mercoledì 12 agosto 2015

PSR 2014/2020 misura 16

Buone notizie emergono dalla lettura dei nuovi PSR regionali. Finalmente la politica agricola spenderà parecchi euro a favore degli agricoltori che si mettono insieme per portare avanti un progetto comune di innovazione, vincolando il finanziamento alla presenza nel gruppo di uno o più enti di ricerca. Si tratta della misura M16, chiamata “cooperazione”, ma che in realtà riguarda l’aggregazione e non le cooperative.

Non guardiamo più il vicino di terra con sospetto

Dunque lo sviluppo dell’innovazione può essere in capo alle singole aziende, ma può avvenire anche attraverso l’integrazione e la cooperazione di più soggetti, cioè imprese agricole, di stoccaggio e di trasformazione, nonché ricercatori-divulgatori, sulla base della consapevolezza che un lavoro in comune determini maggiore efficacia, con ricadute più importanti sul territorio oltre che sui singoli.
Nel nostro mondo rurale purtroppo ancora oggi si guarda il vicino con sospetto e invidia, ma sarebbe bene voltare pagina alla svelta, altrimenti ancora una volta perdiamo una buona occasione e lasciamo per la strada parecchi milioni di euro.

La nascita del GO, il Gruppo operativo

La sottomisura 16.1 sostiene la costituzione e la gestione dei GO (Gruppi operativi) nell’ambito di ciascun PEI (Partenariato europeo per l’innovazione) in materia di produttività e di sostenibilità dell’agricoltura.

A che cosa servono questi raggruppamenti?

È ormai chiaro che il mercato con il quale si deve confrontare ogni giorno il nostro agricoltore impone di rafforzare un modo di agire non più isolato ma in comune, soprattutto con agroindustria e ricerca, per trasferire e implementare innovazione tecnologica, organizzativa e sociale al fine di poter sviluppare nuovi prodotti, nuovi processi produttivi, nuovi modelli organizzativi di servizi e di commercializzazione.
L’innovazione va perseguita attraverso la messa insieme “a sistema” del mondo produttivo con quello della ricerca (ovviamente quella parte di ricerca italiana ben finalizzata) per valorizzare e sfruttare in maniera pratica le relative conoscenze e competenze. Si tratta di un passo avanti notevole della politica agricola europea e italiana, che si è resa conto come ormai il singolo può fare ben poco davanti alle nuove sfide dei mercati globali.

Quale obiettivo per il GO?

Il finanziamento regionale sostiene la costituzione e l’attività di un GO (Gruppo operativo) che si pone l’obiettivo di risolvere un problema concreto con la messa in campo di un’innovazione. Quindi non si finanzia uno studio, bensì il trasferimento di una o più innovazioni già sul mercato per valutarne le reali ed effettive ricadute sul piano operativo.
Il piano operativo portato avanti dal GO ha una durata di tre anni e può essere finanziato, a seconda degli obiettivi, dal 70 al 100% della spesa prevista dal progetto presentato. Gli ambiti principali di intervento sono:
  • Uso sostenibile dell’acqua per l’irrigazione
  • Benessere nell’allevamento
  • Miglioramento qualità dei foraggi
  • Ottimizzazione dell’alimentazione animale
  • Agricoltura sostenibile (gestione suolo, distribuzione concimi e agrofarmaci, sistemi di precisione e tracciabilità)
  • Meccanizzazione nell’agroalimentare
  • Nuovi materiali di imballaggio
  • Pratiche di post raccolta
  • Innovazione di processo e organizzativa
  • Tracciabilità e certificazione ambientale dei processi produttivi
  • Analisi di mercato
Per ciascuno dei temi sopraelencati, più agricoltori insieme devono predisporre, supportati da un ente di ricerca, un progetto da presentare in Regione che si pone l’obiettivo, nel giro di tre anni, di verificare se l’innovazione implementata ha portato risultati, che possono essere positivi ma anche negativi.

Quali spese vengono finanziate?

