizi circa la malusanza che da qualche decennio imperversa nella nostra isola ovvero l’introduzione di mode e superstizioni importate dall’America .Ma come? Si chiede indignato Gaetano, Noi che abbiamo elaborato “il lutto” per i morti, la nostra millenaria civiltà che fin dai greci aveva esorcizzare la morte, fino a definire gli umani “mortali” ci siamo ridotti a….. spaventapasseri!

Gaetano si accalora per tanta negligenza, non sa darsi spiegazione per la prevalenza di cosi troppa stupidità che ormai ha colonizzato le nostre menti e insipidito gli animi 

Domani è il giorno dei defunti ,proverò a ritualizzare la “festa” dei morti ricucendo lo strappo con il mio nipotino Andrea

PeppinoBivona 


Caro Peppino,

ti ringrazio. Circa la presenza “nel territorio saccense” (allora si parlava di territori più che di paesi) di comunità ebraiche è frutto degli studi del Prof. Imbornone. Fu lui a farmi scoprire “le case degli ebrei” a cui feci cenno. Non posso chiamarlo a testimone perché è venuto a mancare da diversi anni, ma restano i suoi studi preziosissimi.

Con un caro abbraccio

GaetanoBasile 


                     Caro Peppino, che dire, io ho partecipato al tuo   Talk Show di sabato mirabilmente condotto dalla Dott.ssa Antonella Giovinco, dove hanno preso parte il Sindaco della Città Marilena Mauceri, l'Assessore Saverio Ardizzone, Gaetano Basile, Nicola Cacioppo, Claudia Nuccio, Nino Alesi,  
  una vera serata culturale molto apprezzata da una platea attenta e qualificata,per esserci sono arrivati da Marsala e perfino da Agrigento  
 Domenica non ero presente.
   Che è successo?
Forse si è trattato di un semplice scivolone, un  sproloquio,insomma niente di personale. 
Del resto non merita nessun cenno  degno di cronaca, se pur il post è stato letto da 1389 utenti alla data odierna. Una cosa è certa, Gaetano Basile relatore di lungo corso  è stato invitato dall'Amministrazione Comunale, quindi ospite.     
Sono certo, o quando meno auspico, che  il soggetto in questione  saprà porre rimedio, nei modi e nelle forme più consone.

NinoSutera



P.S. ogni riferimento a fatti e cose è puramente casuale


domenica 28 ottobre 2018

Quaderno di Neoruralità




Pubblico delle grandi occasioni a Menfi alla presentazione del Quaderno di Neoruralità
"Diario dell'Ulivo Saraceno"
di Peppino Bivona, edito della Libera Università Rurale dei Saperi&dei Sapori.


Al Talk Show mirabilmente condotto dalla Dott.ssa Antonella Giovinco, hanno preso parte il Sindaco della Città Marilena Mauceri, l'Assessore Saverio Ardizzone, Gaetano Basile, Nicola Cacioppo, Claudia Nuccio, Nino Alesi, Nino Sutera.
 Peppino Bivona e Gaetano Basile, hanno dato luogo a una vera serata culturale molto apprezzata da una   platea attenta e qualificata e da tutta l'Amministrazione Comunale presente. 
La regia, perfetta, è stata curata dall'Assessore Nadia Curreri, La visita alla mostra di Gregorio Viviani e la degustazione dei prodotti del territorio, ha concluso la serata.



Dal Vino all’olio, da Inycon a Frantoi in Festa
Continuano le iniziative organizzate dal Comune di Menfi, ma anche quelle della Libera Università rurale, che non è nuova a iniziative inedite di animazione e di approfondimento colturale e cuturale.
Tante attività sia all’interno del territorio che fuori, anche ben lontano dai confini regionali.

Ha ideato tanti format di successo,
Dal villaggio di Idee,     ai Borghi GeniusLoci De.Co.,
passando per terr@ - acronimo di Territorio,EnogastronomiaRisorseRurali e @mbientali,

e coordina il comitato promotore del Parlamento Rurale Europeo per l’Italia.



Questa sera la presentazione del primo quaderno di Neoruralità - Diario dell’Ulivo Saraceno - di Peppino Bivona con la prefazione di Gaetano Basile, l’introduzione di Nicola Cacioppo, e la postfazione di Nino Sutera mentre il Progetto grafico è di Stefania Bonura Graphics Web & Books





















martedì 23 ottobre 2018

Diario dell'ulivo saraceno

Tutto pronto a Menfi,  per i tre giorni dedicati all'olio novello, tanti eventi in programma.


