venerdì 15 dicembre 2023

Danilo Dolci e il cardinale Ruffini

 



di Francesco Virga
“In questi ultimi tempi (…) è stata organizzata una grave congiura per disonorare la Sicilia; e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci.”
E’ questo l’incredibile inizio della famosa lettera pastorale, intitolata “II vero volto della Sicilia”, che il Cardinale Ernesto Ruffini la domenica delle Palme del 1964 fece circolare in tutte le chiese dell’isola.
Per comprenderne bene il significato e valutarne il valore bisogna collocarla nel tempo in cui è stata concepita e diffusa.
Francesco Michele Stabile, fra tutti, mi sembra quello che con maggiore obbiettività ha saputo farlo grazie anche alla possibilità che ha avuto di consultare direttamente fonti di prima mano, compresi alcuni manoscritti inediti, conservati nell’Archivio dell’Arcidiocesi di Palermo.
Si tratta, secondo lo stesso Stabile, di un “documento del clerico-sicilianismo” ( I Consoli di Dio, Sciascia editore, 1999, pag. 476) che, spostando l’attenzione sull’onore della Sicilia, considera più pericolosi dei mafiosi tutti coloro che, in un modo o in un altro, mettono a nudo le piaghedell’isola. La “congiura” naturalmente esisteva solo nella testa del Cardinale. Peraltro si stenta, ancora oggi, a cogliere il legame presunto tra il celebre romanzo del principe Tomasi di Lampedusa, diventato un film di successo nel 1963, e i libri-inchiesta del sociologo triestino.
E’ vero comunque che siamo davanti al primo documento ufficiale della Chiesa Cattolica in cui si parla di mafia anche se, in sintonia con le idee dominanti del tempo, l’immagine che se ne dà è molto generica e riduttiva. Al Ruffini sfugge del tutto il fatto che la mafia siciliana è stata sempre espressione diretta delle classi dirigenti e, per questo, organicamente inserita nel sistema di potere con connivenze a vari livelli. ( Stabile, op. cit., pag. 479).
Alla vecchia ideologia sicilianista, utilizzata nel secolo precedente dal “Comitato Pro-Sicilia” per difendere l’On. Palazzolo dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio Notarbartolo, il Cardinale Ruffini aggiungeva il suo preconciliare integralismo cattolico che gli impediva di capire e valorizzare lo spirito critico e creativo presente nel mondo laico.
Tornando a Danilo Dolci, cerchiamo adesso di vedere meglio chi era e cosa aveva fatto, fino al tempo (1964) in cui diventa oggetto d’attenzione da parte della principale autorità ecclesiale della nostra isola.
Il Dolci nasce in un paese della provincia di Trieste nel 1924. Di fondamentale importanza, nel suo processo di formazione, è la collaborazione con Don Zeno Saltini presso la Comunità di Nomadelfia. L’incontro con la Sicilia, inizialmente, è quasi del tutto casuale e favorito dal padre ferroviere in servizio a Trappeto. Più tardi lo stesso Dolci riconoscerà: “ Non so ancora bene come e perché sono partito per la Sicilia (…) Ignorante com’ero dei problemi del sud, ignorante di tecniche di lavoro socio-economico”. L’evento decisivo che cambia la sua vita è la morte di un bambino per fame avvenuta a Trappeto il 14/10/1952. Danilo – nome con cui d’ora in poi si farà chiamare da tutti – inizia il primo dei suoi numerosi digiuni che tanta popolarità gli daranno. D’altra parte, fin dal suo esordio, come ha rilevato Amelia Crisantino, Dolci precorre i tempi mostrando di sapere amministrare in modo magistrale il suo personaggio. Il Nostro, infatti, anche se allora, in Italia, non esisteva ancora la televisione, riesce ad amplificare immediatamente le sue iniziative attraverso la radio ed i giornali.
Il 2 febbraio del 1956 Danilo, insieme al segretario della Camera del lavoro di Partinico, Totò Termini, ed altri cinque “attivisti comunisti” - così come vengono qualificati nel Verbale del locale Commissariato di P.S. - sono arrestati, con l’accusa di “abusiva occupazione di suolo pubblico”, per avere condotto un gruppo di contadini disoccupati a lavorare su una vecchia strada interpoderale, detta “trazzera vecchia”, divenuta impraticabile per via dell’incuria degli uomini e delle Istituzioni.
Una dettagliata cronaca dei fatti accaduti quel giorno è stata fatta dal giovane Goffredo Fofi che ne fu testimone diretto e che ha opportunamente riproposto di recente in un suo bellissimo libro di memorie; mentre l’intera documentazione relativa al memorabile sciopero, all’arresto dei protagonisti e al successivo processo venne tempestivamente pubblicata da Einaudi , nell’agosto 1956, col titolo “Processo all’art. 4”. Il libro, meritevole di essere ristampato, grazie soprattutto alle testimonianze di Carlo Levi ed Elio Vittorini e all’arringa finale di Piero Calamandrei, contribuì in modo decisivo a creare il “caso Dolci”: Vecchi e nuovi amici scrissero lettere ai giornali, manifesti di protesta, appelli; gruppi di intellettuali costituirono comitati di solidarietà; al Parlamento vennero presentate diverse interrogazioni.
Il senso dell’ originale forma di sciopero venne molto efficacemente colto da Aldo Capitini:
“ In sostanza che cosa aveva fatto Dolci? Si era buttato a studiare le ragioni del banditismo, della violenza, della miseria, della disgregazione fisica, dell’ignoranza e aveva trovato che la mancanza di lavoro, nei disoccupati e nei sottoccupati, era la ragione dominante di quei mali. Ed allora aveva preparato per mesi, con la sua meticolosità di architetto, lo sciopero a rovescio (…). Le parole più gravi che Danilo disse, rimproverategli come diffamazione, NON ASSICURARE UN LAVORO A QUESTA GENTE E’ UN ASSASSINIO, erano verissime, perché espresse da chi era risalito alle cause”.
Per Dolci l’esperienza del carcere è stata di fondamentale importanza per capire la realtà siciliana e per guadagnarsi la fiducia dei tanti poveri cristi, dei “banditi” cui aveva già dedicato un libro un anno prima. E, non a caso, “PROCESSO ALL’ART.4” si apre e si chiude con le parole di due giovani incontrati all’Ucciardone. Non si dimentichi che dopo venti giorni di carcere al Nostro venne negata la libertà provvisoria perché la sua condotta era “un indizio manifesto di una spiccata capacità a delinquere”. E Danilo stesso, circa vent’anni dopo, nel ricordare quei giorni dirà:
“ lo stesso giorno dell’arrivo mi fu mandato dagli altri carcerati pane, tante olive e tanto formaggio che potevano bastare per tre mesi. Una solidarietà così immediata nasceva dal fatto che lì sapevano che avevo fatto da padre ai loro figli. E mi offrivano quello che avevano. Non ho mai lavorato tanto come durante quel periodo: le mie giornate erano pienissime, perché volevo documentarmi su tutto quanto accadeva nel carcere, soprattutto sulle torture che molti carcerati avevano subito”. ( Spagnoletti G., Conversazioni con Danilo Dolci, Mondatori 1977, p.66)
Dell’arringa finale di Piero Calamandrei mi sembra opportuno oggi ricordare un passo:
“Nelle democrazie europee(…) il popolo rispetta le leggi perchè ne è partecipe e fiero: ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri! Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che siano le SUE leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. (…). Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia una idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami”. ( AA.VV. , Processo all’art. 4, Einaudi 1956, p. 307).