  1. Funzionamento e gestione del GO
  2. Personale dedicato alle attività di gestione
  3. Spese relative a riunioni, incontri, affitto locali, inviti, eccetera
  4. Studi necessari alla realizzazione del progetto (di mercato, di fattibilità, eccetera)
  5. Costi inerenti la costruzione di prototipi e investimenti funzionali alla realizzazione del progetto
  6. Test e analisi di laboratorio
  7. Prove di campo
  8. Acquisto brevetti e licenze
  9. Acquisto di software indispensabili al progetto
  10. Costi di progettazione per nuovi prodotti/processi
  11. Costi di divulgazione dei risultati
Si tratta di un’occasione molto importante per il nostro mondo agricolo, che si dovrebbe utilizzare per imprimere una svolta nuova al modo di fare agricoltura, abbattendo una buona volta le mille barriere che ancora purtroppo tengono distanti più soggetti che, in fin dei conti, hanno lo stesso obiettivo in comune.


venerdì 24 luglio 2015

Le opportunità mancate

 La riconversione e il potenziamento dei porti di Marina di Ragusa e Porto Palo di Menfi nascono da una precisa strategia avviata dalla Regione Siciliana nei primi anni 2000. L'obiettivo era sviluppare la nautica da diporto attraverso il modello del Partenariato Pubblico-Privato (PPP) in Project Financing (Finanza di Progetto): la Regione copriva circa il 50% dell'opera con fondi pubblici ed europei, lasciando ai privati l'onere di completare l'investimento in cambio della gestione pluriennale della struttura.

Nonostante le premesse comuni, l'esito finanziario e realizzativo delle due infrastrutture è stato speculare.

 


1. Porto Turistico di Marina di Ragusa: Il successo del Project Financing

La struttura iblea è considerata a livello nazionale una delle principali best practice di finanza di progetto applicata alle infrastrutture portuali, essendo stata completata nei tempi previsti ed essendo oggi pienamente operativa.

  • L'investimento complessivo: Circa 61 milioni di euro.

  • Il finanziamento pubblico: 34 milioni di euro, interamente coperti dai Fondi Strutturali Europei a valere sul POR 2000-2006 erogati tramite la Regione.

  • La quota privata: La parte restante è stata investita dal concessionario privato (la società Tecnis S.p.A., le cui quote di gestione del porto sono state poi acquisite nel 2022 dall'imprenditore maltese Paul Gauci).

  • Ritorno economico: A fronte dell'investimento, al privato è stata concessa la gestione demaniale della struttura per 60 anni, potendo monetizzare i servizi legati a oltre 700 posti barca e alle ampie aree commerciali annesse.

2. Porto di Porto Palo di Menfi: L'iter arenato e la riconversione mancata

Per Porto Palo di Menfi era stato pianificato un intervento analogo a quello di Marina di Ragusa, finalizzato a trasformare il porticciolo in un moderno hub diportistico. Tuttavia, l'operazione finanziaria non è mai decollata.

 


  • Il piano originario: Prevedeva la trasformazione dell'approdo per una capienza finale tra i 150 e i 250 posti barca, con un quadro economico stimato tra i 20 e i 25 milioni di euro.

  • Il finanziamento pubblico stanziato: La Regione Siciliana aveva stanziato e messo a disposizione del Comune di Menfi un finanziamento pubblico di 9 milioni di euro come quota di co-finanziamento.

  • I motivi del blocco: Tra il 2005 e il 2014, i bandi di gara per il Project Financing sono andati deserti. Gli investitori privati hanno ritenuto l'opera non sostenibile finanziariamente a causa dei vincoli ambientali, dei bassi fondali e dei costi eccessivi necessari a coprire la quota privata. A questo si sono aggiunte varianti progettuali non conformi che hanno portato alla definitiva perdita del finanziamento originario per la riconversione turistica


 La mancata riconversione del porto di Porto Palo di Menfi in un hub diportistico turistico rappresenta un caso emblematico di come la pianificazione infrastrutturale possa scontrarsi con la realtà fisica, economica e amministrativa di un territorio.

Di seguito viene sviluppata un'analisi critica del fallimento dell'iter e una disamina delle opportunità che la realizzazione dell'opera avrebbe potuto generare per la comunità locale.