Sabato 27 Ottobreore 18.00 la presentazione  della pubblicazione - Diario dell’Ulivo Saraceno- di Peppino Bivona con la prefazione di Gaetano Basile, l’introduzione di Nicola Cacioppo, e la postfazione di Nino Sutera




La Libera Università rurale non è nuova a  iniziative inedite di animazione e di approfondimento.
 Tante attività sia all’interno del territorio,  che fuori, anche fuori i confini regionali.
Ha ideato tanti format di successo tra i quali,  Dal villaggio di Idee, ai Borghi GeniusLoci De.Co., passando per terr@ Territorio,EnogastronomiaRisorseRurali e @mbientali.



















Interverranno:
Marilena Mauceri, Sindaco
Giuseppe Bivona, Presid. Libera Università Rurale
Gaetano Basile, scrittore autore di tantissime pubblicazioni di storia dell’enogastronomia,  e Primo “Ambasciatore dell’Identità Territoriale” ha firmato anche la prefazione del  libro di Peppino Bivona
 Saverio Ardizzone Assessore all’Agricoltura al Comune di Menfi
Nicola Cacioppo, decano dell’Assistenza Tecnica in agricoltura e coofondatore della Libera Università rurale
Nino Sutera, Funzionario Responsabile dell'Azienda Sperimentale Campo Carboj,  Coordinatore dell'Osservatorio di Neoruralità  e ideologo della Libera Università Rurale.


Gaetano Basile, dalla   prefazione al libro, che è anche un invito a leggerlo.
Peppino Bivona con l’ulivo ha un rapporto antico. Meglio ancora è antico il suo rapporto con la terra tanto da averne fatto il suo lavoro, la sua professione. Nessuno come lui conosce i mille segreti degli ulivi, delle drupe, dell’olio e di come giudicarlo. Ed
a lui ricorro sempre quando mille dubbi mi assalgono su questa pianta misteriosa, strana, bizzarra. Biennale, ma tanto antica e sacra da accreditarne l’invenzione ad una divinità, Atena la saggia.








venerdì 12 ottobre 2018

IL Mistero nei Misteri.

 




“ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI DELL’ANTICO EGITTO “ di Stefania Bonura

  Peppino Bivona


                                    Accade sovente che assaggiando un vino bianco siamo  catturati dall’effluvio di profumi  , di solito floreali ma anche di frutta, sia di stagione che esotica. Tuttavia  nel trasferirlo in bocca restiamo delusi: ovvero tutto quello che ci aveva promesso non è stato mantenuto! Al gusto il vino “ cade in bocca” , perde spessore, non esprime alcuna personalità, somiglia molto ad una bevanda industriale, fatta apposta per attrarre ed ingannare le effimere banalità sensoriali .



 Invece esistono ,in verità pochi , grandi vini bianchi, che  mantengono ciò che promettono, anzi, paradossalmente,  le qualità gustative contribuiscono in modo decisivo a caratterizzare  la spiccata personalità del vino, il suo “ spessore”  o meglio  la sua “stoffa” Ne percepiamo  la gradevolezza, l’intrigante armonia  della complessità! 
“ Alla scoperta dei misteri del Egitto” di Stefania Bonura , mi sia consentita l’audacia , somiglia molto a quest’ultimo vino:  raro, prezioso, solo per pochi “palati”,  esprime molto di più  di quanto  viene annunciato! La modestia non Le  fa alcun difetto!
 Questo suo ultimo libro “ Alla scoperta dei segreti dell’antico Egitto” è una fatica letteraria che richiede  una buona dose di “vocazione”,  una passione non comune,  una dedizione completa alla storia e agli accadimenti che hanno plasmato una delle più misteriose ed coinvolgenti momenti di questo pianeta, segnate dal sottile  confine tra preistoria e storia, da cui  la derivata civiltà, ovvero la nostra umanità.
Il libro si legge con la scioltezza di un “romanzo”  reso fluido da un linguaggio  asciutto , essenziale,  farcito di “attese” come un giallo tinto di rosa.  Una volta “entrato “ non ti sarà facile uscirne. Dell’antico Egitto sapevamo molte cose: intrise di nozioni scolastiche o da inchieste televisive : La Bonura ha il merito di coordinare  ed intrecciare in un appassionato racconto 5000 anni di storia, resa scorrevole dall’intreccio tra storia , geografia, agronomia, economia ,religione,  arte, cultura. Meticoloso, puntuale, attento ai particolari, nulla viene trascurato, i riferimenti bibliografici sono pietre miliari.
Eppure ci fu un tempo, tra gli anni settanta e gli ottanta, che fummo catturati da una “letteratura”  tutta dissacrante, falcidiandone i supposti storici, autori come Peter Kolosimo si chiedeva provocarmene  come fosse stato possibile erigere le più antiche, monumentali piramidi sorretti da cubi di granito perfettamente levigato in un età  che da poco aveva scoperto la ruota .
 Stefania Bonura non disattende queste obiezioni, li traduce in una chiave di “lettura” tutta interna  ai confini stabiliti tra preistoria e storia  osserva e valuta con realismo gli accadimenti dandoci i soli elementi di analisi di cui disponiamo.
Se posso permettermi di dare un suggerimento a tutti coloro che volessero accingersi  a fare un viaggio in Egitto, consiglio caldamente di munirsi di un “vademecum” ovvero di una guida eccellente per visitare e godere dei primi sussulti della nostra civiltà.
Grazie per questo tuo lavoro
      