mercoledì 13 dicembre 2023

L'eredità della memoria

 



Un libro,  uno scritto,  sono una garanzia e come tale non hanno alcuna scadenza, non sono impazienti, perchè si rinnovano ogni volta che  li leggiamo o rileggiamo,  anche da angolature diverse.  

 Si riscontra la necessità  di rappresentare una riflessione ampia e diffusa  sugli avvenimenti storici, che hanno visto protagonisti uomini lungimiranti  animati da un profondo ideale,   lasciando il segno indelebile della loro presenza e  del loro operato.                                     
Come Libera Università Rurale intendiamo accogliere le richieste di  favorire un confronto anche attraverso le pagine di questo blog,  


 

lunedì 11 dicembre 2023

Diario dell’ulivo saraceno

                                                  Peppino Bivona

 

Diario dell’ulivo saraceno


                                  PREMESSA   di  Gaetano Basile          

                               Peppino Bivona con l’ulivo ha un rapporto antico. Meglio ancora è antico il suo rapporto con la terra tanto da averne fatto il suo lavoro, la sua professione. Nessuno come lui conosce i mille segreti degli ulivi, delle drupe, dell’olio e di come giudicarlo. Ed a lui ricorro sempre quando mille dubbi mi assalgono su questa pianta misteriosa, strana, bizzarra. Biennale, ma tanto antica e sacra da accreditarne l’invenzione ad una divinità,Atena la saggia. Confesso di aver conosciuto tardi sia la pianta che l’olio d’oliva. In casa nostra, cittadini palermitani d’antan, si cucinava al burro oppure con lo strutto. Che chiamavamo “saìmi”, come giustamente si dice nella nostra lingua. L’olio d’oliva nostrano ci arrivava una volta l’anno dalle campagne di Castelvetrano o Carini in otri puzzolentissimi da cui si riversava in una enorme giara. Recipiente di un bel colore nocciola lucido, panciuto ed elegante, che mi riportava sempre a Pirandello e al suo Don Lollò Zirafa in lite con Zi’ Dima.