Le Opportunità Mancate: Cosa avrebbe potuto significare l'opera

Se il progetto fosse andato a buon fine, l'impatto sulla costa menfitana e sul suo entroterra avrebbe ridefinito l'assetto economico della zona, muovendosi su tre direttrici principali:

  • Innalzamento della spesa turistica: Menfi vanta un turismo legato alle spiagge, alla natura e alle sue eccellenze agroalimentari, ma ha sempre sofferto di una stagionalità marcata e di flussi prevalentemente "mordi e fuggi" o residenziali. Un porto turistico da 150-250 posti barca avrebbe intercettato il turismo nautico internazionale (italiano, maltese, francese), un target ad alta capacità di spesa che necessita di servizi a terra, ristorazione di livello e logistica.

  • Una "Porta dal Mare" per le eccellenze del territorio: Il porto non sarebbe stato solo un parcheggio per barche, ma una vetrina. Avrebbe offerto lo sbocco ideale per collegare le rotte marittime del Mediterraneo centrale con le strade del vino, le produzioni agricole d'eccellenza e l'identità culturale dei borghi interni, trasformando il diportista in un consumatore diretto del patrimonio locale.

  • Risoluzione strutturale dei costi di manutenzione: Con l'ingresso di un forte partner privato e un investimento complessivo fino a 25 milioni di euro, le opere di difesa foranea e la gestione dei fondali sarebbero state a carico del concessionario per decenni. Questo avrebbe sollevato le casse pubbliche dall'eterna rincorsa ai fondi di emergenza per i dragaggi e la pulizia del bacino.

Analisi Critica: I motivi profondi del blocco

Il fallimento dell'operazione finanziaria e la desertificazione dei bandi tra il 2005 e il 2014 non sono stati casuali, ma il risultato di tre errori strategici di valutazione:

1. Il mito della standardizzazione (L'errore del copia-incolla)

L'errore principale è stato pensare che il modello di Project Financing di successo applicato a Marina di Ragusa fosse replicabile ovunque. Marina di Ragusa partiva da condizioni geomorfologiche favorevoli e spazi di manovra ampi. Porto Palo di Menfi è un ecosistema fragile, racchiuso in un anfiteatro naturale protetto, con fondali bassissimi (intorno a 1,5 metri) che richiedono un lavoro di scavo e manutenzione titanico. Il mercato privato ha capito subito che i costi di gestione avrebbero divorato i ricavi degli ormeggi.

2. La natura vissuta come ostacolo e non come limite

Il piano originario ha trattato i vincoli ambientali e la presenza della Posidonia oceanica come contrattempi burocratici da aggirare, anziché come dati di fatto strutturali. Costruire un porto turistico per yacht di medie dimensioni in una zona soggetta a insabbiamento ciclico significa sfidare la dinamica costiera. I privati hanno fatto un calcolo del rischio: il timore di costanti stop ai lavori dovuti ai vincoli ecologici e paesaggistici ha reso l'investimento finanziariamente non bancabile.

3. La trappola della burocrazia difensiva

La perdita definitiva del co-finanziamento pubblico di 9 milioni di euro a causa di "varianti progettuali non conformi" evidenzia il corto circuito tra la spinta politica all'opera e la capacità tecnica e amministrativa di gestirla. Nel tentativo di rendere appetibile il bando ai privati, sono state proposte modifiche al progetto che hanno finito per violare i piani regolatori o le linee guida regionali, allungando i tempi fino alla scadenza dei termini per l'utilizzo dei fondi europei.

In conclusione

La storia della mancata riconversione di Porto Palo dimostra che la finanza di progetto non può prescindere dal rispetto dell'identità fisica dei luoghi. L'infrastruttura sovradimensionata immaginata nei primi anni 2000 si è rivelata insostenibile per il territorio. La sfida attuale per l'approdo non è più quella di diventare una copia in miniatura dei grandi porti commerciali, ma quella di trovare una propria dimensione pubblica, capace di garantire sicurezza ai pescatori e accoglienza a un diportismo leggero e compatibile con lo stato di salute del mare.

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