martedì 21 agosto 2018

Dove abbiamo sbagliato ?

  
  Peppino Bivona 

"Il pomodoro “seccagno” resta l’emblema della sobrietà, del risparmio, dell’orgoglio, della sovranità alimentare contadina. Una filosofia di coltivazione in armonia con la natura."

                Caro Nino, ho letto gli appunti che mi hai mandato in occasione della Sagra del pomodoro “seccagno” svoltasi a Montallegro, Borgo GeniusLoci De.Co.
            Ti potrà sembrare curioso ma mi sono ricordato che molti e molti anni fa il pomodoro, da noi, veniva coltivato inderogabilmente in asciutto. Le uniche aree irrigue erano localizzate nelle zone periferiche del paese, gli orti sub-urbani, in particolare nella zona di sud – est, captando le acque di falda superficiali che venivano tirate su dalle “senie” e riversate nelle “ gebbie”. Se vuoi, puoi leggerla come una versione peculiare delle oasi desertiche del vicino Nord –Africa. La scarsità di acqua aveva plasmato e modellato nei secoli il nostro paesaggio agricolo, le scelte colturali, l’economia, insomma il nostro stile di vita. Finché, un giorno, alla fine degli anni cinquanta avvenne, come per incanto, il “miracolo”, le nostre campagne divennero tutte “orti”! Le opere irrigue distribuirono l’acqua dell’invaso artificiale “Lago Arancio” in buona parte del nostro territorio. Una prima manifestazione di questa nuova era accadde a Bertolino, nel terreno della buonanima di tuo zio Filippo Sutera, il quale, su indicazione dell’allora “Centro Studi” di Danilo Dolci, decise di piantare qualche centinaia di piantine di pomodoro, credo, San Marzano. I risultati furono strepitosi, ai lati dei profondi “vattali” si stendevano le piante di pomodoro stracarichi di frutti splendenti in tutta la loro abbondanza. Da quel giorno il nostro rapporto con il pomodoro cambiò radicalmente. Dedicammo sempre meno fatica, ma di contro investimmo più energia. La coltura divenne sempre più “dipendente” dai nostri interventi di natura irrigua, nutritiva(concimazione) ed in particolar modo della difesa sanitaria. Il “nuovo” pomodoro aveva sempre più bisogno di aiuto ovvero di energia esterna, “sussidiaria” e stranamente quanto più ne fornivamo tanto più la coltura ne richiedeva! Avevamo innescato un feedback positivo, una retroazione sempre più energivora, di cui oggi non riusciamo a venirne fuori! Per comprendere la chiave di lettura di cosa sia successo al pomodoro, bisogna capire il ruolo svolto dal DNA, il quale non solo svolge la sua principale funzione nella trasmissione dei caratteri ereditari, ma è anche un supporto di memorizzazione plastico. Non è solo la mutazione genetica a causare il “cambiamento”, c’è anche l’adattamento, ovvero, possiamo nel nostro agroecosistema, addormentare o risvegliare i geni che si svelano attraverso il fenotipo come “espressione genica”. Oggi sappiamo che la pianta alla fine del suo ciclo produce dei semi dopo aver vissuto la sua interazione con l’ambiente circostante, assimilandone nel suo DNA alcuni aspetti del suo vissuto. Così accade che il nostro pomodoro “intensivamente” coltivato non ha alcun bisogno di “attivare” le sue capacità di approfondimento delle radici per la ricerca d’acqua o di sostanze nutritive, né tanto meno mobilitare i geni deputati alla difesa delle avversità sia biotiche che abiotiche. 
Insomma abbiamo intrapreso un percorso opposto a quello a cui da decenni avevano dato significato e senso i nostri nonni. Perciò il pomodoro “seccagno” resta l’emblema della sobrietà, del risparmio, dell’orgoglio, della sovranità alimentare contadina delle nostre aree interne. Una filosofia di coltivazione in armonia con la natura. Una cultura sempre attenta a scrutare i segreti delle piante e trasferirle nel campo coltivato.