Ricordo che ogni anno c’era la solita disputa su quanti “cafisi” occorressero per i dodici mesi successivi. La disputa non era peregrina in quanto il “cafisu”, da quanto ne dedussi, era più che una unità di misura per l’olio, un concetto astratto, quasi filosofico, giacché quello palermitano, pari a 16 litri, raramente coincideva con quello di altri paesi o province siciliane. E da qui discussioni a non finire…

Quell’olio paesano si usava soltanto per preparare salse e per friggere il pesce tre volte a settimana come era d’uso, e i tocchetti di melanzana per le solenni caponate estive. Pure come lubri- ficante generico e medicina per “ingorghi di stomaco”. Bastava attaccarsi alla bottiglia fino a quando qualcuno decideva che bastasse.

Per le cotolette panate si usava una padella in ferro, sempre la stessa, in cui si mettevano sempre un paio di cucchiai di strut- to; per le arancine era previsto un particolare tegamino che ne conteneva tre alla volta in abbondante strutto che ribollendo le ricopriva. Poi si mettevano a scolare sulla “carta paglia” per quelle due ore circa che secondo tradizione servivano a portarle alla temperatura ritenuta “giusta” per essere mangiate. Perché ci insegnavano fin da piccoli che le arancine vanno mangiate tiepide e mai calde. Lo stesso pentolino veniva usato per la frittura delle “scorze” dei cannoli. Che si facevano in casa.

L’olio d’oliva “buono” della mia infanzia fu in pratica soltanto quello che si usava a crudo sulle insalate e che i miei nonni facevano venire dalla Toscana o dalla Liguria tramite un tortuoso giro di amicizie e parentele. Pure questo arrivava una volta l’anno, spedito per ferrovia, e contenuto in eleganti “buattoni” di latta con belle immagini a colori: Garibaldi, Mazzini, Cavour e re Vittorio Ema- nuele “Padri della Patria”, oppure le eroiche gesta dei Garibaldini, gli Alpini con le montagne innevate sullo sfondo, i Bersaglieri a Porta Pia, Napoli e il Vesuvio, la basilica di san Pietro, il Duomo di Milano…anche se quell’olio veniva da regioni che non c’entravano per nulla con le belle illustrazioni. Che capimmo tutti dovevano portare in giro per il mondo, assieme all’olio, il buon nome della nostra Patria.Che si scriveva sempre con la maiuscola.A quell’epoca. Oltre alla bellezza artistica/promozionale patriottarda del contenitore, quel liquido limpidissimo e giallino aveva il pregio di non puzzare, e l’altro non trascurabile di non “rovinare lo stomaco”, come dicevano i grandi, a causa dell’eccessiva acidità. Naturalmente le cameriere, tutte di estrazione contadina, lo giudicavano “acqua di cannolu” per la leggerezza e mancanza di odore forte. Capace di rovinare pure il sapore di una bella zuppa di ceci o di lenticchie come dicevano i grandi.

Quella delizia settentrionale aveva il pregio di costare tanto e doveva servire esclusivamente sulla pasta, per le insalate,le verdure assassunate e qualche volta, “un filino appena appena”, sul pesce lesso o infornato.La parsimonia era d’obbligo. Poi venne la guerra e pure la nostra numerosa famiglia fu costretta a “sfollare” come si diceva. In pratica finimmo tutti quanti nelle campagne attorno alla città, ospiti di parenti e amici per sfuggire ai bombardamenti che si facevano ogni giorno più intensi.

Per noi bambini fu una sorta di liberazione dalla scuola, dal “vestito buono”, dalle scarpe che “guai se ci giochi a pallone” e pure dal pettine giacché fummo tosati come misura precauzio- nale contro i pidocchi. Nuovi spazi per giocare, nuove amicizie e naturalmente nuove regole alimentari. La palermitanissima mafalda con burro e marmellata fu sostituita da una bella fetta di pane casereccio con un filo d’olio sopra. Sì, in pratica quell’olio puzzolentissimo e acido finì per accompagnare le nostre merende pomeridiane. Non ci facemmo caso perché la fame era tanta a quell’età e non andavamo per il sottile.

Scoprimmo, con le gioie di une fetta di pane con l’olio, an- che la campagna: asini e muli, il latte appena munto da vacche o capre, insalate di gusto nuovo raccolte in giro per i viottoli e pure la fatica dei vecchi contadini rimasti a casa mentre tutti gli uomini validi erano sotto le armi. Erano loro che lavorava- no le campagne, si occupavano di greggi, facevano il cacio e ci raccontavano pure tante belle storie.