sabato 4 agosto 2018

Riaffiorano le radici

 
  Peppino Bivona

                                A quel tempo la spiaggia di Porto Palo finiva alla foce Mirabile, quasi a simboleggiare le nostre colonne d’Ercole: oltre c’era l’ambio arenile, smisurato, aperto, sconfinato, sovrastato dall’immensa collina di sabbia: il “serrone Cipollazzo”,ricoperto qua e là da vegetazione di piante in via d’abbandono; poi il  mare, limpidissimo, basso ,esteso, calmo , comodo per raccogliere patelle. Chi osava avventurarsi oltre la foce rischiava di perdersi nel vasto “oceano”, dove la ragione latitava e spesso soccombeva alle passioni giovanili. 

Oggi gli spazi oltre la foce Mirabile sono densamente antropizzati, resi angusti dalla strettezza  di un malcelato  budello di terra , costipato  da un ammasso di case scriteriate  e goffe,  insomma, penose.  Ora tutto si è ridotto, divenuto a portata di mano: l’accesso comodo ma non facile. I cambiamenti in questo mezzo secolo non potevano risparmiare questo tratto di mare e la collina sovrastante, che per alcuni anni divenne oggetto di un acceso dibattito, culminato in vicende giudiziarie dai risvolti umani dolorosi. Ma alla fine, pur assediato ad est come ad ovest, dalla speculazione, viene riconosciuto e decretato come area d’interesse paesaggistico –ambientale. Eppure come se non bastasse, Il serrone Cipollazzo, subisce oggi più che mai, inesorabilmente gli attacchi violenti delle mareggiate, particolarmente dove non sono state allestite  protezioni, ovvero i pennelli. Questa immensa, stupenda duna di sabbia, forse unica nel bacino del mediterraneo, sembra un gigante dai piedi d’argilla!
Si, ogni anno di più sembra sgretolarsi, la furia del mare non ha pietà, l’assedia frontalmente e inesorabilmente avanzando ne mina le fondamenta! Ogni anni sembra restituirci strani reperti.
Quest’anno, per uno bizzarro sortilegio, i marosi ci hanno consegnato nuovi reperti, ovvero lunghe radici di vite immerse per diversi metri nella sabbia fino a raggiungere i profondi strati argillosi, forse di illite o di caolino. Uno spettacolo mozzafiato: pensate queste uniche e rare viti  europea,  franchi di piede ,ovvero non innestate, da quasi centocinquant’anni sono sopravvissute al caldo torrido della sabbia infuocata,  a pochi metri dal mare
.Ad una prima analisi dei seni peziolari  sembrano Catarrati, Inzolia e una vecchia verità di uva da tavola, forse Centorruote. Ora vi chiederete stupiti: ma cosa ci faceva questa coltivazione della vite in un contesto orografico cosi avverso o quantomeno singolare?
Per un momento accantoniamo l’emozione e lasciamo parlare la storia.




 Ebbene, dovete sapere che per millenni in Sicilia, come in tutto il bacino del Mediterraneo, la vite veniva coltivata con estrema semplicità, non avevamo alcun bisogno di praticare l’innesto né tanto meno difenderci da due pericolose malattie ovvero l’oidio e la peronospora. La vite produceva in abbondanza e viveva cento e passa anni. I nostri guai inizino con la “scoperta “dell’America, e in modo decisivo quando i mezzi di comunicazione divengono sempre più rapidi e veloci come accade con le navi a vapore. La seconda metà dell’ottocento segna l’avvio tragico del disastro della viticoltura europea : arriva dall’America la fillosser, uno strano afide che attacca e distrugge  le radici delle viti europee, franche di piede. Dalla Francia il flagello si espande in tutta Europa compresa la Sicilia , ……fino a Menfi. Qui, la vite  nell’economia agricola, aveva un posto di tutto rispetto, ne sono testimonianza i diversi “palmenti “ diffusi in contrada Bonera. Che fare?  Per anni i contadini videro  scemare sotto i loro occhi interi campi di vite coltivate. Finché  un giorno, qualche acuto osservatore, notò un fatto interessante, ovvero che le viti coltivate in terreni sciolti o molto sciolti, la forma radicicola della fillossera non manifestava la sua virulenza. Fu così che i contadini e i proprietari   decidono di spostarne la coltivazione della vite nei terreni sabbiosi.
Oltre alla collina del Cipollazzo, la vite si estese nelle aree delle dune di contrada Torrenuova ,attivando, per alcuni anni, un fiorente commercio. Le viti affondavano le radici per diversi metri, fino agli strati argillosi,  mentre la vegetazione veniva protetta da cannucce perfettamente ordinate. L’uva raccolta veniva trasportata in cesti di canne spaccate, a basto con i muli. Tutto durò alcuni decenni fino a quando non fu introdotta la tecnica dell’innesto, utilizzando le viti americane le cui radici resistevano all’attacco della fillossera. Adesso il mare trascina via, assieme alle radici, i nostri ricordi giovanili.      

venerdì 27 luglio 2018

LA VERA, SERIA, RIVOLUZIONE DEI GRANI “ANTICHI”


LA VERA, SERIA, RIVOLUZIONE DEI GRANI “ANTICHI”
 Peppino Bivona



In una stupenda serata di mezzo luglio a Santa Margherita di Belice, in una incantevole piazza su cui si affaccia  il palazzo Filangeri –Cutò, di gattopardiana memoria, prende decisamente il via la “ RIVOLUZIONE” dei grani antichi.
 Sono trascorsi più di mezzo secolo da quando l’ordinaria follia prese il via nel centro nucleare della Casaccia,  bombardando con raggi gamma alcuni semi di grano  e da successivi rincroci nacque il capostipite Creso da cui provengono quasi tutti i grani attualmente coltivati. Queste nuove varietà, dai nomi più fantasiosi  pervasero le nostre campagne ,promisero rese favolose ,qualità di “glutine” dagli effetti miracolosi.
Come  si poteva negare il progresso , chi osava opporsi alla ricerca ed alla tecnica?
Quasi tutti i di contadini abbandonarono, senza tanti rimorsi, i vecchi grani: dalla Timilia, al Russello dal Perciasacchi al Bidi; ora  si potevano elargire massicce dosi di azoto senza il rischio che il grano allettasse, cosi le rese raddoppiarono e l’industria molitoria sembrava appagata circa la domanda di “qualità” .
Eppure un fantasma aleggiava: in un mondo globalizzato il prezzo del grano era sempre più svilito e gli agricoltori non avendo alcun controllo del “mercato” tentavano, quanto più fosse possibile, di incrementare le rese, ma all’aumento dell’offerta il prezzo crollava inesorabilmente. Ma c’è di più: il mondo scientifico medico mette sotto accusa i derivati alimentari preparati con i nuovi grani, rei secondo molti, di interferire sui processi assimilativi e metabolici del nostro organismo. Cosi ai poveri agricoltori non rimane che protestare o abbandonarne la coltivazione.
 In verità da qualche anno alcuni produttori di grano stanno tentando di percorrere una singolare stategia: abbandonare  la coltivazione di questi  grani convenzionali e ritornare alle vecchie varietà . Tra questi “pionieri” spicca la figura di Melchiorre Ferraro, il quale rifiuta di conferire il suo cervello “all’ammasso”, recupera una vecchia varietà Giustalisa  e inizia intelligentemente un processo  di riappropriazione della sovranità  cerealicola  del  territorio e nel riconoscimento dell’identità  come soggetto produttore. Oggi possiamo trovare le diverse tipologie di pasta di Ferraro nei grossi mercati della zona. sistemate diligentemente in eleganti scansie  di legno, lontano e distanti dalle “cataste” di confezioni  ammassate come conci di tufo, le cui ditte produttrice si sbranano tra di loro per qualche centesimo in meno. No, la pasta di Giustalisa non va confusa con le altre paste commerciali, si tratta di un caso di omonomia!
Il comune di Santa Margherita del Belice e la locale sezione della Pro Loco non si lasciano sfuggire questa occasione, coinvolgono Melchiorre Ferraro in una intelligente e ben organizzata serata  per gustare alcuni  prodotti culinari con le farine provenienti dai grani antichi  affidandone la preparazione a Michele Ciaccio insegnante presso la scuola Alberghiera di Castelvetrano. Il professore Ciaccio ormai da anni  in cucina ha preso dimestichezza con questi grani antichi, ne conosce i punti di forza ma anche quelli di debolezza, ma ormai sa come “addomesticarli”. I risultati a giudizio del vasto pubblico presente sono stati eccellenti: una valutazione unanime sulla bontà della materia prima, ma soprattutto  sulla bravura culinaria di Michele Ciaccio e dei suoi collaboratori.
Non a caso il Prof   Michele Ciaccio, Melchiorre Ferraro, e da questa sera la Pro Loco Gattopardo Belìce, la Libera Università Rurale, ha conferito il meritato riconoscimento di "Custode dell'Identità Terrioriale" del percorso Borgo GeniusLoci De.Co.