Fu allora che conobbi gli ulivi. Solenni enormi, con tronchi ritorti, sofferenti, pieni di cicatrici. E quelle foglie di un colore sempre cangiante, belle da vedere soprattutto quando il vento le smuoveva. Era fantastico salirci sopra e guardare il mondo dall’alto, come quando gli uomini ci montavano con lunghe canne per buttare giù le olive mature.

Gli stessi che ci portarono con loro all’antu e cominciammo a capire cosa significa arare, seminare, mietere, trebbiare, cutuliare le olive, raccoglierle da terra una per una, andare al palmento e scoprire i “fiscoli”, le macine e quelle feste incredibili a fine dei lavori.

Caro Peppino, ho conosciuto così il piacere del pane appena sfornato, dell’olio appena spremuto, del vino novello e di quella gioia che le ragazze sapevano esprimere per un buon raccolto. E poi quel continuo invocare i santi, Madonne e Padreterno per dare una mano e alleviare la loro fatica. Diventammo adulti in poco tempo grazie e quella gente che ci accolse con affetto insegnandoci tra le altre mille cose, ad amare la terra.

Ancora oggi,quando mangio una fetta di pane casereccio caldo con un filo d’olio sopra ritorno a quelle storie, a quella cultura che tu sei ancora in grado di trasmettere con le tue conoscenze, con il tuo amore.

Quelle che leggerete sono come pagine di un romanzo, in- triganti, ricche di notizie per nulla scontate. Sono state scritte perché non si dimentichi, per lasciare agli altri il proprio sapere, le proprie emozioni, le proprie scoperte. Per tutto questo, grazie.

Con affetto

 

domenica 10 dicembre 2023

Dalla paternità culturale delle De.Co. alla sentenza n. 75/2023:

 NinoSutera

 Ricostruzione storica, implicazioni giuridiche e ruolo della 

Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

Abstract

La Denominazione Comunale (De.Co.), ideata da Luigi Veronelli negli anni ’90, è uno strumento di valorizzazione e salvaguardia dell' identità, fondato sulla potestà del Comune di riconoscere e documentare espressioni materiali e immateriali del territorio. Per  anni, la De.Co. è stata oggetto di interpretazioni divergenti, spesso improprie, che l’hanno assimilata a un marchio di qualità o a un dispositivo certificativo. La sentenza n. 75/2023 della Corte Costituzionale ha chiarito definitivamente la natura culturale e non certificativa della De.Co., restituendola alla sua matrice veronelliana. Nonostante ciò, anche nel periodo successivo alla sentenza, alcuni documenti istituzionali —   pubblicati in Gazzetta Ufficiale — continuano ad attribuire la paternità della De.Co. a origini casuali o indeterminate, ignorando la genealogia culturale e politica che ne ha determinato la nascita. Questo articolo ricostruisce criticamente la storia della De.Co., analizza la portata della sentenza e discute le implicazioni epistemologiche della persistente “attribuzione al caso”. Inoltre, approfondisce il ruolo della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, dal 2013 principale soggetto scientifico e istituzionale impegnato nel recupero della matrice veronelliana, nella definizione di metodologie identitarie e nella tutela della corretta interpretazione dell’istituto. L’obiettivo è restituire alla De.Co. la sua legittima collocazione teorica e storica, riaffermando la centralità del pensiero veronelliano nel rapporto tra territorio, identità e amministrazione pubblica.


1. Introduzione

La Denominazione Comunale (De.Co.) costituisce uno degli strumenti più originali del panorama identitario italiano. Ideata da Luigi Veronelli, essa nasce come atto politico del sindaco, volto a riconoscere e documentare elementi identitari del territorio. Nonostante questa matrice culturale, la De.Co. è stata per lungo tempo oggetto di fraintendimenti, sovrapposizioni concettuali e interpretazioni tecniche improprie. Per molti anni taluni hanno "rubato" gli strumenti propri dei marchi UE e applicato indebitamente alla DeCo. giusto per alimentare confusione e generare dissapori con l'UE prima e con il MIPAF dopo  La sentenza n. 75/2023 della Corte Costituzionale ha finalmente chiarito la natura dell’istituto, ma non ha impedito che, nel periodo successivo, si diffondessero documenti ufficiali che attribuiscono la paternità della De.Co. a origini casuali o non riconducibili a Veronelli. In questo quadro, assume rilievo crescente il ruolo della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, nata nel 2013 che opera come soggetto scientifico e istituzionale impegnato nella tutela della corretta interpretazione dell’istituto.