sabato 30 giugno 2018

Il Mistero nei Misteri. “ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI DELL’ANTICO EGITTO “

Il Mistero nei Misteri.

“ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI DELL’ANTICO EGITTO “ di Stefania Bonura

  Peppino Bivona


                                    Accade sovente che assaggiando un vino bianco siamo  catturati dall’effluvio di profumi  , di solito floreali ma anche di frutta, sia di stagione che esotica. Tuttavia  nel trasferirlo in bocca restiamo delusi: ovvero tutto quello che ci aveva promesso non è stato mantenuto! Al gusto il vino “ cade in bocca” , perde spessore, non esprime alcuna personalità, somiglia molto ad una bevanda industriale, fatta apposta per attrarre ed ingannare le effimere banalità sensoriali .



 Invece esistono ,in verità pochi , grandi vini bianchi, che  mantengono ciò che promettono, anzi, paradossalmente,  le qualità gustative contribuiscono in modo decisivo a caratterizzare  la spiccata personalità del vino, il suo “ spessore”  o meglio  la sua “stoffa” Ne percepiamo  la gradevolezza, l’intrigante armonia  della complessità! 
“ Alla scoperta dei misteri del Egitto” di Stefania Bonura , mi sia consentita l’audacia , somiglia molto a quest’ultimo vino:  raro, prezioso, solo per pochi “palati”,  esprime molto di più  di quanto  viene annunciato! La modestia non Le  fa alcun difetto!
 Questo suo ultimo libro “ Alla scoperta dei segreti dell’antico Egitto” è una fatica letteraria che richiede  una buona dose di “vocazione”,  una passione non comune,  una dedizione completa alla storia e agli accadimenti che hanno plasmato una delle più misteriose ed coinvolgenti momenti di questo pianeta, segnate dal sottile  confine tra preistoria e storia, da cui  la derivata civiltà, ovvero la nostra umanità.
Il libro si legge con la scioltezza di un “romanzo”  reso fluido da un linguaggio  asciutto , essenziale,  farcito di “attese” come un giallo tinto di rosa.  Una volta “entrato “ non ti sarà facile uscirne. Dell’antico Egitto sapevamo molte cose: intrise di nozioni scolastiche o da inchieste televisive : La Bonura ha il merito di coordinare  ed intrecciare in un appassionato racconto 5000 anni di storia, resa scorrevole dall’intreccio tra storia , geografia, agronomia, economia ,religione,  arte, cultura. Meticoloso, puntuale, attento ai particolari, nulla viene trascurato, i riferimenti bibliografici sono pietre miliari.
Eppure ci fu un tempo, tra gli anni settanta e gli ottanta, che fummo catturati da una “letteratura”  tutta dissacrante, falcidiandone i supposti storici, autori come Peter Kolosimo si chiedeva provocarmene  come fosse stato possibile erigere le più antiche, monumentali piramidi sorretti da cubi di granito perfettamente levigato in un età  che da poco aveva scoperto la ruota .
 Stefania Bonura non disattende queste obiezioni, li traduce in una chiave di “lettura” tutta interna  ai confini stabiliti tra preistoria e storia  osserva e valuta con realismo gli accadimenti dandoci i soli elementi di analisi di cui disponiamo.
Se posso permettermi di dare un suggerimento a tutti coloro che volessero accingersi  a fare un viaggio in Egitto, consiglio caldamente di munirsi di un “vademecum” ovvero di una guida eccellente per visitare e godere dei primi sussulti della nostra civiltà.
Grazie per questo tuo lavoro
      