 

2. La filosofia veronelliana e la genesi delle De.Co.

2.1. Veronelli e la democrazia territoriale

Luigi Veronelli concepisce la De.Co. come strumento di democrazia territoriale, fondato sulla responsabilità del Comune nel riconoscere e tutelare le espressioni identitarie della comunità. La De.Co. non nasce come marchio, ma come archivio civico: un dispositivo di memoria, narrazione e responsabilità pubblica.

2.2. Le fonti veronelliane

Gli scritti di Veronelli tra il 1998 e il 2004 mostrano chiaramente che la De.Co. è pensata come atto politico e culturale, non come certificazione tecnica. La sua funzione è identitaria, non economica; comunitaria, non commerciale.

3. La Sentenza n. 75/2023 della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale ha stabilito che:

  • la De.Co. è un atto politico del sindaco e non un marchio di qualità;
  • non può prevedere disciplinari vincolanti né procedure certificative;
  • è espressione della potestà comunale di riconoscere elementi culturali del territorio;
  • non è assimilabile ai regimi DOP/IGP né ad altri sistemi di certificazione agroalimentare.

La sentenza restituisce la De.Co. alla sua matrice veronelliana, archiviando anni di interpretazioni improprie.

4. La paternità “attribuita al caso”: un problema epistemologico e istituzionale

Nonostante la chiarezza della sentenza, alcuni documenti istituzionali successivi — inclusi atti pubblicati in G.U. — continuano a ignorare la storia della De.Co., attribuendone la nascita a:

  • prassi amministrative spontanee;
  • iniziative locali non collegate alla tradizione veronelliana;
  • origini   indeterminate;
  • evoluzioni normative casuali.

Questa “attribuzione al caso” non è solo un errore storiografico: è un vulnus epistemologico che indebolisce la legittimità della De.Co. come strumento identitario.


 

5. Il ruolo della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

5.1. Custodire la matrice veronelliana

La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo è oggi il principale soggetto scientifico e istituzionale impegnato nel recupero, nella tutela e nello sviluppo della matrice veronelliana. La Rete opera come:

  • istituzione culturale che custodisce la genealogia della De.Co.;
  • centro di ricerca che produce metodologie identitarie;
  • struttura di accompagnamento per i Comuni che adottano la De.Co. nel rispetto della sentenza n. 75/2023 già dal 2013;
  • garante epistemologico contro le distorsioni interpretative.

5.2. La Banca del GeniusLoci DeCo

La Banca del GeniusLoci DeCo, istituzione non-profit della Rete, rappresenta l’evoluzione più coerente della visione veronelliana: un archivio identitario nazionale che censisce, documenta e valorizza elementi culturali locali, restituendo alla De.Co. la sua funzione originaria di memoria civica.

5.3. La Rete come infrastruttura scientifica

La Rete ha sviluppato:

  • un vocabolario identitario nazionale non omologante;
  • un format metodologico in 12 passi per i Comuni;
  • linee guida conformi alla sentenza n. 75/2023;
  • un modello di governance che distingue nettamente identità e qualità.

In questo senso, la Rete rappresenta oggi la traduzione istituzionale contemporanea del pensiero veronelliano.



6. Conclusioni

La De.Co. è uno strumento identitario unico nel panorama italiano. La sentenza n. 75/2023 ha chiarito la sua natura, ma la persistenza di interpretazioni improprie impone un lavoro scientifico rigoroso di ricostruzione storica. In questo quadro, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo svolge un ruolo decisivo: custodisce la genealogia veronelliana, produce metodologie identitarie e garantisce la corretta interpretazione dell’istituto. Riconoscere la paternità veronelliana non è un atto celebrativo: è una necessità epistemologica per garantire la coerenza dell’istituto e la sua efficacia culturale.


 


Bibliografia

Fonti primarie

  • Corte Costituzionale, Sentenza n. 75/2023, G.U. Serie Speciale Corte Costituzionale, 2023.
  • Veronelli, L., Scritti civili e territoriali, Milano, 1998–2004.

Studi e riferimenti teorici

  • Montanari, M., Il cibo come cultura, Roma-Bari, Laterza, 2004.
  • Petrini, C., Buono, pulito e giusto, Torino, Slow Food Editore, 2005.
  • Guastini, A., Interpretazione e significato degli atti amministrativi, Bologna, Il Mulino, 2010.

Documenti istituzionali e metodologici

  • Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, Linee guida  , 2013–2024.
  • Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, Format Borghi GeniusLoci DeCo, 2023.
  • Banca del GeniusLoci DeCo, Documenti di missione e criteri identitari, 2018.
  • Ministero dell’Agricoltura, Quadro normativo sulle produzioni agroalimentari tradizionali, Roma, varie edizioni.

 









sabato 9 dicembre 2023

“𝗨𝗻 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝗾𝘂𝗶𝗲𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗶"

 

 Viaggio in settantacinque anni di storia di Menfi. Sabato 23, alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Menfi, la presentazione del libro di 𝗩𝗶𝗻𝗰𝗲𝗻𝘇𝗼 𝗟𝗼𝘁𝗮̀ e 𝗥𝗼𝗰𝗰𝗼 𝗥𝗶𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮



Una analisi dettagliata in 325 pagine, un lavoro di tre anni che porta la firma di Vincenzo Lotà e Rocco Riportella.

“I temi e le fonti di questo lavoro parlano di una terra e di una comunità presso cui proprietà e servilismo erano retaggi tenaci e permanenti, in un tempo in cui una Dinastia s’avviava a concludere esausta il suo lungo dominio; illustrano uomini che tante idee maturarono e proposero e tante altre ne contrastarono e combatterono, pur di conferire alle generazioni il diritto a scegliersi il loro futuro” commenta l’autore Vincenzo Lotà che aggiunge “A questo difficile e doloroso tentativo siciliano di riscatto umano e di affermazione del cittadino la comunità menfitana fu attivamente partecipe e questo saggio ne è testimonianza”.

𝗩𝗶𝗻𝗰𝗲𝗻𝘇𝗼 𝗟𝗼𝘁𝗮̀ è nato e vive a Menfi. Architetto, ha lavorato al Dipartimento della Programmazione della Regione Siciliana con l’incarico di Dirigente. Più volte Sindaco di Menfi, ha curato e pubblicato vari contributi nel settore dell’urbanistica e della programmazione economica e territoriale, tra cui Il progetto di Menfi: una proposta per la gestione del territorio, in “Il progetto urbano di Menfi” (1988), Menfi, una strategia operativa, in “I piani di Bruno Gabrielli”, 1995. Autore di "Uomini senza cappotto. Viaggio nella memoria di un lembo di terra salmastro" (2018).

𝗥𝗼𝗰𝗰𝗼 𝗥𝗶𝗽𝗼𝗿𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮, è nato e vive a Menfi. Dirigente amministrativo della sanità in quiescenza, dal 1994 si dedica all’indagine storico-archeologica del territorio in cui vive. Ha svolto la relazione su “L'arte Preistorica del San Giovanni sambucese” all'11° Convegno Internazionale UISPP di Magonza del 1987. Ha moderato, partecipandovi con una sua relazione sul tema “Il territorio di Menfi: dai villaggi indigeni all’età moderna – Excursus storico archeologico del processo agro produttivo”, al Convegno “Alle radici della civiltà del vino in Sicilia” organizzato dalle Cantine Settesoli nel 1999. L’edizione degli atti è stata curata dai Proff. Osvaldo Failla e Gaetano Forni. Ispettore onorario dei Beni Culturali di Menfi per meriti speciali avendo segnalato alle Istituzioni pubbliche siti che, indagati, si sono rivelati di rilevante interesse scientifico. Nel 1998 l'Istituzione Culturale “Federico II” di Menfi gli assegna la Medaglia per “avere concorso ad elevare e diffondere i valori della cultura e dello spirito umano, acquisendo particolare benemerenza verso quest'Istituzione”.

sabato 2 dicembre 2023

Quaderno di Neoruralità "Il sole nel bicchiere"

       

 

                    Pubblico delle grandi occasioni a Menfi in occasione della presentazione del Quaderno di Neoruralità "Il sole nel bicchiere" di Peppino Bivona, moderato magistralmente da Antonella Giovinco, con la partecipazione di Giuseppe Barbera, Giuseppe Bursi, Nino Sutera. 

E' possibile vedere  l'incontro integrale grazie alle riprese dell'Arch. Francesco Graffeo



VIDEO MAHARIA

 



























lunedì 20 novembre 2023

IL MISKE O AGAVE ANDINA. CHE NON È NÉ TEQUILA NÉ MEZCAL

 

VENTICINQUE VARIETÀ DELLE OLTRE TRECENTO SONO REGISTRATE, E TRA QUESTE C'È L'AGAVE AMERICANA, CHIAMATA ANCHE AGAVE BLU, BASE DI UNA BEVANDA ANCESTRALE: IL MISKE O AGAVE ANDINA. CHE NON È NÉ TEQUILA NÉ MEZCAL


Miske, l'antica bevanda autoctona che sta rinascendo in mezzo mondo

È l'unica bevanda ecuadoriana a Denominazione di Origine Ecuador e la sua produzione ha dato vita ad un progetto sociale che mette le donne al centro dell'attenzione di tutti.