giovedì 17 maggio 2018

Accamora


“Tutto su mia madre” Almodovar o Mannina
Di Peppino Bivona
Dopo aver visto la rappresentazione teatrale di Paolo Mannina proposta dal Comune di Menfi e dalla locale Consulta delle Donne,al centro civico di Menfi, proporrei al bravo autore (e attore) sambucese di modificare il sottotitolo della sua pièce  ovvero “ Tutto sulla mia mamma “.
La distinzione non è di poco conto, anzi direi che questa fatica teatrale è l’ultimo canto alla “mamma” cosi come c’è stato declinato  negli anni passati in tutte le versione canore o sdolcinatamente poetiche .
Mi dispiace, ma la” madre” è un’altra cosa : è qualcosa di più complesso , articolato ,problematico. Le prime  crepe o meglio rotture, c’è li propone Pier Paolo Pasolini con “ La Ballata delle Madri “ o la più toccante “ Lettera a mia madre” con questi versi dà una sonora mazzata al mammismo italico, alla sua stucchevole apologia su cui si erano abbeverate la retorica risorgimentale e successivamente il fascismo.
Tuttavia dobbiamo aspettare l’ultimo decennio perché una rilettura in chiave psicoanalitica del comportamento genitoriale potesse finalmente farci comprendere la complessità del ruolo materno.
La madre e, pertanto la donna, è la sola che fa esperienza dell’alterità, ovvero dell’altro da se,  la sola che sa “amare”. Quando veniamo al mondo la madre è la nostra prima soccorritrice , la prima a rispondere al primo vagito, al nostro angosciante  grido quando siamo “buttati “ fuori dalle sicure e comode pareti del grembo materno. Per mesi attraverso la nostra pelle a contatto con quella della madre proviamo ad esplorare il mondo circostante e attraverso i suoi  occhi scrutiamo le misteriose cose che ci circondano. C’i fidiamo di lei, del suo sguardo rassicurante , della benevolenza, dell’accoglienza, della sua dolcezza.
E’ cosi che esploriamo il mondo nei nostri primi anni di vita ,attraverso gli occhi e il viso della madre,  ne percepiamo la serenità cosi come ahimè anche, la tensione, lo stress. Poi, piano piano ,costruiamo le nostre mappe cognitive e pari passo quelle emotive. La madre in questo frangente non deve mancare assolutamente, deve rispondere ai nostri mille “perché”, soddisfare le nostre molteplici curiosità in un clima di sicuro affetto. Non ci sono surrogati che valgano a sostituirla: ne va della nostra personalità, della nostra identità!. Se non  riusciamo a costruire, entro i primi cinque anni di vita, le nostre mappe emotive ,non li ricostruiamo più!!
Poi arriva inesorabilmente il tempo “ dell’abbandono”, del taglio simbolico del cordone ombelicale : abbiamo il diritto dovere di vivere  la nostra vita senza il fiato sul collo della madre o dei genitori, vogliamo prenderci la nostra autonoma esistenza.
Qui entra prepotentemente in gioco la mamma di Mannina: non riesce ad “abbandonare “ non li vuole “perdere” i suoi figli. Persiste caparbiamente nel suo ruolo protettivo-possessivo:   non si può resistere a questo smisurato amore filiale!
Noi non conosciamo bene le vicende familiari della famiglia Mannino ma possiamo supporre che dopo la morte del padre, la madre abbia straripato tutto il suo amore sui figli. I figli rappresentano la sua unica e sola ragione di vivere, un senso alla sua stessa esistenza . Persa la speranza di vivere la dimensione femminile . non le resta  che aggrapparsi ai figli con un sofferente- godimento- attaccamento, li fagocita, li tiene strette tra le sue amorevoli fauci, quasi a togliere loro la stessa aria per respirare: tutto farcito da affettuose ,calde premure.
Nelle pieghe dei dialoghi tra madre e figlio aleggia il fantasma “incestuoso”, manca la simbolica della castrazione, insomma manca il padre, ovvero la legge su cui poggia il limite e da cui prende avvio il desiderio. Ma  oggi ,ahimè, il padre è “evaporato” e i nostri figli “vogliono” ma non desiderano!
Meno coinvolgente, almeno per lo spettatore, sembrano i rapporti chiaro-scuri tra  madre e figlia restano sommersi, sottesi, il tentativo di esprimere, quest’ultima, la sua femminilità  si scontra con l’immenso e spesso devastante enigma della sessualità.
Oggi, accade  che le madri, consapevolmente ma più spesso inconsapevolmente, declinano la maternità attraverso molteplice irregolarità, in tempi di emancipazione femminile e nell’età della tecnica,  quotidianamente assistiamo sempre più a comportamenti maschili aberranti ,fuori dalle norme del vivere civile, non riusciamo a darci una ragionevole spiegazione! Il dilemma sembra custodito tutto e per intero nel grembo e nella psiche della madre -donna.