Di origine indigena, il chaguarmishqui è una delle bevande più antiche d'America, ma anche la più denigrata per essere stata considerata la bevanda dei cosiddetti indiani , o che è lo stesso, degli indigeni delle Ande. Prodotto principalmente da donne, il suo distillato, miske o misque, è l'unica bevanda ecuadoriana con Denominazione di Origine Ecuador.

Nel cosiddetto centro del mondo,   si trova una piccola distilleria dove viene distillata la linfa dell'agave cactus americana o agave blu, della famiglia delle Agavaceae . Situata sulla terra che separa i due emisferi, Casa Agave nasce dalla rivendicazione di una bevanda ancestrale, dalla tradizione antica, che nasce in mezzo alle Ande, e che fa parte della cultura locale fin dalla creazione dei primi città native di Quito.

“Questo cactus è una pianta dinosauro, è una pianta preistorica. La linfa di agave è stata per migliaia di anni un alimento e una bevanda selvatica per gli abitanti delle Ande; La stessa cosa accade in Messico, dove hanno una cultura ancestrale dell’agave molto forte , con la differenza che quello che lì si chiama pulque, in Ecuador lo chiamiamo miske”, spiega Diego Mora, proprietario e mishquero di Casa Agave. Denigrata per essere l'acqua degli indios o l'acqua dei poveri, la sua importanza all'interno della cultura ecuadoriana cominciò a perdersi. A poco a poco il mestiere del mishquero , della persona che possiede tutte le conoscenze necessarie per l'estrazione del chaguarmishqui, cominciò ad essere lasciato da parte finché Don Virgilio Collahuazo rimase l'ultimo mishquero dell'Ecuador. Diego Mora ha imparato tutto da lui quando 22 anni fa è arrivato nelle valli di Quito per recuperare e valorizzare questo patrimonio ancestrale andino. È così che è nato Casa Agave, un progetto che non si concentra solo sul salvataggio di questa tradizione culturale e gastronomica ecuadoriana nelle mani di nove comunità, ma lavora anche per recuperare una pianta molto speciale proveniente dall'America e tipica della zona.

 

Oltre a vendere chaguarmishqui , Casa Agave produce anche miske, il suo distillato, l'unica bevanda ecuadoriana con Denominazione di Origine Ecuador. Qui i 3.000 litri di linfa di agave che raccolgono ogni mese vengono trasformati in 250 bottiglie di miske, una bevanda che è stata premiata nel 2021 e nel 2022 con un totale di tre medaglie d'oro, una d'argento e una di bronzo al World Spirits. Questi premi sono solo un esempio del lavoro che sta dietro questo progetto sociale che valorizza uno dei patrimoni più antichi delle valli interandine equatoriali, la cultura dell'agave. Ma questa non è l'unica cosa che fanno a Casa Agave, visto che il loro progetto prevede anche un piano di riforestazione con diversi tipi di agave da più di 20 anni e coinvolge tutti coloro che passano davanti alla loro distilleria invitandoli a piantare una piccola agave nella loro distilleria. vivaio per coinvolgerli nel recupero di una pianta ancestrale e di una bevanda tipica di mezzo mondo.

domenica 19 novembre 2023

Gran successo di Tregor Russo a Menfi

 

Pubblico delle grandi occasioni a Menfi presso i locali del Circolo Operai per la presentazione del libro di Tregor Russo,  "SICILIA; L'INCANTO DELL'ESTASI, EPOPEA NEL REGNO DEGLI DEI" se pur l’evento non era tra quelli previsti nel programma finale di Menfi Città italiana del vino 2023.    

 

Dopo i Saluti di Vito Pendola  Presidente del Circolo Operai, Ezio Ferraro ha portato i saluti del Consiglio Comunale.

Nino Sutera, che ha moderato i lavori, ha ribadito il coraggio dell’Autore e del Presidente del Circolo di organizzare un evento culturale in un luogo diverso dai santuari della cultura. Coraggio che è stato ripagato da una sala strapiena di attenti intervenuti sino alla fine dei lavori. E’ stato il primo esperimento destinato a fare scuola.

"Da Artista, Scrittore e Fotoreporter Professionista il mio intento è quello di preservare e fare conoscere l'immenso patrimonio culturale, artistico, monumentale e naturalistico della Sicilia unico al mondo, tramite il proseguo del mio Secondo Grand Tour dell'entroterra della Sicilia intrapreso nell'agosto 2022 con le mie indagini storiche e sopralluoghi professionali.

Dopo “Catarsi Redentrice”, “Al Rintoccar dei Sensi Assopiti” e " Le Ferite Dell'Essere" la casa editrice Melqart Communiction dà alle stampe il 6 marzo 2023 il mio nuovo Quarto Libro "SICILIA; L'INCANTO DELL'ESTASI, EPOPEA NEL REGNO DEGLI DEI", con il mio intento di preservare e far conoscere l'immenso patrimonio culturale, artistico, architettonico, archeologico, monumentale e naturalistico della Sicilia unico al mondo, tramite le mie indagini storiche, fotoreportage e sopralluoghi professionali che ho realizzato per il mio innovativo Grand Tour dell'entroterra Sicilia antica durato due anni esatti dal luglio 2020 al luglio 2022 con 50 Comuni visitati ed inseriti nel Libro, per testimoniarne la storia, le informazioni storiche, l'opulenza dell'arte in tutte le sue forme e sfaccettature, le bellezze monumentali e paesaggistiche della Sicilia più recondita, alla scoperta di rotte turistiche nuove ed emozionanti e molto altro ancora che scoprirete all'interno del Libro che è adatto per tutti."

Alla presentazione del libro "SICILIA; L'INCANTO DELL'ESTASI, EPOPEA NEL REGNO DEGLI DEI" sono seguiti la proiezione dei cortometraggi sempre con la regia d’Autore.

Per la cronaca il lavoro è stato già presentato in venti borghi, in ognuno delle quali l’Autore ha ricevuto apprezzamenti e attestati di stima, da parte dei Sindaci e amministratori locali,   omaggiandolo di riconoscimenti (targhe e/o pergamene)





venerdì 17 novembre 2023

VINO PRESENTATO IL NUOVO MANIFESTO PER L'ANNO 2024 e il riconoscimento di Città Europea del Vino 2024

  L’Alto Piemonte e il Gran Monferrato hanno ricevuto     a Bruxelles dal network RECEVIN (Rete Europea delle Città del Vino), il riconoscimento di Città Europea del Vino 2024, il titolo che a rotazione premia le migliori aziende produttrici di un territorio italiano alternandosi con altre città vignaiole di Portogallo e Spagna. La corona di alloro è stata assegnata per tutto il prossimo anno a venti città piemontesi unite sotto un’unica sigla e un programma condiviso di eventi, meeting, convegni e degustazioni distribuiti sulle provincie di Alessandria, Biella, Novara, VCO e Vercelli nei Comuni di Acqui Terme, Barengo, Boca, Bogogno, Borgomanero, Briona, Brusnengo, Casale Monferrato, Fara Novarese, Gattinara, Ghemme, Grignasco, Maggiora, Mezzomerico, Ovada, Romagnano Sesia, Sizzano, Suno, Vigliano Biellese e Villa del Bosco.


Il dossier Alto Piemonte Gran Monferrato si è affermato sulla concorrenza per il coinvolgimento di ampi territori e di molti Comuni Città del vino dove alla programmazione ordinaria già pianificata durante l’anno si aggiungerà quella straordinaria legata all’evento. E proprio quest’ultima ha fatto la differenza. Il piatto forte saranno le tavole rotonde, le degustazioni, i convegni e le tematiche di carattere generale riguardanti le politiche comunitarie sulla vitivinicoltura, il mercato, il rapporto tra vino e salute, l’educazione al consumo consapevole e l’identità dei territori. Appuntamenti tutti collegati con un continuo passaggio di testimone da una città all’altra spalmati durante un anno intero che promettono di attirare turisti, curiosi e addetti ai lavori.

Sulla scena internazionale per tutto il 2023 resterà ancora la regione vinicola portoghese del Duoro vincitrice l’anno scorso del titolo. Dal 2024 toccherà ai Piemontesi.

Inoltre è stato scelto il disegno che rappresenterà l’Associazione per il 2024. Il miglior bozzetto è stato realizzato da Emanuele Franchi studente della classe 4G del Corso di Grafica dell’Istituto Enaip di Novara.

Un vigneto che idealmente si tinge dei colori dell’arcobaleno, simbolo di pace e di non violenza, sette colori che esprimono il desiderio di vivere in un territorio rigoglioso senza pericoli o minacce. Questo è ciò che rappresenta il bozzetto scelto per accompagnare l’immagine delle Città del Vino per tutto il 2024.



La professoressa Marika Leonardi, che ha curato la partecipazione dell’Istituto Enaip al concorso indetto – come ogni anno – dall’Associazione Nazionale Città del Vino, ha accolto con felicità la notizia della vittoria, dicendosi molto soddisfatta per l’impegno che tutti gli alunni hanno mostrato nella realizzazione dei bozzetti secondo lo spirito del bando, che quest’anno aveva come tema la Pace con l’obiettivo di dare ai ragazzi una opportunità di riflessione, attraverso il proprio ingegno artistico, su ciò che stiamo vivendo in unione al mondo del vino e alle Città del Vino.