Forse sulla parola amore  abbiamo attribuito contenuti  eccessivamente impegnativi, di tutto e di più , abbiamo inflazionato il suo significato fino  a svuotarlo dell’originaria espressione. Per non fala lunga e non annoiarvi suggeriamo alla mamma di Mannina  di riflettere su una definizione di Lacan : “ Amore è dare ciò che non si ha”, perché dare ciò che si ha è un semplice gesto di carità cristiana.  

martedì 1 maggio 2018

Un piano per l'agricoltura dell'isola


Potrebbe sembrare fuori luogo, ma in Europa ormai si discute sulla programmazione post 2020, considerato che la programmazione del periodo 2014/2020 ha esaurito le strategie, gli obiettivi e in alcuni casi le risorse.

Vero è non in tutta Europa, alcune regioni  per esempio hanno ancora molto da lavorare, per riuscire, no a spendere le risorse pubbliche, ma a dare risposte concrete al mondo rurale
L'iniziativa voluta dall'On Valentina Palmeri ha anche  il pregio  di inaugurare una nuova stagione per l'agricoltura,  coerente con le necessità del contesto rurale  della Sicilia. 



I lavori, aperti dall’Assessore all’agricoltura Edy Bandiera, prevedono gli interventi  dell’europarlamentare Ignazio Corrao e le due deputate regionali Valentina Palmeri   e Angela Foti e dell’agronomo Guido Bissanti.

Fare rinascere l’agricoltura siciliana seguendo un modello capace di coniugare promozione e salvaguardia delle produzioni tipiche e autoctone, produttività, biodiversità e gestione etica della terra. Qualcuno potrebbe definirlo il progetto velleitario di qualche sognatore. Per il Movimento 5 Stelle siciliano è, invece, la visione strategica per trovare una via d’uscita alla crisi di gran parte dei comparti agricoli siciliani. Su questa proposta i 5 Stelle vogliono confrontarsi con gli attori principali dell’agricoltura siciliana il prossimo 7 maggio (inizio ore 9) durante un incontro dal titolo “Un piano rurale siciliano per far rinascere la nostra agricoltura” che si terrà nella sala Piersanti Mattarella di Palazzo dei Normanni.
Il dibattito su quale modello possa essere vincente per un economia agricola, ancora importante per la Sicilia, ma in pericoloso declino (basta pensare alla crisi che ha investito i comparti dell’orticoltura in serra e della cerealicoltura) è quanto mai attuale. Ora che, dopo le promesse e gli impegni dell’attuale Governo regionale, si dovrebbe porre rimedio ad una programmazione dei fondi strutturali che ha escluso e penalizzato un’ampia platea di aziende e in particolare quelle di minori dimensioni che rappresentano la classe di ampiezza più diffusa nella regione.
La proposta su cui   riflettere è basata sulla consapevolezza che il modello della moderna agricoltura è caratterizzato da una forte impronta ecologica: cioè consuma molta energia, produce molti gas serra, riduce il grande patrimonio della biodiversità e spesso incide negativamente sulla salute (le merci che arrivano da lontano perdono le qualità organolettiche e nutrizionali e in alcuni casi si caricano di microrganismi nocivi). E, infine, ma non in ordine di importanza, impoverisce le famiglie che basano il loro reddito sull’agricoltura.
E allora? Il modello di produzione agricola in Sicilia va reindirizzato verso tecniche ecosostenibili capaci di salvaguardare la biodiversità. E siccome a maggiori distanze percorse corrisponde una maggiore impronta ecologica (a cominciare dalla maggiore produzione di CO2), l’agricoltura isolana va caratterizzata da una parte promuovendo le produzioni tipiche e autoctone (che tra l’altro richiedono minor controllo chimico) e dall’altra supportando le aziende a conduzione familiare con adeguata ampiezza aziendale.